Resoconto da Porto Alegre
IL MOVIMENTO TIRA LE RETI
Angela Pascucci
Sembrava impossibile condensare il Forum sociale mondiale in 16 punti racchiusi in due cartelle. Eppure è accaduto con l’appello finale dei movimenti che è riuscito a distillare, senza troppe omissioni né reticenze, 28 conferenze centrali, un centinaio di seminari, quasi 700 tra workshops e iniziative collaterali, senza tradire lo spirito, le intenzioni, le urgenze, le culture e i linguaggi. Producendo persino un fitto calendario di iniziative mondiali (non meno di 25) che, partendo dal prossimo otto marzo, si spinge fino al giugno del prossimo anno.
La diversità del mondo è dunque possibile, viene da dire, parafrasando quello che dalla sua nascita un anno fa è stato lo slogan dell’evento. Possibile e necessaria, va aggiunto, anche se uno sguardo ravvicinato ai molteplici percorsi, dalle relazioni iniziali ai documenti finali delle diverse conferenze, mostra un dialogo intenso, talvolta difficile, e tuttavia sempre rivolto all’intesa, e dunque al compromesso, come se la parola d’ordine fosse ‘non uno di meno’, come se la sfida, più che giungere a conclusioni per agire subito, fosse anche arrivare tutti insieme fino in fondo perché lo stare lì era già un tratto prezioso di identità comune.
La considerazione appena fatta e le osservazioni che seguiranno, riguardano le sole conferenze centrali, quelle nelle quali si dipanavano i quattro filoni di ragionamento e analisi prescelti dal Consiglio internazionale che ha il compito di organizzare il Forum, e cioè Produzione di ricchezza e riproduzione sociale, Accesso alla ricchezza e sostenibilità, Società civile e spazio pubblico, Potere politico ed etica nella nuova società.
Prima vale la pena di accennare, sia pure brevemente, alle centinaia di medi e piccoli rivoli, quelli senza star dell’intellighenzia mondiale, che si disperdevano nella lunga teoria delle aule universitarie della Pontificia università cattolica o trovavano rifugio nei sottoscala (c’era persino chi non era riuscito a trovare il ‘suo’ seminario e raccoglieva anime gemelle improvvisate). Alcuni pieni fino all’inverosimile (come quello sul sistema fiscale brasiliano) altri desolatamente vuoti (quasi soli i sei simpatici giapponesi di Attac che volevano spiegare la condizione dell’operaio nipponico). Ma è comunque in queste circostanze che migliaia di persone hanno attuato uno scambio alla pari, di esperienze e informazioni, indirizzi e telefoni, confronti e chiarimenti. Qui probabilmente il vero terreno di semina per il futuro più concreto. Non è così frequente, in fondo, che sindacalisti e operai latino-americani e membri di Ong asiatiche si incontrino faccia a faccia con sindacalisti olandesi e tedeschi impegnati nel monitoraggio delle filiali delle transnazionali nel Sud del mondo. Un incontro che sembrava non voler finire mai perché: chissà quando ricapiterà? Nonostante la ferma intenzione dei leader delle confederazioni sindacali mondiali di internazionalizzare le lotte (tormentone dei loro interventi a Porto Alegre), confronti così non saranno frequenti neanche in futuro.
Le grandi plenarie, si diceva. Lo sguardo sarà necessariamente parziale, ma mirato soprattutto a cogliere una pratica di confronto, politica a tutti gli effetti, che punta al lungo periodo più che agli effetti immediati. Il presente e il futuro dei grandi organismi internazionali, ad esempio – che si parlasse di Onu o delle istituzioni finanziarie mondiali – ha raccolto unanimi e lucide analisi sulla mancanza di democrazia delle organizzazioni finanziarie, la debolezza e la complicità dell’Onu e delle sue agenzie, lo strapotere al loro interno dei paesi ricchi e il pervertimento in favore d’interventi militari di strutture create per salvaguardare la pace mondiale. La proposta di organizzare un G8 per il Sud, per fermare questa deriva, non è stata alla fine accolta. Ma al di là di questo, il ‘che fare’ ha visto un ventaglio di posizioni talvolta opposte che, con notevole approssimazione, si possono ridurre a una polarizzazione tra chi le vuole riformare e chi le vuole spazzare via. Riguardo all’Organizzazione mondiale del commercio (Omc), bersaglio delle critiche più feroci insieme al Fondo monetario, ad esempio, Martin Kohr, direttore in Malesia di Third World Network, ha chiesto esplicitamente di delegittimarla e di fare il possibile per non consentirle di aprire i negoziati per liberalizzare gli accordi sugli investimenti e la concorrenza (un modo di far rientrare dalla finestra il contestato Ami – Accordo multilaterale sugli investimenti –, che toglie agli Stati ogni possibilità di difendersi dalle corporations straniere quando l’azione di queste minaccia l’ambiente e la salute dei cittadini). Nella stessa conferenza, un altro relatore, il sudafricano Dot Keet, di Africa Trade Network, ha chiesto invece un cambiamento della natura e delle regole dell’Omc che dovrebbe essere riformata e subordinata all’Onu. Lori Wallach, di Public Citizen, ha proposto di fermare i negoziati in corso all’Omc e al Nafta (l’accordo di libero scambio del Nord America) e di mobilitare la società civile a livello nazionale per modificare la posizione dei governi.
Inevitabile che, dato questo ventaglio di posizioni, spesso al di sotto della radicalità delle analisi, le proposte finali si attestassero soprattutto su posizioni di principio che chiedono «un’economia al servizio dei popoli», «un diritto universale alla sovranità alimentare», «diritti di accesso alla risorse produttive» e come azione propongono di «far pressione sui governi per cambiare le politiche dell’Omc», «analizzare e puntualizzare gli effetti disastrosi del Fondo monetario e della Banca mondiale», «mettere in discussione ogni accordo sul commercio internazionale».
Simile il percorso delle discussioni sul debito, da tutti dichiarato immorale, iniquo e devastante per il futuro dei paesi debitori e condannato drasticamente dal Tribunale sul debito organizzato a Porto Alegre. La presenza costante dell’Argentina in piena crisi forniva peraltro un esempio bruciante. E tuttavia, sul come spezzare la spirale infernale le opinioni si sono trovate a divergere, nell’ambito della conferenza plenaria, e anche l’unanimità raccolta dalla proposta di annullamento «per i paesi più poveri» si è poi indebolita nelle discussioni sul numero dei paesi da includere nel gruppo dei ‘miserabili’. Chi chiedeva un annullamento generalizzato, ha sottolineato il carattere intrinsecamente illegittimo del debito, strumento di coercizione del Nord nei confronti del Sud, soprattutto attraverso le politiche di aggiustamento strutturale. I sostenitori di una priorità ai paesi più poveri si preoccupavano di un eventuale blocco dell’accesso a nuovi finanziamenti internazionali, che potrebbe scattare per i paesi intermedi.
Al fondo delle discussioni e dei loro esiti, la dinamica propria del Fsm, la quale tiene sempre ben presente che le alternative a un modello dominante da due secoli hanno bisogno di maturare e non possono essere messe in atto da un giorno all’altro.
Torna così, inevitabile e costante, la questione dei tempi della politica, in un momento in cui, oltre a tutto, le forme tradizionali della politica, in primis quelle a livello nazionale, vengono ripudiate per la loro incapacità di comprendere il cambiamento epocale in atto e interpretarlo. Come dimostrano le vicissitudini a Porto Alegre del Forum mondiale dei parlamentari, all’inizio contestato poi snobbato. Fra tutte le grandi sale, quella che accoglieva gli ‘onorevoli’ era la più vuota e fredda, materializzazione di un gelo e di una distanza ben poco metaforici. Il successo del Forum delle autorità locali, dà in questo senso un’indicazione in più sugli umori prevalenti al Fsm, dove la difesa a oltranza del bene comune e la guerra dichiarata alle privatizzazioni (dall’acqua alla sanità all’istruzione) si scontra con una diffidenza radicata nei confronti dello Stato che si accompagna con e rafforza una volontà generale determinata a riappropriarsi delle dinamiche decisionali a livello locale e planetario.
Un dualismo, questo, bene espresso da Daniel Bensaid nel testo introduttivo alla conferenza su Sovranità, nazioni e Stati, che conclude la sua disamina sulla questione dello Stato-nazione nell’epoca della globalizzazione approdando a un concetto di cittadinanza «senza comunità» che prefigura una via d’uscita «all’alternativa tra universalismo astratto e comunitarismo vendicativo». Anche qui resta tuttavia un problema, e non di scarsa rilevanza, come riconosce Bensaid: «Quale forza sociale è oggi in grado di sostenere un tale progetto di cittadinanza sociale per fare un passo avanti in direzione dell’universalizzazione politica della specie umana?». Sollevare una simile questione equivale, dice Bensaid, a «sollevare la questione più vasta del rapporto fra rapporti di classe e sesso (entrambi in potenza portatori di universalità), appartenenze comunitarie e forme politiche (infine trovate) dell’emancipazione sociale».
E nello stesso ambito concettuale si muove in definitiva anche Walden Bello che prefigurando un sistema di governance globale alternativa a quella attuale, rigetta ogni idea di nuova istituzione globale (e di riforma in questo senso di quelle esistenti). Evocando anzi una «deglobalizzazione», chiede deconcentrazione e decentramento del potere istituzionale in favore della creazione di un sistema pluralistico di istituzioni e organizzazioni che interagiscano l’una con l’altra, guidate da accordi e intese vaste e flessibili. Perché «il ruolo primario delle organizzazioni internazionali (in un mondo dove tollerare la diversità dovrebbe essere uno dei principi centrali dell’organizzazione economica) è, per dirla con le parole del filosofo inglese John Gray «esprimere e proteggere le culture locali e nazionali incarnando e dando riparo alle loro pratiche distintive»».
Dal Forum sociale mondiale, un abbozzo di risposta alle questioni poste da Bensaid e Bello comincia tuttavia ad emergere concretamente, insieme alla considerazione che gli assi tradizionali dell’azione politica e sociale hanno bisogno di rivedere in profondità i loro modi di agire e comunicare. In questo senso il sindacato ha avuto il coraggio di riconoscere le sue enormi difficoltà a Porto Alegre, dove ha dichiarato di guardare con più attenzione e fiducia ai movimenti sociali, di volere esso stesso un maggiore ruolo politico e sociale e anche costruire un movimento di lotta realmente globale, all’altezza delle sfide. Propositi che, calati nella realtà (pensiamo all’Italia), scoprono una prospettiva un po’ più complicata ma che nondimeno devono essere tenuti fermi, pena la ‘mutazione genetica’ degli stessi sindacati.
La risposta vera viene tuttavia da quella che a Porto Alegre è apparsa come la ‘punta avanzata’ del movimento, quella ambientalista dello sviluppo sostenibile, della lotta ai brevetti, della riappropriazione della sovranità alimentare, che salda un fronte vastissimo ma soprattutto comprende in sé il mondo contadino (spesso strettamente legato a quello delle popolazioni indigene) oggi spinto dal peggioramento delle sue condizioni di vita a una radicalità di posizioni senza precedenti. Il 70% dei poveri del mondo vive nelle campagne e la sua sopravvivenza dipende quasi totalmente dall’agricoltura e dallo sviluppo rurale. Questa sopravvivenza è messa sempre più in pericolo da un processo di integrazione del settore alimentare che non ha precedenti nella storia umana, come è stato denunciato nella conferenza sulla sovranità alimentare. Sono solo dieci le grandi imprese che controllano l’84% del mercato mondiale dell’agro-chimica, il 60% del mercato mondiale della veterinaria, il 48% di quello farmaceutico, il 30% di quello delle sementi. Cinque di queste dieci multinazionali sono presenti in tutti e quattro i settori e dominano in modo brutale. Lo spossessamento dei contadini è totale. Oltre alla terra, anche la possibilità di riproduzione del ciclo di cultura viene loro negata (con i semi sterili del progetto Terminator). In questa situazione, già asserire, come è stato fatto senza distinguo e sfumature a Porto Alegre, il diritto per i popoli di definire le proprie politiche di produzione, trasformazione, commercializzazione, distribuzione e consumazione equivale a sostenere un progetto rivoluzionario. Lo scontro finora vinto contro le industrie farmaceutiche per la produzione locale di farmaci per curare l’Aids è stato un segnale forte che le regole del gioco possono essere cambiate. È da questa determinazione a dare battaglia per obiettivi assolutamente concreti che verrà probabilmente la prima vera, grande spinta verso il cambiamento. Al di là delle polemiche e delle difficoltà del confronto che talvolta hanno appesantito le ali del Forum sociale, questa è la certezza che tutti hanno riportato a casa e cercheranno di consolidare.