numero  26  marzo 2002 Sommario

Sulle Tesi di Rifondazione

INTERNE CONTRADDIZIONI
Riccardo Bellofiore  

1.È vero, come afferma il commento redazionale che apre la Discussione sulle Tesi del Prc nel numero di gennaio di questa rivista, che il congresso di Rifondazione «merita un’attenzione e una riflessione molto serie». Temo però che l’articolo di Luigi Cavallaro, che ha aperto il dibattito, ‘confonda’ più che chiarire i nodi teorici e politici cruciali per una forza che si voglia dire ‘comunista’..
Anticipo in breve il mio filo di ragionamento. Le considerazioni critiche di Cavallaro precipitano nell’accusa secondo la quale «l’intero armamentario concettuale» delle Tesi sarebbe «di ascendenza negriana», e perciò comporterebbe il rigetto della lezione marxiana. A me sembra che Cavallaro sbagli il bersaglio, e che lasci troppo all’oscuro il punto di vista da cui muovono le sue contestazioni perché lettori e interlocutori possano raccapezzarsi davvero sui punti del contendere. In realtà, il documento congressuale ‘prende le mosse’ da una ripresa originale e creativa di Marx. Un Marx di cui si mantiene in pieno l’istanza tanto scientifica quanto rivoluzionaria, condensate l’una e l’altra nella sua teoria del valore-lavoro come teoria dello sfruttamento. Le Tesi hanno però anche il coraggio di affrontare di petto la ragione ultima della crisi odierna del movimento operaio, la vera rottura ‘epocale’ di questa fase: la natura ‘dissolvente’ dello sviluppo capitalistico attuale, che frantuma e disperde il mondo del lavoro, e che una ripresa della teoria del valore marxiana consente di comprendere a pieno nelle sue origini e nelle sue implicazioni drammatiche. Si tratta, in effetti, di una discontinuità non effimera e di tale portata da mettere in scacco l’idea originaria secondo cui il capitalismo coverebbe nel suo seno il proprio becchino, e che pienamente giustifica l’esigenza di uno ‘scarto’ teorico e politico rispetto alla tradizione del movimento operaio.
Il problema è che questo punto di avvio delle Tesi, che reputo potenzialmente fecondo, è una conquista ancora malcerta dell’elaborazione recente del partito e le informa soltanto in parte, convivendo con impostazioni culturali ad esso opposte. In altri termini, manca uno sviluppo adeguato che conduca ad una interpretazione unitaria della ‘globalizzazione neoliberista’ (sulla quale si dice tutto e il contrario di tutto) e ad una interlocuzione politica definita con il ‘movimento dei movimenti’. Per questa ragione ritengo che l’articolo di Cavallaro, nonostante parta da un insieme di idee che non condivido e spinga verso una direzione di ricerca e di intervento che costituisce a mio avviso un vicolo cieco, talora purtroppo colga nel segno. L’impianto categoriale e l’analisi di fase di Rifondazione sono davvero problematici, perché procedono per somma eclettica di analisi confliggenti e approdano a giudizi contraddittori.
2. Quel che mi convince della riflessione recente di Rifondazione non è poco, e il lettore ne ritrova traccia nella stessa replica di Bertinotti. Sottolineo questi punti:
- il rapporto di classe viene ricondotto allo sfruttamento, inteso come il comando capitalistico imposto su tutto il lavoro impiegato nella produzione di valore; - la forma attuale della globalizzazione viene percepita come esaurita, e si sottolinea il riemergere della crisi come fondamento oggettivo dell’antagonismo sociale; - la fase ‘dopo il fordismo’ viene vista come segnata da un lavoro senza fine, e si sostiene che la crescita capitalistica si accompagna all’esplosione di un lavoro dipendente dal capitale non più tendenzialmente omogeneo e concentrato ma immediatamente frantumato e disperso; - di qui non possono che derivarsi tanto l’indebolirsi delle possibilità di resistenza spontanea del lavoro sfruttato quanto il rischio sempre più concreto che la dinamica presente sfoci nella costituzione di una realtà dai tratti, in forme nuove, totalitari; - si mantiene peraltro, contro ogni mitologia dell’esodo o della secessione, che per fuoriuscire dallo stato presente delle cose si deve continuare a far leva sulla lotta ‘dentro e contro’ il capitale del lavoro vivo di cui, in controtendenza, occorre procedere ad una riunificazione basata su una rinnovata conoscenza fondata su un’approfondita opera di inchiesta.
Si tratta di un orientamento che per mio conto condivido appieno. Dentro le Tesi ‘corrono’ inoltre, per così dire, alcuni giudizi politici che vengono applicati alla situazione attuale dello scontro di classe e che di nuovo trovo pienamente convincenti:
- la sinistra alternativa si costruisce, sperimenta e rende credibile innanzi tutto nel vivo del movimento di lotta, e questo tanto più oggi che il movimento contro la ‘globalizzazione neoliberista’, la resistenza alla ristrutturazione capitalistica e l’opposizione al governo della destra aprono alla possibilità di un disgelo del conflitto; - ne segue che la prima necessità è di puntare su una presenza diffusa nel corpo sociale che, ad un tempo, impari e si confronti con il movimento reale all’interno dello scontro di classe così come esso effettivamente si svolge; - la costruzione di una forza politica organizzata della sinistra alternativa più ampia di Rifondazione non è possibile, né è auspicabile perseguirla, con forzature che mirino a rapide aggregazioni ‘unitarie’ dell’esistente, insomma come una operazione costruita a tavolino: si tratta di un progetto di lunga durata, come lo è la stessa rifondazione comunista.
Se però si va a vedere come l’ispirazione e i giudizi politici cui ho fatto riferimento vengono sviluppati nelle Tesi, è inevitabile constatare che il risultato si situa spesso ben al di sotto di quanto sarebbe necessario per proporre una lettura convincente dell’attuale congiuntura sociale e politica. Il che, come è ovvio, non può non inibire una azione efficace.
3. Non è possibile qui, per ragioni di spazio, segnalare tutte le omissioni, confusioni, ambiguità, contraddizioni presenti nel documento congressuale. Lascerò da parte quella che mi sembra la mancanza più palese – e che pure, se non erro, nessuno dei commentatori ha rilevato, se non il sindaco di Porto Alegre, Tarso Genro, in un suo intervento su «Liberazione». Genro si è chiesto: «quali sono [nel documento] le linee, perlomeno generiche, della prospettiva nazionale italiana, in un’Europa unificata e in un ordine globalizzato? Non so se sia ‘terzomondismo’ di semiperiferia, ma mi sembra assurdamente improbabile discutere, oggi, di riforma, rivoluzione democratica, socialismo, senza avere come punto di partenza la questione della prospettiva nazionale. Prospettiva questa, che acquista ancor più valore e necessità per il fatto che le relazioni ‘globali’ accentuano le questioni regionali e nazionali in forma estremamente esarcebata». È proprio così. Ma seguire questo filo mi porterebbe lontano dalla critica di Cavallaro e dai nodi che solleva – sarà per un’altra volta.
Mi limiterò piuttosto a: (1) rilevare alcune delle aporie del testo preliminare di Tesi (quello esaminato da Cavallaro), dove la compresenza di affermazioni opposte domandava di essere sciolta affinché fosse chiara la linea assunta da Rifondazione; (2) far vedere che effettivamente alcuni problemi sono stati superati, e alcuni giudizi discutibili rettificati nel documento finale; (3) registrare che non di meno su molte questioni, e non delle minori, le Tesi della maggioranza approvate dal Comitato politico nazionale non superano la formulazione francamente farraginosa, o incoerente, o sbagliata del testo di partenza.
Partiamo dalla questione della ‘fine del lavoro’. È vero che le Tesi dichiarano a parole un distacco che più netto non si potrebbe desiderare da questo filone interpretativo. Pure il documento iniziale era su questo punto poco conseguente ed era del tutto evidente che la‘fine del lavoro’, uscita dalla porta, rientrava sistematicamente dalla finestra. Si prenda la tesi 4 nella sua versione primitiva, dove si diceva che «la rivoluzione [capitalistica restauratrice] prende le sue mosse circa a metà degli anni ’70 e i suoi inizi sono segnati dallo spezzarsi del nesso tra sviluppo economico e aumento dell’occupazione». Una formulazione del genere, a ben vedere, coincide con l’idea della ‘fine del lavoro’. In questo punto, ed altri consimili, il testo finale corregge il tiro, sì che ora la medesima tesi parla piuttosto di rottura del nesso «tra sviluppo economico e aumento di una occupazione tendenzialmente stabile». Il che, di fatto, rimanda all’argomento, presente altrove in questo testo, per un verso, che la crescita di lungo termine non è più sinonimo di maggiore coesione e concentrazione del mondo del lavoro, e per l’altro che l’espansione del mondo del lavoro avviene tanto nella forma salariata ‘garantita’, quanto in forme atipiche o è nascosta dall’apparenza del lavoro autonomo.
Purtroppo, resta un residuo della vulgata della ‘fine del lavoro’, e cioè la convinzione, non si capisce su quali dati effettuali fondata, che assisteremmo (cfr. tesi 38) a «un processo di crisi nell’estensione del rapporto di lavoro salariato»: quando invece vediamo una crescita quantitativa del lavoro salariato sia su scala planetaria sia nelle stesse aree di vecchia industrializzazione. È che forse chi ha scritto le Tesi identifica il lavoro ‘classicamente’ salariato con il lavoro a tempo pieno, e indeterminato, e garantito, e magari nella grande impresa manifatturiera. Insomma, nella configurazione che esso ha assunto soltanto nei ‘trenta anni gloriosi’ dello sviluppo postbellico: un interludio temporaneo e instabile della lunga storia del capitale che non ha senso assumere come il paradigma del rapporto salariale. Non ci vuol molto a realizzare che quel lavoro salariato è in crisi, senza che lo sia il rapporto di lavoro salariato: altrimenti, sarebbe come dire che è in via di esaurimento il modo di produzione capitalistico, e non pare proprio.
Passiamo, in secondo luogo, all’interpretazione della ‘globalizzazione neoliberista’. Qui l’approssimazione del documento, soprattutto nella sua forma originaria, è massima. E in parte sopravvive. La tesi 5 non parla ancora di ‘trionfo del liberismo’ tout court? E la tesi 10, non gira a vuoto discettando di crisi dello Stato-nazione, quando assistiamo non ad un puro e semplice declino ma ad una metamorfosi delle modalità di interventismo statuale e di regolazione politica dell’accumulazione capitalistica? Se è vero, infatti, che lo Stato «perde la sovranità su molte materie che un tempo erano di sua tradizionale pertinenza», si guarda bene dall’abbandonare la politica anticiclica quando ve ne è bisogno, mentre diviene al contempo un anello sempre più rilevante per la definizione delle politiche del lavoro e dell’impresa, della concorrenza e della formazione, e così via.
Veniamo alla questione che ha attirato di più l’attenzione, il contrasto tra chi legge la realtà economico-politica internazionale di oggi come ‘imperialista’ e chi la legge come ‘imperiale’. In questo caso tanto il documento preliminare quanto quello finale fanno non poca confusione. La tesi 13 sugli Stati Uniti parlava e parla di governo «unipolare e oligarchico» del mondo. Come è possibile? È chiaro che o è vera la tesi dell’unipolarità o è vera quella della configurazione oligarchica, dunque multipolare, del capitalismo contemporaneo. L’oscillazione tra l’una tesi e l’altra percorre tutto il documento. Anche qui solo un esempio. La tesi 2 dichiara «palese la centralità politica, strategica e militare degli Stati Uniti, unica superpotenza del globo» – il che confermerebbe il corno della configurazione unipolare. Ma la tesi 10 fa riferimento ai «grandi organismi costruiti su basi a-democratiche a livello internazionale» come il Fmi, l’Omc, la Bm, l’Ocse dando credito alla finzione secondo cui non si tratterebbe di organismi subordinati agli Stati Uniti, ma di effettivi organi di governo della globalizzazione: in essi risiederebbero addirittura «le leve di comando dell’economia» – il che confermerebbe il corno della configurazione oligarchica.
A me sembra vi sia poco dubbio che nel corso degli anni novanta gli Stati Uniti siano stati in grado di sfruttare il proprio primato militare e finanziario per ristabilire pienamente un’egemonia economica e tecnologica declinante nei due decenni precedenti, e per acquisire un dominio pressoché assoluto e senza precedenti nella storia. Le istituzioni ‘globali’ come il Fondo monetario, la Banca mondiale, l’Organizzazione mondiale per il commercio, la stessa Onu, hanno un qualche margine di manovra soltanto nella misura in cui la loro azione favorisce, o almeno non intralcia, gli interessi americani, di cui sempre più appaiono i docili strumenti. Tutto ciò evidentemente interagisce con quanto si è sostenuto a proposito dei mutamenti che investono il ruolo dello Stato-nazione. Certamente si può percepire una più o meno marcata erosione dell’autonomia di quest’ultimo a vari livelli della piramide capitalistica, ma ciò si concretizza non in una mera dispersione del potere ma in una concentrazione di potestà in un polo solo, gli Stati Uniti. Un vertice che non si lascia affatto ‘comandare’ da istituzioni sovranazionali, e che anzi le subordina praticando uno smaccato unilateralismo sempre più proiettato all’esterno. Di più: circostanza unica nella storia del capitalismo, l’egemone del secolo passato si candida ad esserlo anche nel secolo che viene. Sbaglierebbe però chi ritenesse che abbiamo qui a che fare con la costituzione di un Impero consolidato, perché le fondamenta economico-sociali su cui si basa questo dominio sono fragili, e perché nuove nubi di conflitto geopolitico si addensano alla periferia.
4. Può iniziare da qui qualche chiosa alla posizione di Cavallaro. Va senz’altro riconosciuto che le sue critiche sono nel giusto quando lamentano la natura abborracciata e prematura del documento congressuale. Anche dopo il passaggio in Cpn, è sicuramente corretto affermare che le Tesi «argomentano davvero troppo poco i passaggi teorici fondamentali», come anche che «un documento può essere espresso in forma di ‘tesi’ solo quando il sapere che ne costituisce la base è diventato ‘sapere sociale generale’». Anzi, se quanto ho sostenuto nel paragrafo precedente ha una qualche plausibilità, tale critica è tanto più valida in quanto non soltanto l’impianto teorico ma la stessa analisi di fase non sono univoci, come sostiene Cavallaro in conclusione della sua reprimenda, ma vi si ritrovano insieme magmaticamente suggerimenti condivisibili e piste discutibili. È per questo che la lettura in positivo che ne ho dato nella sezione 2 è soltanto una di quelle possibili, e sostenitori e critici delle Tesi potrebbero imputarle, non del tutto a torto, un eccesso di linearità. Che, d’altra parte, nella linea di Rifondazione, si possa riconoscere traccia delle idee di Negri o Revelli è qualcosa che mi era capitato di osservare in una recensione al libro di Bertinotti e Gianni (disponibile sul sito di Intermarx: http://intermarx.com/interventi/BerGian.html). Ciò che mi divide da Cavallaro, e forse anche da Rossanda, è che dove loro vedono coerenza io vedo tensione tra suggestioni categoriali e interpretative compresenti ma divergenti.
È bene però che il lettore non si inganni. La posizione di Cavallaro non può in alcun modo essere considerata come omogenea a una ripresa del Marx che ‘centra’ la valorizzazione sullo sfruttamento del lavoro. Se è vero che Negri rifiuta la nozione marxiana di lavoro ‘produttivo’ (di valore e plusvalore), lo stesso si può dire di Cavallaro. In conclusione di un suo saggio pubblicato un paio di anni fa – Napoleoni e la trasformazione dei valori in prezzi, Critica Marxista, n. 5, 2000, p. 39 – si afferma a chiare lettere che più chiare non si può questo: «comincio a pensare che avesse ragione Sraffa quando scriveva che: it is a purely mystical conception that attributes to labour a special gift of determining value [è una concezione puramente mistica quella che attribuisce al lavoro il dono speciale di determinare il valore]». Ed è evidente che niente teoria del valore-lavoro, niente sfruttamento del lavoro, niente centralità del lavoro ‘produttivo’ nel blocco antagonista al capitale. Mi si può obiettare che non ha senso oggi misurarsi sulla ‘fedeltà’ cieca al padre fondatore: quanto io sia d’accordo lo si vedrà dalle righe che seguono. Ciò non toglie che sia Cavallaro a impugnare, ‘in punto di teoria’, il vessillo di Marx, del Marx della valorizzazione, contro le Tesi. Qui davvero le cose stanno a testa in giù: mi sembra davvero incredibile che a difesa della centralità della valorizzazione in Marx si erga chi contesta la validità della teoria del valore-lavoro.
È poi evidente che dietro l’altro argomento delle Tesi che Cavallaro contesta, che la finanziarizzazione recente sia stata fattore di ‘mutamento’ nel processo di valorizzazione del capitale, sta un nodo reale. Una modificazione drammatica dei rapporti tra banca e industria (ma più in generale anche tra finanza e produzione) quale quella che ha avuto luogo negli ultimi vent’anni non può non aver trasformato la struttura del capitale ‘industriale’, e non può non aver inciso pesantemente sulla composizione del mondo del lavoro direttamente e indirettamente ‘produttivo’. E quindi – non vedo proprio perché stupirsene – non può non modificare le condizioni di estrazione di valore e plusvalore, insomma quel terreno ‘contestato’ della valorizzazione dove si gioca il conflitto centrale tra capitale e lavoro.
Prendiamo un altro punto delle critiche di Cavallaro, la tesi che la globalizzazione non comporta la sopravvenuta inefficacia dell’azione politica. Non vi è dubbio che qui Cavallaro ha ragione. E però, come ho detto, su questo le Tesi non possono essere prese per sostenitrici del contrario, ma sono ambigue, potendo essere tirate dall’una e dall’altra parte. Vediamo però meglio qual è il punto di vista di Cavallaro suo proprio, per esempio come lo troviamo espresso in un recente articolo (9 gennaio) sul «manifesto» quotidiano, titolato Un valore d’uso chiamato Lord Keynes. Vi si afferma che nell’epoca aurea del Welfare State la dimensione politico-statuale si sarebbe data carico di «organizzare direttamente il processo produttivo». E si aggiunge – letteralmente – che la programmazione avrebbe consentito la realizzazione di prodotti o servizi «evocati dalla comunità per soddisfare un proprio bisogno riproduttivo».
Una posizione del genere dimentica tre cose di non poco conto. Innanzi tutto, l’interventismo keynesiano, in questo fedele al suo mentore, si è fondato, per un verso, su un ruolo subalterno della classe lavoratrice e sulla riduzione del salario a variabile dipendente, e per l’altro verso su un orientamento della produzione prevalentemente dall’esterno, cioè dal lato della domanda. In secondo luogo, lo Stato di cui stiamo parlando è un momento dell’alienazione capitalistica, e dunque quella programmazione preventiva non può che rivelarsi arbitraria in una formazione sociale dove lavoro e bisogni sono separati: i bisogni così soddisfatti non possono che essere in larga parte elementari e indotti, quale che sia la loro sofisticazione apparente in una società opulenta. Nella misura in cui così non è stato nel ‘fordismo’, ciò è stato dovuto al realizzarsi di una spinta conflittuale non ‘compatibile’, cui il keynesismo ha sì contribuito positivamente, ma essenzialmente per il fatto di aver mantenuta elevata e stabile l’occupazione, non per una immaginaria ‘trasgressione’ all’ordine sociale fondato sul capitale, tanto meno sul terreno della pianificazione del lavoro e del consumo. Infine, la struttura della produzione che prese piede allora è stata, non a caso, attaccata dal conflitto industriale e sociale negli anni sessanta e settanta, determinando l’esaurimento da sinistra dell’esperimento keynesiano. Tutto questo, che Cavallaro pare non ricordare, le Tesi di Rifondazione, con tutta la loro confusione, sembrano almeno non averlo dimenticato, nel momento in cui non fanno dipendere la ripresa di un protagonismo del lavoro da una inversione di politica economica ‘dall’alto’, ma all’opposto chiedono una svolta di politica economica come sbocco di un rinnovato conflitto sociale ‘dal basso’.
Un ultimo punto, ma non il minore. Dove Bertinotti e Rifondazione mi paiono sul terreno più solido è quando comprendono che la novità della situazione presente sta in ciò, che l’approfondimento della valorizzazione come sfruttamento del lavoro si accompagna ad una nuova morfologia di quest’ultimo: in un contesto dove la tendenza prevalente non è più ad una sorta di ‘naturale’ ricomposizione della classe dentro e contro il capitale, ma ad una sua scomposizione che lo segmenta e lo indebolisce. C’è una rottura con Marx, a questo proposito? Certo che c’è. Perché la posizione di Marx accoppierebbe al compiersi ‘organico’ della ‘globalizzazione’ il rafforzamento poco meno che ‘spontaneo’ del soggetto operaio antagonistico. Il punto è che proprio l’impiego dell’approccio marxiano per indagare i salti nel processo di valorizzazione conduce a smentire quell’attesa. E invita a un compito: ricostruire, per il tramite dell’analisi concreta, i tratti originali delle trasformazioni nei processi capitalistici di lavoro. Ma quindi anche individuare, con lo strumento dell’inchiesta, quali siano oggi i connotati del lavoro ‘produttivo’ e più in generale del mondo dei diversi lavori, per capire i modi della sua possibile unificazione e le forme di un nuovo conflitto antagonistico da provarsi a mettere in campo.
Si può osservare – e sarei d’accordo – che su questa strada, che è quella corretta, Rifondazione è ai suoi primi passi, e che non sempre nei suoi sforzi è convincente, magari anzi spesso non lo è. Il guaio dell’atteggiamento di Cavallaro, e di chi unilateralmente insiste sulla necessità di una ‘continuità’ con Marx e/o con la tradizione (più Lenin che Luxemburg, per la verità), è che esso si risolve nella negazione pura e semplice del problema da cui le Tesi partono, e hanno il merito di partire.
5. Chi mi ha seguito si sarà reso conto che, pur non condividendo le critiche di Cavallaro, il mio giudizio non è certo tenero nei confronti dello stato attuale della discussione dentro Rifondazione, di cui sono parte. In un certo senso, è addirittura più duro: perché a me sembra che le Tesi rimangano a metà del guado di un lavoro ricostruttivo che è urgente e ineludibile. Dalla prospettiva da cui muovo non è in questione la scelta di stare dentro il movimento, senza pretese egemoniche e dentro una ricerca e un lavoro comuni. Ma il rapporto tra movimento di lotta e organizzazione politica è una questione seria, e se non ci si vuole limitare a sciogliersi nelle agitazioni ma stimolarle e interrogarle, per crescere con esse, bisogna sapere chi si è e che cosa si vuole. E qui il documento congressuale, pur avendo messo in campo premesse teoriche condivisibili e pur individuando i nodi politici cruciali, non sembra capace di dir nulla di preciso, e si avvolge in un ammasso di contraddizioni.
Visto che ho già abusato della pazienza dei lettori, darò un’idea di ciò che intendo limitandomi a commentare una frase tratta da un articolo di Alfonso Gianni sul «manifesto» quotidiano del 10 febbraio (Il movimento ci salverà). Gianni sottolinea la necessità di una «nuova costituente della sinistra d’alternativa, capace di collegarsi immediatamente al nuovo che emerge nel pensiero alternativo a livello mondiale e in un processo di contaminazione con i movimenti», e da qui prende lo spunto per osservare che «l’obiezione che le modalità di questa costituente della sinistra d’alternativa sono ancora imprecise non vale, per il semplice fatto che a definirle sono chiamati una pluralità di soggetti che non si lascerebbero imporre soluzioni precostituite da alcuno». Non potrei essere più d’accordo. Salvo un problema. È o non è Rifondazione uno, almeno, in questa pluralità dei soggetti? E cosa dice in proprio dal punto di vista analitico e politico? E non dovrebbero essere le Tesi il luogo in cui questa analisi e questa politica prendono corpo in modo coerente? O si pensa che la costituente della sinistra d’alternativa si faccia da sola, senza una discussione vera? Certo, questo obbligherebbe a formulare anche una critica del movimento, non soltanto una sua apologia. Ma non è di questo che c’è (anche) bisogno? Tanto più che ‘il movimento dei movimenti’, al quale va il merito grande di aver delegittimato un capitalismo dai tratti sempre più totalitari e barbarici, si nutre però di letture della globalizzazione neoliberista che definire povere è un eufemismo, e accoppia al radicalismo degli atteggiamenti proposte in positivo il cui riformismo è davvero pallido. Non dialogare dentro il movimento con una voce, e una voce anche critica nel e del movimento, significa condannarsi alla metodologia e alle dichiarazioni di buone intenzioni, e forse – peggio – equivale a disertare le proprie responsabilità di organizzazione politica.


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