numero  26  marzo 2002 Sommario

Resoconto da Porto Alegre

COSE DELL'ALTRO MONDO
Luciana Castellina , Massimo Serafini  

Dopo più di un mese, quando in tanti hanno già raccontato Porto Alegre in lungo e in largo, non si può certo ricominciare a dire che era bellissimo, che i giovani erano una moltitudine e provenienti da ogni parte, i vecchi finalmente ascoltati con rispetto e interesse per la loro esperienza non più considerata archeologica, i neri mischiati ai gialli e ai bianchi, i campesinos agli studenti, le impiegate agli operai, i guerriglieri delle Farc ai funzionari dell’Onu, i cristiani ai buddisti, gli atei ai teologi, i marxisti ai predicatori (diomio sembra una canzone di Lotta Continua del secolo scorso!). E tutti mischiati a tutta la città che ha partecipato anch’essa entusiasta persino ai seminari e naturalmente ai balli e ai canti che per gioco e/o per protesta hanno invaso i viali della Pontificia Università Cattolica così come le strade attorno al mercato e al porto, tutti felici di ritrovarsi in tanti e così uniti sebbene così diversi, persino capaci di comunicare fra loro (l’inglese finalmente lingua secondaria), insomma è davvero valsa la pena di fare 40-50 ore di autobus per arrivare attraversando le Ande e le foreste amazzoniche o, da oltreoceano, di aver ipotecato i risparmi futuri per pagarsi il biglietto aereo e lo spazio tenda del gigantesco camping intitolato a Carlo Giuliani.
Non si può tornare a raccontare, certo. E però non si può nemmeno scrivere di questo secondo Forum Social Mundial astraendo da questa cronaca, che ha vergato – per dirla con le parole di Riccardo Petrella – «una nuova narrazione del mondo». Michael Hardt, coautore con Toni Negri del qui assai citato recente libro Impero, ha definito questo insieme di eventi, in cui incontrarsi è almeno altrettanto importante che partecipare alle riunioni, ‘biopolitica’. Per dire che si tratta di un movimento senza centro, che avanza e retrocede, ma soprattutto mette uomini e donne in relazione fra loro e questo è più importante di prima perché non si lotta più ( solo) per salari e welfare, ma per ‘una bella vita’. Credo che la popolarità dell’opera del professore americano e di quello italiano, ex capo di Potere Operaio, stia essenzialmente nell’aver coniato questa definizione che intuisce quanto i legami orizzontali attraverso cui la ricchezza delle diversità non viene più solo proclamata, ma vissuta, sia la premessa per contestare il nuovo potere imperiale e il suo drammatico effetto omologante. Interessante che questo della reciproca conoscenza sia il dato che tutti hanno sottolineato come un valore fondante, la premessa per dare radici solide a una strategia comune. «Porto Alegre – ci dice anche il coordinatore di una paludatissima Ong come il Social Watch, interlocutore ufficiale delle istituzioni internazionali, l’uruguayano Roberto Bossio – assolve ad una funzione essenziale per identificare alleanze, creare nuove coalizioni, anche amicizie. Ci dà a tutti energia».
Potrà dirsi che tutto questo è prepolitico, ingenuo. Ma ha già avuto un effetto politico di primaria importanza: a Porto Alegre – se si eccettuano le assai isolate scaramucce quasi solo italiane (fra chi diceva che era una vittoria aver portato al Forum Folena e chi invece non voleva farlo restare in sala) e la torta francese in faccia alla ministra comunista Buffet – non c’è stata traccia di scontri politico-ideologici, il reciproco ascolto ha sostituito la rissa da intergruppi di buona memoria. Tanto è vero che alla fine di quattro ordinate assemblee plenarie tutti i movimenti – 4099 organizzazioni di 131 paesi – si sono accordati su un testo finale unitario in 16 punti che praticamente abbracciano l’intera problematica del mondo. Non, però, un supermarket delle alternative, come con sarcasmo taluni, e con preoccupazione gli stessi organizzatori avevano paventato. Perché il documento non è solo giustapposizione di una girandola di obiettivi, né rimastica solo i luoghi comuni e i minimi comuni denominatori, ma fa fare un passo avanti alla coscienza politica di tutti, introducendo come asse comune la denuncia del ‘terrorismo di Stato’: gli interventi militari Nato. Non era affatto scontato. Fino alla vigilia, infatti – e la disparità delle mobilitazioni nei diversi paesi anche europei ne è stata la prova – c’era un’ala magari anche radicale, impegnata sui temi sociali ed ecologici, che però aveva riservato scarsissima attenzione alla guerra. Qui ha assunto appieno le parole d’ordine dei movimenti più schierati sulla pace individuando nel nesso povertà-guerra il problema di fondo. Il dialogo è servito a qualcosa.
Non storciamo il naso, dunque, per l’aspetto kermesse che il Forum ha certo anche avuto; né compariamo gli 800 workshops, la sequela di seminari e di conferenze del Forum, a quelli tipici delle grandi adunate della sinistra anglosassone (la annuale Socialist Scholars Conference di New York, per esempio, o quelle che in tempi antichi promuoveva la rivista di Hobsbawn in Gran Bretagna, «Marxism Today»: altrettanti workshops e sempre tantissimi partecipanti nonostante l’esiguità dei movimenti che tutti assieme rappresentavano). I protagonisti sono qui infatti diversissimi dagli intellettuali di quegli eventi, perchè ognuno è militante in qualche struttura organizzata e perché finalmente gli speakers sono solo in minoranza occidentali, il che conferisce allo stesso modello e agli stessi argomenti, già ultrasfruttati nelle migliaia di convegni che ammorbano la nostra vita, un interesse del tutto diverso.

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Tutte queste considerazioni non ci esonerano ovviamente dal dovere di cercare di rispondere a una serie di interrogativi di fondo. Chi rappresentano, quale realtà politico sociale significativa, quale dimensione organizzativa, quale impatto nei loro rispettivi paesi hanno i delegati di Porto Alegre? E dunque quale peso si può dire che abbia davvero questo nuovo movimento? Pochi o molti – 8503 dal Brasile, uno solo ( cristiano del Jubilee) dalla Zambia, dotati di grande impatto sulla vita politica delle loro regioni e unificati in un grande partito quale il Partido dos Trabahadores come i primi o semplice testimonianza morale come il secondo – è già un fatto di portata politica globale che da tante parti del mondo si siano mossi per venire all’appuntamento, si siano riconosciuti nella ricerca che vi si è svolta, abbiano dato una voce fino a due anni fa inimmaginabile alla certezza che un altro mondo è possibile costruirlo; e intanto abbiano ridicolizzato quel pensiero unico mondiale che per decenni è sembrato non aver più avversari. «Qui è naufragata – ha detto Frei Betto – la dittatura del pensiero unico». E Immanuel Wallerstein, per spiegare bene la sua tesi sull’accelerazione della fase di transizione che il sistema sta vivendo, si è rivolto agli ascoltatori (migliaia anche in questo caso) chiedendogli retoricamente :«Avreste mai pensato cinque anni fa che oggi noi saremmo stati qui tutti assieme? Come faccio a dirvi cosa potrebbe accadere fra un altro quinquennio?».
Washington, il capitalismo e il dogma liberista debbono dunque tremare per il nuovo fantasma che si aggira per il globo? A osservare l’estrema arroganza – estrema come mai prima – dei dominanti, che se ne infischiano di ogni regola e morale, a cominciare da quelle da loro stessi fissate, si dovrebbero gridare cento no e si dovrebbe seppellire in fretta ogni entusiasmo. Ma non è così. I valori – etici e culturali – hanno una grande forza materiale e quando quelli antagonisti cominciano,come è accaduto in occasione di Porto Alegre, a trovare qualche eco persino nei mass media, vuol dire che hanno iniziato a erodere l’egemonia avversaria. (Colpisce che un inascoltato predicatore antiglobal come Benjamin Barber, autore di un cult come McWorld vs Jihad, riceva nei giorni di Porto Alegre l’onore di scrivere l’editoriale di un giornale con tanta puzza sotto il naso come «la Repubblica»). Ma, chiediamoci, senza la solidarietà cristiana e/o socialista il movimento operaio sarebbe mai potuto nascere e Marx avrebbe forse potuto incontrare ascolto? A Porto Alegre si è compiuto un primo passo su questo terreno se si vuole pre-politico, in realtà politicissimo. Certo, ora ci vuole il marxismo o il suo equivalente, e per ora non c’è.
Di marxismo per la verità ce n’è già non poco (e, sia detto fra parentesi e persino con qualche meraviglia, non c’è più alcuna traccia di anticomunismo). I guru del movimento sono marxisti quasi tutti e della tradizione migliore, quella revisionista e non dogmatica. (C’era, al completo, per esempio, tutta la squadra che per anni si riuniva a Cavtat, in Jugoslavia, per partecipare a una delle più interessanti iniziative degli anni ‘70-80). E Wallerstein si è sforzato di spiegare persino i grandi valori del leninismo, suggerendo al movimento di distinguere bene fra contraddizioni e nemici principali e secondari, e dunque di non intestardirsi a combattere l’Unione Europea, la Russia di Putin e la poco democratica Cina con la stessa virulenza con cui devono essere combattuti gli Stati Uniti. Una lezione assai utile per molti no-global.
La cultura diffusa del Forum è comunque assai diversa dalla nostra (lo diciamo in termini generazionali, non geografici), non tanto nell’analisi del capitalismo, quanto nei modi di organizzarsi e del fare ed è per questo che non è facile valutare la rappresentatività dei delegati di Porto Alegre. Assai raramente le organizzazioni hanno infatti struttura verticale, trattandosi di realtà molecolari, di un tessuto capillare, a macchie di leopardo. Il che non esclude affatto, tuttavia, i collegamenti anche a livello internazionale: nate dall’esperienza locale, dal bisogno di fare in società dove i partiti sono screditati, obsoleti oppure, non dimentichiamolo, falciati dalla repressione anche armata, le associazioni no-global hanno appena cominciato a trovarsi, a stabilire rapporti fra loro, ad ‘annusarsi’ reciprocamente per scoprire sensibilità comuni su cui via via si sta ricostruendo un orientamento politico-culturale analogo. Fra di loro moltissime Ong, una sigla che copre realtà assai diverse: chi ricorre a questa formula per far politica in paesi dove altrimenti non sarebbe possibile, chi per ricevere aiuto dall’Onu (che ha molti programmi che le appoggiano e dunque tende a creare una sorta di burocrazia parallela ma spesso efficace), chi perché comincia da un’azione puramente solidale verso i poveri. Non si può del resto pensare che dopo il terremoto che ha scosso la sinistra nell’ultimo decennio la sua ricostruzione possa essere diversa da un lungo zigzagante processo.
Sarebbe tuttavia errato concludere che la cesura fra passato e presente sia totale. «Non solo perché c’è un recupero di memoria sul piano culturale, ma perché – lo sottolinea un attentissimo osservatore del continente come l’argentino Emilio Taddei che, con la Clasco (il centro latino americano di scienze sociali), ha creato un Osservatorio sui conflitti che si sviluppano paese per paese – non c’è affatto una contrapposizione fra vecchi e nuovi movimenti. Coesistono – e infatti a Porto Alegre ci sono gli uni e gli altri – e sempre più collaborano. Anzi, il tentativo di costruire coalizioni è proprio il tratto caratteristico della nuova fase». Proprio l’indomani della chiusura del Forum c’è stata una significativa conferma delle parole di Taddei: a Quito c’è stata una grande manifestazione (20.000 persone, dicono i giornali, molte di più secondo gli organizzatori) per protestare contro la privatizzazione dell’elettricità, convocata dalle quattro organizzazioni indigene nazionali (Conaie, Fenocin, Feine, Fey); dal Fronte unito dei lavoratori (che unisce le quattro centrali sindacali); dalla Federazione degli studenti universitari dell’Ecuador; dalla rete Amazzonica; dal Coordinamento dei movimenti sociali; i ‘Comunicatori alternativi’ (la rete delle radio comunitarie che stanno ovunque acquistando un grandissimo ruolo – solo in Bolivia ce ne sono, per esempio, 33 – molto presenti al Forum); e poi da artisti, bande musicali, ecologisti e, infine, anche dai partiti di sinistra. Parola d’ordine comune «corruptos vende patria» e il concetto ormai unificante : «non ripetere il modello argentino».
In ogni paese c’è un appiglio di partenza per la protesta, quasi sempre le privatizzazioni (dell’acqua innanzitutto), ma ovunque è presente uno sforzo per unificare, per offrire risposte alle grandi emergenze della globalizzazione liberista. E così sempre è presente il tema della guerra, della Palestina, della democrazia e il tentativo di delineare i confini di questo mondo diverso che si ritiene possibile. Interessante è notare la preminenza e la trasversalità (geografica e sociale) del tema ecologico, diffusissima la convinzione che questa globalizzazione oltre a provocare immani disastri sociali produce anche insostenibilità ambientale. Non c’è stata assemblea plenaria o workshop in cui questa consapevolezza non sia emersa e questo ha permesso una inedita comunicazione fra associazioni ambientaliste e organizzazioni contadine e sindacali. La contraddizione di interessi fra i lavoratori dell’industria e gli altri, che pure era stata evidente in passato, ha ora cominciato a essere superata. Gli esempi di questa trasversalità sono stati molti: fin dai primi giorni i Sem Terra hanno convocato, assieme ad associazioni ambientaliste brasiliane, fra cui Sos Mata Atlantica, un seminario su riforma agraria e tutela ambientale. E non ci sono state solo parole ma riflessione su lotte concrete condotte in comune, nelle quali la battaglia storica per la riforma agraria si è intrecciata ai temi più nuovi dell’industrializzazione dell’agricoltura, della sua ‘chimicizzazione’, degli organismi geneticamente manipolati. Fenomeni analoghi sono registrabili, anche se in misura più ridotta, anche in altri paesi latino americani. Sicché la plenaria sulla sostenibilità ambientale ha visto una vastissima partecipazione di contadini, sindacati, organizzazioni indigene, tanto che alla fine gli ecologisti doc sono risultati minoranza. La più ascoltata, non a caso, è stata in questo ambito Vandana Shiva che da anni non solo è – dopo aver abbandonato per protesta la Banca mondiale di cui era alta funzionaria – teorica della questione ambientale ma anche organizzatrice di lotte contadine in India contro i ‘pirati della biodiversità’, in difesa dei loro semi e dei loro prodotti. Ed è stato interessante venire a sapere che analoghi movimenti stanno crescendo nelle Filippine e in Giappone, oltreché in alcuni paesi latino-americani. Di coscienza ambientale dà prova anche il Mab, un movimento filiazione dei Sem Terra, che si batte contro le grandi centrali idroelettriche che stanno devastando la natura e invece per una politica di energia alternativa. Così come la mobilitazione contro l’Alca, l’area di libero scambio che gli Stati Uniti stanno tentando di instaurare in tutto il continente americano, oltreché sulla difesa dei propri prodotti dalla insostenibile concorrenza nordamericana, è centrata sulle devastazioni che l’accordo produrrebbe, a cominciare dal trasferimento delle industrie inquinanti.
La campagna contro l’Alca è in realtà l’azione più unificante in questo momento nel continente americano (tantissimi con la T-shirt – costo 6 real – con la scritta ‘no’). Una battaglia assai più di massa di quella contro il Nafta (l’accordo di libero scambio fra Canada, Stati Uniti e Messico) un decennio fa. Anche nei giorni del Forum ha dato luogo ad una manifestazione cittadina cui hanno partecipato più di 80.000 persone e appuntamenti di lotta sono previsti in ogni paese, uno continentale a Quito in ottobre. Che la questione sia diventata centrale non meraviglia: l’Alca non punta infatti semplicemente a incrementare lo scambio in condizioni di palese iniquità per lo squilibrio delle diverse economie, ma tenta di far passare il nocciolo di quel famoso Mai/Ami (Accordo multilaterale sugli investimenti) che l’Ocde cercò di varare nel ‘98 per i paesi più industrializzati e che la forte mobilitazione – forse la prima antiglobal – riuscì a bocciare. Vale a dire l’esproprio di ogni sovranità legislativa a tutela dell’ambiente e dei lavoratori a favore di un totale arbitrio delle imprese multinazionali.

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Le analisi dell’Osservatorio del Clacso, qui molto discusse perché molti dei suoi ricercatori erano presenti a Porto Alegre (il Centro ha anche un suo rappresentante nel comitato internazionale del Forum mondiale) indicano l’emergere di una nuova, forte soggettività degli indigeni e un ruolo inedito svolto dalle loro organizzazioni, certo stimolate dall’esempio zapatista, simbolico punto di rottura. È un fatto che esse appaiono sempre più all’origine dei conflitti in atto: non solo di quelli tradizionali e tutt’ora assai importanti sul possesso delle loro terre, ma sull’acqua (tema di una delle più importanti conferenze del Forum), sulle megacentrali idroelettriche, sull’introduzione delle tecnologie biogenetiche e i brevetti sulle piante, qui incontrandosi – e anche questo è nuovo – con gli altri soggetti non indigeni.Le sigle delle loro associazioni si ritrovano non a caso sempre più spesso nell’ambito delle coalizioni create per condurre questa o quella campagna, nei ‘cartelli’ che convocano le manifestazioni. Il loro apporto è decisivo, perché colma un solco secolare e dà ai nuovi movimenti una forza e un’ampiezza che non potrebbero avere senza la partecipazione delle popolazioni indigene, che nella maggioranza dei paesi del cono sud hanno un grande peso.
Nuovo è anche il ruolo giocato dalle donne del Terzo mondo, tante, infatti, a Porto Alegre. In rappresentanza del loro genere, ma nella specifica caratteristica di donne che hanno una responsabilità primaria nelle comunità rurali dove numerosissime sono capofamiglia (per abbandono o emigrazione degli uomini). Ora hanno acquistato consapevolezza e parecchie anche una straordinaria grinta di leader, inimmaginabili solo dieci anni fa. Si organizzano per sopravvivere, facendosi forza le une con le altre, nel rapporto con le istituzioni e con i prepotenti. Anche per loro le radio comunitarie sono strumento utilissimo. Radio Terra, animata dalle donne cilene, è uno degli esempi più brillanti.
Questo delle donne è un dato assai importante perché, soprattutto in un continente stravolto come l’Africa, dove a stento sopravvivono istituzioni statali, e dove qualsiasi forma di lotta e di organizzazione di classe sembra annullata (salvo naturalmente in Africa del Sud, dove il sindacato, il Cosatu, mantiene una presenza decisiva) sono proprio queste leader delle comunità rurali, combattive e spesso anche smaliziate, a rappresentare una speranza.

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Certo, anche questo movimento che ha come tratto comune la frammentazione, la capillarità, l’esistere solo a livello di base, ha dimensioni e impatto diversi nei vari paesi. In America Latina, dove grazie all’Osservatorio della Clacso esistono dati generali, si può far risalire a metà degli anni ’90 una ripresa e un rinnovamento dei movimenti, un aumento dei conflitti e un loro passaggio da difensivi a offensivi. Protagonisti sono soggetti nuovi – indigeni e donne, come si è detto – ma anche salariati dei servizi e dell’industria, nienteaffatto spariti, solo precarizzati. La tradizione sindacale ha sedimentato in alcuni paesi. «La memoria – dice Emilio Taddei – è visibile per esempio anche nei ‘piqueteros’ argentini che altro non sono che salariati ora disoccupati, un tempo sindacalizzati e ora costretti a inventarsi un’altra forma di lotta: picchettano le strade, le chiudono al traffico, occupano spazi territoriali in una sorta di guerriglia urbana non violenta. La loro presenza organizzata si è fatta sentire ben prima dell’attuale precipitazione della crisi». Conta, in questo caso come in altri, la tradizione, ma bisogna tener conto che la repressione ha colpito ovunque in questi decenni. «In Argentina – continua Taddei – una intera generazione di sindacalisti è stata ammazzata, e la ricomposizione del tessuto sociale e politico è processo di lunga durata».
Anche in Argentina ci sono comunque già fatti limitati ma positivi: pur nel caos del paese si sta per la prima volta stabilendo un rapporto fra poveri antichi e ceti medi impoveriti. L’Apyme, l’associazione dei piccoli e medi imprenditori, ha assunto un ruolo importante nelle mobilitazioni di queste settimane, rivolgendosi anche ai disoccupati e lanciando i propri appelli e i propri appuntamenti di lotta per i colleghi anche via e-mail.
Interessante per capire come nascono e crescono i nuclei del movimento è stata la riunione delle 34 Attac americane (quella Latina, più Quebec con 800 iscritti e Gujana francese), circa 30.000 iscritti tutti assieme. Raccontano di come siano nate dall’iniziativa di un piccolo gruppo locale con qualche contatto internazionale e come via via l’esistenza stessa del Forum li abbia aiutati a collegarsi con gruppi analoghi fino a creare strutture di coordinamento, fra loro e con le organizzazioni tradizionali, prima a livello nazionale, poi continentale. A ottobre hanno tenuto una riunione comune a Cuba.

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Dall’Asia sono venuti ‘solo’ in 100, che tuttavia non sono poi così pochi se si considera che di oceani, per arrivare a Porto Alegre, ne hanno dovuti attraversare due. Una bella delegazione, comunque, formata da quadri dei movimenti rurali (assai importanti in India) e da intellettuali importanti che hanno dato un contributo decisivo nella costruzione della cultura del Forum: il malese Martin Khor, dell’Università di Kuala Lumpur, il filippino Walden Bello, che anima da Bangkok il Focus on Global South, parecchi indiani oltre la più nota Vandana Shiva, i sindacati coreani.
C’erano pure tre cinesi, venuti proprio dalla Repubblica popolare, non si è ben capito per quali vie siano arrivati a Porto Alegre. Dice Jin Si Yan, ricercatrice all’Accademia di Pechino intervenendo al workshop sulla diversità culturale: «Voi non capite i cinesi. Non basta mandare una lettera circolare. Noi prima vogliamo parlare, conoscere». E poi entra nel dibattito con tanti esempi sulle difficoltà di aprire il muro chiuso della cultura contadina dei villaggi cinesi. Come giocherà la presenza del suo paese nell’Omc? Walden Bello dice: «Può essere un disastro per noi e per loro, ma anche una grande occasione se Pechino butta il suo enorme peso dalla parte dei paesi in via di sviluppo».
Pochissimi i giapponesi – pur dotati di una Attac sul loro territorio – e i presenti impegnati a scusarsi per il ritardo del loro movimento. Non pochissimi invece gli statunitensi – 420 delegati – cui vanno aggiunti oratori e osservatori numerosi. La loro delegazione aveva comunque un valore aggiunto: c’era il top dell’intellettualità di sinistra del paese che, da Chomski a Wallerstein ai collaboratori dei più prestigiosi centri di studi politici, ha dato un grande contributo. Poco invece il sindacato, certo meno che a Seattle.
Quanto agli europei la presenza, come è ormai noto, è stata diversissima: una quantità gli italiani (993 solo i delegati), di poco superiori agli argentini (924 registrati) e ai francesi (718) e agli spagnoli (296). E poi però dei vuoti persino inspiegabili: a parte l’Est da cui sono arrivati solo occasionali e isolati rappresentanti di piccole organizzazioni (ma si farà un Forum speciale dalle loro parti per riprendere le fila), scarsi erano gli inglesi, dove pure in questi mesi si è fortemente rivitalizzato il vecchio movimento pacifista, quasi assenti i tedeschi e, se non era per la Spd e qualche professore ecologista, si sarebbe potuto cancellare il nome del paese: non un sindaco, non un deputato verde e nemmeno della Pds. Un sintomo grave dello sbandamento dello schieramento verde, naturale interlocutore di questo movimento.
Non male, invece, la presenza araba: un centinaio, frutto di un recente incontro preparatorio a Beirut con un migliaio di partecipanti.
Più politicizzato rispetto a questa galassia di micro-organizzazioni il movimento è solo in alcuni paesi, ma non sempre per il meglio: assai positivamente in Brasile dove tutto si muove dentro il grande fiume del miracoloso Partido dos Trabahadores che però non ha purtroppo alcun equivalente, disastrosamente, in Argentina, dove si riproduce per ora la gruppettizzazione ideologica del passato: mille partitini marxisti leninisti trotskisti maoisti peronisti, tutti impotenti nei confronti della ‘cacerolada’ che ha popolato le strade di Buenos Aires.
Un tratto politico dei nuovi processi e certo assai importante (in fondo poco conosciuto qui in Europa) è invece l’emergere, anche in questo caso quasi solo in America Latina, di una figura che assolve a un ruolo quasi di supplenza dei partiti (ma senza le ambiguità che hanno caratterizzato lo stesso intento in Italia): i sindaci di sinistra. Non solo in Brasile, di cui già si sa ma anche in questo caso quasi solo di quelli di S.Paolo e Porto Alegre, mentre ce n’è una moltitudine in piccole ma anche medie città: anche altrove, a cominciare da Buenos Aires, a dalla grandissima città di Montevideo, dove vive metà della popolazione dell’Uruguay. Tutti impegnati, e perciò popolarissimi, in primo luogo a rompere con la tradizione della corruzione e del caudillismo, perciò attenti alla trasparenza, alla partecipazione, alla comunicazione coi cittadini. A un workshop sulla comunicazione – che si poteva pensare trattasse di carta stampata o tv – protagonisti sono stati proprio Tarso Genro, sindaco di Porto Alegre e Mariano Araun, sindaco di Montevideo, perché il tema era il rapporto coi cittadini, dunque la democrazia contro la così pesante delegittimazione subìta nel continente (e non solo lì). La città – hanno detto – è un «campo de comunication», e bisogna battere una visione propagandistica della comunicazione, che è invece un rapporto interattivo: è così che si costruisce la coscienza di classe, alternativa. E non sono parole: l’esperienza del bilancio partecipato di Porto Alegre, per esempio, non è una trovata populista e si svolge in una città grande e complessa, non in un borgo, dove si è riusciti a dar vita ad una straordinaria riqualificazione ambientale, tant’è che è pulitissima, dotata di trasporti veloci ed efficienti e di grandi strutture dove far vivere i rapporti collettivi. Nessun compiacimento al localismo, al ‘small is beautiful’, anzi apertamente irriso, ma invece la riflessione su come l’esperienza locale, dove la coesione sociale è più facile da ottenere, può esser fatta giocare laddove c’è il potere.
Il Forum delle autorità locali per l’inclusione sociale, che ha preceduto il Forum sociale su invito del sindaco Tarso Genro e del governatore dello Stato di Rio Grande do Sul, Olivo Dutra (e quindi i partecipanti non erano obbligati, così come quelli del Forum dei parlamentari, ad aderire alla piattaforma dei delegati di movimento e appartenevano perciò ad un ampio spettro politico), è stato forse uno dei momenti più interessanti delle giornate di Porto Alegre: 1250 partecipanti, di cui 220 sindaci (di 32 paesi: Argentina, Albania, Belgio, Benin, Brasile, Camores, Cambogia, Canada, Costa do Morfim, Cuba, Danimarca, El Salvador, Ecuador, Spagna, Stati Uniti, Francia, Gabon, Ungheria, Iran, Italia, Libano, Marocco, Messico, Mozambico, Perù, Portogallo, Senegal, Svezia, Svizzera, Turchia, Venezuela, Uruguay) che hanno deciso di costituire una rete mondiale permanente per continuare nello scambio di esperienze.
Assai meno interessante il Forum dei parlamentari e personalità istituzionali perché c’è stato assai poco reciproco ascolto e dunque dialogo. Ma non era male vedere tanti personaggi importanti aggirarsi dentro lo straordinario mondo del Forum. Fra loro la gente più impensata, non solo i 6 ministri francesi (un caso anomalo ma non unico, ce n’erano anche di altri paesi e in particolare del Canada), ma due ex presidenti, per esempio, come Mario Soares, del Portogallo e Mary Robinson dell’Irlanda, attualmente delegata Onu per i diritti umani. Un foglietto, scritto a mano e fissato con una puntina, segnalava un loro workshop sul murale dell’edificio 40; mentre grande ascolto ha avuto il cileno direttore generale del Bit (il Bureau international du travail), una delle più alte cariche Onu. E poi segretari di partiti comunisti e dell’Intenazionale socialista, e anche la vedova Mitterand, molto amata da tutti per il suo impegno in favore dei kurdi. E così via.
Il rapporto partiti/movimenti – cui è stata dedicata una lunga assemblea – restano poveri. I rappresentanti degli uni e degli altri si sono alternati alla tribuna e sostanzialmente hanno detto le cose di sempre: non più la teoria della cinghia di trasmissione, ciascuno autonomo nella sua sfera, il movimento può fecondare i partiti ma senza i partiti non c’è sbocco per i movimenti, facciamo comunque politica tutti e due, quindi operiamo sullo stesso terreno, eccetera eccetera. Il più sincero è stato uno dei due deputati della tedesca Spd (della sinistra dell’Is raggruppata nella Repubblica socialista europea) che con tristezza ha riconosciuto che il vero problema è che i movimenti sono vivi, come dimostra anche Porto Alegre, mentre i partiti sono tutti arrugginiti. Il rapporto di forze, insomma, ed era visibile, si è rovesciato. I buoni partiti sono tutti nati da un movimento – ha detto qualcuno,e Harlem Desir, famoso per aver creato Sos racisme e ora deputato socialista francese ha risposto: ora tendono ad essere solo comitati elettorali i cui programmi sono dettati dalle tecnostrutture dello Stato. Non il Pt brasiliano, che è tutt’ora più che un partito un movimento, e questa è la sua forza ma talvolta anche la sua debolezza. Ma ci sono anche altre esperienze nel mondo. Lo ha indirettamente ricordato alla sala una sindacalista colombiana quando ha detto: «questo è un falso dibattito, che nasconde l’intenzione di rendere neutrali i movimenti di massa, imponendo ai sindacati, come da noi, di non parlare di politica. Ma noi non ci stiamo, io sono fiera, e lo proclamo, di essere anche membro del partito comunista colombiano». Un partito oggi costretto a vivere sotto l’etichetta di Unione patriottica, di cui essere fieri: 3000 militanti ammazzati dalle bande paramilitari in dieci anni e così ambedue gli ultimi candidati alle presidenziali. Quanto al sindacato colombiano, 154 vittime nel solo 2001, metà di quelle del mondo intero.

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Come potrebbe essere ‘l’altro mondo possibile’ che il Forum vuole costruire? La parola ‘socialista’, sebbene assai pronunciata, non dice molto, come è noto, vista la varietà delle sue accezioni. La definizione ‘comunista’ non si usa più, anche se i comunisti sono rispettati. I portoalegrini hanno molto e sacrosanto pudore nel generalizzare o indicare un modello. Sanno che non ne hanno, che non ce ne sono. Qualcuno ritiene di poterne fare a meno, altri sono consapevoli che invece no e che comunque bisogna cominciare a mettere assieme poco alla volta delle idee, a tracciare un itinerario, a sforzarsi di pensarlo non solo per gli europei o gli asiatici, ma buono per tutti. Per ora è possibile solo indicare qualche tratto della cultura comune: una sedimentazione marxista, certo, ma molto rivisitata dall’ambientalismo; la pratica cristiana della Teologia della Liberazione; il terzomondismo radicale; la cultura della conflittualità e un po’ di pensiero anarchico. A tener assieme tutti, che altrimenti sarebbe impossibile, ci sono comunque tre fattori: il grande prestigio del Pt brasiliano, la sua forza, anche istituzionale (e meno male che è stato deciso di tenere anche il terzo Forum sociale mondiale a Porto Alegre, in India si sarebbe disperso); il carattere militante di un gran numero di intellettuali latino americani; e «Le Monde diplomatique». Buffo che giochi un ruolo così importante un mensile con un nome simile – diplomatico – residuo di altre epoche. È un fatto che con il suo milione di copie e con le sue edizioni italiana, tedesca, spagnola e ora anche portoghese (viene stampata direttamete in Argentina e in Brasile), e con la ormai diffusissima rete di gruppi Attac (che provvedono via e-mail a garantire l’informazione complessiva) tenuti a battesimo da Bernard Cassen, uno dei più importanti redattori del giornale, «Le Monde diplomatique», e cioè il gruppo di intellettuali che vi scrive, svolge un ruolo unificante, decisivo. E in qualche modo la cultura francese di sinistra di cui essi sono parte. Qualche volta a chi francese non è può persino dar fastidio. Anche perché si avverte l’ipotesi, peraltro per nulla peregrina né negativa, di assumere la Francia come il solo credibile contropotere agli Stati Uniti: visto che l’Europa non c’è e comunque la Francia è per ora il paese più di sinistra in circolazione. Ma si potrebbe dire – qualcuno fra gli stessi francesi l’ha detto autoironicamente - che si tratta di ‘bonapartismo positivo’. Anche Napoleone portò in tanta parte d’Europa la modernità e un po’ di rivoluzione francese; sia pure via occupazione. «Le Monde diplomatique» è assai migliore di Napoleone e sta dando un grande aiuto al movimento. (Verrebbe voglia di aggiungere: peccato non abbia la stessa armata!).
Conclusioni non possiamo trarne, né noi né altri. Possiamo solo riferire. Perché, lo ripetiamo, senza alcun compiacimento movimentista o basista, che invece purtroppo circola, ma per capire meglio il che fare: quanto accade non è ancora, o almeno non è sempre registrabile a livello politico: è ‘pre’, nel senso di ‘prepolitico’ e però anche di ‘premessa’ alla politica. È ricostituzione di cultura, di valori, di esperienza organizzativa. Porto Alegre si vede perché oltretutto c’erano 2800 giornalisti, invisibili restano invece il mezzo milione di contadini indiani che assieme e coordinati si battono contro le sementi transgeniche, così come non udibili sono le radio che stanno collegando le comunità rurali aiutandole ad alzare la testa. Più importanti in questo movimento sono i contadini che i soggetti urbani e perciò è difficile vederlo. Ma i contadini sono nel mondo tre miliardi e poiché vivono dispersi forse non daranno mai l’assalto al palazzo. Ma senza che loro partecipino alla sua costruzione è anche difficile pensare a un mondo migliore. Come ha scritto Terra Nuova, il quotidiano del Forum di Porto Alegre nel suo ultimo numero, «Un nuovo mondo è possibile, ma richiede un sacco di lavoro». C’è da aggiungere che non è per domani, né in occasione delle prossime scadenze elettorali.


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