Resoconto da Porto Alegre
LE TANTE ANIME DEI SINDACATI
Giorgio Cremaschi
La partecipazione al Forum di Porto Alegre delle organizzazioni sindacali di tutto il mondo è stata una delle tante novità di quell’appuntamento.
Già nell’incontro dell’anno passato erano presenti rappresentanti dei movimenti sindacali, in particolare dell’America Latina. Tuttavia allora non c’era alcuna presenza, se non con minoranze o con osservatori, del sindacalismo dei paesi ricchi e delle grandi organizzazioni internazionali.
Questa volta, accanto a una poderosa presenza dei movimenti dell’Asia, dell’Africa, dell’America Latina, a Porto Alegre erano ufficialmente presenti la Cisl internazionale e la Ces, organizzazione dei sindacati europei. C’è stato dunque un salto quantitativo e qualitativo della partecipazione sindacale, segno dell’avanzamento complessivo del movimento e dell’interesse che esso impone a tutte le organizzazioni, anche a quelle più moderate.
Questa nuova situazione è riscontrabile anche in un cambiamento di linguaggio che ha fatto sì che in tutti i convegni sindacali organizzati nell’ambito del Forum espressioni come «lotta alle politiche neo-liberali» e «un altro mondo è possibile», concludessero gli interventi delle realtà più lontane.
Questa unificazione dei linguaggi, che accoglie alcune parole d’ordine fondamentali del Forum, si è accompagnata anche a un uso comune di termini più prettamente sindacali. Oramai parole come precarietà, terziarizzazione, flessibilità, attacco ai diritti contrattuali e alle condizioni di lavoro, significano le stesse cose sotto tutte le latitudini. Cambiano le condizioni di partenza naturalmente, ma la direzione di marcia dell’attacco neo-liberale alle condizioni e ai diritti del lavoro è la stessa ovunque. Vi è dunque una contaminazione tra il linguaggio sindacale e quello del movimento, assieme a una omogeneizzazione dei termini del dibattito sindacale vero e proprio.
Se questa è la direzione di marcia che emerge con chiarezza a Porto Alegre, bisogna dire con altrettanta chiarezza che proprio questo positivo sviluppo fa risaltare vuoti, assenze, contraddizioni.
Sul piano della partecipazione pura e semplice sono emersi dei vuoti che sono un fatto politico in quanto tale. C’erano le grandi organizzazioni internazionali, ma erano assenti sindacati decisivi all’interno di esse. Mancava tutto il sindacalismo del Nord Europa, dalla Germania, alla Gran Bretagna, alla Scandinavia. La presenza nordamericana era contraddittoria, perchè se una vice presidente della Afl Cio interveniva ad un convegno della Cisl internazionale, il presidente di quella organizzazione parlava, naturalmente, con lo scopo di ottenere una diversa politica, al Forum di New York. Erano assenti i sindacati giapponesi, mentre il Forum ha registrato il vuoto assoluto per quanto riguarda tutti i movimenti sindacali dei paesi dell’Est europeo. In questo ultimo caso si può ben dire che mancavano i rappresentati di alcuni dei paesi vittime della globalizzazione liberista.
In un certo senso è riemersa, per quanto riguarda l’Europa, un’antica distinzione tra il sindacalismo ‘politico’ dei paesi latini e quello tradunionista e professionale dei paesi nordici. Non è solo una sorta di estraneità da sindacato ricco ad avere determinato le assenze, ma una diversa tradizione culturale, che finisce per risalire alle diverse radici dei movimenti sindacali europei. Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Belgio sono paesi ove i movimenti sindacali sono nati con forte impronta di movimento generale di lotta sociale e non solo come associazioni professionali. Da quei paesi sono giunte a Porto Alegre forti delegazioni del sindacalismo di sinistra. Al contrario Germania e Inghilterra, ove il sindacalismo nasce, anche quando assume la dimensione dell’organizzazione industriale, con la caratteristica dell’associazione d’interesse, erano assenti. Sarà questa una forzatura analitica, ma certo è singolare che presenze e assenze a Porto Alegre rinviino alle culture fondanti dei vari movimenti sindacali nazionali.
In secondo luogo la presenza sindacale si è differenziata anche sul piano della qualità e dei contenuti della partecipazione.
Schematizzando si può dire che ci sono organizzazioni che hanno scelto di essere parte integrante del movimento che contesta la globalizzazione neoliberale. Ve ne sono altre che hanno espresso interesse e volontà di confronto, senza però giungere ad accogliere i punti di vista e le proposte del movimento.
Gran parte dei sindacati democratici di sinistra dell’America Latina hanno fatto, attorno alla Cut brasiliana, la prima scelta. Un dialogo senza una adesione piena al movimento è stata invece la scelta delle grandi organizzazioni internazionali e dei sindacati dei paesi ricchi. Con l’eccezione delle organizzazioni extra confederali europee e soprattutto della Fiom. Questa organizzazione è l’unico grande sindacato industriale europeo ad aver sottoscritto il documento conclusivo redatto dai movimenti sociali.
Queste distinzioni rinviano ai due grandi temi che hanno percorso il Forum: il no alla guerra e il rigetto delle politiche neoliberali. Sulla guerra, come si sa, c’è una politica del silenzio assenso della Cisl internazionale e della Ces, mentre grandi sindacati europei e americani hanno sostenuto, o non hanno contrastato, l’intervento militare deciso dal governo americano. In tutti i dibattiti sindacali il rifiuto della guerra era scontato per i paesi latino-americani, molto meno per quelli occidentali. All’opposto, per molti rappresentanti dei movimenti del Terzo Mondo la condanna del terrorismo suonava come ambigua e figlia di una politica subalterna al linguaggio occidentale. È stata una presa di posizione molto dura della Cut, nella discussione sul documento finale, che ha portato a esprimere una netta condanna sia della guerra che del terrorismo.
L’altro punto di differenza, meno esplicito, ma altrettanto rilevante, riguarda il giudizio sulle politiche neo liberali. Le rappresentanze sindacali dei Paesi ricchi, quella della Ces in particolare, hanno mostrato di considerare la lotta contro il neoliberismo come una sorta di politica di solidarietà verso i paesi più poveri del Terzo Mondo. Unanime è stata la condanna delle politiche economiche che hanno distrutto l’Argentina, accompagnata alla solidarietà con i lavoratori e il sindacalismo democratico di quel paese. Molto diversa invece diventava l’analisi quando si rifletteva dall’interno dei paesi ricchi. Quasi che là quelle politiche liberiste fossero assenti o sconfitte. I rappresentati della Ces hanno presentato una diversità non di condizioni, ma di politiche economiche e sociali dell’Europa che è tutta da verificare e dimostrare. Al disastro dell’America Latina e di tanti paesi dell’Asia è stata contrapposta l’esaltazione del ‘dialogo sociale europeo’, e di quella che è stata chiamata ‘l’economia sociale di mercato’, così come sono oggi. Le rappresentanze ufficiali delle organizzazioni sindacali europee e della stessa Cisl hanno presentato come alternativa alle politiche di sfascio sociale che devastano il Terzo Mondo una sorta di nuova ‘terza via’.
È mancata così l’assunzione comune di un punto di vista globale alternativo a quello del capitalismo neoliberale. In questo senso il rapporto con la elaborazione e le lotte dei movimenti sindacali del Terzo Mondo diventa quello classico della solidarietà verso il più debole e non quello della condivisione di una lotta e di un programma comune.
Infine è mancato nel confronto sindacale un ragionamento sull’estensione dell’azione rivendicativa. Le azioni sindacali nelle multinazionali, le iniziative di lotta comuni di fronte ai licenziamenti, la costruzione di un sindacalismo inclusivo, che non tuteli solo una parte del mondo del lavoro, ma che si proponga di estendere gli stessi diritti a tutti coloro che lavorano per la stessa impresa, sono stati temi solo marginalmente toccati e più sotto la formula ambigua delle clausole sociali che sotto quella dell’azione sindacale comune. Manca ancora una elaborazione adeguata su una effettiva rifondazione internazionale del movimento sindacale.
Queste contraddizioni sono il segno della forza del movimento, ma anche dei problemi che si pongono a tutti coloro che si confrontano con esso.
Il movimento sindacale ha partecipato a Porto Alegre con tanta forza e presenza proprio perchè in un anno la critica globale all’attuale modello economico mondiale si è fatta prepotentemente strada ovunque. Ma questo fatto sottolinea anche la crisi culturale e rivendicativa delle grandi organizzazioni dei lavoratori, a partire da quelle dei paesi più avanzati. La partecipazione al Forum di Porto Alegre segna un nuovo quadro di valori e passioni per il movimento sindacale, ma non assolve certo dalla necessità di elaborare una nuova linea e pratica politica.