La parabola del Welfare emiliano
IL CASO REGGIO-EMILIA
Leonardo Angelini
Gli assalti che, con furia iconoclasta, in questi ultimi anni sono stati condotti al modello emiliano dagli epigoni di coloro che furono i suoi primi sperimentatori stanno per demolire anche le ultime cittadelle del welfare emiliano-romagnolo. Le pagine che seguono sono un tentativo di storia del welfare reggiano, un insieme di appunti che, almeno nelle mie intenzioni, dovrebbero avere un carattere di sistematicità, ma che senz’altro richiedono ulteriori approfondimenti. Appunti presi ‘dall’interno’, vale a dire da un operatore della psichiatria che ha avuto la ventura di vivere e operare, fin dal 1971, in quello che fu uno dei luoghi canonici del welfare emiliano-romagnolo, per l’appunto Reggio Emilia. Appunti quindi che, sotto certi punti di vista, costituiscono la trama di un racconto i cui protagonisti sono Reggio Emilia, i suoi abitanti, gli operatori del welfare reggiano che in questi anni si sono applicati in un lavoro appagante per ciò che concerne il rapporto con i propri fruitori, con i propri pazienti, usurante spesso per gli aspetti burocratico-istituzionali.
Questi operatori e le loro istituzioni, l’insieme delle loro pratiche, dei contenuti e dei metodi di lavoro, hanno sedimentato nel tempo una ‘cultura dei servizi’, abbastanza omogenea nelle sue linee di fondo, in grado di sconvolgere, almeno all’inizio, le vecchie pratiche e le vecchie discipline che erano a monte di esse, o di costituirne di nuove. Il tutto in rapporto con un territorio specifico, Reggio, in cui gli sconvolgimenti avvenuti nel tessuto sociale ed economico a seguito del rapido passaggio in questo quarantennio da una società contadina a una società dapprima industriale, successivamente sempre più terziarizzata, da una parte, e le lotte che sono state portate avanti da una soggettività di massa, che aveva nel Pci il suo fulcro, dall’altra, hanno permesso di costruire nel tempo una rete di servizi, che ora rischia di diventare sempre più marginale e, in certi settori, di scomparire, per ragioni che spero di riuscire a esplicare nelle pagine che seguono.
I.C’è stato insomma in Emilia-Romagna, e qui a Reggio in particolare, una specie di ‘filo rosso’ che ha collegato operatori della sanità, della psichiatria, della fascia prescolare, della scuola e dell’assistenza, ecc. in tutti questi anni. E, prima ancora, la presenza, nel soggetto collettivo che aveva lottato per la nascita del welfare, di un’idea di società, di un insieme di progetti e di realizzazioni che sono figli di questa terra di riformisti, che nel proprio modo di vivere mostrano di avere il dono di sapere realizzare ciò che dapprima hanno sognato. È quindi da questi elementi, legati alle istituzioni del welfare, ma anche ad un contenitore più ampio delle istituzioni stesse, capace di farle nascere e, fino a non molto tempo fa, di sostenerle nella loro crescita, che a mio avviso occorre partire per comprendere il welfare reggiano. È quello che cercherò di fare nelle prossime pagine.
Il ‘68 e la nascita dei centri di libertà e di sperimentazione*
I.Se noi confrontiamo i dati del censimento del 1951 con quelli del 19711 vediamo come ormai il settore agricolo, che nell’immediato dopoguerra era il settore trainante in città e in provincia, a Reggio Emilia negli anni intorno al ‘68 stia diventando marginale, e come la forza-lavoro ora si indirizzi prevalentemente verso il settore industriale. La struttura economica della città risente positivamente, come gran parte del Nord, dei benefici effetti del boom economico e in meno di dieci anni nasce una nuova realtà industriale che si diffonde in gran parte del territorio provinciale.
1Negli anni ‘60, e ancor prima nella seconda metà degli anni ‘50, si assiste al primo grande flusso migratorio che parte dalle campagne e investe la città: dalle ville, la popolazione si sposta nel centro cittadino, e da contadina si trasforma in operaia e impiegatizia. Alla lunga questi elementi sono destinati a sconvolgere anche il profilo della famiglia reggiana, e soprattutto quello della famiglia contadina, che, da rurale e plurinucleare che era, diviene in quegli anni urbana e mononucleare.
Sul piano politico, i morti del Luglio ‘60 – che a livello nazionale porteranno al centro-sinistra – a livello locale segnano l’ultimo grande episodio di una controsocietà che non vuole mangiare alla tavola delle classi dominanti, ma neanche rovesciarla. Una generazione che in ultima istanza intende costruire una propria tavola sulla quale mangiare il proprio cibo, cioè produrre e fruire della propria cultura, vivere la propria vita.
Ciò che accadrà nel quadriennio successivo è il boom, che la crisi del’65-’66 riuscirà appena a scalfire, e che riprenderà poi rigoglioso negli anni dopo il ‘66. E Reggio Emilia sarà pronta a sfruttare fino in fondo le possibilità di espansione che dalla congiuntura economica sono originate proprio perché quel tessuto di imprese, di competenze, di etica padana del lavoro, fatta di risparmio e di investimento, ma anche di cooperazione e di partecipazione, sembra ora fatto apposta per diventare il terreno sul quale si costruirà poi il benessere degli anni ‘70: il decentramento produttivo, la crescita della cooperazione, la disponibilità e l’accortezza sul piano degli investimenti, la capacità di tradurre velocemente le idee sul piano della produzione, di sfruttare gli interstizi del mercato, ecc.
Contemporaneamente il varo del centro-sinistra a livello nazionale, la continuazione delle lotte sociali per le riforme da parte della generazione precedente, e soprattutto il movimento anti-istituzionale nato nel ‘68, con i suoi programmi e i suoi nuovi soggetti, forgiati nelle lotte antiautoritarie studentesche ed operaie del biennio rosso – che a Reggio Emilia si espresse in consistenti, diffusi e ‘realisti’ movimenti di base – permettono di avere, nell’arco di pochi anni: da una parte, le leggi e le possibilità finanziarie per far nascere scuole materne, asili nido comunali, nuove strutture per gli anziani, nuovi luoghi dell’antipsichiatria, ecc.; dall’altra, e soprattutto, nuovi soggetti in grado di riempire questi luoghi e queste pratiche di nuovi contenuti e nuovi metodi, non più subordinati alle vecchie discipline e ai vecchi saperi ‘borghesi’, messi in crisi profondamente dal ‘68. E ciò che non fanno le leggi lo fanno gli amministratori locali di quegli anni, che sono tutti figli della Resistenza e delle lotte degli anni ‘50.
Nascono così il Cim di Jervis, la medicina del lavoro, le scuole per l’infanzia e gli asili nido comunali, etc. che rappresentano ben presto la nascita di centri di libertà e di sperimentazione nati dalla felice congiuntura che permette una dialettica fra ‘amministratori accorti’, da una parte, e tecnici critici, nati nelle lotte di quegli anni, che ‘non rinunciano ad avere cognizione della cosa’, dall’altra, e inoltre movimenti di base che cominciano ad affidare le proprie istanze e i propri progetti a queste istituzioni decentrate rinunciando gradualmente alla controsocietà ed alla controcultura.
Ciò determina un nuovo rapporto fra intellettuali e masse che non è più confinato nei Fort Apache dei luoghi della controsocietà – in cui pure per tutti gli anni ‘50 e fino al ‘68 la sinistra locale aveva potuto fare decisive esperienze di vita e di lotta – ma tende a proporsi su tutto il territorio (questo termine comincia ad essere usato proprio in quegli anni nell’accezione che ancor oggi è in voga). Il territorio cioè rappresenta ora non una entità geografica, ma un contenitore, una specie di ‘utero sociale’ fatto di movimenti e di programmi, di operatori critici e non di meri esecutori; di amministratori accorti (e non di burocrati) attraverso i quali, e solo attraverso i quali, il modello del welfare emiliano-romagnolo ha potuto attecchire.
Anche ‘la partecipazione’ in questo periodo si modifica e nei suoi significati e nelle sue modalità espressive. Esce fuori dal luogo separato in cui si era esercitata precedentemente e spesso diventa la testa d’ariete che conduce alla conquista delle vecchie istituzioni o alla nascita delle nuove istituzioni decentrate.
Grande importanza assume l’analisi dei criteri di selezione secondo i quali vengono ad aggregarsi gli intellettuali che opereranno in queste istituzioni (tutti gli intellettuali, e non solo i dirigenti). Ciò che viene richiesta in un primo momento a questi operatori presi dai luoghi delle lotte anti-istituzionali, è una disponibilità a farsi carico in termini critici e complessivi dei problemi. È su queste gambe che marcia la sperimentazione ed è da un’alleanza fra questi tecnici critici, figli del ‘68 e ‘gli amministratori accorti’ di quegli anni, figli della Resistenza e delle lotte difensive degli anni ‘50, che è possibile mettere in piedi quella «prassi amministrativa maggiorenne»2 che potremmo definire l’epopea iniziale del welfare reggiano.
In conclusione due sono gli elementi di quel periodo che mi preme sottolineare. Il primo è relativo al significato che il territorio assume a partire da quegli anni: per ‘territorio’ si comincia a intendere, a partire dall’inizio degli anni ‘70, non una entità di tipo geografico, ma un insieme di servizi, un vero e proprio tessuto istituzionale che una volta non c’era e che, da un certo momento in avanti, ha cominciato ad essere imbastito, a volte in contrapposizione a istituzioni preesistenti, a volte in aggiunta ad esse, a volte ancora ex novo, senza cioè alcun modello precedente cui contrapporsi o giustapporsi.
Il secondo elemento, strettamente legato al primo, è nel diverso significato che il welfare, sempre a partire da quegli anni, assume in Italia a seconda del luogo specifico in cui esso si sviluppa e della presenza o meno in ciascun luogo del ‘territorio’. È noto che il welfare in Italia è stato bifronte: ‘stato sociale’, basato sullo sviluppo dei servizi, da una parte e ‘stato assistenziale’, basato sulla distribuzione di sussidi, dall’altra. Ora in Emilia l’opzione, fin dall’inizio, fu quella del welfare dei servizi, al contrario di ciò che accadde ad esempio in tutto il Sud dove la direzione presa dalle amministrazioni locali fu quella dell’espansione di un welfare dei sussidi, e cioè dello stato assistenziale. Ebbene la presenza o meno del ‘territorio’ (e cioè dei ‘servizi territoriali’) può essere presa come cartina di tornasole che evidenzia il tipo di scelte che le amministrazioni locali fecero a partire da quegli anni: e cioè se esse andarono nel senso del welfare dei servizi o dello Stato assistenziale. E la presenza o meno di un welfare dei servizi – al di là di ciò che accade sul piano del consenso – implica nel tempo la presenza o meno di una ‘cultura dei servizi’, di identità professionali figlie di quella cultura, di strutture territoriali che rimangono, e che divengono la spina dorsale di quel territorio, con esiti – anche sul piano della spesa – molto diversi da quelli che è possibile ottenere in zone in cui l’assistenzialismo è imperante.
Dallo sperimentalismo alla cultura amministrata
Ma già verso la fine degli anni ‘70 e ancor più negli anni ‘80 la sperimentazione mostra la corda. Da una parte, infatti, una componente minoritaria e violenta del movimento anticapitalistico in maniera sempre più evidente occupa la scena con le sue azioni terroristiche, che ben presto finiscono con lo screditare ogni istanza critica trasformandola in qualcosa di ‘sinistro’ che fa paura a tutti e finisce col fare terra bruciata di ogni movimento critico. Dall’altra il Pci, a partire dal compromesso storico e da tutte le svolte e ‘controsvolte’ che da esso nascono, anche in Emilia comincia a rinunciare a quella grande opera di formazione di una soggettività critica di massa, così come invece aveva fatto negli anni ‘50 e ‘60, con esiti alla lunga nefasti sul piano della formazione non solo dei quadri dirigenti e intermedi, ma anche di buona parte della base. Esiti, peraltro, che lì per lì non risultano evidenti e che solo successivamente verranno in piena in luce.
D’altro canto sul piano economico dopo il boom, e soprattutto a partire dagli anni ‘70, nuove componenti strutturali si irradiano nella già dinamica base produttiva reggiana. Tali componenti sono legate solo in parte alla nuova politica di decentramento amministrativo che il centro-sinistra ora permette; decentramento che gli enti locali rossi possono attuare in scala molto più ampia rispetto al dopoguerra, proseguendo nella costruzione del welfare dei servizi e accentuando quel lavoro di sostegno alla piccola e media impresa e alla cooperazione.
L’elemento che risulta strutturalmente più importante in questo periodo è l’uso massivo da parte dell’industria locale del decentramento produttivo e del lavoro a domicilio che assorbe, a Reggio così come in tutta l’Emilia in quegli anni, fra il 30 e il 40% del lavoro. Questo elemento si lega e si intreccia con altre tre importanti componenti: 1) la tendenza dell’industria locale ad autofinanziarsi e a reinvestire nella produzione: il che permette l’espandersi del numero degli occupati; 2) la presenza di una rete produttiva e distributiva legata alla cooperazione che rappresenta un primo grande ammortizzatore sociale; 3) l’architettura di quel welfare dei servizi che permette l’erogazione di salario indiretto che, a sua volta, consente una minore pressione dei bisogni operai sul profitto d’impresa, vale a dire la presenza di un secondo rilevantissimo ammortizzatore sociale.
Il decentramento produttivo, con la sua struttura a scatola cinese, ben presto riesce a permeare di sé e della sua logica ogni interstizio, ogni luogo, ogni famiglia, ogni soggetto coinvolto, e nello stesso tempo finisce con il fare assumere alla merce, nella sua versione finale, un valore aggiunto che, nel proprio spazio locale, il singolo soggetto non vede. In questo modo il senso della produzione, che al raffinato operaio-artigiano degli anni ‘50 era chiarissimo, ora al lavorante a domicilio diventa sconosciuto. Ma la cosa più gravida di conseguenze sul piano sociale sta nel fatto che mentre il lavorante a domicilio si affanna, con i suoi familiari, ad assemblare e a rifinire gli oggetti della produzione, i suoi legami sociali e anche quelli più intimi e privati si spezzano. In questo modo tendono a venir meno contemporaneamente due delle componenti decisive alla formazione dell’etica ‘padana’ del lavoro: la spinta solidaristica e la visione d’insieme dei processi trasformativi, mentre le tonalità maniacali del lavoro a domicilio esprimono, in maniera fin troppo enfatica, le logiche di sfruttamento e di autosfruttamento che le sottendono.
Il solidificarsi di questo nuovo stile di vita, attento alla produzione e ad ogni mezzo e occasione che permetta una rapida ascesa sociale, la grande spinta verso la mobilità verticale che è insita in questo improvviso diffondersi del lavoro in ogni interstizio familiare, avvengono così per la prima volta a Reggio in base ad un impegno individuale (o al massimo familiare), e non più come il prodotto di uno sforzo immaginativo di massa guidato dal partito o, in ogni caso, innescato da una qualche entità in rapporto con esso e con i movimenti e le istituzioni da esso ispirate.
I risultati, sul piano della composizione del blocco sociale dominante in regione e in città sono molto importanti: la rapidissima industrializzazione e terziarizzazione sconvolge il vecchio mondo e le vecchie identità e fa emergere nuovi strati e nuove classi che, per un insieme di motivi, finiscono per fruire gratuitamente, e spesso in situazione di concorrenza drogata con le classi del lavoro dipendente, di quel welfare dei servizi che era stato pensato anche come strumento difensivo (salario indiretto) proprio per il lavoro dipendente.
Questa contraddizione, che l’erogazione quasi gratuita dei servizi per ora copre, sarà ben presto destinata ad esplodere allorché l’epoca del deficit spending, tipica dei centro-sinistra della prima repubblica troverà il suo cul di sacco nella crisi dei primi anni ‘90. Certo è che negli anni ‘80, e forse ancor prima, qui a Reggio si innesca quella contraddizione fra vecchie e nuove classi sociali in base alla quale si determinerà un vero e proprio meccanismo perverso di fruizione del welfare che, ad esempio, nell’assegnazione di un posto al nido privilegerà il partito degli evasori rispetto a quello degli onesti contribuenti.
I.Su questa base si è andato saldando negli anni ‘80 un vero e proprio blocco sociale che vedeva nel territorio il luogo in cui, da una parte, il welfare ancora continuava, in base alla sua gratuità, a svolgere una funzione di salario indiretto, ma con funzioni perverse, cui abbiamo appena accennato, e che oggettivamente avvantaggiavano le nuove classi sociali, più che il lavoro dipendente. Dall’altra, la partecipazione alienata permetteva ancora l’adesione delle masse alla politica ‘pidiessina’ di gestione del welfare.
1In questo quadro, a mio avviso, il tema della mancata battaglia per il decentramento fiscale assume un significato centrale. Diceva Barbera nell’82 (!): a un certo punto «la sinistra abbandona le battaglie degli anni precedenti e preferisce rivendicare risorse finanziarie da un centro sempre più condizionato da politiche anticongiunturali anziché rivendicare l’assunzione di responsabilità autonome; e nel vuoto cadeva il monito di chi si ostinava a ripetere, soprattutto a sinistra, che non si sono mai conosciute in Occidente forme di democrazia locale che non fossero legate al prelievo di risorse tributarie». Cosicché di fatto l’ultimo Pci ed il Pds si sono trovati, nel momento della crisi, a continuare a fare demagogicamente richieste ad uno Stato centrale non più in grado di rifornire gli enti locali di risorse, e hanno lasciato uscire dalla regione il capitale finanziario che, in mancanza di un prelievo a livello locale e superata la fase iniziale di reinserimento nella produzione locale, attraverso le banche è stato sempre più in questi ultimi decenni reinvestito altrove. E la mancanza di una politica di decentramento tributario in grado di massimizzare le possibilità create per i lavoratori dall’aumento della ricchezza sociale in Emilia, ha regalato questa istanza alla Lega che lo agita ormai da oltre dieci anni a fini razzistici e ha strozzato le riforme.
In questa situazione estremamente dinamica avviene un rapido processo di sostituzione dei vecchi quadri dirigenti sia nel partito, sia nelle istituzioni del welfare. Un po’ per ragioni anagrafiche, un po’ per precise scelte politiche si assiste a un ricambio che, nell’epoca del compromesso storico, e con tutte le preoccupazioni di accreditamento che il Pci ha nei confronti delle altre forze dell’ ‘arco costituzionale’, non può non avere un effetto a cascata nella definizione di nuovi criteri secondo i quali assumere, programmare, decidere.
E tali criteri sono quelli di una distillazione degli sforzi e di una diffusione dei poteri compiuta per due ordini di motivi: il primo è in una politica locale che mette in soffitta l’indicazione togliattiana dell’alleanza con i ceti medi produttivi sotto l’egemonia della classe operaia, o meglio che rinuncia a un aggiornamento di questa politica alle esigenze dell’oggi, nel tentativo di cavalcare gli interessi dei nuovi strati emergenti; il secondo, che a mio avviso va visto in subordine al primo ma su un piano di stretta consequenzialità ad esso, è nella logica consociativa in base alla quale, abbandonata la battaglia per il decentramento contributivo, non restava che ‘rimanere in buona’ con il potere centrale, nei confronti del quale ci si limitava a rivendicare le risorse, come diceva Barbera.
Per cui in base a queste premesse, come Aymone ebbe a dire già nel ‘79, nelle istituzioni del welfare emiliano rapidamente si passa dal ‘periodo delle giuste parole d’ordine’, a quello ‘della costruzione nel territorio’, e infine al ‘periodo della crisi e del riflusso’ 3.
In questo periodo le istituzioni, intese come spazi di libertà, cominciano a diventare disfunzionali rispetto al nuovo clima consociativo. Comincia così una inesorabile opera di trasformazione delle istituzioni del welfare reggiano che, da luoghi di sperimentazione, diventano istituzioni ‘bonificate’ in cui la ‘cultura amministrata’ tende sempre più a soppiantare la cultura vista come esercizio critico; e i tecnici critici o sono marginalizzati e sostituiti da tecnici che non hanno cognizione della cosa, funzionali al nuovo modo di vedere i servizi, o fanno harakiri e si ri\dimensionano essi stessi.
Anche la partecipazione, che nel primo dopoguerra era stata la spina dorsale della controcultura comunista, e che nell’epoca della sperimentazione post-sessantottina si era trasformata a Reggio Emilia in quell’insieme di istanze di base che avevano innescato il cambiamento in tutti i luoghi del welfare, ora diventa un’altra cosa. Cosicché la libertà e l’autonomia dei soggetti della partecipazione a partire dalla seconda metà degli anni ‘70 tendono ad essere compresse fin dall’esordio dei nuovi soggetti sulla scena politica cittadina, quando non nascono già evirate di ogni reale spinta critica.
Si assiste così in quegli anni da una parte alla scomparsa dei vecchi soggetti della partecipazione, intesi come soggetti autonomi e liberi (dai condizionamenti di chicchessia), dall’altra alla comparsa – come abbiamo visto più sopra – di un nuovo soggetto burocratico che vede la partecipazione come attivizzazione eterodiretta ed eteronoma (vedi ad es. i Comitati di gestione, i Quartieri, le Circoscrizioni, i Comprensori, ecc.).
E il territorio in questa nuova logica comincia a cambiare pelle e a diventare la tela di Penelope che viene continuamente fatta e disfatta in base ad esigenze che appaiono più legate alle logiche ‘attuali’ dell’apparato che a quelle dei soggetti che dovrebbero essere i fruitori e i controllori dei servizi.
È ciò che resta della mentalità da ‘centralismo democratico’ che, nella sua immaterialità e in questo nuovo clima consociativo, ha permesso all’apparato di autopromuoversi e autoselezionarsi, poiché il centralismo democratico ora, attraverso un’opera di smussamento ed eliminazione di ogni tratto individuale nella definizione del cursus honorum burocratico, produce alla fine un ‘quadro’ senza slanci e senza passioni, che in effetti diventa una tela che si presta passivamente ad essere ridipinta secondo le esigenze del partito o della corrente del partito di cui è espressione.
L’aziendalizzazione, il welfare mix e il declino
Una delle forme più eclatanti che contraddistinguono la fine della ‘prima repubblica’ è la crisi sia del welfare dei servizi sia dello stato assistenziale. Ciò che spinge in questa direzione è l’enorme buco che nel bilancio dello Stato si è prodotto negli anni ‘80 in base alla politica dei governi del centro-sinistra della ‘prima repubblica’ e degli scriteriati strumenti (Bot, Cct, ecc) in base ai quali il pentapartito aveva tentato disperatamente di coprire questi buchi, facendo nascere nuove classi sociali legate alla rendita e alla speculazione finanziaria.
La crisi del blocco sociale che aveva tenuto su il centro-sinistra spinge dapprima il trio Amato, Ciampi, Dini, e successivamente l’Ulivo a cercare un nuovo patto fra produttori, che sarà alla base del programma dell’Ulivo e che consiste in una politica di austerità per consentire all’Italia l’ingresso in Europa. Ciò in sede locale significa apertura al nuovo partito popolare, che era stata già incubata nel decennio precedente e che perciò diventa di facile attuazione in città.
La linea di rigore che i governi del nuovo centro-sinistra assumono nei confronti della spesa, però, a mio avviso, non basta a comprendere ciò che sta avvenendo in quest’ultimo decennio nei territori del welfare qui in Emilia, e a Reggio in particolare. È vero infatti che, a partire dalla riforma De Lorenzo, tutto va verso l’aziendalizzazione dei servizi che dovrebbe significare più rigore nella politica della spesa. Ma in effetti l’altro versante del programma prodiano prima, e del centro-sinistra poi, quello che va nella direzione del welfare mix, determina, almeno qui a Reggio Emilia, una situazione particolare che, sotto certi punti di vista, conferma le politiche del rigore, ad esempio attraverso la dismissione pura e semplice di settori del welfare, sotto altri appare, soprattutto, come una pura e semplice spinta verso la nascita, a fianco dei servizi pubblici, di veri e propri doppioni (e a volte anche di ‘triploni’) dati in appalto al privato sociale e non.
Tali nuovi ambiti del welfare non solo si aggiungono, non solo spesso non hanno alcun legame di continuità con la cultura dei servizi che qui si è sedimentata fra gli operatori, ma vengono anche erogati con criteri di appalto poco chiari, che non è azzardato definire clientelari, che mortificano l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro perché li obbligano a salire su uno dei due o tre carrozzoni clientelari presenti in città che, di fatto, operano in condizioni monopolio. Le recenti concessioni che a livello centrale ci sono state alle posizioni di Comunione e liberazione, che definiscono come prioritario l’intervento privato e residuale quello pubblico4, almeno qui da noi hanno prodotto un’accentuazione del fenomeno.
La presenza inoltre di logiche di assegnazione degli appalti secondo regole definite in sede regionale e locale, che premiano i progetti meno costosi, pongono poi gli attori del privato sociale in una condizione di povertà di risorse che spinge verso l’erogazione di servizi di basso profilo che pesano sui fruitori e sugli operatori, privati così del tempo e delle risorse per la formazione, pagati male e perciò in perenne situazione di turn over che impedisce la sedimentazione nel tempo di una cultura dei servizi, ecc. Il tutto mentre spesso il pubblico sarebbe, almeno qui da noi, in grado di offrire lo stesso servizio praticamente a costo zero.
Nel frattempo sul piano sociale la realtà reggiana si va sempre più configurando come una società postindustriale e terziarizzata, sempre più concentrata sul piano della comunicazione e della finanza.
Ma c’è un’altra e più sconvolgente trasformazione che investe Reggio Emilia specie nella seconda metà degli anni ‘90: l’immigrazione. La trasformazione di Reggio in una società opulenta attrae chi, da tutto il mondo, vien qui per trovare un luogo di lavoro e di vita. Tutte le statistiche parlano di un trend che fra il 2008 e il 2028 dovrebbe vedere gli immigrati attestarsi intorno al 20% dei residenti.
Le caratteristiche di alterità, di non domesticità di questa seconda società tendono ad essere nascoste alla città. Questa seconda società, però, al contrario di quella comunista degli anni ‘50, non si pone come controsocietà nei confronti della prima, e non presenta al proprio interno, almeno a Reggio Emilia, significativi momenti di autocoscienza dai quali partire per reclamare i propri diritti e le proprie libertà, a parte alcune significative iniziative della Cgil. Anzi sembra attualmente succube della cultura dominante.
Insomma Reggio Emilia è diventata il capoluogo di un territorio che, nell’arco di pochi decenni, ha subito una serie di cambiamenti strutturali radicali. Ebbene, è giusto dirsi che, in una terra come questa, diversamente da situazioni simili come il Veneto, in cui il cambiamento è stato altrettanto rapido, i rischi di una disgregazione sociale sono stati meno ampi e la società ha tenuto. Occorre chiedersi anche, però, fino a che punto l’argine della tradizione, rappresentato da quel mix di spirito di intrapresa e di solidarismo laico, sia oggi ancora in grado di tenere, e fino a che punto invece non abbia mostrato di essere costruito su fondamenta di generazioni e di stili di vita che stanno scomparendo e che, prima o poi, lo mettono a rischio di cedimento, anche di botto, attraverso le falle rappresentate dalla cesura fra vecchie e nuove generazioni che, ormai prive di ideali, vanno verso il Polo.
In conclusione, cosa è accaduto in questi ultimi tempi al welfare reggiano?
Il blocco sociale che qui si è aggregato intorno all’Ulivo ha ai propri vertici un nuovo ceto politico che è diventato esso stesso un fattore di accelerazione dell’opera di disgregazione del vecchio modello di welfare e di riaggregazione di una nuova entità, i cui contorni sono quelli dell’aziendalizzazione e del welfare mix. Tre sono fin dall’inizio le strade che l’Ulivo locale va intraprendendo per ridisegnare in chiave leggera e in termini di welfare mix il welfare emiliano e quello reggiano in particolare.
La prima strada, come dicevamo prima, è quella dell’aziendalizzazione che sostanzialmente nasce dalla supposta esigenza di agire sulle spese con rigore. Ciò ha posto le premesse per una mutazione genetica dei servizi, proponendosi di trasformarli in aziende. Ma questa operazione, da sola, non basta a spiegare ciò che realmente qui sta accadendo.
Infatti, a fianco di questa strategia, ve ne sono almeno altre due che sono altrettanto significative. Vi è intanto, come abbiamo già visto, una seconda strada intrapresa dagli amministratori locali: quella della dismissione di settori più o meno ampi di welfare pubblico e dell’appalto di questi stessi settori al privato. Tale dismissione, che dovrebbe avvenire, secondo quanto ci dicono, per ragioni di bilancio, in effetti sta avvenendo secondo criteri che sono tutti da studiare e con logiche poco trasparenti sul piano della spesa. E su questo piano l’alleanza con i popolari presenta interessanti elementi di specificità rispetto a quella storica con i socialisti: i popolari cioè – al contrario dei socialisti, che non avevano una linea sui servizi e si preoccupavano solo di presidiarli – si propongono come portatori di una nuova offerta di prestazioni sociali, sanitarie ed educative e lavorano a riallocare le risorse nel ‘loro’ privato sociale e non. Ciò implica la nascita di un vero e proprio nuovo modello di erogazione delle prestazioni e dei servizi, il welfare mix, di un nuovo operatore di questo welfare leggero, di un nuovo modo di concepire il rapporto con l’utente, di un nuovo modo di fare cultura in questi nuovi servizi che merita un’attenzione particolare, poiché sta qui l’anello principale destinato a fare da vettore e da stabilizzatore del nuovo blocco storico fra ulivisti del centro e della sinistra qui in Emilia.
Infine vi è una terza strada che è quella della sottrazione di ingenti quote del welfare sia dai servizi pubblici, sia dal privato più o meno sociale, attraverso un’opera di inabissamento della cura in quel fiume carsico che è la famiglia, che così viene di nuovo sovraccaricata, soprattutto nella sua componente femminile, di quelle incombenze suppletive e marginalizzanti dalle quali per tutto il Novecento aveva tentato di emanciparsi.
Il risultato di tutta questa complessa operazione non sarà solo la perdita di un modello di welfare che ci è stato invidiato nel mondo, ma anche un rilevante processo di riallocazione delle risorse a danno delle famiglie e delle imprese.
In effetti l’aziendalizzazione, l’appalto al privato, l’inabissamento della cura, e infine la ‘tikettazione’ ormai generalizzata stanno minando alla radice il welfare dei servizi, per cui non traggono più vantaggi rilevanti da esso né le nuove classi medie, né tantomeno i lavoratori dipendenti, ormai costretti a pagare due o tre volte le prestazioni, e quindi ormai paradossalmente gravati dallo stesso welfare.
Ancora più penalizzate dalla situazione attuale sono le donne, doppiamente marginalizzate sia per l’enorme aumento del peso che la cura intra-familiare, e perciò femminile, è destinato ad avere nei prossimi anni, sia perché la contrazione del welfare porterà a sua volta alla riduzione di un importante bacino di lavoro femminile extradomestico. Mentre ai nuovi arrivati, con le loro speranze e senza le loro famiglie, o si prospettano soluzioni che non fanno parte dell’ambito dei diritti, ma della carità, o si danno risposte pigre, a rimorchio dei problemi, incapaci di prevederli e di governarli.
Gli homines novi di questo coacervo di forze e di parrocchie pretendono di trattare il welfare emiliano, e reggiano in particolare, come se fosse un vecchio reperto fossile assimilabile al ‘loro’ Stato assistenziale, democristiano, dispendioso e clientelare, e vorrebbero ridurlo a mera istanza di controllo del ‘vero’ welfare che nei loro disegni dovrebbe traslocare nel privato profit e non profit.
Molteplici sono le ragioni di questo declino e non certo identificabili in termini causalistici: abbiamo fatto cenno ai rapidissimi mutamenti avvenuti in città sul piano economico-sociale in questo quarantennio; alla crisi d’identità che ne è derivata all’interno di ogni classe sociale; alle profonde trasformazioni del welfare reggiano sul piano dei contenuti e dei metodi, e a quelle cui, lungo questo quarantennio, sono andati incontro la partecipazione e gli intellettuali del welfare.
Ciò che mi preme rimarcare, alla fine di questo excursus storico, è però l’assenza oggi nella sinistra locale di un soggetto collettivo e di un luogo in cui il cambiamento (e non solo quello relativo alla politica dei servizi) possa essere interpretato, guidato, piegato agli interessi delle classi subalterne. Di fronte a questa inerzia, di fronte all’assenza di luoghi politici e sociali in cui la sinistra possa disegnare il proprio futuro, di fronte alla sua presa di distanza da quello che pur fu un aspetto del suo prestigioso passato, l’attivismo del ‘centro’, che ha un proprio progetto di welfare, come abbiamo tentato di dimostrare, è destinato ad avere partita vinta.
note:
* Nella versione originale e più ampia di questo lavoro (tra i vincitori dell’edizione 2001 del premio Michelangelo Notarianni) è presente un paragrafo, intitolato Il primo dopoguerra e la controcultura comunista, in cui sono tratteggiati gli elementi principali della società reggiana nel primo dopoguerra (testo archiviato presso la Segreteria del Premio, Via Francesco Saverio Sprovieri 14, 00152 Roma, tel. 06 58.18.442).
1 Questi dati, e quelli che utilizzeremo in seguito per descrivere le trasformazioni che seguiranno a Reggio Emilia nei decenni successivi, vengono da un confronto fra i tre censimenti del ‘51, del ‘71 e del ‘91, e precisamente dalla distribuzione percentuale degli occupati nei tre censimenti presi in considerazione:
| ANNO DEL CENSIMENTO |
SETTORE AGRICOLO |
SETTORE INDUSTRIALE |
SETTORE SERVIZI |
SETTORE ALTRO |
| 1951 | 55,1 % |
25,1 % | 19,3 % |
0,5 % |
| 1971 | 21,2 % |
47,0 % | 31,2 % |
0,6 % |
| 1991 | 6,6 % |
44,7 % | 48,1 % |
0,6 % |
2 Adorno Th. W. Cultura ed amministrazione, in Scritti sociologici, Einaudi, ‘76.
3 T. Aymone, Potere locale e burocrazia nell’esperienza della sinistra, in «Inchiesta», N.40, luglio-agosto 1979, pp.3.
4 Per esempio, quanto è previsto nella legge Turco sull’assistenza.