New Labour in difficoltà
IL SINDACATO TORNA IN CAMPO
Nick Wright
Aumentano le tensioni tra il governo ‘new’ Labour di Tony Blair e le Unions britanniche. Un sintomo è il crescente entusiasmo per la mobilitazione: gli scioperi dei lavoratori delle ferrovie che chiedono un aumento di stipendio e protestano contro le minacce alla sicurezza, conseguenza dei bassi investimenti nella nuova gestione privatizzata delle ferrovie, sono all’ordine del giorno; gli impiegati delle poste, di fronte a un’amministrazione ottusa che si prepara a privatizzare, protestano con interruzioni improvvise del lavoro, in gran parte ignorate dai media; i dipendenti pubblici sono impegnati in una lunga battaglia di scioperi per maggiori garanzie sul lavoro, nella previdenza sociale e nell’assistenza ai disoccupati; anche gli insegnanti di Londra hanno votato per lo sciopero: chiedono rimborsi adeguati per far fronte all’esorbitante costo della vita nella capitale; persino gli staff teatrali sottopagati del West End di Londra si preparano ad azioni di protesta per uno stipendio dignitoso.
Un altro sintomo è l’elezione di una nuova generazione di leader sindacali, con scarso attaccamento al nesso tradizionale tra politiche socialdemocratiche, strutture burocratiche e politica parlamentare che da sempre ha caratterizzato le relazioni tra Unions e Labour. Se questa ‘scomoda squadra’ non ha molta simpatia per la tradizionale socialdemocrazia, ne ha ancora meno per la politica del ‘new’ Labour, che va a braccetto con il mondo dell’alta finanza.
I lavoratori delle ferrovie, nonostante una feroce campagna propagandistica (e un episodio misterioso in cui una banda di delinquenti armati di mazze ferrate lo ha assalito sulle scale di casa), hanno eletto un militante per dirigere il sindacato dei lavoratori dei trasporti, ferroviari e marittimi. Si tratta di Bob Crow, che si è unito al suo omologo della Union dei macchinisti, Mick Rix, in un’alleanza che rafforza l’opposizione sindacale alla ulteriore privatizzazione delle ferrovie.
I dipendenti delle poste e telecomunicazioni, dopo aver sconfitto un ex tory che voleva privatizzarle, hanno eletto l’intransigente Billy Hayes, che ha poi contestato l’analogo progetto del Labour.
Ha sorpreso il fatto che la destra troglodita del sindacato dei dipendenti pubblici non sia riuscita a far rieleggere il ‘guerriero freddo’ in carica, sia stato invece nominato Mark Serwotka sulla base di una netta opposizione alla privatizzazione e alla concertazione sociale.
Per capire le difficoltà con cui deve misurarsi Blair basti pensare all’inaspettato allontanamento da John Edmonds, leader del sindacato generale Gmb che in passato lo sosteneva e invece ora ha congelato una donazione di 2 milioni di sterline al partito laburista per investirli in una campagna contro la privatizzazione, facendo capire che non avrebbe sostenuto i candidati blairiani dei governi locali, favorevoli alla cessione dei servizi pubblici in mano ai privati.
Questo grosso sindacato generale – che ha moltissimi iscritti nei servizi pubblici, governi locali e industria – è storicamente un bastione della burocrazia socialdemocratica di destra; ed è proprio con l’appoggio dei suoi potenti baroni locali, soprattutto al Nord, che molte figure della destra sono salite in Parlamento, compreso lo stesso Blair, tra le fila del partito laburista.
Tra le maggiori Unions si prevedono forti scontri per la leadership; il sindacato dei lavoratori dell’industria e dei trasporti dovrà affrontare una serie di elezioni ai vertici. L’ultima volta il candidato della sinistra Bill Morris, primo leader sindacale britannico di colore, ha umiliato il candidato della ‘concertazione sociale’ appoggiato da Blair e dai media. Sembra che Downing Street abbia fretta (e difficoltà) di trovare un altro candidato più accomodante di quelli già in lizza.
Nel frattempo, nel sindacato Amicus, appena emerso (un complesso amalgama delle Unions di metalmeccanici, elettricità, manifatture, scienza e finanza) Ken Jackson, noto elemento combattivo dell’ala destra, deve affrontare la dura sfida lanciata da una sinistra riemergente che cerca di proporsi nei settori che sono le sue tradizionali roccaforti. Un asse della sinistra vicino a metalmeccanici, manifatture e trasporti ricreerebbe le condizioni per lanciare una sfida alle politiche sia interne sia estere del new Labour.
Negli anni ‘70 questo asse ha caratterizzato sia la lotta sindacale sui salari sia l’opposizione alla politica nucleare; è difficile immaginare una minaccia più forte alla politica interna di concertazione sociale e a quella estera di nuovo imperialismo del new Labour.
Blair potrà anche minimizzare sulla prevedibile opposizione di pompieri, lavoratori delle ferrovie e delle poste, come l’inevitabile ‘contraccolpo’ alle sue politiche di privatizzazione. E tra i laburisti c’è anche chi caldeggia un conflitto con i sindacati, con lo scopo di indebolire o spezzare il loro legame con il Labour, e puntando al finanziamento statale ai partiti per indebolire la dipendenza laburista dai soldi dei lavoratori, e a un’alleanza governativa permanente di laburisti, liberaldemocratici e conservatori pro-euro.
Lo spostamento del Gmb nasce in parte dalla necessità di competere con il principale sindacato dei servizi pubblici, Unison, che ha una linea storicamente più combattiva e ha al suo interno un dibattito aperto sul legame con il partito Labour.
Elemento ancora più significativo: le divisioni tra leader sindacali e politici new Labour sono l’inevitabile conseguenza del nuovo allineamento laburista con la parte più potente dell’alta finanza, le banche e i monopoli transnazionali; riflettono l’incapacità del capitale britannico di garantire profitti adeguati e mantenere allo stesso tempo la pace sociale con salari relativamente alti e il welfare state.
Le finanze pubbliche sono al centro del dilemma di Blair: da una parte, impegnato ad entrare nella moneta unica – con tutte le restrizioni che questo comporta sulla spesa pubblica – e dall’altra, fedele alla sua alleanza globale con Bush – con le inevitabili spese militari che ne conseguono – deve ancora fare i conti con un’opinione pubblica delusa per l’inefficienza dei trasporti pubblici, per le scuole che ricevono scarsi fondi, un’educazione superiore costosa, un sistema assistenziale e un servizio sanitario in crisi.
Le politiche sindacali in Gran Bretagna si muovono al ritmo di due processi: il ciclo dei salari e il calendario delle conferenze sindacali. Queste iniziano in primavera, quando si riunisce il Congresso dei sindacati scozzesi, tradizionalmente molto combattivi; si sviluppano con la conferenza delle donne del Tuc e prendono effettivamente il via con il convegno delle varie categorie sindacali; l’incontro nazionale del Congresso dei sindacati è a settembre, poco prima delle conferenze dei partiti. Queste conferenze sono importanti proprio per il rapporto speciale tra sindacati e partito laburista, sia perché il sostegno dei sindacati è importante per garantire (oltre che voti, una pratica di concertazione sociale); sia perché sono uno specchio dei sentimenti della popolazione.
In Gran Bretagna sono stati proprio i sindacati a formare il partito laburista; e nei primi vent’anni del ‘900 un singolo individuo non poteva entrare nel partito se non come membro di una delle società o cooperative socialiste affiliate. Nello scritto L’estremismo, malattia infantile del comunismo, Lenin suggeriva addirittura anche ai comunisti britannici di affrettarsi ad aderire con la loro organizzazione al partito laburista.
La formazione del partito del Labour ha permesso ai lavoratori organizzati di liberarsi dalla presa del Partito liberale e trovare un’espressione politica autonoma. Il risultato è che, caso più unico che raro, la Gran Bretagna ha una sola federazione cui appartengono praticamente tutti i sindacati, e quasi tutti – soprattutto nei settori manifatturiero, energetico, delle costruzioni, stampa e industrie di base – sono affiliati direttamente al partito laburista. Nonostante il new Labour abbia indebolito le rappresentanze dei sindacati nei consigli del partito, le Unions sono ancora potenzialmente il fulcro più potente dell’opposizione. Anche se la metà dei voti alla conferenza del Labour proviene dai delegati sindacali eletti direttamente, e al livello locale i sindacati hanno il diritto di mandare i loro delegati nel partito, non sono queste relazioni costituzionali formali a rappresentare la principale minaccia per il Labour: è piuttosto il rischio che la miriade di fili slegati dell’opposizione al programma di ‘modernizzazione’ del new Labour decida di fare fronte comune.
Al momento, il problema più serio per il Labour è che il numero dei membri iscritti al partito sta precipitando, la partecipazione dei sindacati agli affari del partito è sempre più bassa e l’astensione dal voto tra i lavoratori raggiunge il 70%.
Ha preso il via una nuova campagna per convincere i lavoratori a separarsi con i propri sindacati dal partito laburista. All’origine c’è la profonda delusione di quasi tutti i sindacalisti più attivi per la direzione presa dal Labour. I più accesi sostenitori di tale scelta appartengono a una svariata costellazione di gruppi, di natura soprattutto trotzkista, che intendono sfidare i laburisti sul piano elettorale. Ma di questa nuova razza di leader sindacali della ‘scomoda squadra’, solo il capo del sindacato dei dipendenti pubblici – che non è affiliato al Labour – caldeggia apertamente il contrasto, mentre persino il sindacato dei minatori, guidato da Arthur Scargill (del partito laburista socialista separatista), rimane saldamente legato al Labour.
Mentre gli elementi più estremisti del new Labour sono entusiasti quasi quanto l’estrema sinistra di una separazione delle Unions, la maggior parte dei sindacalisti diffida di queste tattiche. Un animato dibattito sul quotidiano di sinistra «Morning Star» suggerisce una possibile alleanza tra Partito comunista, sinistra del Labour e sindacati, a sostegno del legame con il Labour e contro i fautori della divisione.
Come sempre, sono i problemi concreti a guidare la politica delle Unions: i temi chiave sono gli stipendi, le condizioni e la sicurezza del lavoro. E gli attacchi neoliberisti alle pensioni e alle garanzie, il saccheggio e la ‘razionalizzazione’ nel settore privato e manifatturiero per la privatizzazione dei servizi pubblici, costringe i sindacati britannici ad adottare una prospettiva critica verso la politica del governo e dell’Unione europea.
Ma è sulla questione dei diritti sindacali, su cui il new Labour ha accuratamente mantenuto le linee essenziali della legislazione antisindacale della Thatcher, che sta emergendo un nuovo spirito critico. Sulla base di un’importante decisione formale presa al congresso del Tuc dello scorso anno, prenderà il via il 27 aprile una campagna – che riunisce gruppi della società civile, leader sindacali e avvocati laburisti – per l’abrogazione delle leggi antisindacali e l’elaborazione di un nuovo statuto dei diritti dei lavoratori.
Nel fondo risuonano gli echi degli anni ‘70, quando il potere dei rappresentanti sindacali e l’azione del sindacato ufficiale si sono combinati sull’onda della militanza operaia contro i tentativi dei conservatori e dei governi laburisti di mettere ai ferri corti i sindacati. Nei prossimi mesi si capirà se i lavoratori britannici organizzati cominceranno a determinare gli eventi o se continueranno a restare ai margini.
Nick Wright è redattore del settimanale londinese «Redpepper» (www.redpepper.com)
(Traduzione di Francesca Buffo)