Un Forum della «rivista»
SUL CONGRESSO DI RIFONDAZIONE
Direzione
Non si può certo rimproverare a Rifondazione comunista di aver fatto un congresso scontato e privo di ambizioni. Anzi ha tentato con coraggio – senza eludere un serio confronto fra posizioni non marginalmente divergenti – una vera e propria ‘rifondazione’ di se stessa. Per averlo fatto un po’ tardi, e quindi con qualche concitazione, ne è derivato un sovraccarico di problemi teorici, politici, organizzativi, difficili non solo da risolvere con piena coerenza, ma anche da padroneggiare con chiarezza, e sui quali dunque era non solo difficile trovare una piena unità interna ma anche rendere pienamente comprensibili all’esterno i dissensi.
Per capirne il senso, valutarne criticamente l’effettiva portata e gli esiti possibili – cosa che come al solito gli interlocutori politici e la stampa non hanno neppure provato a fare, riducendo tutto alla ‘rottura con lo stalinismo’, o alla ‘disponibilità a nuove alleanze elettorali’ – è dunque necessario selezionare, scontando qualche schematismo, alcuni temi dirimenti. E su questi stimolare una riflessione che qui parte con i condirettori della «rivista», ma si può sperare si allarghi a un confronto più ampio magari anche in interlocuzione con altri organi di stampa della sinistra
1. Sul rapporto con la propria storia, da sempre decisivo per una forza comunista, si è parlato di una ‘Bolognina di sinistra’ di un ‘nuovo inizio’. È un’espressione che può sembrare soltanto provocatoria; è invece utile se serve a sottolineare una volontà di operare una cesura netta – il cui rifiuto ha avuto valore fondativo per questo partito – non solo, come appare scontato, con lo stalinismo, ma con l’intera tradizione teorica e politica prevalsa per oltre un secolo nel movimento comunista, quello italiano compreso: bilancio, non liquidatorio come si è letto in alcuni fortunati libri recenti, ma certo pesantemente critico del ‘Novecento’; riconsiderazione radicale del rapporto movimenti-partiti, critica del primato della politica, della forma partito, della centralità del problema del potere politico e delle alleanze; questione nazionale e internazionalismo; prospettiva anticapitalista e conquiste parziali e di fase.
Si può accettare senz’altro per buona la definizione che Rifondazione stessa dà di questa ‘svolta’ come della ‘prima uscita da sinistra dalla crisi del comunismo’?
2. La base analitica sulla quale Rifondazione tenta un nuovo inizio’ è seccamente, volutamente antitetica: la ‘globalizzazione’, nella sua forma capitalistica, è una nuova forma di dominio, che dapprima appariva quasi prevalentemente basata sul primato dell’economico, ora è anche militare, ha imposto la guerra come forma della politica ed è sempre più univocamente repressivo, sul piano sociale democratico e civile. Esso può essere contestato e sovvertito non attenuato né governato; non ci sono le basi di un nuovo compromesso riformistico. L’alternativa già immanente è tra ‘socialismo e barbarie’. Un altro mondo è possibile ma facendo leva anzitutto sul movimento dal basso che è già in atto su una scala altrettanto globale, nel quale confluisce una pluralità di soggetti e di movimenti unificati dall’opposizione al neo-liberismo e alla guerra, che non solo affianca la classe operaia ma contribuisce a dare alla sua lotta un senso più radicale e compiuto di liberazione universale (il ‘nuovo movimento operaio’). In questo e per questo si rovescia la gerarchia tra politica e pratica sociale, tra partito e movimenti.
Quanto di questa lettura coglie caratteri delle forme attuali del sistema mondiale del capitalismo e delle dimensioni, del senso e delle potenzialità reali dei movimenti antagonisti? E quanto invece contiene una semplificazione del parallelogramma delle forze in campo, una sopravvalutazione della nuova spontaneità sociale?
3. L’attuale situazione italiana offre un significativo laboratorio per affrontare questa discussione, e la rende stringente. Al congresso di Rimini si è giustamente affermato che, con l’attuale governo, si ripropone ‘un caso italiano’ non ‘una anomalia’. Perché non una anomalia? Perché nell’offensiva di destra in corso si radicalizzano e diventano esplicite tendenze, pericoli e occasioni, che hanno un carattere generale. Perché ‘caso italiano’? Perché qui quell’offensiva assume un carattere più concentrato, e forme tendenzialmente più autoritarie che in altri paesi dell’Occidente, e perché qui il ‘nuovo movimento’ già si intreccia e si allarga ad altri soggetti e ad altre culture, sedimento di una storia passata, meno radicali ma non meno importanti per costruire una opposizione vincente.
È attuale o no l’impresa di unire questo fronte e di costruire, se non nell’immediato, nei prossimi anni uno sbocco politico e di governo, per rovesciare queste destre e avviare un’alternativa? L’esperienza del centro-sinistra non fornisce certo un buon esempio, ed è illusorio illudersi di riannodare quel filo, ma si deve rispondere diversamente al tema sul quale essa è fallita? È questione strategica, di fase o semplicemente da affrontare giorno per giorno e secondo opportunità?
Il congresso di Rifondazione non ha eluso il problema, ma neppure lo ha affrontato chiaramente. Ha infatti proposto, in modo nuovo e costruttivo, tre livelli di discussione e di iniziativa: quello dell’unità dell’opposizione, subito, e su obiettivi concreti; quello della costituente di una forza di alternativa sulle due discriminanti: no alla guerra, no al liberismo; quello di una sinistra plurale, cioè di un’alleanza più larga con forze democratiche e di sinistra più moderate ma che si liberino dalla subalternità finora dimostrata rispetto alle forze e alle culture dominanti.
L’agenda sembra convergere con molte riflessioni avviate da questa rivista. Ma su ciascuno di questi livelli il discorso è rimasto oscuro e sollecita quesiti rilevanti per la prospettiva dell’evoluzione della sinistra e dell’equilibrio politico nel nostro paese.
A. Quale ampiezza deve avere già ora, nella definizione dei suoi obiettivi, l’unità dell’opposizione e quale impegno comporta? B. Che cosa deve essere la ‘costituente della sinistra alternativa’: l’equivalente della ‘costituente dei movimenti’ o un processo di aggregazione di una forza politica, sia pure senza affrettate e astratte ingegnerie organizzative? E in questo caso in che forme, sedi, tempi? C. La sinistra plurale, dando per inteso che non può e non deve essere un allargamento dell’Ulivo, è un obiettivo realmente perseguibile, e per quali strade, e soprattutto intorno a quali idee forza di programma e movimenti reali?
Pietro Ingrao
1. Credo che dal congresso di Rifondazione sia venuta una rilettura critica e autocritica, giusta e netta, sia nei riguardi dello stalinismo che del leninismo, e del grandioso e sanguinoso tentativo di rivoluzione capitalistica sperimentato nel Novecento.
Io, che fui ardentemente con quella parte e solo tardi ne vidi i guasti, non posso che apprezzare la nettezza di questa riflessione dura e dolente sul nostro passato di comunisti. E inoltre essa è significativa, perché non era tale l’orientamento di molti in Rifondazione, quando a Rimini si staccarono dal Pci morente, e in quella pattuglia che sceglieva la strada ardita e difficile di una rottura pesante e di un risorgere c’erano ancora ceppi arroccati sullo stalinismo, fosse pure in versione italiana.
Ed era anche comprensibile: non si cancellano facilmente, con un rigo di penna, fedi e letture del mondo che avevano nutrito intensamente la vita, e avevano anche tentato, con varianti originali ed elementi di innovazione anche profondi, la via di una mutazione sociale con sperimentazioni che avevano fatto parlare di sé anche varie parti del mondo.
Invece – ma forse sono stato distratto – non ho letto, non ho colto che nei testi di quel congresso ci sia un bilancio ‘pesantemente critico’ del Novecento. Se invece fosse così, sarei in forte dissenso. Il Novecento è stato un secolo – come usa dire – grande e terribile, e la storia del movimento operaio europeo, di cui i comunisti italiani sono stati parte attiva, contiene pagine splendide: per coraggio e invenzione umana. Anche se quel moto è finito poi in una dura disfatta.
Questa mia è una risposta contraddittoria? Forse. Mi salvo l’anima dicendo che la storia umana è per nulla semplificante e lineare.
In ogni modo non mi pare che al congresso di Rimini ci sia stata la tendenza a una sconfessione della politica. Se davvero l’avessero fatto, quei compagni ‘rifondaroli’ sarebbero stati dei voltagabbana: a me – almeno sinora – sono parsi ancora iperpolitici, dalla cima dei capelli ai piedi.
Ciò che non mi sembra ancora chiaro nella loro ricerca è la lettura delle nuove soggettività politiche oggi in campo.
Rifondazione ha il merito di essersi aperta a queste giovani esperienze, di essere scesa in lotta al loro fianco, scavalcando l’orizzonte italiano, e impegnandosi con esse per un nuovo internazionalismo, tentando insomma un vocabolario ‘globale’. Il ‘movimento dei movimenti’ è un’immagine suggestiva. Non è ancora un’analisi.
2. I testi e il dibattito congressuali di Rifondazione parlano molto di ‘movimenti’; e sotto questo nome suggestivo e un po’ sfuggente vengono collocate soggettività sociali parecchio diverse: nelle loro storie e culture, negli obiettivi che si danno, nelle loro forme fluttuanti di presenza. Appunto: da Rifondazione a Lilliput, ai Cobas, ai Centri sociali, e a volte anche all’Arci, per stare solo alle vicende italiane. E sono formazioni differenti anche riguardo ai campi della vita cui danno priorità di tutela. Del resto, la stessa parola ‘movimento’, mentre vuole rompere chiaramente con gli errori, gli schematismi e le pratiche repressive che nel mondo comunista si coprivano dietro la sacralità (allora) della parola ‘partito’, ha un’allusività e fluidità che domandano chiarimenti, chiedono un’analisi adeguata. Inganneremmo queste forze se accedessimo a una lettura semplificata di questo capitalismo: penso a come è venuto dilatando e riconnettendo i suoi saperi e i suoi moduli politici proprio nel tramonto del secolo. E preme ricordarlo proprio oggi, quando siamo di fronte e di nuovo a quella estrema ‘semplificazione’ della politica che si compie nella guerra. E quando essa nelle terre di Palestina prende il volto della disperata e perdente solitudine dei ‘kamikaze’: questo nuovo e incredibile atto politico.
E soprattutto la ricerca sui movimenti chiede di essere iscritta in un lavoro di ricerca teorica di grande peso e difficoltà, ora che il campo d’azione e l’arco delle forze raccolte sotto quella parola si sono venute dilatando al livello del globo. Appunto: i no-global.
Lo confesso: di queste nuove esperienze politiche io ho una conoscenza – come dire? – solo di carta stampata. Ma al di là dei miei limiti, se mi fermo a riflettere su di loro mi sembra di intravedere una forte fluttuazione di esperienze e di culture, e anche di dimensioni. Forse anche come rivista culturale dovremmo studiarli, ‘frugarli’ di più.
Insomma ci vogliono libri, pensiero operoso e ricerca. In questo senso la formula che Fausto ama molto, il ‘movimento dei movimenti’, mi sembra assai rotonda, ma troppo elastica. Troppo diverse sono le soggettività raccolte sotto quelle tre parole, e parecchio distanti fra di loro le culture che alimentano quelle aggregazioni. Lo dico per capirci di più, e soprattutto per costruire (o almeno pensare) forme anche più larghe di esperienze unitarie, visto che – almeno a mio avviso – anche i no-global hanno sicuramente bisogno di alleati, se vogliono portare la lotta più avanti.
In ogni modo che si stia adesso a una morte della politica proprio non lo penso. Anzi credo che sia una stupidaggine: mi sembra che oggi – assai più di ieri – sono diventate multiple e anche fluttuanti le forme dell’agire politico, dai movimenti ai partiti (ischeletriti a volte, o ridotti a brevi frange, qualche volta solo a nomi) al riproporsi internazionale di formazioni contadine, alla mappa delle organizzazioni etico-religiose. Per non parlare di quel soggetto superbo e così ombroso nella sua radicalità che è il femminismo.
In ogni modo proprio se guardo alla forza e alle passioni di queste forze spesso così giovani, e così già lanciate nel mondo, mi sembra ridicolo parlare di ‘fine della politica’, quando poi persino le aggregazioni di tipo corporativo oggi fanno politica.
Non mi convince, non condivido lo slogan ‘socialismo o barbarie’. È uno slogan ingannatore.
Credo nella violenza del capitalismo: e non solo perché oggi ha rilegittimato la guerra, anzi l’ha ‘normalizzata’, la vive e la presenta come strumento ‘normale’ della politica. E tuttavia definire il capitalismo odierno ‘barbarie’ inganna i proletari che stanno sotto il giogo capitalistico. Per duro che sia, non dobbiamo mai dimenticarlo: il capitalismo che abbiamo di fronte è una civiltà che si serve di saperi raffinati: ed è molto più duttile, con varianze e articolazioni assai più elastiche di quanto io e altri pensammo in certi momenti. Alcune semplificazioni della lotta di classe, messe in circolo nel mondo degli oppressi, ci hanno fatto solo male: hanno velato – con forte danno nostro – la poliedricità della civiltà capitalistica, e anche le mete che essa ha raggiunto: nel prolungamento della vita umana, nella tutela del corpo, nell’allargamento dei consumi. Non posso, non voglio dimenticare questi esiti, nemmeno adesso che abbiamo dinanzi l’orrore della tragedia palestinese, e io fisso (attonito e incapace) la riabilitazione quotidiana della guerra, la totale scomparsa dal nostro vocabolario della parola ‘disarmo’, e la stoltezza, la stupidaggine con cui – per colpa e con danno di tutti – abbiamo lasciato fiorire il giardino delle armi. E nemmeno le conosciamo bene: le sbirciamo da qualche fessura o catastrofe improvvisa, quando c’è da seppellire i caduti: adesso prima di tutto neri e gialli.
E tuttavia – anche dinanzi a queste catastrofi – sono convinto che non è utile dire: gli americani, che barbari; perché dietro alle bare dell’Afghanistan e della Palestina, e – perché no? – anche dietro il massacro delle Due Torri – ci sono saperi raffinati, tecnologie sottili, metodologie capaci di articolare e dissodare, snervare poteri e luoghi della politica. La rozzezza arrogante del Bush jr. non ci deve ingannare.
3. Dopo la vittoria di Berlusconi tutti oggi sono costretti a parlare di un avvicinamento, se non vogliamo proprio dire un’alleanza, delle forze di opposizione. Del resto la convergenza, e si potrebbe anche dire l’affratellamento che c’è nella testa di tanta parte delle masse lavoratrici (e anche di ceto medio) l’abbiamo misurati in quella giornata solare e incredibile del 23 marzo.
Ma oggi il quadro d’Europa è più grave e allarmante. La sconfitta pesante di Jospin non riguarda solo la Francia: questo paese così denso di simboli per l’Europa. Prima della sconfitta socialista in Francia, ci sono stati la Spagna e l’Italia e l’Austria: tre luoghi così densi, pregni di civiltà europea. E cominciamo ad aver paura anche per la Germania. In Inghilterra c’è già Blair, e basta e avanza. Che aspettiamo ancora per capire? Eppure abbiamo l’euro, e parliamo di un processo costituente europeo già in corso. Dinanzi a ciò sta la frantumazione delle forze della sinistra, che nemmeno l’avanzata dei no-global vale a cancellare. E anche in casa nostra, dopo la grande manifestazione del 23 marzo e dopo lo sciopero generale, come è in corsa lenta l’opposizione a fare i passi necessari.
E tuttavia ancora dopo quella giornata il processo unitario non decolla. O avanza a passi di lumaca.
La «rivista» chiede quale ampiezza debba avere il cammino unitario e che impegni comporta. Qui io sono cocciutamente ‘vetero’. E sottolineo senza paura la vetustà delle mie parole. Sì: io chiedo, invoco, mi auguro l’unità d’azione delle forze di centro e di sinistra che fanno opposizione a Berlusconi, e oggi bisogna aggiungere alle gravi vittorie della destra in Europa.
Non mi spaventano nemmeno quelle parole: ‘fronte’, ‘frontismo’. In ogni modo se quei nomi puzzano trovatene altri. Ma avviate il processo unitario.
Io non credo nemmeno alla parola ‘federazione’, che in parte è truccata, in parte già chiede troppo. Saluto le azioni unitarie che agirono a Genova. Ma chiedo non solo l’unità che si realizza nei giorni della prova e della gloria. Domando una risposta che sia all’altezza ormai del problema europeo. L’amara sconfitta di Jospin è ancora una nostra sconfitta. Urge ormai che si costruisca una alleanza, e non solo una successione di lotte difensive, ma gli elementi di un programma minimo comune. E ciò vuol dire un avvicinamento nell’analisi, e anche il profilo di uno schieramento democratico, che si dichiara e si riconosce su un arco di obiettivi. Il contrario della nefasta frantumazione della sinistra francese.
E ancora una volta ricorro a quei miei aggettivi: il capitalismo (anche quello di Berlusconi) è plurimo e complesso; e deve essere combattuto in modo coordinato ai vari livelli, e secondo una scala di obiettivi articolata: costruita insieme. Nel Parlamento e nel paese, come si diceva una volta: e oggi in un panorama umano assai più largo.
Perché ripeto questo tormento antico? Perché tutto questo ancora non c’è: né il ‘movimento dei movimenti’, né il ‘frontismo’ (so di usare parole vecchie e rozze). Di fronte a una tragedia immane come la vicenda di Palestina ci sono stati solo gruppi di avanguardia, manifestazioni di un giorno: e non certo un agire quotidiano, compatto e coordinato di uno schieramento unito nelle analisi e nei propositi.
Certo: questo richiede necessariamente un confronto sulle analisi; e che sia pubblico. E invece questo confronto dichiarato e ordinato non c’è, oppure c’è – in parte – nella sinistra cosiddetta alternativa e – in parte – in altre stanze separate del ‘centro-sinistra’ (uso questo nome per farmi capire). Ciascuno ben distante dall’altro, salvo quegli incontri in piazza. Andremo più svelti e più vicini oggi, dopo le notizie di Francia?
(Trovo un po’ ridicolo che si parli di ‘federazione’ supponendo però due o tre raggruppamenti che ciascuno si federa per conto suo. Non converrebbe chiudere dentro il comodino quel nome solenne, e agire attraverso l’incontro delle soggettività politiche reali già in campo, cioè con quei nomi, quelle latitudini, quelle possibili sedi d’incontro, e non chiudersi ciascuno nel proprio ‘Eliseo’?).
Sono banale? Bene, faccio osservare che anche a livello di stampa manca non dico un connubio, ma un incontro. «il manifesto», «Liberazione», «l’Unità» si ignorano. Non fanno non dico ‘catena’, come usano accortamente i ricchi giornali borghesi, ma nemmeno c’è un riprendere e sviluppare insieme questa o quella ricerca, fra l’uno e l’altro di tali fogli. Noi stessi, di questa rivista, non abbiamo scambi con questi giornali. E siamo amici di «Critica marxista», ma nessuna delle due riviste parla dell’altra. Siete sicuri che i lettori di «Liberazione» sappiano che esiste un supplemento del «Manifesto» chiamato «Alias» che brillantemente (e avventurosamente) fa battaglia culturale?
Così separati abbiamo tutto da perdere. E siamo a rischio. Dobbiamo sbrigarci.
So che io ragiono troppo con ancora in mente qualche formula gramsciana. E tuttavia la sconfitta è tale, che forse dobbiamo attrezzarci per una lunga guerra di posizione. Io a quella lettura forte della politica ci credo ancora.
Rossana Rossanda
1. I ripudi sono poco felici. Lasciamo perdere i riferimenti alla Bolognina, che porta ‘sfiga’, e allo «stalinismo», usato per definire un partito rigido, ‘monarchico’ e autoreferenziale. Veniamo al nocciolo: mi pare che Rifondazione voglia svoltare da quel che chiama ‘togliattismo’ per indicare il ‘politicismo’, la preminenza della sfera istituzionale rispetto al conflitto sociale. Ma il Pci di Togliatti è stato una realtà assi più complessa. Sarebbe più corretto, credo, rilevare che dagli anni ‘60 in poi lo schema interpretativo, che gli aveva permesso una lettura incisiva, e persino precorritrice, del paese – una lettura realmente capace di aggregare un ‘blocco storico’ – venne via via meno. Sarebbe utile intenderne le cause; sta di fatto che il Pci, anche per le difficoltà dello scontro interno, perdette la capacità di intendere sia le mutazioni del capitalismo italiano, sia le soggettività che si andavano ricostruendo, sia le tendenze della scena internazionale. Rifondazione però non dava questa lettura: si è richiamata a lungo a Berlinguer e si è voluta un Pci non deteriorato. Ora se ne distacca per un dubbio radicale sui ‘ritorni all’origine’, suggeriti dalla sua più intelligente minoranza interna; forse anche per la constatazione che l’ex Pci non è stato in grado di riconvertirsi, alla sua propria destra, in una grossa socialdemocrazia, mentre a sinistra Rifondazione stessa era minacciata da una sclerosi.
Insomma, le definizioni identitarie delle Tesi sono storicamente approssimative, ma politicamente evidenti. Mentre i Ds le rimproverano: «abbiamo perso tutti perché sei rigida e antagonista fuori tempo», Rifondazione comunista rifiuta sia la critica sia una ripresa delle fondazioni del movimento comunista; salva solo Marx e si apre ai ‘movimenti’ di tutt’altre culture, oggi in piedi contro il liberismo. Per un partito che si vuole comunista la correzione proposta dai Ds è nulla, la strada intrapresa a Rimini è azzardosa.
2. Rifondazione comunista parte dalla globalizzazione, intesa come forma attuale, più che semplice estensione, del capitale e dalla crescita delle ineguaglianze e delle oppressioni. È un accento artificioso? Non mi pare. È da condividere, infatti, l’idea che la globalizzazione abbia nuove dimensioni e produca diseguaglianze; ed è rilevante che una politica si qualifichi per questo, mentre la sinistra europea la considera non solo fatale ma modernizzante e ne accompagna i meccanismi competitivi: ritiro dello Stato, liberalizzazione dei capitali e delle merci, concorrenza e flessibilità totale del lavoro (con qualche più di compassione).
Mi pare discutibile invece che il crollo delle illusioni sulla casa comune e un certo rallentamento dello ‘sviluppismo’ indichino che siamo a una crisi del capitale. La crisi è il modo di essere permanente del capitalismo, che si rivoluziona. La parola avrebbe il senso indicato dalle Tesi di Rifondazione comunista (e di alcuni ‘mondialisti’), se il capitalismo mondializzato apparisse non più in grado di trovare uno sbocco, di reggere, come avvenne – ad esempio – nel 1929. Ma non credo che le cose stiano così.
Rifondazione sottovaluta che la sua non è solo oppressione, è anche egemonia. Che i risultati siano ‘barbari’ – come definire altrimenti la deriva dell’Africa, il miliardo e mezzo di persone senza acqua, e persino il meno sanguinoso azzeramento dei diritti del lavoro umano? – non significa che per metà e più del mondo non sia acquisita, specie dopo il 1989, la persuasione che il capitalismo è il solo modo di produzione possibile, che aumenta la ricchezza e favorisce lo sviluppo della tecnica, che la proprietà privata è più feconda di quella pubblica, che l’ineguaglianza è un motore, il mercato un regolatore e i diritti sono meno importanti della Borsa. Ora l’instaurarsi di una egemonia va sempre interrogato.
Altro discorso è quello delle contraddizioni nuove: il sorgere, da Seattle in poi, dei movimenti no-global (o come li si vuol chiamare) e la guerra che acquista la fisionomia di ‘guerra costituente’. La domanda di fondo – per quanto concerne ambedue le due novità – è: chi comanda il processo? Una internazionalizzazione senza centro del capitale o gli Stati Uniti, su cui convergono le dinamiche dei gruppi principali del capitale e le sue grandi istituzioni mondiali? Io non credo alla natura astratta, al non-luogo del capitale; ma è, nello stesso tempo, certo che la globalizzazione non esprime uno Stato né è espressa da uno Stato, e non siamo a una replica dell’impero inglese di fine secolo XIX. Ma il potere militare è degli Stati Uniti, nel cui dominio pieno e incontrollato siamo tutti, Nato inclusa. I sussulti terroristici non sono anche il risvolto dell’esistenza di una sola potenza armata? E non contribuiscono, forse, alla rappresentazione ‘morale’ che essa dà di sé? Questo spiega, infatti, anche le intermittenze del movimento per la pace.
Quanto alle soggettività che vi si oppongono, è un fatto che da Seattle in poi spunti in diverse parti del mondo un movimento che non conoscevamo. Porto Alegre è un fatto, un avvenimento politico in senso pieno; e non solo un forum di protesta. Che vi giochi, che abbia un peso in questo evento anche un sedimento politico (il famoso Novecento) non toglie che questo movimento nasca fuori dei partiti, e ne diffidi. Le sue culture sono varie. L’impulso morale è comune ad esse; ed è un rifiuto delle ingiustizie stridenti del liberismo, più che una critica del capitale.
Questo non è un giudizio di valore. Alle spalle di Seattle, infatti, sta quasi un secolo di riconoscimento della conflittualità tra le parti sociali, espressa dopo il 1917 dalle rivoluzioni e dai movimenti rivoluzionari, ma, dopo gli anni ’30, anche da quello che si definisce il ‘compromesso sociale’, decisivo in Europa, ma presente anche nelle varianti americane del roosveltismo, come dalle teorie del sottosviluppo, o da altre tendenze e movimenti. Tutto questo finisce con la Thatcher e Reagan: e la sua fine si identifica con la ‘filosofia della globalizzazione’. Ed è questo, credo, a sollevare il movimento in questione.
Rifondazione comunista ne ha visto più di altri la novità e l’importanza; lo apprezza, lo sollecita, vi partecipa e non pretende di dirigerlo, non lo considera una forma minore, immatura. Ma vi si identifica senza residui? Sicuramente no. E resta da precisare lo spazio e la specificità di un partito ‘comunista’ in un movimento.
3. Nell’ondata di destra, l’Italia non è un’anomalia, anche se siamo l’unico paese che ha metabolizzato tutta intera la destra, che altrove resta in misura significativa fuori dall’arco costituzionale. E questo sicuramente qualcosa vuole dirlo.
Non credo invece che si possa parlare di un ‘caso italiano’, a meno di dilatare il senso di questa espressione sino all’insignificanza. Il ‘caso italiano’, che in passato è stato realmente un’anomalia e non ha avuto elementi di paragone fuori d’Italia, era definito dall’esistenza nel nostro paese di un grande partito operaio-popolare, che era uscito con grande forza ed autorevolezza dalla guerra anti-fascista, innervava una fase di rapido cambiamento sociale, aveva rinsaldato le sue radici popolari (e questo in un momento di grande autorevolezza mondiale dell’Urss).
Queste circostanze ora non ci sono più. Resta nella coscienza civile una cultura democratica, che si ribella alla brutalità della destra al governo – alle esagerazioni di Berlusconi –, perché si potrebbe concepire un modello thatcheriano pur senza demolire la separazione dei poteri e la Costituzione (è il caso della Spagna di Aznar). Quel che impressiona è che questa sensibilità e mobilitazione dal basso, fortemente democratica, non abbia una rappresentanza politica. Margherita e Ds o non la capiscono o non ne sono un’anima, Rifondazione comunista non la apprezza – o se mai ne apprezza più l’elemento di conflittualità.
Mi pare che sia così anche per la Cgil e la sua enorme mobilitazione: di assolutamente singolare è il protagonismo d’un sindacato che, senza avere una particolare vocazione di sinistra, è il solo ad esprimere un’opposizione forte e rigorosa.
4. Penso che ci sarà un accordo elettorale e non si ripeterà l’errore (non unilaterale) del 13 maggio. Non vedo invece le condizioni per un patto di sinistra plurale simile a quello che si fece, nelle precedenti legislative, in Francia: da noi le opposizioni convergono soltanto sulle lesioni al sistema politico inflitte dalla Casa delle Libertà (conflitti di interesse, magistratura, informazione), mentre in Francia la ‘sinistra plurale’ s’era configurata come prima reazione al neoliberismo, che, poi, s’è andata dividendo e indebolendo via via che questa promessa non si realizzava, per le debolezze soggettive dei socialisti e le difficoltà opposte dalla Ue. In Italia l’opposizione di centro-sinistra ha abbandonato, e proprio mentre era al governo, la critica al liberismo, ha fatto sue la liberalizzazione del movimento dei capitali, le ragioni dell’impresa, la flessibilità del lavoro, la riduzione dello Stato sociale, la destrutturazione del sistema pubblico. Sicuramente oggi, dopo l’enorme successo delle manifestazioni della Cgil, voterà contro il Libro bianco sul lavoro, ma questo è un figlio suo. Non a caso l’opposizione è incerta e confusa.
È il tema centrale del governo dell’economia e del modo di produzione, che in Italia è eluso dalla coalizione di centrosinistra, soprattutto perché per primi i Ds lo hanno considerato superato. E non mi è chiaro neanche come lo consideri Rifondazione comunista, che nella prima versione delle sue Tesi dubitava della sua ‘centralità’, mentre nel congresso ha modificato gli accenti. Ma Rifondazione sembra privilegiare le conflittualità del movimento dei lavoratori rispetto al merito del problema, oggi più complesso e in parte diverso da ieri (per le modifiche che sono intervenute nell’organizzazione e composizione del lavoro, nelle variazioni della proprietà, e anche per l'egemonia di cui si parlava prima). Il congresso di Rimini ha annunciato un ‘nuovo‘ movimento operaio, ma io non so che cosa sia o dovrebbe essere.
Aldo Tortorella
Il desiderio, espresso dal congresso di Rifondazione comunista, di una distinzione radicale rispetto alla tradizione prevalente nella vicenda storica dei comunisti italiani a me sembra pienamente fondato. È piuttosto necessario vedere se, nella rottura operata con il passato, si è colta l’origine essenziale di quel male che ha generato, alla fine, la caduta della esperienza storica, pur così rilevante e utile, dei comunisti italiani. Non si può pensare infatti che l’autoscioglimento del Pci sia stata solo la conseguenza di improvvidi errori – pur ormai evidenti – di singole persone. Era venuto a compimento un indirizzo di pensiero e una pratica politica che, avendo voluto tenere insieme aspirazione socialista e volontà di governo, non riuscì alla fine a comporne una sintesi valida, sino alla rottura.
Ciò che è venuto accadendo nel Pds prima e nei Ds poi ha infine dimostrato gli esiti del pieno affermarsi della tendenza più moderata presente nel Pci, la tendenza, appunto, ad un riformismo esangue, volto a spezzare come contraddittoria quella permanente tensione tra alternativa e aspirazione al governo e a dare a quest’ultima priorità assoluta. A sua volta una tale priorità veniva interpretata sul terreno istituzionale come primato della governabilità e sul terreno economico-sociale come adesione, sia pur marginalmente correttiva, agli assetti esistenti sino alle scelte di guerra.
Questa linea molto moderata era già assai forte nel Pci, ma veniva allora frenata dalle posizioni ‘centriste’ e da quelle più ‘a sinistra’ e più o meno criticamente aperte (posizioni che ebbero nel gruppo del «manifesto» una espressione particolarmente avanzata assieme con la prova della loro difficile praticabilità). In tale modo, si era venuta combinando nella linea generalmente prevalsa nel Pci – e prevalsa a partire dalle regioni del paese in cui fu costante un’opera di governo locale – una particolare versione della tendenza riformistica.
Il tema del governo si univa ad una forte ispirazione ideale, il che viene oggi generalmente ignorato (e deplorato) perché questa ispirazione ideale era minata da convincimenti erronei su quel che potesse e dovesse essere il socialismo (e in particolare dalla idea della riformabilità dell’Urss). Ma quella ispirazione ideale – anche se corrosa alle fondamenta – aveva tuttavia una propria nobiltà e dunque una propria influenza sul corso politico. Il dichiararsi per una trasformazione di tipo socialistico, seppure in modo impreciso e indefinito, aveva come conseguenza politica la tensione verso idee genericamente ‘altre’ rispetto a quelle correnti. Nell’amministrazione di un comune o di una provincia o di una regione si desideravano e si cercavano – e, in parte, si realizzavano – differenze significative (o, addirittura, esemplari) non solo rispetto all’esigenza di un corretto governo ma rispetto alla partecipazione, alla democraticità, all’incivilimento di relazioni e rapporti. Ma ciò significava, appunto, alludere ad una idea del governare almeno tendenzialmente distinta da quella del comandare o dell’amministrare, lasciando la società com’è.
Tuttavia, il fatto che, alla lunga, tutta questa parte sia venuta decadendo e sia rimasta in piedi l’idea di governo come amministrazione dell’esistente o, peggio, come puro comando, indica una effettiva debolezza, una insufficienza e, al limite, una piena erroneità non solo della tesi sulla assoluta priorità del governare, ma della assoluta ‘centralità del potere politico’ presente – anche, ma non solo – nella tradizione della Terza Internazionale e, naturalmente, presente ancora oggi come categoria della politica così generalmente accettata nella sua versione democratica (priorità del governo) da apparire di mero buon senso.
Ma di buon senso non è: l’equivoco di questa posizione per una forza di sinistra sta nel fatto che si inverte – per dirla alla buona – uno dei mezzi, che è il governo, con il fine, che è la liberazione. La concezione medesima del partito politico si deteriora e si annulla se vi è questo sconvolgimento di senso. Il risultato è che si smarrisce il fine – e cioè il motivo della propria azione –; ma, come si è dimostrato, perdendo il fine si perde anche il mezzo, cioè il governo. È rispetto a questo errore di fondo che a me è parsa giusta una distinzione radicale dalla tradizione prevalente nel movimento comunista. L’enfasi sulla rottura rispetto alla stalinismo non è anacronistica ma diviene emblematica se con questo termine si vuole indicare il riassumersi nell’idea del potere di tutto il campo della politica trasformatrice e del concetto stesso del politico. Ma alla ‘centralità del potere politico’ (al limite: alla ‘rivoluzione dall’alto’) non si può contrapporre la insignificanza del potere politico (vale a dire l’incuranza dei risultati del proprio punto di vista o di quello dei movimenti ‘sociali’ sulle decisioni che riguardano la collettività). Queste due posizioni speculari hanno all’origine forme – sia pure divergenti – di soggettivismo assoluto o, detto in altre parole, di trascuratezza verso la comprensione della situazione di fatto, su cui pure si vuole incidere.
È solo in uno sforzo, non mai esaurito, per una cultura della realtà che si può avvertire la soglia oltre cui il supposto ‘realismo’ diventa opportunismo e quella oltre cui la volontà di trasformazione sociale diventa puro arbitrio mentale (o semplice settarismo). Perciò mi è parso e mi pare irrinunciabile tra le intenzionalità presenti nella vicenda storica dei comunisti italiani quella orientata a stabilire una permanente tensione tra ‘alternativa’ e ‘governo’. Era essa che fece grande il Pci. È questa idea che si appanna, se non erro, nella pur giusta volontà rinnovatrice di Rifondazione.
Tuttavia, perché quella tensione riprenda e permanga non serve un bagaglio che una volta aperto si è dimostrato vuoto. Quel rapporto tra ‘alternativa’ e ‘governo’ cadde, a favore di tendenze sempre più inclini all’opportunismo, perché – bisogna dirlo – non fu più chiaro il senso dell’antagonismo e dunque dell’alternativa. Un intiero vocabolario si è dimostrato privo di contenuto e io non credo che si possa resuscitarlo.
C’è tutta una concezione viaria (o ferroviaria) del ‘socialismo’ (il ‘percorso’, le ‘tappe intermedie’, gli obiettivi ‘transitorii’, ecc.) che, per l’appunto, non ha portato da nessuna parte. Contano, mi pare, i comportamenti politici che qui ed ora dimostrino l’esistenza e l’esigenza di un punto di vista alternativo. La lotta per l’Articolo 18, per fare un esempio. Quello che a molti saccenti di sinistra pareva un dettaglio tecnico – per di più da rimuovere – ha determinato un movimento (una presa di coscienza) su una questione centralissima per ogni posizione socialista: la libertà e la dignità di chi lavora, la necessità di interrogarsi sul carattere di merce del lavoro. In egual misura la Fiom, sulla questione del contratto separato, ha suscitato una forte consapevolezza sui limiti di una concezione della democrazia che esclude il rapporto di lavoro. Il fatto che debba mutare radicalmente il rapporto tra partiti e movimenti sociali è dunque una intuizione giusta, sebbene non sia chiaro il ruolo che Rifondazione ora propone per il partito politico.
D’altra parte non mi sembra che Rifondazione voglia svolgere solo un ruolo teoricamente antagonistico. La Tobin tax, le 35 ore, il salario sociale, la difesa dello Stato sociale – per citare alcune proposte – mi paiono del tutto interne ad una politica riformatrice e non esemplificano una tendenza che si richiami alla parola d’ordine «socialismo o barbarie» di antica memoria, che pure è stata evocata. La stessa finalità generale («contro il liberismo, contro la guerra») non implica un obiettivo immediatamente anticapitalistico. Mi pare, dunque, che sia da cogliere in Rifondazione piuttosto una contraddizione non risolta che una tendenza univoca. Una contraddizione tra l’analisi della gravità di quello che sta accadendo nel mondo e le conseguenze che se ne traggono.
Quanto più si affermi che il caso italiano rappresenta solo la esasperazione di una più vasta tendenza, resa chiara dalla svolta a destra negli Stati Uniti e in Europa, tanto più dovrebbe essere riconsiderata la priorità delle scelte da compiere. Qui da noi l’attacco ai diritti del lavoro, alla separazione dei poteri, ad un minimo di pluralismo dell’informazione testimoniano di una spinta ad una alterazione della democrazia costituzionale, che non può essere rimossa. E se questa realtà si sposa con la guerra permanente di Bush e con le tendenze destrorse sempre più forti e vincenti ora anche in Francia – per non dire di Sharon – bisogna chiedersi se una forza che voglia essere alternativa – o, ancor più, antagonistica – non dovrebbe avvertire come determinante la questione democratica insieme con la questione sociale. È su entrambi i fronti che è caduta la sinistra moderata. Anch’io considero vero, verissimo che su ogni piano la strada alla destra è stata spianata dalle forze di centro-sinistra, ma ciò non toglie che anche per favorire un ripensamento delle forze moderate sia indispensabile non solo l’avvio di una intesa delle opposizioni – e un primo passo è stato compiuto –, ma la costruzione di un compiuto programma di difesa e di contrattacco. In ciò dovrebbe essere essenziale il ruolo delle forze alternative.
Il rischio di ogni posizione antagonistica, come sanno bene i compagni di Rifondazione, è sempre quello di farsi chiudere in una nicchia ben accettata perché le isola, le esclude, e toglie energia ad una alternativa effettuale, che è possibile solo con la unità delle forze di sinistra, come anche il dramma francese dimostra. So bene che è per prima la sinistra moderata a non volere questa unità o a volerla al ribasso. Ma l’ambizione – mi pare – dovrebbe essere quella di uscire dal recinto, di esercitare influenza fuori di sé nel pensiero e nell’azione, di cogliere ciò che vi è di nuovo non solo tra chi è già amico. Tutto ciò è difficilissimo, se non si vuole dimenticare se stessi: ma è questa la vera scommessa. Forse Rifondazione va sollecitata non già a rinnovarsi di meno, ma a cambiare di più.