Lettere
C’E’ STATO E STATO
Luigi Cavallaro
Nel suo intervento a commento delle Tesi di Rifondazione (Interne contraddizioni, in questa rivista, marzo 2002), Riccardo Bellofiore ha ritenuto opportuno dedicare «qualche chiosa» a certi convincimenti sulla teoria del valore e sullo Stato sociale che avevo espresso non già in occasione dell’intervento che ha aperto il dibattito sulle Tesi, bensì in altre sedi.
Tralascio ogni considerazione sul metodo di Bellofiore di ‘chiosare’ quel che penso in un contesto in cui il thema disputandum era tutt’altro; rilevo soltanto che ciò che egli trova addirittura «incredibile» (e cioè, se ben capisco, una critica marxiana da parte di chi, come me, non ha a suo avviso sufficienti titoli per dirsi ‘marxista’) voleva solo essere un invito alla coerenza a chi, come Rifondazione, che ha fatto professione di voler ritornare a un Marx ‘disincrostato’ dai marxismi novecenteschi, salvo poi approdare (almeno a mio parere) a uno dei più improbabili di essi.
Tralascio pure ogni considerazione sulla teoria marxiana del valore (rinvio gli eventuali interessati all’articolo citato da Bellofiore e ad uno più recente apparso sul n. 3/2001 della rivista «Proteo»). Mi interessa, invece, discutere il merito delle posizioni di Bellofiore sulla questione, per me decisiva, dello Stato sociale. Riprendendo quanto ho sostenuto in una recensione a un volume di Keynes, apparsa sul «manifesto» del 9 gennaio scorso, Bellofiore, infatti, ricorda che, a mio avviso, lo Stato novecentesco si sarebbe fatto carico di «organizzare direttamente il processo produttivo», per produrre beni e servizi (sanità, scuola, previdenza sociale, abitazioni, trasporti, ecc.) «evocati dalla comunità per soddisfare un proprio bisogno riproduttivo».
Ebbene, confesso l’addebito. Non solo ho sostenuto quanto sopra (e non solo sul «manifesto», ma anche altrove, persino su questa rivista), ma ho aggiunto che, così facendo, lo Stato ha consentito al valore d’uso di assumere una forma sociale diversa (e nuova) rispetto a quella di merce, vale a dire la forma di ‘diritto’ (allo studio, alla salute, alla casa, alla pensione, ecc.). E ne ho desunto che, così facendo, lo Stato ha posto su nuove basi – e superiori, almeno rispetto al capitalismo – la sequenza bisogni-produzione-consumo (sequenza che, come ci ha spiegato Marx, è rovesciata rispetto alle rappresentazioni che ne dà l’economia volgare). Insomma, ho sostenuto – né più e né meno – che il modo di produzione statuale rappresenta un modo di produzione diverso rispetto al capitalismo, sia per questa innovazione nel modo di porre come sociali i valori d’uso scaturiti dal processo materiale di produzione, sia per la connessa innovazione nel modo di rendere disponibili ai lavoratori i mezzi di produzione (ricordo solo che alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche si accede fondamentalmente per concorso). Senza nascondermi che questo nuovo modo di produzione è coesistito (e tutt’ora coesiste) con il capitalismo, ma sforzandomi di articolare la loro relazione di dominio/subordinazione in funzione dei diversi contesti storici e politici in cui essa ha preso corpo.
Dirò di più: non sono il solo a sostenere queste (che a Bellofiore sembrano) ‘eresie’. Giovanni Mazzetti, ben prima di me (e con ben altro spessore), ha fatto altrettanto. Spunti analoghi ho da poco letto in Roberto Pizzuti ed Ernesto Screpanti. E sempre in questo senso mi è sembrato di poter interpretare anche la riflessione più recente di Giorgio Lunghini. Ciò che provo a sostenere, in altre parole, si colloca in una più vasta corrente di pensiero, che – sulla scorta dei pluricitati ma mai capiti Grundrisse (dove si legge, fra l’altro, che «quando le condizioni generali del processo sociale di produzione […] vengono create dal prelievo del reddito sociale, dalle imposte pubbliche, – dove è il reddito e non il capitale a figurare come labour funds […] l’operaio, pur essendo operaio salariato libero come chiunque altro, tuttavia, dal punto di vista economico, è in un rapporto diverso») – si sforza di dare spessore analitico a un’intuizione già presente nel corpo della società (penso, ad esempio, agli «elementi di comunismo già esistenti» che contraddistinsero, come ha ricordato Rossana Rossanda, l’ultimo Berlinguer). Questione non già oziosa, ma sommamente urgente in un momento in cui nell’attacco al welfare si sommano le forze della reazione capitalistica e branchi famelici di ‘onlus’ alla ricerca di fondi pubblici.
Ma no, scrive Bellofiore, Cavallaro non ha capito nulla: «lo Stato di cui stiamo parlando è un momento dell’alienazione capitalistica». Sarebbe bene lasciare ai filosofi codesti verbiages e provarsi a scendere sul terreno storico e analitico. Da un punto di vista storico, credo che nessuno vorrà negare che l’apparizione di partiti e sindacati nell’agone politico-sociale e l’estensione della platea dei votanti fino al suffragio universale abbiano mutato radicalmente i connotati dello ‘Stato borghese’ (non a caso definito ‘monoclasse’), consentendo a milioni di donne e uomini di partecipare, più o meno consapevolmente, ai processi decisionali involgenti la collettività, cioè – in ultima analisi – loro stessi. E, sempre dallo stesso punto di vista, credo che nessuno vorrà negare che, mentre la costituzione materiale dello ‘Stato borghese’ limitava l’azione statuale all’esercizio di ‘funzioni’ (massime difesa, polizia e giurisdizione), la caratteristica dello Stato sociale è quella di produrre ‘servizi’, dapprima attribuiti autoritativamente in forma di ‘concessioni’ (e proprio per ciò limitatamente sindacabili in sede giurisdizionale), poi – soprattutto da parte delle costituzioni approvate nel secondo dopoguerra – sanciti democraticamente in forma di ‘diritti’ (e proprio per ciò pienamente tutelabili avanti alla magistratura).
Se ciò è vero, ne derivano, però, non pochi problemi dal punto di vista analitico, che si possono compendiare in alcune domande: come produce lo Stato? Cosa produce lo Stato? Per chi produce lo Stato? Chi produce per lo Stato? E, last but not least, chi è ‘prodotto’ dallo Stato?
Ora, qui si danno – se non m’inganno – due alternative. Se si sostiene che lo Stato non ha innovato in nulla rispetto al capitalismo, bisogna ammettere che la scuola, la sanità, la previdenza sociale, ecc. sono merci, i lavoratori del settore pubblico sono salariati né più e né meno dei dipendenti del capitale, il deficit spending è una follia, eccetera. E dunque bisognerebbe avvertire quei fessi che scendono in piazza per protestare contro la riduzione a merce dei servizi pubblici (e che, guarda caso, sono per lo più dipendenti dello Stato e/o fruitori dei suoi servizi) che sono dei visionari, che non c’è nulla da ridurre a merce perché tutto è, ed è sempre stato, merce. Se, invece, si sostiene che i beni e i servizi prodotti dai pubblici poteri non sono merci (e ancora non sono riusciti a farglieli diventare), bisognerebbe spiegare che cosa sono, come, da chi e per chi sono prodotti e come mai, da un processo sociale di produzione che si definisce capitalistico tout court, possano venire fuori ‘non-merci’.
Se avessi titoli per rifarmi a Marx, aggiungerei che posizioni come quelle di Bellofiore (e in verità largamente correnti) mi paiono contraddistinte da un errore simmetrico a quello che il Moro imputava a David Ricardo – credere che la forma di merce sia indifferente per il prodotto, che la circolazione delle merci sia solo formalmente diversa dal baratto, che il valore di scambio sia soltanto una forma transeunte dello scambio materiale, che il denaro sia semplicemente un mezzo formale di circolazione e che, in ultima analisi, il modo di produzione borghese sia quello ‘naturale’, se non fosse per la torsione dello sfruttamento. Ma – come Bellofiore ha definitivamente chiarito – je ne suis pas marxiste e, pertanto, posso solo citare un’accorata lettera pubblicata qualche settimana fa sul «Venerdì di Repubblica», in cui un quarantacinquenne ammalato di cancro raccontava di come, nel giro di due anni, lo Stato avesse speso, per approntargli gratuitamente le cure mediche di cui aveva bisogno, il doppio di quello che lui e sua moglie, pur benestanti, avevano risparmiato in vent’anni, non senza precisare che, se avesse contratto un’assicurazione per le cure mediche, avrebbe già da tempo superato qualsiasi massimale.
Che dire? A me ricorda tanto quel «da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni», che i comunisti avrebbero dovuto scrivere sulla loro bandiera. Lungi da me l’idea che la storia sia finita o che tutto sia andato per il meglio, conducendoci nel migliore dei mondi possibili: la valenza positiva della ‘rivoluzione mondiale’ del 1968 fu proprio quella mettere in luce i limiti di quella ‘tappa’ nel processo di riconoscimento della forze produttive sociali come «forces propres», che la loro trasposizione in capo allo Stato ha rappresentato. Ma scontato tutto ciò, qualche sforzo in più per comprendere alfine cosa è ‘Stato’ non potremmo farlo? Non ne va forse della nostra capacità di individuare un’alternativa praticabile qui e ora? E questa rivista non potrebbe farsi carico di promuoverlo?