numero  28  maggio 2002 Sommario

Dossier Palestina

DIARIO DA RAMALLAH
Piera Redaelli  

28 marzo. Stavo facendo un’intervista ieri sera alle 19,30 nel campo profughi di al-Amari, quando i vicini sono entrati nella casupola, appena riaggiustata dopo l’occupazione del campo di 15 giorni fa e lo scempio fatto dai soldati israeliani. Un’operazione, a un tratto, mi hanno comunicato, 12 morti, a Natanya. Lo sapevo, un attentato purtroppo previsto, dopo il no di Sharon alla partecipazione di Arafat al vertice arabo di Beirut. Ma ho continuato l’intervista, cercando solo di concluderla un po’ rapidamente perché le risposte israeliane agli attentati suicidi palestinesi di solito sono immediate. Alle 20.30 ho lasciato il campo buio, reso ancor più oscuro dalla pioggia e dalla nebbia che la sera ancora in marzo avvolge Ramallah.
Solo più tardi, e intanto le vittime aumentavano, 15, 17, mi sono resa conto che la risposta non veniva. Pasqua ebraica, mi sono detta, vertice arabo a Beirut, la risposta tarderà ma sarà dura. Y. mi ha accompagnato all’uscita dal campo. Non ho potuto fare a meno di dirgli la mia rabbia, appena un po’ razionalizzata. Che dentro di me sapevo essere mescolata alla paura per la prossima prevedibile rappresaglia. Rabbia per la barbarie e la distruttività politica di questi attentati. Niente da fare. Dai vetri appannati dei finestrini Y. mi mostra le foto di un poster di tre bambini con la loro madre, uccisi qualche settimana fa da un missile sparato da un elicottero israeliano. Non abbiamo altro con cui combatterli, solo i nostri corpi. Ma i civili, la gente che niente ha a che fare con tutto questo? – gli chiedo. Una società militare, mi risponde, sono tutti militari, pronti a ucciderci o a giustificare chi ci uccide. Discutere sembra inutile, lo sento che si irrigidisce guardando quelle foto, anche se sa che le mie critiche sono quelle di una che sta dalla parte loro, dalla parte di chi ha una causa giusta, quella della propria liberazione. Dalla parte di chi i propri diritti li vede ogni giorno calpestati. La discussione è continuata oggi nell’ufficio dell’Ong palestinese con la quale cooperiamo. Non posso continuare a fare eccezioni per voi, i palestinesi. È un crimine, e se protesto contro quelli degli americani e degli israeliani, perché non dovrei oppormi ai vostri? Una delle due donne con cui sto discutendo se ne va. L’altra rimane e mi chiede, Tu che fai? Io sto qui, le rispondo. Mio marito è qui e sto qui, ma se non ci fosse lui probabilmente me ne andrei, rispondo arrabbiata. Dall’ufficio se ne sono già andati, a Gerusalemme, tutti quelli che hanno un passaporto straniero. Gli americani hanno chiesto ai loro cittadini di lasciare i territori palestinesi, la zona di Ramallah. E tu, R., che farai, tu che hai il passaporto canadese? Ho telefonato all’ambasciata, mi dice. Per ora sto qui, ma se l’ambasciata mi chiede di andarmene, me ne vado. Durante l’occupazione di due settimane fa ho avuto troppa paura. Per me e per mio figlio. La mia casa è riparata, mi sentivo al sicuro fino a quando i carri armati non sono avanzati verso il centro di Ramallah. Allora decine di uomini armati si sono ritirati verso l’ufficio di Arafat e tutto a un tratto me li sono trovati in casa e nelle case vicine, pronti a trincerarsi lì. E i carri armati israeliani avanzavano e si preparava una battaglia. Mica potevo digli di andarsene, anche se avevo troppa paura. Se mi dicono di uscire da Ramallah, me ne vado.
Ma poi, quando ci troviamo sole io e lei, e le dico che ieri sono andata al campo di al-Amari per capire perché Wafa Idris si fosse fatta saltare in aria in Jaffa Street, in un giorno di fine gennaio… allora anche lei dice di non capire. Non capire perché, cosa scatti dentro una persona per farla decidere di morire. Seminando morte, ma prima di tutto decidere di morire lei.
Questa mattina sarei dovuta andare a Hebron per lavoro. Poi all’ultimo momento ho deciso di non andarci. Forse non avrei potuto rientrare a Ramallah. E allora che fare da sola a Gerusalemme angosciata perché Jamil è qui e da qui non può uscire? Ero già al posto di blocco. Semichiuso, con uno sparuto drappello di gente in fila indiana che aspettava di passare a piedi, di essere chiamata dal soldato e di superare il posto di blocco. Incredibile potere di questi giovanissimi soldati israeliani armati di fucile, granate, protetti da mitragliatrici e cannoni contro una folla inerme. Temendo che il check point sarebbe stato chiuso da un momento all’altro, ho deciso di tornare indietro. A un tratto non mi è sembrato un atto di vigliaccheria, di paura, in qualche modo un tradimento del mio lavoro, ma solo una reazione normale. Per cui non avevo bisogno di scusarmi. Anche se tornare indietro era come tornare in cella, ritornare nella città bersaglio, ripiombare nell’angoscia dei flash di notizie che parlano di te, della situazione in cui ti trovi. Rainews 24, la Bbc e al-Jazira: Ramallah assediata dai carri armati israeliani, l’Anp ordina l’evacuazione dei suoi uffici. Hamas promette un’ondata di attentati. Sharon e il suo gabinetto sono riuniti per decidere una dura rappresaglia. Arafat ordina l’arresto dei capi militari di Hamas e del Jihad. E poi le telefonate di sorelle, amici, dell’ambasciata, di chi sta a cinque chilometri da qui ma sa di essere al sicuro. Ma a questo, quando ho deciso di fare dietro-front al blocco israeliano, non ho pensato. Ho pensato solo che non volevo trovarmi fuori di Ramallah e mio marito dentro. E sono tornata e sono andata in ufficio. Poi è arrivata una telefonata. I carri armati stanno avanzando da Rafat. Ho deciso di avviarmi verso casa. Ma i negozi non erano chiusi come ci avevano detto al telefono; al contrario, Ramallah sembrava alla vigilia di una festa, con i negozi presi di assalto, gente che camminava con enormi sacchi pieni di ogni ben di dio. Anch’io sono entrata in un negozio, a comprare del pane, un detergente per i piatti, della frutta secca. E davanti a me sul bancone vedo accumularsi la merce acquistata dal cliente prima di me. Dieci cartoni di latte, sei pacchi di zucchero, scatole, scatolette, la spesa per una settimana. La gente fa provviste. Ramallah, città benestante, con le sue macchine nuove, le donne senza velo, qualche fuoristrada, si prepara all’assedio. Ma quello di due settimane fa è stato una bazzecola, vorrei gridare, il prossimo sarà un incubo. Non ho paura, ma vorrei farla finita con questa attesa. Poi sento una rabbia, un’enorme ribellione crescere dentro di me. Perché essere qui, ancora una volta nella mia vita, alla vigilia di un disastro, in attesa inerte che succeda. Come già a Beirut nel ’76, durante la guerra civile, o in Libano nel 1982, ai tempi dell’invasione israeliana. Me ne ero andata per sempre. Ed eccomi adesso, oggi ancora una volta intrappolata. Dico a Jamil di prepararsi a fare le valigie. Che questa, se sopravvivremo, è l’ultima volta. Basta, basta guerre. Ma lui risponde che da qui non si muove, non prima che tutto sia finito.
Allora che serve discutere, meglio stare in silenzio.
29 marzo. Alle sei ci sveglia il rumore sordo di una mitragliatrice pesante. Poi una, due cannonate e raffiche di colpi. La battaglia è iniziata e gli scontri sembrano violenti. Eppure ieri notte sono andata a letto convinta che dopo la dichiarazione di Arafat sul cessate il fuoco, forse l’ineluttabile sarebbe stato rinviato. C’erano degli amici ieri sera E ci siamo trovati d’accordo nel dire che anche questa volta Hamas aveva fatto il gioco degli israeliani, con il suo attentato a Netanya. Quasi nessuno dei centri di Hamas è stato bombardato o distrutto dagli israeliani durante i mesi passati. Solo i centri, gli edifici e le istituzioni dell’Anp. In effetti è questo il bersaglio. La fine degli accordi di Oslo. La distruzione dell’Anp, questo è il disegno di Sharon fin dalla sua elezione. Del resto l’aveva dichiarato. La colpa di Arafat è quella di aver pensato in qualche modo di utilizzare come forma di pressione sul governo israeliano Hamas e il Jihad islamico e i loro attentati terroristici contro i civili israeliani. Tragico errore, l’unica strategia possibile con il governo Sharon era una strategia di basso profilo, mirata alla sopravvivenza dell’Anp e le sue istituzioni. Così adesso la guerra contro Arafat, l’Anp, tutta la popolazione civile di Ramallah potrà facilmente essere venduta per guerra al terrorismo. Con buona pace della maggioranza degli israeliani di sinistra e dei progressisti italiani. L’analisi era lucida, ieri sera, ma mi sono appesa all’ultima speranza, quella che forse in extremis l’invasione sarebbe stata rimandata. Ma con Sharon è sempre un errore pensare al meno peggio.
Guardiamo dalla finestra. La strada è vuota e sono già le sette. Apriamo la televisione e vediamo la lunga fila di camion che trasportano a Ramallah i carri armati, passando da Qalandia. Ecco è successo, è l’invasione. Prima che ci tolgano la luce facciamo in tempo a sentire la conferenza stampa di Sharon che sintetizza la posizione del governo israeliano. Una guerra senza confini, senza limiti geografici. I consulenti americani che dai tempi della sua campagna elettorale cercano di rifargli una faccia, quella di un uomo le cui responsabilità per la strage di Sabra e Shatila sono state appurate e denunciate nel suo stesso paese, questa volta fanno centro. Il linguaggio è quello americano del dopo 11 settembre. Il tentativo di presentare questa operazione come parte della lotta dell’Occidente contro il terrorismo, evidente.
Il palazzo dove abitiamo è abbastanza isolato, a 30-50 metri dalla strada principale che collega Betunia a Ramallah. Siamo al terzo e ultimo piano di un appartamento tutto finestre. Di fronte all’edificio una strada, un po’ più in là un’altra, a sinistra un’altra ancora. La televisione dice che hanno distrutto a cannonate il primo e il secondo muro del compound ove Arafat da dicembre è prigioniero. 7 morti e 20 feriti dice al-Jazira, informatissima come sempre. Ecco cosa era il cannoneggiamento di qualche ora fa.
Il silenzio totale in cui ci troviamo viene spezzato dal rumore dei cingolati. Un carro armato, sbucato non riesco a vedere da dove, si posiziona un po’ sopra la nostra casa, altri sfilano sulla strada principale di Ramallah. Altri ancora si fermano sulla strada, di fronte a noi… Non c’è più elettricità. E allora mi prende un senso cupo di isolamento: poche, basse e distanti sono le case intorno al nostro palazzo, dove due soli appartamenti sono abitati, il nostro e quello dei nostri dirimpettai, una copia con due bambini. I carri armati scendono dalle strade ripide di Ramallah con qualche difficoltà, sembra: un ammasso di ferri vecchi che rotola verso il basso. Un’auto civile bianca, fa la spola fra un carro armato e l’altro. Sembra li guidi. Un paio si fermano sulla strada di fronte a una casa a due piani. I soldati scendono da alcuni veicoli cingolati e si dirigono verso gli uffici di Shamel, un centro studi sui rifugiati palestinesi. Un’esplosione, una scarica di mitra. Hanno fatto saltare una serratura. Non oso pensare ad altro.
Per fortuna, tre giorni fa ho deciso di far provviste. Acqua, qualche pila, un po’ di verdura, pane sardine e aringhe salate. Hommos 1, fave. Così possiamo sentire la radio. La usiamo con parsimonia, perché non sappiamo fino a quando staremo senza elettricità. Una radio privata, Radio al-Manara, trasmette al-Jazira. In diretta ascoltiamo il discorso di Arafat, consapevole della possibilità di essere fisicamente eliminato. Parla in modo sciolto, come sempre quando è sotto stress, quando si trova ad affrontare un pericolo reale. «Mi vogliono morto, prigioniero o deportato. Ma sarò martire». Martire: ecco si identifica con i kamikaze suicida, commenterà stupidamente alla televisione lo speaker di turno israeliano. Tutto passa, tutto viene fagocitato da un Occidente troppo ignorante per sapere che lo shahid palestinese è chiunque muoia combattendo o per mano del nemico. E poi, a turno, parlano i collaboratori più stretti di Arafat. Yasser Abed Rabbu, Mohammad Rashid, Ahmed at-Tibi, Nabil Abu Rudeini. Le domande della giornalista di al-Jazira, sono spesso, crudeli. Si concentrano tutte sull’incolumità fisica di Arafat, non danno molto spazio all’elaborazione di un pensiero, di una posizione. Le parole di Arafat mi strappano dalla precaria sicurezza del nostro appartamento alla quale, passati i primi brividi dei carri armati, cominciavo ad abituarmi. E mi ributta così davanti agli occhi la questione centrale. L’obiettivo di Sharon: smantellare l’autorità palestinese, prendersi nei confronti dell’Olp e del suo leader quella rivincita che non era riuscito a prendersi a Beirut. Che cosa succederà, deportazioni, stragi, arresti in massa. Mi sento in bilico su un trapezio. Da una parte la fine brusca e violenta, già tante volte annunciata, dell’esperienza della costruzione dello Stato palestinese della quale sono stata testimone negli ultimi anni. Dall’altra la speranza che forse tutto questo sarà solo una delle tante battaglie. Ma sono pessimista… Ho conosciuto Marwan Barghuti qualche hanno fa, quando il Tanzim era solo il Tanzim, cioè l’organizzazione dei militanti e sostenitori di al-Fatah. Responsabile del comitato dirigente di al-Fatah in Cisgiordania, Marwan aveva appena ricevuto una batosta da Arafat, che lo aveva messo da parte, temendo la troppa autonomia e la forza della sezione di al-Fatah in Cisgiordania. L’ho incontrato a Montecatini in un incontro ‘di dialogo’ organizzato dal Centro Italiano per la pace in Medio Oriente, in cui allora lavoravo. Da una parte del tavolo c’era Marwan e altri membri del Consiglio legislativo palestinese e dirigenti di al-Fatah, liberati dalle prigioni israeliane dopo Oslo, dall’altro Gideon Ezra, Maher Shitrit, allora capogruppo dei deputati del Likud alla Knesset, oggi ministro del governo Sharon, e altri. I nostri ospiti si conoscevano perfettamente, perché alcuni degli israeliani avevano direttamente condotto gli interrogatori dei prigionieri palestinesi. Si parlava delle prospettive del processo di pace. I discorsi che si tenevano procedevano su due livelli: uno ufficiale indirizzato a noi, gli italiani, l’altro, fatto di allusioni, di battute, quasi la ripresa di una discussione di anni addietro. Poi, d’un tratto, abbiamo smesso di seguire la discussione: israeliani e palestinesi si erano messi a parlare in ebraico, la lingua dei carcerieri di un tempo.
Dopo quel giorno ho rivisto Marwan Barghuti alcune volte, in particolare in occasione di una lunga intervista per una ricerca che stavo conducendo sulla visione palestinese del futuro Stato. Allora Marwan rappresentava l’ala più progressista di al-Fatah nel Consiglio nazionale palestinese e si batteva per una Costituzione palestinese laica e per una legge democratica che regolasse i rapporti fra l’Anp e le organizzazioni della società civile palestinese.
L’ho incontrato per caso, a piedi, senza macchine e scorta, in incognito, ricercato numero uno dalle forze speciali israeliane. L’ho salutato e invitato a prendere un caffè. Ma ha declinato l’invito, e se ne è andato alla chetichella. Il 16 gennaio scorso in un articolo apparso sul «Washington Post» aveva scritto il suo testamento: «…Sono un palestinese come tanti altri, che si batte per quello per cui, da sempre, ogni persona oppressa ha combattuto: il diritto di aiutare me stesso, in assenza di ogni altra forma di aiuto. Questo principio potrebbe portare al mio assassinio. Che la mia posizione sia chiara, dunque, in modo che la mia morte non venga giudicata con leggerezza come una morte giusta, una cifra in più della ‘guerra contro il terrorismo’ di Israele. Per sei anno ho languito come prigioniero politico nelle carceri israeliani, dove sono stato torturato, appeso a un gancio con gli occhi bendati mentre un israeliano mi picchiava con un bastone sui genitali. Ma dal 1994, quanto ho creduto che Israele volesse seriamente por fine alla sua occupazione, sono stato un infaticabile sostenitore di una pace giusta, basata sull’eguaglianza delle due parti. Ho guidato delegazioni palestinesi in incontri con i parlamentari israeliani per promuovere la comprensione reciproca e la cooperazione. Ancora oggi il mio obiettivo è la coesistenza pacifica, su un piano di parità, fra due paesi indipendenti, Israele e la Palestina, una pace basata sul completo ritiro israeliano dai territori palestinesi occupati nel 1967 e una giusta soluzione del dramma dei profughi palestinesi, in applicazione delle risoluzioni Onu. Il mio obiettivo non è distruggere Israele, solo por termine alla sua occupazione del mio paese».
Ripenso a Marwan oggi.
Primo aprile. I carri armati sono sei e cinque i veicoli cingolati che trasportano i soldati. Li vediamo, mio marito e io, avanzare all’inizio della nostra strada, sferragliando. In questi quattro giorni in cui abbiamo vissuto chiusi in casa per il coprifuoco, ci siamo abituati alla loro presenza. Ieri hanno preso posizione davanti all’edifico vuoto che sta dietro casa nostra, già sede della polizia palestinese, e hanno sparato una cannonata scatenando un incendio. Dell’Autorità nazionale palestinese, delle sue istituzioni, dei suoi edifici – e possibilmente dei suoi uomini – non deve restare pietra su pietra, questa è la logica.
Dai cingolati scendono i soldati israeliani armati fino ai denti e si appostano dietro i muretti di fronte a casa nostra. Ci guardiamo: doveva succedere, ci diciamo. Un carro armato punta il cannone sul portoncino del palazzo, mentre gli altri chiudono tutte le strade che confluiscono nella nostra. Con un megafono, in pessimo arabo, intimano a tutti gli abitanti di scendere, minacciando di far esplodere l’edificio. Ci guardiamo in faccia e decidiamo di restare dove siamo. Ma la vicina bussa alla porta. Scendete, dice, minacciano di far esplodere l’immobile. Prendo il portafoglio e il passaporto, non so dove vogliano portarci. Sei o sette palestinesi sono già accucciati per terra, la faccia contro il muro, le mani dietro la nuca. Con la vicina, i suoi bambini e mio marito mi avvio anch’io verso il gruppo. A chi sembra essere il capo dico di essere italiana, gli mostro il passaporto, dico che quello è mio marito. Ma non tutti gli ufficiali dell’esercito israeliano parlano inglese. E così il traduttore mi grida col megafono che io no, non devo raggiungere il gruppo, anzi devo tornare in casa insieme all’altra signora e ai suoi bambini. Rispondo che io voglio stare con mio marito, ma due soldati ci puntano addosso il fucile, mi sembrano nervosi. Faccio marcia indietro e rientro nel palazzo.
Passano pochi minuti e arriva un civile col megafono. Parla arabo. Un collaborazionista, mi dico. Invece no, è uno studente di Bir Zeit che abita nell’altra ala del palazzo, l’hanno obbligato a fare l’interprete perché conosce l’ebraico e ora l’hanno mandato a controllare che tutti gli abitanti dell’immobile siano scesi. Il tempo passa lentamente, cerco ogni tanto di avvicinarmi alla porta e guardar fuori, ma i soldati col fucile puntato, dall’altro lato della strada, mi rimandano indietro. Poi si presenta un drappello in pieno assetto di guerra. Ci dicono di andar su, al nostro piano, e di chiuderci in uno dei due appartamenti. È chiaro che hanno intenzione di perquisire, così prima di entrare nella casa della vicina apro la porta della mia e spalanco tutte le porte interne, in modo che non abbiano scuse per spaccare tutto. Salgono piano dopo piano, arrivano al nostro e gli ordini sono cambiati. Dobbiamo scendere, ci dicono, e seguirli. Da due giorni ho preparato una borsa per ogni evenienza, con i soldi dei progetti che stiamo realizzando, i miei personali, passaporto, due cellulari, il biglietto aereo. Dico ai soldati che senza il mio zainetto non esco, che perquisiscano pure, ma che voglio con me il mio zainetto. Sul pianerottolo di ogni rampa ci sono due soldati. Li guardo uno per uno negli occhi, giovani, tremendamente giovani, chi con un’espressione stupita, quasi non si aspettasse di vedere una straniera, chi inquieto, chi, invece volta via la faccia, cercando di sfuggire al mio sguardo. Usciamo per strada, sempre sotto il tiro del cannone: gli uomini sono sempre là, accucciati per terra nel sole, sotto il tiro dei fucili e del cannone, le mani dietro la nuca.
Ci fanno salire in un altro palazzo: in un appartamento all’ultimo piano hanno rinchiuso tutte le donne e i bambini e lì ci fanno entrare, me e la mia vicina. Poi inizia la perquisizione. Nei tre palazzi circondati ci sono 18 appartamenti, quattro dei quali abitati, gli altri sono uffici. Con meticolosa lentezza le porte vengono sfondate, una per una, quattordici porte di ferro, le tapparelle chiuse e gli appartamenti perquisiti. Col telefonino chiamo mia sorella, a Ramallah con 70 altri pacifisti italiani di Action for Peace. Si trova in una casa a poche decine di metri dal mio palazzo, ma in questo momento è irraggiungibile, in capo al mondo. Cerco anche di avvertire l’ufficio di al-Jazira. Voglio dei testimoni nel caso portino via Jamil o qualcun altro. Le notizie delle esecuzioni compiute a freddo ieri e avantieri non mi aiutano a stare tranquilla. Dalle fessure delle tapparelle cerchiamo di capire quello che succede fuori. Effettivamente arriva un’auto della TV, non sappiamo quale, e anche un’ambulanza, ma ambedue vengono rimandate indietro.
Il fragore delle porte di ferro sfondate si avvicina. Ecco, sono arrivati nell’appartamento dirimpetto. Nella stanza dove siamo rinchiuse abbiamo fatto tempo a conoscerci: poche decine di minuti sono stati sufficienti per creare un legame di complicità e solidarietà. Insieme scendiamo al piano terra. li uomini sono ancora fuori, accovacciati per terra, faccia al muro, con fucili, mitragliatrice e cannone puntati addosso. Un carro armato o un cingolato per ognuno di loro. Sembra che l’operazione di controllo dei nomi con le liste dei ricercati sia lunga. Sono passate ormai due ore dall’inizio dell’operazione, quando soldati, cingolati e carri armati incominciano a ritirarsi con estrema cautela verso la strada principale.
La casa è stata perquisita, le poltrone e i materassi capovolti. Sul pavimento i dischetti del computer, i nostri libri e le nostre carte. L’unico cassetto chiuso è stato forzato. Dentro in una scatola da sigari c’erano 800 schekel e trecento dollari. Non ci sono più.
2 aprile. Le cannonate ci svegliano alle quattro e mezza; stanno bombardando il compound della sicurezza preventiva, a Betunia, un chilometro e mezzo da casa nostra, dove ci sono circa tre/quattrocento persone asserragliate. Poi le mitragliatrici pesanti, e infine i razzi dagli elicotteri. Verso le cinque e mezza comincia ad albeggiare, vediamo gli Apache fermi su nel cielo, immobili sembrano, e sparano. Sotto casa i carri armati cominciano a muoversi, un cannone è puntato verso il nostro palazzo, l’altro verso la città vecchia. Poi iniziano a pattugliare la zona, accompagnati da cingolati in cui trasportano truppe e, all’occorrenza, i prigionieri.
Guardo dalla finestra dall’altro lato della casa. Adriana e Floriana del gruppo di Action for Peace hanno dovuto passare la notte in un palazzo non lontano dal mio: non sono riuscite a muoversi per tornare all’ospedale o alla pensione Ramallah, base dei volontari italiani e francesi. Ci salutiamo da lontano.
Alle 7.15 telefona Roberto Giudici, dall’ospedale pubblico di Ramallah. Mi chiede di parlare col direttore dell’Arab Care, un altro ospedale, privato, vicino ad al-Manara Square2, la piazza principale della città. Vorrebbero distaccare un gruppo di volontari italiani per presidiare anche questo ospedale e mi chiedono di informarmi su come sia la strada, se è possibile spostarsi o se ci sono scontri. Sentendo che forse arriveranno gli italiani, il direttore dell’ospedale è entusiasta. «Gli israeliani sono già stati qui cinque volte – mi dice – Forse loro riusciranno a proteggerci!» Dice che vicino all’ospedale non ci sono scontri, ma che sulle condizioni della strada non può garantire.
Alle nove ritornano i carri armati, questa volta quattro con cinque cingolati, chiudono tutte le strade che portano al nostro palazzo e a una piccola casa dirimpetto. Si prepara qualcosa, ormai conosciamo lo scenario. I soldati scendono con circospezione, a gruppi di tre o quattro, in pieno assetto di guerra. Un drappello attraversa la strada principale e si dirige più su, uscendo dal nostro angolo di visuale, mentre un altro si dirige verso la casetta di fronte, dove c’è un asilo per bambini disabili che, naturalmente, dopo quattro giorni di coprifuoco, è vuoto. Circondano l’edificio, poi si sentono degli spari, probabilmente hanno fatto saltare la serratura della porta d’ingresso. Alcuni entrano e altri rimangono fuori, appostati nell’erba e dietro i cassonetti della spazzatura. Delle grida, e mi sposto verso l’altra finestra. Nella strada deserta avanza un’auto di France 2/France 3 che viene fermata da una raffica di mitra. Vengono urlati ordini e i quattro occupanti dell’auto scendono: uno straniero, sembra, e tre palestinesi. Ancora delle grida, i soldati sono usciti dal prato e puntano le armi contro i giornalisti, i quali, mani in alto, mostrano passaporti e carte di accreditamento. Ma non basta: gli viene intimato di mettere a terra giacche e giubbetti anti-proiettili. Poi ancora urla e si sbottonano le camice. La pioggia è fitta, a ognuno è intimato di girarsi lentamente e mostrare pancia e schiena nudi. Poi lo straniero del gruppo prende il coraggio a due mani e avanza lentamente verso i soldati, alzando il passaporto. Dopo un altro quarto d’ora di controlli, all’auto viene permesso di fare dietro front ed andarsene.
Sono ormai le undici, un altro trambusto nei paraggi e ritorno nel soggiorno. Dalla finestra riesco a vedere l’incrocio con Jaffa Street. Piove a catinelle e fra un carro armato e l’altro vedo, inginocchiati per terra e con le mani dietro la nuca, una decina di paramedici delle ambulanze della Red Crescent palestinese. Le loro macchine sono ferme sul ciglio delle strade, sono state sequestrate. Passa un’ora, un’ora e mezza, poi vengono fatti salire su uno dei cingolati e portati via.
Telefono a Luisa Morgantini che si trova nell’ospedale di Ramallah: pare che il coprifuoco verrà tolto per un paio d’ore, dalle tre in avanti. Arrivano le tre, ma i carri armati non sembrano voler spostarsi. Suona il campanello di casa, il guardiano del palazzo dice che lui vuole uscire a comprare qualcosa, se anche noi vogliamo qualcosa. Gli rispondo che non mi sembra il caso, ma lui insiste. Gli chiedo allora di comprare del pane, se lo trova, un po’ di zucchero e un pacchetto di sigarette. Non fa in tempo a scendere dalle scale che riprendono gli spari e con mio marito siamo di nuovo alla finestra. I soldati avanzano di nuovo verso il nostro palazzo con cautela, armati fino ai denti, puntando i fucili verso l’altro capo della strada. Una donna con un ragazzino e il figlio dei vicini sono questa volta il bersaglio. Probabilmente anche loro hanno sentito la notizia della sospensione del coprifuoco e volevano andare a fare provviste. Gli viene intimato di avanzare con le mani in alto verso i militari che sparano raffiche in aria. Il controllo dei documenti sembra non finire mai, poi la donna e il ragazzino vengono rilasciati.
Suona il citofono: «Mi portano via!», grida il guardiano del palazzo. Ma la conversazione si interrompe bruscamente e non sentiamo più niente. Il vicino mi chiede di andare a intercedere con i militari, il poveretto è di Gaza e io sono italiana, forse il mio passaporto servirà a qualcosa. Scendo alla porta di ingresso ma non vedo più nessuno. L’hanno portato via. Non faccio in tempo a rientrare in casa che squilla il telefono. È un’amica che vive qualche decina di metri più in là, all’inizio della via che porta alla città vecchia.«C’è stato un rastrellamento, hanno arrestato mio marito e mio figlio – ci dice – li hanno caricati sui cingolati con tutti gli uomini del nostro palazzo». Mi sento svuotata, mi sembra di non trovare più le parole giuste, ma Jamil, mio marito, trova il modo di rincuorarla, dicendo che almeno loro sono in due e possono farsi coraggio a vicenda.
Sono ormai le quattro meno un quarto: a sinistra, in lontananza, si vedono auto e gente che cammina per la strada, ma qui i militari se qualcuno si muove sparano. Infine vediamo un’auto con la bandiera delle Nazioni Unite. Anche questa viene fermata, ma i suoi occupanti sembra riescano a convincere gli israeliani che il coprifuoco è stato effettivamente sospeso anche nella nostra zona.
Finalmente possiamo uscire a fare qualche provvista, l’assedio sarà lungo, ne sono convinta. In auto ci dirigiamo verso l’ospedale di Ramallah, dove c’è il gruppo di Action for Peace. Siamo in due macchine, la mia e una di Save the Children. Arriviamo all’incrocio con la strada dell’ospedale, ma il cecchino che già qualche ora prima ha ucciso una donna, inizia a sparare. Siamo costretti a far marcia indietro.
Non c’è più molto tempo, dobbiamo rientrare, i carri armati riprendono a pattugliare le strade mentre scende il crepuscolo del quinto giorno di occupazione.
Il telegiornale delle dieci di sera ci riversa in casa le immagini della sepoltura di 25 morti palestinesi in una fossa comune nel parcheggio dell’Ospedale. Sono i cadaveri conservati nei frigoriferi dell’ospedale di Ramallah. Il direttore, quasi a scusarsi per questo funerale collettivo organizzato in fretta e furia, dichiara che non avevano più posto per accogliere nuove salme.
3 aprile. I telegiornali aprono con le dichiarazioni di Sharon che afferma di voler esiliare Arafat, presidente eletto della Anp e capo dell’Olp, imprigionato nei suoi uffici dall’inizio di dicembre. Un gruppo di volontari pacifisti francesi è riuscito a entrare nel suo compound e gli spari e le cannonate contro l’edificio sembrano in effetti essersi ridotti un poco, forse anche grazie alla presenza di questi scudi umani. L’idea ventilata da americani e israeliani di eliminare Arafat e sostituirlo con una leadership palestinese ‘addomesticata’ è folle per chiunque conosca la storia del conflitto israelo-palestinese. I tentativi israeliani di costituire le ‘leghe dei villaggi’, degli organismi collaborazionisti, nei primi anni settanta, e tutti i successivi tentativi di creare una leadership palestinese che collaborasse con l’occupazione sono falliti e non riusciranno certo oggi, sotto la minaccia dei carri armati e degli F16. Non solo la resistenza di Arafat nel suo compound senza acqua né luce, sotto il tiro diretto e permanente di mitragliatrici e cecchini, ha unificato come non mai la popolazione intorno al suo presidente, ma la politica che storicamente gli israeliani hanno praticato nei confronti dei loro lacchè è sempre stata troppo razzista. Lo dimostra quanto è successo a ufficiali e soldati dell’esercito di Lahad, l’esercito collaborazionista del Libano meridionale. Rifugiatisi in Israele, quando l’esercito israeliano si è ritirato dal Sud del Libano nel giugno del 2000, molti di loro stanno tornando nel loro paese malgrado le minacce e i rischi di morte ai quali si espongono.
La sera telefona Mahmud, uno dei nostri vicini, arrestato ieri. È stato rilasciato, ma suo figlio è rimasto prigioniero. Dice che i soldati lo hanno preso con altri quattordici uomini del suo palazzo. Li hanno fatti marciare con le mani legate per le strade della vecchia Ramallah, sotto la pioggia, davanti ai carri armati, tanto per dare un esempio. Poi li hanno portati in una colonia, non sa quale. Lì li hanno riempiti di botte e successivamente li hanno trasferiti al campo militare di Ofer, dove c’erano altre centinaia di palestinesi prigionieri. Anche lì botte e interrogatori. Alla mattina alle tre hanno rilasciato un piccolo gruppo. ordinandogli di tornare a casa a piedi.
Tante sono le telefonate dall’Italia e non, fratelli, sorelle, amici. Vincenzo Consolo chiama solo per dire di sentirsi vicino a noi. Un legame sempre più stretto si crea con chi è disponibile a condividere con noi quanto ci succede in questi giorni. Abbiamo finito il pane, ma improvvisamente squilla la porta: sono i vicini che ci portano in dono tre pani appena sfornati, cotti da loro nel forno di casa. Ma le notizie non sono buone, l’invasione continua, una città dopo l’altra. I carri armati occupano Betlemme, e ancora nessuno nel mondo sembra voler intervenire.
4 aprile. Chiama Radio24 per una diretta con Paolo Cento, Foa, me e un certo Reibman, che ci propina la solita storia sulle ‘offerte generose’ di Barak a Camp David e le colpe di Arafat che le ha rifiutate. Vorrei tanto leggergli l’articolo di Robert Malley, assistente speciale di Clinton per gli affari arabo-israeliani, che ha partecipato ai negoziati di Camp David e ne ha scritto con Hussein Agha sulla «New York Review of Books» del 9 agosto 2001. Ma è troppo lungo e poi in Italia non si legge, e di conseguenza, ognuno può raccontare quello che vuole. E più le menzogne vengono ripetute, più acquistano agli occhi della maggioranza una patina di verità.
6 aprile. A Nablus e Jenin ci sono stati 35 morti, secondo i resoconti dei testimoni oculari. Siamo stati svegliati alle 4.30 da esplosioni vicine, nella vecchia città di Ramallah, a quanto pare. Jamil dice che probabilmente si tratta di bombe lacrimogene e bombe a scoppio, tirate per terrorizzare la gente e far rispettare il coprifuoco. In effetti il numero di carri armati che girano per la città sembra essere diminuito. Probabilmente molti dei cingolati si sono spostati verso il Nord e l’esercito rimasto qui a Ramallah sente il bisogno di utilizzare i mezzi forti per far sentire la sua presenza e controllare la popolazione.
Alla una viene sospeso il coprifuoco. Vado all’ospedale di Ramallah a incontrare il gruppo di Action For Peace al quale si sono aggiunti alcuni parlamentari, quelli che hanno superato i controlli dell’aeroporto di Tel Aviv e non sono stati rimandati in Italia manu militari. Solo dieci minuti per abbracciare Roberto Giudici, Alberta, Stefano e altri, perché loro tenteranno di andare a incontrare Arafat, poi torneranno a Gerusalemme, mentre io resto qui. Voglio rendermi conto di persona di come si possa dare una mano agli ospedali e alle associazioni sanitarie palestinesi che sfidano il coprifuoco per soccorrere feriti e ammalati. Incontro il direttore dell’ospedale per vedere quali sono i bisogni. È molto cordiale: gli italiani ormai qui sono di casa e tutte le porte sono aperte. Hanno bisogno di antibiotici per somministrazione endovenosa, e magari ci fosse un neurochirurgo, mi dice il direttore.
I telegiornali questa sera ci informano che il governo israeliano non permetterà ad Antony Zini, inviato speciale della presidenza Usa, di incontrare Arafat. Gli americani ingoiano.
7 aprile. Alla mattina scoppia l’allarme internet. Sembra che in alcune zone della città il collegamento al provider palestinese sia stato sospeso. Ci mancava proprio anche l’interruzione di questo legame col mondo esterno. Continuiamo tutto il giorno a far prove, il nostro collegamento funziona, anche se ogni tanto ci sono delle difficoltà. E allora parliamo con Wasim, al quale invece il collegamento è stato interrotto e iniziamo a esplorare vie alternative. In fondo se il telefono continua a funzionare potremmo sempre collegarci con il mio provider in Italia. Una volta al giorno, perlomeno. Per non dover vender la camicia per pagare le bollette. Ma Wasim ci dà anche altre notizie. Hanno occupato tutte le stazioni radio e le televisioni locali di Ramallah distruggendone le attrezzature. Le installazioni della televisione al-Quds sono opera sua e sembra sconvolto.
Nel primo pomeriggio chiama M. Ha appena parlato con il governatore di Nablus, Mohammad Alloul, e riferisce che l’esercito non permette alle ambulanze di raccogliere i feriti per le strade. Chiede se gli italiani possono fare, qualcosa, magari andare a Nablus e scortare le ambulanze, come hanno fatto qui a Ramallah. Purtroppo il gruppo di Action for Peace è già partito.
Intanto riprende il rumore sordo delle mitragliatrici nella zona degli uffici di Arafat. Al-Jazira ci informa che ci sono quattro feriti. Solo al cader della notte verrà dato il permesso alle ambulanze di avvicinarsi all’edificio. Ma il primo ferito evacuato viene rapito dai soldati israeliani. Così cessa l’evacuazione e i soccorritori si rifiutano di fare uscire gli altri, che verranno curati sul posto, alla bell’e meglio.
Ore 14.30: arriva una colonna di carri armati e cingolati che circondano la casa che sta dietro la nostra, all’angolo della strada che sale verso il centro culturale Sakakini. Nella casa sembra esserci solo una donna che viene fatta uscire in istrada mentre i soldati entrano nell’edificio, poi escono e chiudono una porta a chiave dall’esterno. Non riusciamo a capire il perché di tutte quelle manovre che continuano fino al tramonto. Poi alla sera chiama un amico che dice di aver ricevuto un trattamento simile. I militari hanno occupato il suo palazzo nel tardo pomeriggio, hanno rinchiuso tutti i suoi abitanti in un appartamento e si sono installati per tutta la notte in quelli ‘liberati’, dove hanno dormito, mangiato e fatto la doccia per andarsene poi di primo mattino. L’invasione deve avvenire ai minimi costi, a quanto sembra. Gli occupanti non portano con sé neppure le vettovaglie.
8 aprile. Undicesimo giorno dall’inizio dell’invasione, undicesimo giorno di coprifuoco. Ormai in casa nostra, nella nostra prigione, si sono stabiliti alcuni riti. Dormiamo in soggiorno, perché la stanza da letto ha troppe finestre e basterebbe una scheggia per seppellirci sotto una montagna di vetri. La sveglia è alle sei, quando Jamil apre la televisione per vedere il telegiornale, poi passa a Rainews 24 e mi legge i titoli delle notizie chiedendomi spiegazioni sul significato di alcune parole: lezioni di italiano. Seguono le pulizie, e la casa è pronta per un’altra giornata. Per fortuna il clima è diventato un po’ più mite: il gas del riscaldamento stava finendo e oggi possiamo farne a meno. Alle otto siamo tutti e due al computer, io in cucina a lavorare su traduzioni e proposte di progetti da presentare all’Unione europea o a correggere le liste dei morti palestinesi dell’Intifada, che un gruppo di Milano sta preparando per pubblicarle in una brochure da distribuire durante la manifestazione dell’11 aprile a Milano. Jamil nell’altra stanza lavora alla sua ricerca sulle migrazioni palestinesi. Su in città, nel centro di Ramallah le scariche di mitragliatrici sono intermittenti. Mi domando contro chi diavolo stiano ancora sparando. La resistenza a Ramallah è stata schiacciata da giorni. Kalashninkov e pistole contro carri armati, cannoni, elicotteri, mitragliatrici e cecchini. Alle otto al-Jazira parla di Nablus e di Jenin. Sentiamo la voce al telefono del direttore dell’ospedale al-Meidani di Nablus. I feriti non arrivano all’ospedale perché gli israeliani non permettono al personale dell’ospedale di uscire per raccoglierli. Dal campo profughi di Jenin, uno dei responsabili dei gruppi che lo difendono promette battaglia fino all’ultimo. Cerco di immaginare la situazione, le casupole a un piano del campo, tutti i campi profughi si assomigliano: strade strette, famiglie di dieci persone in due stanze, la viuzze sono l’unico sfogo perché la gente non soffochi. Eppure è già il terzo attacco che viene respinto. Oggi il capo di stato maggiore dell’esercito israeliano ha assunto di persona il comando delle operazioni contro il campo. L’atmosfera che respiro è quella dell’agosto 1976, Tall Al Zaatar, campo profughi alla periferia di Beirut, più di 900 morti e dispersi; di Ain El Helueh, giugno 1982, campo profughi vicino a Sidone, il campo raso al suolo, decine di morti e feriti, gli uomini rastrellati e raggruppati sulla spiaggia per essere identificati, poi arrestati; Sabra e Shatila, settembre 1982, più di 2000 morti e dispersi, e ancora Sabra e Shatila, 1985, le milizie shiite libanesi assediano il campo, decine di morti vengono seppelliti all’interno delle case, sotto i pavimenti. Ancora una strage. E l’impotenza, oggi come allora, di una che allora lavorava in una Ong libano-palestinese e oggi in una Ong italiana, la stessa impotenza. Powell ha ritardato il suo arrivo. Gli americani vogliono dar tempo all’esercito israeliano, malgrado le dichiarazioni in cui lo invitano a ritirarsi.
Alle undici telefona Ghassan, dice di aver sentito alla radio israeliana che oggi toglieranno il coprifuoco dalla una alle cinque. Telefono al consolato italiano di Gerusalemme per sapere se è vero. Non sanno nulla. Rimane poi il problema dell’ora, sarà la una, ora israeliana, o la una, ora palestinese? Non ci sono più radio né televisioni palestinesi ad annunciare il cambio dell’ora e noi continuiamo a seguire quella palestinese. Tanto, che differenza fa, il tempo non ha più molta importanza, a che ora sparano i cecchini o passano le ronde dei carri armati è secondario. La nostra fame, il nostro sonno, le immagini dei telegiornali, scandiscono un tempo che è quello di questo appartamento, quello dei nostri bisogni vitali più elementari. È mezzogiorno quando telefona Abir. Gli israeliani con i megafoni stanno annunciando al centro di Ramallah la sospensione del coprifuoco fino alle quattro, alle cinque? Non lo sappiamo. Ma cominciano a passare alcune automobili e anche noi usciamo, eccitati.
La gente prende d’assalto i negozi, noi arriviamo fin quasi a Qalandya, per scoprire che un verduraio è riuscito a recuperare pomodori, cavolfiori, fagiolini e le solite mele imperiture. Sono veramente contenta di poter cambiare dieta, anche se le aringhe salate e le fave secche che abbiamo mangiato negli ultimi giorni non sono niente male. La città è polverosa, i carri armati hanno distrutto l’asfalto, divelto tralicci, rotto le tubature dell’acqua in alcuni quartieri, ma affollata. Tornando a casa incontro Mahmud, il custode del nostro palazzo. Gli faccio una gran festa, mi sentivo male per non essere riuscito a strapparlo agli israeliani, quando l’anno preso. Mi dice che lo hanno appena rilasciato, insieme ad altri centinaia di prigionieri, dopo una settimana passata a Beit Eil, al comando militare israeliano. Lo hanno picchiato con il calcio del fucile sulla gamba destra, che muove con difficoltà. Ma dice di non aver bisogno niente, solo di dormire perché gli gira la testa.
Verso le tre e mezza il traffico diventa più rado. Le ore d’aria stanno per finire, a poco a poco le strade si svuotano e l’attività dei cecchini riprende. A Ramallah, oggi, i morti sono sette.
Alle sei con un gran sferragliare arriva sotto casa una colonna di carri armati e di cingolati. Manovrano e si fermano davanti alla porta. Automaticamente, Jamil e io ci mettiamo le scarpe, preparo il mio zainetto. Fuori c’è un gran vociare. I soldati escono dai cingolati in assetto di guerra. Per un momento trattengo il respiro, poi li vediamo dirigersi verso la casa di fronte. Ma un gruppo rivolge i fucili verso le nostre finestre, sembrano molto agitati. La casa è circondata, un’esplosione, due, e ci togliamo dalle finestre. Cala la notte e il trambusto continua, non sapremo mai cosa succede, perché i carri armati lavorano al buio. Alle dieci se ne vanno, ma la luce è accesa nella casa dei vicini, forse un gruppo è rimasto lì a passare la notte.
10 Aprile. C’è stato un altro attentato suicida a Haifa e l’esercito da questa mattina presto si sfoga con cannonate, raffiche di mitragliatrici nel centro di Ramallah, mentre in cielo passano minacciosi gli aerei che vanno a bombardare Kafar Shuba e le fattorie di Shabaa, le postazioni di Hezbollah nel Libano meridionale. Colin Powell è in Ispagna. Bisogna avere un governo palestinese, delle istituzioni militari, un servizio di sicurezza, afferma. Ma allora perché questa distruzione sistematica delle istituzioni palestinesi, delle associazioni della società civile, perché i fucili della polizia palestinese raccolti durante le perquisizioni e presentate come armi dei ‘terroristi’? Tre settimane fa, durante una visita di solidarietà di una delegazione di famosi scrittori internazionali agli scrittori palestinesi, José Saramago, premio Nobel per letteratura, aveva detto di essere profondamente colpito dal fatto che quello che si vedeva qui era tutt’altra cosa rispetto a quello che raccontavano i media internazionali. Mi sono riconosciuta nelle sue parole. Ogni volta che sono venuta in Palestina negli ultimi anni, ho avuto un momento di smarrimento nel constatare quanto la realtà qui sia diversa rispetto a quella che fino al giorno prima avevo letto sui giornali e sentito raccontare dalle televisioni. Ogni volta mi domandavo sgomenta in che modo, con quali strumenti, si potesse mettere mano a questo castello di bugie, per il quale lo stillicidio della sofferenza quotidiana di gente assediata dai carri armati, malmenata, fermata per ore ai check points, privata del lavoro, circondata da colonie che sembrano fortini medioevali, mentre tutte le attività economiche sono paralizzate e la povertà riguarda ormai, secondo la Banca mondiale, più della metà della popolazione, come tutto questo potesse essere presentato come una guerra fra uguali. Nel campo di al-Amari dove la nostra Ong sostiene un centro giovanile, il 60% dei bambini soffrono di disturbi psicologici di media-grave entità, fobie, aggressività, sindrome da ghetto. Immagino che il campo di Jenin, definito oggi dal governo israeliano come un «nido di scarafaggi», culla del terrorismo, sia molto simile, forse con qualche motivo di disperazione in più, visto il suo isolamento.
Verso sera, finalmente riesco a entrare in internet. Mi è stato detto che Gad Lerner ha mandato una lettera al «manifesto» in risposta alle testimonianze da Ramallah mia di Luisa Morgantini e Gianfranco Bettin. Ci chiede di fare i conti con la paura degli ebrei, «la nostra paura», «la paura di quell’arma nuova – il corpo umano dei cosiddetti ‘martiri’ trasformato in arma esplosiva» che «per la prima volta rende verosimile la vittoria del terrorismo, cioè la distruzione dello Stato ebraico nel giro dei prossimi quindici-vent’anni». Scrive di voler sgombrare il campo dalle ovvietà, che sarebbero i torti e le «improvvide» decisioni israeliane, «una visione cinica del divide et impera» che ha incoraggiato «una leadership ambigua e corrotta dell’Anp» e afferma che «qualsiasi governo israeliano, fosse stato anche guidato dalla sinistra e non da Sharon, si sarebbe sentito in dovere di reagire duramente a protezione della sua popolazione civile». Conclude chiedendo comprensione e partecipazione anche al dramma, alla paura, degli israeliani e degli ebrei.
Sono stata e sono tutt’ora una fervente sostenitrice della pace e degli accordi di Oslo, caro Lerner, e non solo perché convinta del fatto che fosse l’unica strada praticabile, ma anche perché mi sembrava che in qualunque modo bisognasse mettere fine a quasi mezzo secolo di stragi, di disastri, di guerre piccole e grandi. Ho tenuto duro, anche dopo i protocolli economici di Parigi e gli accordi di Taba, che a detta della leadership israeliana avevano riaggiustato gli equilibri a favore dei palestinesi, ma che in realtà facevano dei territori palestinesi delle riserve indiane in cui persino le quantità di pomodori in entrata e in uscita erano limitate e regolate dagli israeliani. Altro che sviluppo economico e libero mercato. Poi ci sono stati quelli che Lerner chiama eufemisticamente i «torti» israeliani, la strage di Hebron, una colonizzazione galoppante a un ritmo mai visto (ad opera del governo laburista) e, dopo il 1996, le chiusure dei territori, sempre più frequenti, sempre più rigide, e il boicottaggio israeliano delle riunioni dei vari comitati negoziali. Quando di operazioni suicida ancora non si parlava. E ancora, i divieti e le umiliazioni quotidiane, le distruzioni delle case in Zona B, le confische della terra, la costruzione di decine e decine di chilometri di by pass-roads per i coloni, materializzazioni di una vergognosa politica di segregazione razziale; la distruzione degli ulivi, le strade palestinesi che rimanevano sterrate, perché all’autorità palestinese non veniva permesso di asfaltarle, il divieto di scavare pozzi nei villaggi, gli arresti in Zona C 3… Mentre in Italia e nel mondo si parlava di pace, qui l’occupazione e il sopruso continuavano a essere una realtà quotidiana, e il governo israeliano si preparava alla fase dei negoziati finali isolando sempre più Gerusalemme Est, ritirando le carte di identità ai cittadini palestinesi per svuotare la città dai suoi abitanti, negando i permessi di costruzione, stabilendo nuovi avamposti di coloni nei quartieri palestinesi, distruggendo coi bulldozer le costruzioni palestinesi con il pretesto degli scavi archeologici per ritrovare i resti del Tempio. E poi il varco di Eretz, non credo che Gad Lerner ci sia mai stato. Il Quarto Stato di Pelizza da Volpedo, che si materializzava lì nella polvere della zona di confine fra Gaza e Israele, alle quattro del pomeriggio, quando centinaia e centinaia di lavoratori palestinesi con gli abiti sdruciti iniziavano a confluire verso il check point, verso le perquisizioni, prima di ritornare a Gaza dopo una giornata di lavoro in nero per lo più nel settore delle costruzioni o nelle aziende agricole israeliane, rigogliose perché l’acqua la pompano dalla falda acquifera della Cisgiordania, sottraendola agli abitanti e alle campagne palestinesi. Ma per Gad Lerner tutto questo è accettabile, ‘torti’ e ‘ovvietà’.
Ma ancor di più, e soprattutto, il fatto, che il governo israeliano parlava di pace e ne raccoglieva i frutti, con Peres che girava per le capitali europee a incoraggiare gli investimenti in Israele, ma mai si sbilanciava a dire dove volesse arrivare, quale fosse lo scopo del continuo rinvio dei negoziati, quale fosse la prospettiva politica. Una volta, prima che diventasse ministro degli Esteri del governo Barak, ho chiesto a Shlomo Ben Ami che cosa gli israeliani si proponessero dai negoziati, in particolare quelli sullo stato finale, qual era insomma la loro visione concreta di un accordo di pace. La vaghezza della sua risposta non fece che confermare i mie sospetti sul fatto che in effetti neanche il Partito laburista volesse uno Stato palestinese in grado di poter sopravvivere, dotato di continuità territoriale, confini e sovranità. Per non parlare di Gerusalemme Est capitale di questo Stato, o della questione dei profughi.
Sette lunghi anni, durante i quali l’Anp ha imprigionato i militanti di Hamas e del Jihad e alcuni loro leader, come prezzo da pagare per un accordo che si sperava si potesse raggiungere. Durante i quali la democrazia all’interno dei territori palestinesi non si è certo sviluppata, malgrado le elezioni, e per colpa non solo di Arafat, ma anche di un’opposizione che si era attestata su sterili posizioni di boicottaggio. In ogni modo la storia conferma che mai si sono viste democrazie fiorenti in territori occupati militarmente, assediati, in cui il ricatto oggettivo e soggettivo del fronte comune contro il nemico che effettivamente preme alle porte è un’arma fin troppo facile da usare. La corruzione si era instaurata ai vertici di alcune istituzioni dell’Anp, è vero. E il Consiglio legislativo palestinese l’aveva anche rendicontata in un minuzioso rapporto reso pubblico. Problemi gravi, ma per favore, riguardano i palestinesi. Come la corruzione dei partiti religiosi israeliani, riguarda gli israeliani. E quella nostrana, fenomeno molto ma molto più ampio e radicato, riguarda gli italiani.
Poi Camp David, i negoziati sullo stato finale e le proposte israeliane mai scritte di concedere ai palestinesi quattro bantustan separati fra loro da territori controllati da Israele, di chiamare il villaggio di Abu Dis Gerusalemme Est e di ‘concederla’ ai palestinesi. Ma otto anni di disillusione sono tanti e l’Intifada è scoppiata di nuovo. Con armi individuali, questa volta, perché la polizia palestinese era armata. Quindi non più solo braccia e gambe palestinesi rotte con i calci degli M16 israeliani, non più centinaia di morti e migliaia di feriti come era avvenuto dal 1987 al 1993, ma anche risposte palestinesi, armate. E morti palestinesi, tanti. A oggi, dopo tante orrende operazioni suicide, quattro volte più di quelli israeliani.
Troppo intelligente Gad Lerner, per non sapere che gli atti di terrorismo suicida quando nascono e si sviluppano in una situazione di intollerabile ingiustizia, non possono essere affrontati con la logica della necessità di una risposta oggi. E che sono le cause che bisogna affrontare. E per non sapere che la popolarità di Hamas, dopo Oslo e non appena si apriva uno spiraglio di soluzione, scendeva nei territori palestinesi al 10%. E ancora: che significa sostenere l’ipotesi di un «…terrorismo suicida» che si generalizza come «arma totale di spietata efficacia, legittimandosi attraverso una visione totalitaria della fede religiosa»? Ma le guerre fomentate, sostenute, armate dai nostri paesi, ‘giustificate’ dalla visione di un Occidente civilizzato che sarebbe minacciato da un magma informe percorso da spinte barbare e irrazionali? E il terrore e la morte seminato da armi convenzionali e non costruite nelle nostre fabbriche, altrettanto letali e minacciose? Meno orrende e spietate solo perché a queste ci siamo abituati?
Non ci inganna Gad Lerner che dice di temere per la sopravvivenza dello Stato di Israele. Lo Stato di Israele, potenza militare e atomica, non perirà certo per le operazioni suicide contro i suoi civili; ma se mai perirà, perirà di occupazione. Occupazione dei territori palestinesi, malversazioni, uccisioni, torture e abusi. Questa è la violenza primaria che oggi minaccia le due società, quella palestinese e quella israeliana, che le erode dall’interno, che dà spazio alle più barbare manifestazioni di violenza, che crea l’humus dove nascono le operazioni suicide, ma anche le esecuzioni a freddo dei prigionieri di questi giorni, i soldati che feriscono a morte chi esce di casa per cercare cibo o acqua, la strage operata nel campo profughi di Jenin. Lo dicono molti coraggiosi israeliani, Yahudit, Lev, e molti altri che ogni giorno ci scrivono e-mail e telefonano per raccontarci delle loro manifestazioni, dei convogli umanitari che stanno preparando, che superano la paura che c’è in tutti, per raccontare la verità.
11 aprile. Questa notte abbiamo dormito poco. I carri armati hanno continuato a sferragliare sotto casa, poi c’è stata una forte esplosione. Ma non abbiamo saputo cosa stesse succedendo fino al mattino quando ha telefonato un amico che sta poco più in là e ci ha detto dal cellulare di essere chiuso in una casa con tutti gli abitanti del suo palazzo. Che i soldati hanno arrestato un ragazzo e durante la notte un carro armato è caduto nel prato fra la nostra e la sua casa. A mezzogiorno sospendono il coprifuoco e usciamo a constatare i danni dopo tre giorni in cui le attività nel nostro quartiere sono state piuttosto intense. La casa di fronte al palazzo è una bella e vecchia costruzione palestinese, il proprietario è assente. La porta è stata fatta esplodere e anche alcune porte interne. Per terra foto, vestiti, suppellettili, mobili rovesciati o trafitti da proiettili. Nella casa vicina lo stesso spettacolo. I carri armati hanno rotto la tubatura dell’acqua, che scorre per strada. Poco più in là nei locali dell’associazione an-Nahda, la medesima scena. Un po’ più in alto i carri armati hanno fatto manovra svellendo una cancellata, distruggendo un muretto.
Le notizie da Jenin diventano inquietanti. L’organizzazione israeliana per i diritti umani B’tselem ha raccolto testimonianze sull’esecuzione di otto palestinesi fatti prigionieri dall’esercito israeliano. Inizia la guerra dei numeri, ma si capisce che nel campo è successo qualcosa di spaventoso. Gli israeliani negano, ma il fatto che l’accesso della stampa e di équipes mediche continui a essere impedito non promette nulla di buono; come la notizia che l’esercito israeliano sta scavando fosse comuni all’interno del campo.
15 aprile. Grazie alla visita di Colin Powell ad Arafat, ieri ci sono stata negate le ore d’aria che ci vengono concesse ogni tre giorni. Incomincio a sentire il peso della prigionia in questo appartamento, immerso nel rumore dei carri armati che sferragliano giorno e notte, dei colpi secchi dei cecchini e delle esplosioni che da tre giorni si susseguono al ritmo di una ventina ogni giorno. Sono diciotto giorni che viviamo qui dentro e il coprifuoco è stato tolto quattro volte (oggi sarà la quinta) per un totale di 18 ore. Fortunatamente il lavoro non mi manca. Stiamo organizzando azioni umanitarie di sostegno ai medici palestinesi che lavorano sulle ambulanze e le unità mobili per raccogliere feriti e cadaveri, visitare malati costretti nelle case dal coprifuoco, distribuire medicine, cibo e l’acqua alle famiglie che ne hanno bisogno.
Telefona Ghassan per dirci che hanno annunciato la sospensione del coprifuoco per quattro ore. Decidiamo di fare un giro nella città per renderci conto dei risultati delle forti e continue esplosioni che abbiamo sentito negli ultimi tre giorni. La prima tappa è il Centro culturale Sakakini. Si trova in una vecchia casa costruita nel 1927 e restaurata nel 1995, che oggi è uno dei gioielli architettonici di Ramallah. Entriamo e troviamo Adila, la direttrice del Centro, che si aggira per le stanze distrutte dalle esplosioni e dai proiettili. Non hanno risparmiato libri, quadri, tavole, finestre, scaffali. E naturalmente hanno fatto esplodere la cassaforte e come ormai sembra una prassi, rubato tutto quanto c’era al suo interno. Adila meticolosamente fotografa ogni cosa, in silenzio. Tre settimane fa, in questa sala piena di vetri rotti, mobili e suppellettili trafitte dalle pallottole, c’erano Saramago, Soyinka, Breytenbach, Consolo, Goytisolo, Salomon e altri scrittori del mondo, venuti a portare la loro solidarietà agli scrittori palestinesi. Raccontavano le loro impressioni su Ramallah assediata dai check points, le colonie, i campi militari israeliani. Traducevo per Vincenzo Consolo che diceva di essere venuto qui, come già aveva fatto anni fa recandosi a Sarajevo, per portare la sua solidarietà all’uomo palestinese, alla sua dignità calpestata. Breytenbach ricordava i bantustan in Sudafrica, Mahmud Darwish parlava della speranza palestinese, difficile a morire.
Ma non c’è tempo, il giro sarà lungo e le ore di sospensione del coprifuoco sono poche. Ci dirigiamo verso il ministero dell’Agricoltura, poi il ministero degli Affari Sociali, la sede del Consiglio legislativo palestinese, il ministero degli Affari Civili. Dovunque lo stesso scenario, esplosioni, computer sventrati, mobili fatti a pezzi. La fotocopiatrice del ministero degli Affari Civili è stata distrutta a martellate. Al ministero della Pubblica Istruzione sono stati rubati i computer, nella sede del Consiglio legislativo asportato l’archivio. La volontà di smantellare sistematicamente e anche fisicamente l’Anp e tutte le sue istituzioni è evidente; non ha bisogno di commenti.
Ci fermiamo al supermercato Max. Il padrone ci racconta come una prima volta gli abbiano svuotati i depositi e la seconda volta fatto saltare la cassaforte e rubato il contenuto: 45 mila Shekel, circa diecimila dollari. Ci dirigiamo poi verso il centro di Ramallah: due centri commerciali sono stati messi a ferro e fuoco. E ancora, ristoranti coi vetri rotti, saracinesche sfondate, porte divelte, negozi bruciati. E tutto attuato negli ultimi dieci giorni, quando a Ramallah non si sparava più un colpo. La calata dei vandali.
Vado in macchina per vedere com’è la situazione al check point di Qalandia, l’ultima frontiera della nostra prigione. È chiuso, ma da due autobus israeliani circondati da veicoli militari scendono gruppi di ragazzi giovani, sono palestinesi. Fermo uno di loro vestito con una tutta verde, mi mostra le braccia che portano ancora il segno delle corde. È dalle sei di mattina che ci hanno portato qui, mi dice. Ci hanno liberato questa notte. Quando siete stati arrestati? Chi dieci giorni fa, chi un settimana, chi da quattro o cinque giorni. Dice di non sapere esattamente dove l’hanno portato, perché aveva gli occhi bendati. In una specie di fattoria, gli sembra. «Ci facevano dormire nelle stalle e per quattro giorni non ho mangiato».
La una arriva presto. Finita la sospensione del coprifuoco riprendono le esplosioni. Ormai sappiamo cosa significano. Devastazioni.
Verso sera telefona Abu Ali, il direttore di «Ard al Atfal», i nostri partner nei progetti per i bambini nel governatorato di Hebron. Mi dice che tornando a casa in auto con altri operatori della sua Ong è stato fermato da una ronda israeliana, che l’hanno controllato, gli hanno permesso di continuare poi hanno aperto il fuoco contro la sua macchina ferendo la tecnica di laboratorio.
Sono le 9 di sera quando alla televisione annunciano che hanno arrestato Marwan Barghuti. Le immagini dei cadaveri ormai in decomposizione dei palestinesi uccisi a Jenin, rimasti insepolti per le strade o nelle case fatte crollare dai bulldozer sui corpi dei loro abitanti si susseguono sullo schermo. La visita di Powell sembra destinata al fallimento mentre le sue dichiarazioni si allineano sempre di più sulle posizioni del governo Sharon. L’occupazione continua, i carri armati avanzano sulle macerie di Oslo.
Piera Redaelli ha vissuto e lavorato per molti anni in Medio Oriente. Ha tradotto saggi e romanzi dall’arabo. Attualmente lavora nel settore della cooperazione allo sviluppo. Ha curato il «Dossier Palestina».


note:
1  Hommos: farina di ceci. Si consuma mischiata con salsa di sesamo e si condisce con olio e aglio.
2  Al-Manara significa: il faro.
3  In base agli Accordi di Oslo, i territori palestinesi sono stati machiavellicamente divisi in tre zone. Zona A (le città palestinesi) gestite dall’Autorità nazionale palestinese, Zona B dove gli affari civili sono gestiti dalla Anp e le questioni relative alla sicurezza sono di responsabilità congiunta (si fa per dire) palestino-israeliana, Zona C (il 72% del territorio) sotto completo controllo militare israeliano, ma con alcuni poteri civili (scuole, salute, affari municipali…) delegati all’Anp.


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