Giappone: crisi ininterrotta
L’IDOLO INFRANTO
Joseph Halevi
1. L’accumulazione di capacità inutilizzata
Presentato come modello post-fordista, il Giappone è diventato invece un emblema della crisi del processo di accumulazione capitalistica tanto sul piano produttivo quanto sul piano finanziario. Per lo scrivente, che ha sempre considerato i discorsi sul post-fordismo e sulla ‘globalizzazione’ come aria fritta, la crisi giapponese rappresenta sia la maggiore linea di frattura nel sistema finanziario mondiale incentrato sull’apparente indebitamento estero degli Stati Uniti, sia la prova che le crisi possono perdurare senza far balenare alcuna soluzione fondata su una ripresa ciclica. Da questo punto di vista l’esperienza giapponese di questi ultimi tre decenni si appaia, per importanza storica, a quella americana del 1930-1940, quando l’economia potè uscire dalla stagnazione di lungo periodo solo grazie alla guerra mondiale. In ambo i casi i tentativi delle singole imprese di adeguare le loro capacità produttive alla – ormai ridotta – dinamica della domanda aggregata si sono tradotti in un aggravamento delle condizioni stagnazionistiche. Infatti quando le imprese aggiustano il grado di utilizzo degli impianti allo stato della domanda (quand’essa è in calo relativo) operano una serie di trasformazioni che tendono a riprodurre i margini di capacità produttiva in eccesso. Viene ridotto il volume degli investimenti con conseguente creazione di capacità inutilizzata nei settori che producono mezzi di produzione, mentre il contenuto tecnologico degli investimenti realmente effettuati è generalmente tale da aumentare la potenzialità produttiva dei nuovi macchinari anche se questi sono stati introdotti con il solo obiettivo di eliminare i vecchi. Inoltre qualora la stagnazione economica si ripercuotesse negativamente sulla dinamica dei salari rispetto alla produttività, i margini di capacità inutilizzata tenderanno a riprodursi sistematicamente nel settore dei beni di consumo a causa della carenza di potere d’acquisto – in relazione alla potenzialità produttiva del settore – dei salariati. L’idea quindi di un utilizzo normale degli impianti è tanto fallace quanto l’idea che nell’economia capitalista vi sia una naturale tendenza all’equilibrio dell’offerta con la domanda attraverso la flessibilità dei prezzi di mercato comportante delle opportune – quanto improbabili – sostituzioni tra i fattori produttivi1. Sono trent’anni che il Giappone cerca il suo tasso normale di utilizzo degli impianti senza ovviamente riuscire a trovarlo ma passando invece da una fase di crisi (o di non utilizzo degli impianti) ad un’altra.
In un’economia capitalistica il tasso di crescita è un dato importante non per ragioni normative o di benessere sociale ma perchè dietro di esso si celano i saggi di profitto del sistema. Generalmente se il saggio di crescita del prodotto interno lordo passa dal 9% medio annuo del periodo 1960-1973 al 3,5% del resto del decennio, come è successo in Giappone, si può star certi che la media dei saggi di profitto scaturiti dalla produzione ne ha risentito negativamente per via, appunto, dell’emergere di capacità produttiva inutilizzata. Analogamente, la tendenza dei saggi di crescita nipponici a gravitare intorno a valori molto bassi durante la quasi totalità dello scorso decennio e del primo anno del nuovo millennio significa crisi dei profitti industriali anche in presenza di una compressione dei salari rispetto alla produttività. Infatti sebbene la riduzione dei costi diretti unitari (salari e materie prime) aumenti i margini di profitto per unità di prodotto, i saggi di profitto possono venir intaccati dall’aumento dei costi fissi indotto dalla grande quantità di impianti aventi un basso grado di utilizzo della capacità produttiva. L’accumulazione capitalistica entra pertanto in contraddizione con se stessa senza l’interferenza del rapporto quantitativo tra salari e saggi di profitto. In altre parole la crisi dei profitti industriali non proviene da aumenti salariali eccessivi rispetto alla produttività bensì da meccanismi – completamente autonomi rispetto ai salari – che portano l’economia ad impantanarsi in una stagnazione di lungo periodo. In definitiva le cause dell’impasse vanno ricercate nelle condizioni afferenti alla domanda. A mio avviso questo quadro si applica all’insieme del mondo capitalista, tuttavia esso trova nel Giappone la sua espressione più eclatante. Certamente, quando i profitti industriali entrano in crisi si rafforza la tendenza a chiedere e imporre – spesso con il consenso sindacale – moderazione e disciplina dal lato salariale, acuendo però il problema dal lato della domanda. Inoltre e come conseguenza si possono cercare fonti di profitto altrove, ad esempio nelle operazioni con l’estero2.
In Giappone molto raramente i salari sono aumentati più della produttività, normalmente è successo il contrario. La moderazione salariale non ha innescato alcun meccanismo propulsivo, semmai ha aggravato il problema della capacità produttiva inutilizzata nelle industrie dei beni di consumo. Oggi la stagnazione è arrivata ad un punto tale che, a causa della crisi degli investimenti, la crescita della produttività apparente del lavoro è minima, situandosi tra i livelli più bassi nell’ambito dei paesi dell’Ocse. Ne discende che la stagnazione della domanda impedisce l’usufrutto economico delle innovazioni tecnologiche nei confronti delle quali le imprese giapponesi non hanno lesinato sforzi. In realtà le innovazioni tecnologiche sono assolutamente inadeguate a risolvere il problema della dinamica degli investimenti in un contesto ove i margini di capacità produttiva inutilizzata sono elevati ed endemici3. Le operazioni con l’estero hanno invece comportato un flusso regolare di profitti ottenuti grazie alle eccedenze commerciali e al crescente flusso di introiti e rendite derivanti dagli investimenti effettuati all’estero. Va detto però che le eccedenze commerciali non hanno dato luogo a un moltiplicatore del reddito del tipo ipotizzato da Kalecki, Harrod e Kaldor4. Per essere precisi, le esportazioni costituirono uno stimolo alla crescita negli anni ottanta (di poco superiore a quella critica degli anni settanta, 3,8 contro il 3,5%) mentre cessarono del tutto di esserlo negli anni novanta, durante i quali la crescita media del Pil è stata dell’1,6%5. Così, nonostante la persistenza di eccedenze nette con l’estero, l’economia nipponica ha continuato a insabbiarsi nella stagnazione. I profitti ottenuti attraverso le esportazioni non hanno ridato fiato agli investimenti per via della crisi della domanda interna.
Risultati migliori sono stati ottenuti dal lato delle rendite incamerate dall’estero. Nella bilancia corrente dei pagamenti del Giappone la voce ‘redditi da investimenti’ era, fino agli ultimi dati Ocse, in crescita relativamente alle altre voci. Da questo punto di vista le operazioni delle multinazionali nipponiche sono state assai più efficaci per la macroeconomia giapponese di quanto lo siano state le operazioni delle multinazionali tedesche, o localizzate nella repubblica federale, per l’economia della Germania. Durante gli anni ottanta la Germania occidentale aveva accumulato un notevole surplus di parte corrente anche in termini di flusso di redditi da investimenti. Dal 1992 ha perso tutto e le eccedenze commerciali non riescono a colmare il deficit nel ramo dei servizi e nella posta riguardante il deflusso di pagamenti per investimenti esteri. La Germania versa all’estero in dividendi, interessi e royalties più di quanto riceva dai propri investimenti internazionali. Quindi l’estero per la macroeconomia tedesca non sta più dando profitti. Il Giappone invece ottiene molti soldi dalle sue operazioni internazionali, cosa che aiuta a mantenere in piedi il sistema bancario e finanziario nazionale malgrado le grandi perdite subite durante le crisi asiatica e nell’effettuazione di prestiti non rimborsabili. In considerazione del fatto che, contrariamente alla Germania in Europa, il Giappone non ha zone protette e la sua economia e moneta si scontrano direttamente con gli Usa, i risultati ottenuti dalle società nipponiche sul piano mondiale costituiscono un grande successo e contribuiscono, nel breve periodo, ad attutire gli effetti della crisi. Tuttavia su un lasso di tempo più lungo tale successo può innestare un meccanismo di deindustrializzazione, soprattutto se il problema delle capacità produttive inutilizzate non viene risolto attraverso una ripresa duratura della domanda effettiva.
Per il momento la base industriale nazionale sostiene le operazioni estere non solo attraverso le esportazioni. Quando una multinazionale nipponica si installa all’estero, essa mantiene con la società madre e il suo retroterra di imprese subappaltatrici una fitta rete di relazioni. La superiore tecnologia nipponica proviene prevalentemente dalla madrepatria, per cui i buoni risultati all’estero non sono separabili dalle capacità industriali nazionali. Ma quanto può durare questo rapporto? Tanto più stagna l’economia nazionale tanto più si aggrava la crisi degli investimenti interni da cui dipende la funzionalità internazionale dell’apparato industriale giapponese. Le tendenze alle delocalizzazioni estere, già in atto in alcuni settori come sottolineano con preoccupazione alcuni recenti rapporti del Meti (ex Miti), sono quindi destinate ad accentuarsi. Tutto ciò significa che il Giappone non riuscirà ad uscire dalla stagnazione. Vi sono, in effetti, molte ragioni storiche e politiche che mi portano a credere in una impotenza intrinseca della classe dirigente di quel paese che si trova simultaneamente in una relazione di simbiosi e di conflitto profondo con gli Stati Uniti. Ed in ogni campo della vita del paese – politico, militare, economico – tra il Giappone ed il resto del mondo, perfino nel tratto di mare che lo separa dalla Cina, si stagliano immancabilmente gli Stati Uniti d’America, veri artefici del Giappone post-bellico6.
2. Politica ed economia
Ho già ricordato che il Giappone arrivò all’appuntamento con la crisi del 1974 al gran galoppo, piombando da un tasso di crescita medio del 9% a circa il 3,5% per il resto del decennio. L’assenza di una sistematica pressione salariale sulla produttività ha contribuito a ingabbiare il tasso di accumulazione in uno schema ove i settori trainanti erano quelli appartenenti al comparto dei mezzi di produzione. Verso la fine degli anni sessanta l’economia giapponese era in procinto di raggiungere lo stadio della maturità. Come argomentato da Paul Sweezy nel 1953 (Il presente come storia, parte quinta capitolo V, Torino, Einaudi, 1962), la maturità economica corrisponde a una situazione nella quale il settore rurale ha ormai esaurito il surplus di popolazione da fornire ai settori urbani dell’industria e dei servizi. Inoltre l’insieme del settore industriale è costituito da uno stock di capitale moderno prodotto interamente dal settore dei mezzi di produzione. In tali circostanze, venendo meno la necessità di costruire lo stock di capitale ex novo, l’espansione può essere finanziata prevalentemente dai fondi di ammortamento. I profitti possono essere mantenuti grazie alle eccedenze realizzate nelle transazioni con l’estero. Alternativamente l’accumulazione e i profitti devono cedere il passo ad una più alta quota dei salari sul reddito nazionale, ad una maggiore incidenza della spesa sociale, alla riduzione delle ore effettivamente lavorate. Ciò non accadde, dato che la dinamica salariale era generalmente inferiore a quella della produttività. Dal 1973 il divario diventa permanente. L’economia giapponese subisce quindi il crollo del tasso di crescita quando la sua struttura è tutta proiettata verso i settori di beni di capitale. Il colpo inflitto al grado di utilizzo degli impianti è tale che fino al 1980 il tasso di crescita pro capite è inferiore a quello di molti paesi europei, tra i quali l’Italia e la Germania occidentale. La minore dinamica salariale rispetto alla produttività smorza gli effetti positivi della spesa pubblica in deficit e aggrava il problema dell’utilizzo dei macchinari.
L’intero processo della crescita nipponica si basava sulla convinzione che gli Stati Uniti avrebbero garantito il quadro economico internazionale del Giappone. Così quando nel 1960 il governo di Tokyo lanciò il programma intitolato Raddoppio del reddito nazionale l’iniziativa venne abbinata a una proposta, propagandata nell’Asia, a influenza Usa, di massicci aiuti allo sviluppo regionale. Piccolo particolare: il governo giapponese andava raccontando per tutta l’Asia che il piano sarebbe stato interamente finanziato dagli Stati Uniti. Gli americani dovevano quindi spendere e i giapponesi vendere. L’idea di coinvolgere Washington in un grande piano di sviluppo regionale non era arbitraria dato che dalla fine della guerra di Corea gli Usa stavano riducendo l’erogazione di fondi appositamente stanziati per il Giappone, noti come Special procurement program. Il piano di aiuti alla regione non si realizzò, in compenso però avvenne un fatto di gran lunga più importante: la benvenuta guerra nel Vietnam che permise al reddito nazionale nipponico di oltrepassare l’obiettivo del raddoppio. Furono gli Usa a lasciare i giapponesi appesi ai loro settori pesanti proprio quando la guerra nel Vietnam stava dando i migliori frutti sul piano regionale con l’industrializzazione della Corea meridionale e di Taiwan, economie drogate dalle tecnologie e dai beni capitali importati dal Giappone. Infatti tra il 1969 ed il 1971 Washington aprì due capitoli nei confronti del Giappone, quello monetario e quello del contenzioso commerciale, che non furono più richiusi.
Malgrado la grande cura con cui le istituzioni nipponiche programmavano gli stadi della reindustrializzazione del paese, ha ragione Kent Calder, attento analista dei processi politici in Giappone, ad affermare quanto segue:
La crescita giapponese del periodo post-bellico, particolarmente negli anni ‘50 e ‘60 si è tipicamente manifestata a ondate. Molte di queste volatili ondate erano totalmente imprevedibili dato che provenivano da improvvise stimolazioni estere (Kent Calder, Crisis and Compensation: Public Policy and Political Stability in Japan, Princeton, N.J. Princeton University Press, 1989, p.52, mia traduzione come anche le successive).
Il fenomeno si ripetè negli anni ottanta, quando la politica di alti tassi di interesse perseguita dalla Federal Reserve americana e il deficit pubblico indotto dalla spesa militare di Washington comportarono tanto una rivalutazione del dollaro quanto un rilancio della crescita statunitense:
Ancora una volta sembra che il repentino indebolimento dello yen e l’effervescenza economica indotta dalle esportazioni siano stati generalmente imprevisti (Kalder, op.cit.).
L’aleatorietà dell’habitat economico del paese e la sensazione di muoversi costantemente su un filo di rasoio è una percezione che attanaglia le classi dirigenti nipponiche. Questo non è altro che il portato della ricostruzione del Giappone da parte degli Usa che hanno sterilizzato la posizione e proiezione politica internazionale di Tokyo. Una volta acquisito il fatto che la formazione di un’alleanza pro-americana nel Pacifico dipendeva in modo cruciale dalla rinascita industriale nipponica, e respinti decisamente i tentativi di Tokyo di ristabilire sostanziali rapporti economici con la Cina, «in Giappone le forze conservatrici si unirono ai loro sponsor americani per ricostruire il paese in forme che assumevano un’inquietante rassomiglianza con l’ordine prebellico» (Schaller, op.cit., p.51). E l’ordine prebellico si incentrava sul ruolo delle società monopolistiche Zaibatsu7 trasformatesi poi nelle attuali Keiretsu. Sono queste che assieme alla burocrazia statale hanno conferito al Giappone la fisionomia di un’economia lanciata verso la sovraccumulazione. Le classi dirigenti nipponiche non hanno una soluzione di ricambio positiva alla crisi del loro modello storico. Una penetrante osservazione espressa nel 1950 da Shigeru Yoshida, il premier più importante nell’immediato dopoguerra e massimo difensore del potere delle Zaibatsu, fornisce una parte della spiegazione storica dello stallo nipponico. Riferendosi al fatto che gli Usa benché inizialmente colonia britannica diventarono più forti dell’Inghilterra, Yoshida sostenne che se il Giappone fosse diventato temporaneamente una colonia degli Usa ne sarebbe emerso come il più forte (vedi Schaller, p. 298). Il vecchio politico, parte dell’élite di potere prima della resa, poi distruttore violento dei rinati sindacati a guerra finita, aveva visto giusto per quanto riguarda la forza industriale che le Zaibatsu-Keiretsu avrebbero acquisito operando sotto l’egemonia Usa. Però, proprio come in una colonia, l’habitat sarebbe stato determinato in maniera rigorosamente esogena dagli Stati Uniti. Il leader conservatore non era affatto contrario alla sterilizzazione della politica estera nipponica. Già nel 1941 egli considerò la guerra come un madornale errore. Nel dopoguerra, dopo essersi pronunciato senza successo per una riapertura verso la Cina, divenne il politico che istituzionalizzò in maniera permanente la presenza militare Usa in Giappone opponendosi al riarmo del paese. Il Giappone come una colonia Usa di Zaibatsu industriali nipponiche senza i sindacati o quasi: questo era il suo progetto.
Il disegno è largamente riuscito, solo che l’idea di una colonia temporanea è sballata. Quando gli Usa hanno cominciato a tagliare l’erba sotto i piedi di Tokyo non offrendo più un quadro garantito internazionalmente, il Giappone è entrato in una crisi la cui morsa, ad eccezione del periodo 1981-85, non ha fatto che stringersi. Il problema però è prevalentemente politico piuttosto che economico. Per questo non ha alcun valore parlare di schemi di cooperazione monetaria in Asia – ventilati periodicamente dopo la crisi asiatica da economisti ufficiali nipponici ma che sfociano sempre in un nulla di fatto. Affinché tali schemi possano attuarsi è necessario che tutta l’Asia orientale faccia fronte comune contro le ire statunitensi. Cina, Giappone e Taiwan detengono una buona fetta del debito estero Usa. Proprio per questo motivo il consolidamento delle loro riserve in un fondo comune creerebbe un polo finanziario che intaccherebbe notevolmente l’egemonia del dollaro. Di conseguenza, per attuare un simile programma è necessaria una forte unità d’intenti tra i vari paesi che passa ovviamente attraverso la soluzione dello status di Taiwan. Tuttavia se si parla di Taiwan si parla degli Usa che sono in loco e non occorre aggiungere altro. Inoltre questi paesi detengono debito Usa perché hanno delle forti eccedenze verso gli Stati Uniti. Non è facile sostituire una domanda con un’altra, soprattutto quando la domanda generata dagli Usa sprona o trasmette, attraverso gli investimenti delle multinazionali, innovazioni tecnologiche. Certamente per la Cina la domanda americana è essenziale per tutto il suo programma di (caotica) trasformazione industriale.
Sarebbe più realistico pensare ad un sistema di fatto bilaterale ove il Giappone offre dei prestiti per finanziare programmi di sviluppo che si tradurrebbero, ovviamente, in un accresciuto flusso di esportazioni nipponiche verso la Cina e aree limitrofe. Qui però casca l’asino nipponico. Di prestiti i giapponesi ne hanno fatti a iosa, quello che non fanno è creare domanda effettiva. Non lo facevano prima della crisi asiatica, quando il rapido sviluppo della regione comportava un forte deficit di questa verso Tokyo, e non lo fanno nemmeno ora. Vi è un grosso contenzioso in Asia verso il Giappone da questo punto di vista. Il Giappone è un avaro importatore in termini globali ed anche questo è il risultato del regime Yoshida riassumibile in ‘tutto il potere alle Zaibatsu!’. Una parte del surplus nipponico verso l’Asia è fisiologico, ma una parte proviene dalla struttura oligopolistica di potere. Esiste quindi un baratro strutturale tra il Giappone ed il resto dell’Asia fondato su ciò che ha descritto un diplomatico di Tokyo in Thailandia:
Il Giappone si sta creando un mercato esclusivamente nipponico ove le nazioni dell’Asia-Pacifico vengono incorporate nel cosiddetto sistema delle Keiretsu. La relazione fondamentale tra il Giappone e l’Asia sudorientale consiste nello scambiare importazioni controllate, come i prodotti delle imprese in cui i giapponesi hanno investito, contro esportazioni vincolate, come i macchinari necessari alla produzione ed altri materiali (riportato in William Tabb, Japanese capitalism and the Asian geese, «Monthly Review», March, 1994 , p.32).
La natura oligopolistica del meccanismo di commercio circolare interno al sistema di proprietà nipponico viene garantita dalle società commerciali giapponesi note come Sogo-sosha le quali, essendo strettamente collegate alle Keiretsu, agiscono da garanti dei margini oligopolistici e della trasmissione delle commesse.
La crisi asiatica – determinata prevalentemente dai rapporti economico finanziari tra l’Asia e gli Stati Uniti, per cui anche sul proprio terreno di egemonia il Giappone dipende dall’economia politica Usa – ha indebolito quantitativamente la posizione nipponica ma non ha intaccato le politiche di controllo oligopolistico. La crisi ha semmai introdotto un ulteriore elemento di sfiducia e di tensione tra l’Asia orientale e Tokyo. Per allentare la morsa della crisi espressa nella capacità produttiva inutilizzata le classi dirigenti nipponiche non esitano ad agire anche contro ciò che costituisce il loro hinterland naturale. I vari programmi di deficit pubblico, ora intorno all’8% del Pil, non sono stati sufficienti a rilanciare l’economia anche se, assieme agli introiti dall’estero, ne hanno impedito la frana rovinosa. Del resto per rilanciare l’economia Usa dopo il 1939 il deficit pubblico – consacrato prevalentemente alla spesa bellica – oltrepassò il 25% del prodotto nazionale senza nessun effetto negativo sugli anni successivi. È assai probabile che oggi in Giappone la quota del deficit adatta a rilanciare l’economia non sia poi tanto lontana da quella Usa nel periodo bellico. Contemporaneamente però il rilancio della domanda interna è reso difficile dal fatto che i beni di consumo non sono come il materiale militare, che si consuma rapidamente quando è usato oppure si può accumulare ampliando l’esercito. Inoltre il basso livello di sviluppo del sistema di sicurezza sociale, conseguenza della debolezza sindacale e salariale, induce a una persistente ed elevata propensione al risparmio da parte delle famiglie, con negative ripercussioni sulla domanda.
Per il Giappone le esportazioni costituiscono dunque il modo più diretto per effettuare un rilancio economico. La svalutazione dello yen stimolerebbe immediatamente le esportazioni senza scontrarsi con le strategie concernenti la fissazione dei margini di profitto unitari rispetto ai salari perseguite dalle imprese. Tuttavia ogni svalutazione dello yen mette in crisi le monete asiatiche in quanto rende le industrie giapponesi concorrenziali rispetto a quelle – ancora inferiori – della Corea meridionale, della Malaysia, di Taiwan ed ora anche della Cina. La svalutazione strisciante dello yen dallo scorso settembre a gennaio di quest’anno, concordata con gli Stati Uniti, ha provocato delle dure reazioni diplomatiche da parte della Cina e della Corea del sud obbligando Tokyo ad arrestare il calo della propria moneta. La vicenda mostra come le tensioni sovrastino le dichiarazioni di cooperazione. I paesi asiatici memori dell’esperienza del 1995-1998, quando la svalutazione dello yen rispetto al dollaro – e quindi rispetto alle altre monete asiatiche – concordata tra Tokyo, Washington e Bonn acuì la già grave fragilità finanziaria della regione, effettuano un monitoraggio ravvicinato delle politiche del tasso di cambio da parte del Giappone. Gli avvenimenti di gennaio rivelano che almeno Pechino e Seul sono pronte a trasferire di peso sul piano dei rapporti politici e statuali con Tokyo ogni eventuale e sistematica svalutazione dello yen nei confronti del dollaro americano. Quindi anche la via della ripresa delle esportazioni attraverso la svalutazione è piuttosto rischiosa.
Il problema, ripeto, è politico. Vale quindi riportare, a mo’ di conclusione, un intervento in tal senso di Chalmers Johnson dell’Università di San Diego in California (uno dei maggiori studiosi, se non il maggiore, del Giappone industriale) apparso sul «Los Angeles Times» del 27 marzo del 2001:
«Il problema reale in Giappone è politico. Il Partito Liberal Democratico che in un modo o nell’altro ha regnato sul paese dal 1949 è diventato solo una forza di conservazione ed è anche corrotto e incompetente. Il suo vechio ruolo di bastione anticomunista e di copertura formale della direzione tecnocratica da parte della burocrazia non è più rilevante. Ma gli americani lo amano. Il Pld è l’unico partito politico giapponese sufficientemente indifferente alle sofferenze e alle umiliazioni degli okinawesi (nonché degli altri giapponesi che vivono nei pressi delle altre 91 basi militari Usa in Giappone), da agire nel paese come agente degli Stati Uniti. Il Giappone e l’insieme dell’Asia orientale abbisognano della fine dell’egemonia americana, dello sviluppo in Giappone di un sistema politico che porti al governo dei leader genuini e che ridia alla politica industriale il posto che le spetta in una società che vi ha fatto da battistrada e ne ha perfezionato l’uso. Il Giappone può giocherellare con i saggi di interesse e con il tentativo di superare la crisi attraverso l’inflazionamento delle spesa governativa. Tuttavia riuscirà a diventare una grande nazione per meriti propri solo quando avrà un governo legittimo sostenuto dalla volontà popolare. Un simile governo non si sentirà intimorito dall’arricchimento di altre aree dell’Asia orientale e cercherà di aiutarle nel loro ulteriore sviluppo. Il Giappone tuttavia è un satellite politico degli Stati Uniti. Esso è soggetto all’egemonia militare ed economica Usa che limita in maniera significativa il raggio delle sue opzioni, inclusa la capacità di adeguarsi e di profittare delle tendenze verso il pacifico commercio con la Cina e delle iniziative di pace nella penisola coreana intraprese dagli stessi coreani. Di conseguenza un tale governo non si prospetta minimamente all’orizzonte e – date tendenze in atto nell’attuale governo Usa – la prognosi concernente la pace e la stabilità è fosca8».
note:
1 Se un fattore produttivo, diciamo il lavoro, è abbondante rispetto ad un altro, diciamo il ‘capitale’, la flessibilità verso il basso dei salari rispetto al prezzo del ‘capitale’ dovrebbe indurre, in condizioni di concorrenza, gli imprenditori dell’intera economia ad assumere più lavoratori spostando quindi la tecnica di produzione verso una maggiore intensità di lavoro. È stato dimostrato che questo tipo di sostituzione è una favola anche mantenendo l’ipotesi concorrenziale. In realtà può succedere il contrario, sempre in condizioni di concorrenza.
2 Si ricordi che i profitti dipendono dalla spesa per gli investimenti, dal deficit pubblico e dalle esportazioni nette. A questo si deve aggiungere una componente di rendita costituita dagli introiti provenienti dagli investimenti effettuati all’estero: pagamento di interessi su prestiti nonché di dividendi e di royalties.
3 Anche qui l’esperienza nipponica offre una lezione anti-postfordista. Se gli italo-postfordisti non vanno oltre la fabbrichetta veneta, i loro maîtres à penser francesi (Robert Boyer, Benjamin Coriat, ecc.) si focalizzavano sull’impresa giapponese come modello di flessibilità che avrebbe comportato l’emarginazione e il superamento del problema della domanda effettiva. Ci hanno proprio azzeccato, non c’è che dire!
4 Questi tre autori hanno teorizzato il ruolo delle esportazioni nette come stimolo della crescita del reddito nazionale e dei profitti. In Kalecki il ruolo delle esportazioni nette evidenziava la dimensione luxemburghiana dell’imperialismo, per Kaldor invece le esportazioni nette avrebbero messo in moto un meccanismo cumulativo per l’insieme dell’economia stimolando gli investimenti, la produttività e gli stessi consumi. Solo la variante kaleckiana è applicabile al Giappone, ove le eccedenze sull’estero sostengono i profitti nazionali che altrimenti sarebbero in una crisi ben più profonda.
5 Gran parte della media dell’1,6% del periodo 1990-99 è dovuta alla fiammata del 5% avutasi nel 1995 senza questo picco il tasso medio è intorno all’1,2%. Ad eccezione dell’Italia, le economie europee superano quella giapponese.
6 Le migliori analisi su questo punto sono reperibili nelle seguenti opere storiche: Walter La Feber, The Clash, New York, Norton Company, 1997; Michael Schaller, The American Occupation of Japan, New York, Oxford University Press, 1985; William Borden, The Pacific Alliance: United States Foreign Economic Policy and Japanese Trade Recovery, 1947-1955, Madison, Wis, University of Wisconsin Press, 1984; Aaron Forsberg, America and the Japanese Miracle: the Cold War Context of Japan’s Postwar Economic Revival, 1950-1960, Chapel Hill, NC, University of North Carolina Press, 2000.
7 Le corporations finanziarie e industriali giapponesi controllate dalle grandi famiglie, che dopo la seconda guerra mondiale presero il nome di keiretsu.
8 Chalmers Johnson, «Japan’s Woes Are Political, and U.S. Is Not Helping» , Los Angeles Times, Tuesday, March 27, 2001.