numero  28  maggio 2002 Sommario

La lezione elettorale

IL MAL FRANCESE
S.K. Karol  

Domenica sera 21 aprile, verso le 18,30, quando gli istituti di sondaggio hanno fatto le prime valutazioni del voto nelle province – dove si chiudono le urne alle 18 – ha cominciato a diffondersi una voce incredibile: è Jean-Marie Le Pen del Fronte nazionale, e non Jospin, che affronterà il 5 maggio Jacques Chirac al secondo turno delle elezioni presidenziali. È parsa talmente inverosimile che molti si sono aggrappati ancora alla speranza che i risultati di Parigi e poi quello della Martinica correggessero questo esito. Ma non c’è stato nessun miracolo. Alle 20 precise, i risultati sono stati resi noti, suscitando pianti e collera nel quartier generale di Jospin e la più grande perplessità negli invitati negli studi televisivi. In Francia per la prima volta era stata tolta la proibizione di diffondere i sondaggi alla vigilia dello scrutinio, eppure nessuno aveva previsto, neanche da lontano, quel che è avvenuto.
La sinista aveva presentato stavolta 8 candidati. I tre candidati trotzkisti, i cui partiti non giocano che un ruolo simbolico nella vita politica francese, totalizzano l’11% dei suffragi. Il Partito comunista di Robert Hue, malgrado una campagna elettorale attiva e apparentemente ben seguita, deve contentarsi del 3,4% dei voti, meno della metà di quelli delle elezioni del 1995 – e il minimo storico del partito. I Verdi di Noel Mamère arrivano appena al 5%, poco più di 7 anni fa. Infine la sola candidata di colore, Christiane Taubira, molto votata alla Martinica, totalizza il 2% dei suffragi. L’ex ministro di Mitterrand e di Jospin, Jean Pierre Chevènement, raccoglie col suo ‘polo repubblicano’ il 5,2% dei voti. Tutti suffragi che erano destinati a Lionel Jospin al secondo turno.
Andava di moda a Parigi, e anche in molte province, di discutere a lungo su chi si voterà al primo turno: la trotzkista Arlette, benché un pò sciocca e ripetitiva o il giovane postino, Olivier Besancenot, 28 anni, o la candidata nera. Quando si obiettava che alle elezioni non si gioca e che i voti dispersi rischiavano di mancare a Lionel Jospin, la fiera risposta era: «Al primo turno si sceglie, al secondo si elimina». E molti avevano deciso di non votare, non riuscendo a perdonare a Jospin questa o quella decisione.
Al primo ministro si imputa anche di avere fatto una campagna mediocre, basata sul bilancio del suo quinquennato e priva di grandi promesse. «Non ha detto nulla che ci faccia sognare» – protestavano gli scettici, dimenticando che il quadro europeo e mondiale non gli lasciava alcuno spazio per far sognare gli elettori. Protestante, un pò rigido, Lionel Jospin ha preso molto male il fatto di essersi fatto battere di un punto non solo da Chirac, ma da Le Pen, e qualche ora dopo l’annuncio dei risultati ha deciso di lasciare la vita politica dopo il secondo turno, il 5 maggio. Umanamente si può capirlo, ma il suo gesto rischia di lasciare orfani i socialisti, mentre restano da combattere le elezioni legislative di giugno. C’è da sperare almeno che non scoppi una guerra di successione, come quella che il partito socialista aveva conosciuto alla fine dell’epoca di Mitterand.
Lionel Jospin non ha fatto miracoli durante i 5 anni del suo governo; ma è stato il primo ministro più a sinistra dell’Unione europea e ha seriamente modificato la società francese introducendo la settimana di 35 ore, il Pacs (Patto civile di solidarietà, che estende tutte le forme di sostegno alla famiglia alle coppie di fatto, anche omosessuali), l’assicurazione per tutte le malattie, l’uguaglianza tra uomini e donne.
Jacques Chirac, malgrado il risultato molto modesto – meno del 20% dei voti – può essere sicuro di conservare la presidenza della Repubblica. Ha rifiutato il dibattito televisivo con Jean-Marie Le Pen e suonerà la fanfara della grande unità contro il pericolo fascista. È una ‘guerra nobile’, ma questa, fra l’altro, gli risparmia di doversi spiegare davanti ai giudici per degli affari assai poco chiari.
Resta il fenomeno Le Pen, che conserva e persino allarga la sua base elettorale. La sua avanzata non è simile a quella di Haider in Austria, che aveva raggiunto il 27% dei suffragi, ma fa riflettere. Il Fronte nazionale è stato sempre forte nel Mezzogiorno, dove si sono stabiliti molti dei pieds noirs venuti dall’Algeria. Ma stavolta è avanzato anche nelle grandi città della Francia orientale; e a Lilla, città socialista per eccellenza, è arrivato in testa col 23% dei voti. Pare che lo abbia votato anche parte della base comunista scontenta della presenza dei ministri del Pcf nel governo.
Come che sia, bisogna riconoscere che scegliendo il tema della sicurezza come problema principale della sua campagna elettorale Jacques Chirac ha portato acqua al mulino di Le Pen. Il quale non aveva neppure bisogno di esibire tutto il suo repertorio xenofobo per far capire che era il solo ad avere la buona ricetta per garantire la sicurezza dei francesi: cacciare gli immigrati, troppo numerosi in Francia. Il risultato elettorale di questo partito fascistizzante, che però rifiuta di dirsi tale, era stato del 15% alle presidenziali del 1995 e del 15,3% alle legislative del 1997. Una scissione nel suo seno, provocata da uno dei luogotenenti di Le Pen, Bruno Mégret, ha fatto pensare che il seme del capitale potesse essere disperso. Invece quest’anno il Fronte nazionale è arrivato al 17,2%: e, insieme con lo scissionista Mégret, arriva allo stesso livello di Jacques Chirac. Ha dunque buone ragioni di gridar vittoria.
La partita non è ancora chiusa. Dopo le presidenziali vengono le elezioni legislative del 9 e del 16 giugno. Per la sinistra è un’occasione di approfittare dell’indebolimento del centro-destra e della sua incompatibilità con l’estrema destra. Molto prima dello scrutinio di domenica Jean Marie Le Pen, che aveva avuto difficoltà ha ottenere le 500 firme dei sindaci per potersi presentare, minacciava Jacques Chirac di presentarsi anche al secondo turno in tutte le circoscrizioni legislative. Dopo la loro battaglia per la presidenza non si rinnegherà di certo. Tutto permette dunque di credere che, dopo le elezioni di giugno, la Francia possa avere una nuova coabitazione fra il presidente Chirac e un primo ministro socialista. Non è un dramma anzi al contrario, diranno alcuni, ma sarebbe drammatico dimenticare che un francese su cinque vota per un partito violentemente xenofobo, degno erede del ‘petenismo’ e ammiratore di Ariel Sharon. Contro questo la sinistra deve mobilitarsi, e non soltanto con la scheda elettorale.


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