Un continente sconosciuto
LA NUOVA DESTRA IN INDIA
Achin Vanaik
L'ingresso dell'India nel nuovo millennio è stato segnato da una serie di gravi rotture con l'assetto raggiunto dopo l'indipendenza. La più grande economia autarchica del mondo capitalistico in via di sviluppo, con il blocco borghese maggiormente autonomo, ha adottato una forma neoliberista di integrazione nel mercato mondiale. Una forza indù nazionalista e autoritaria, il Bharatiya Janata Party (Partito popolare indiano), ha preso il potere, sostituendosi al Congress Party quale centro del sistema politico. In India, queste vicende hanno scatenato gli effetti di una bomba atomica. Dei quattro princìpi nehruviani che hanno ufficialmente guidato il piano di modernizzazione del paese fin dal 1947 – socialismo, laicismo, democrazia e non-allineamento – il primo e l'ultimo sono stati abbandonati; il secondo è stato ridefinito per lasciare spazio al nazionalismo indù, mentre il terzo, la cui conservazione aveva rappresentato il grande successo in un'esperienza per il resto non priva di limiti, è in pericolo come mai prima d'ora.
Nel panorama generale degli anni novanta, lo sviluppo indiano è stato contraddistinto dalla concomitanza di una improvvisa svolta neoliberista in campo economico e di una brusca sterzata in senso confessionale e sciovinista nella sfera politica. Non siamo di fronte al balsamo lenitivo di una `terza via' che spiana la strada a un capitalismo sempre più deregolamentato, ma alla sostanza tossica di un regionalismo destabilizzante. Il governo che oggi spinge per la privatizzazione del patrimonio pubblico, per la riduzione delle barriere all'importazione e per l'incentivazione degli investimenti esteri, è andato al potere in uno scenario lontano mille miglia dalle tranquille riunioni in stanze ovattate con il Fondo monetario.
L'attuale Bjp (Bharatiya Janata Party) si è insediato al potere a Delhi grazie a due episodi che ben chiariscono il cambiamento di direzione dell'India rispetto all'epoca del consenso nehruviano. Nell'autunno del 1990, il leader L. K. Advani intraprese un rath yatra (o `viaggio di propaganda') del paese, al fine di accendere l'indignazione degli indù contro un presunto reato compiuto da Babar, il primo imperatore Mughal, accusato di aver distrutto un tempio nel mitico luogo di nascita del re-dio Ram – il piccolo paese di Ayodha, in Uttar Pradesh – per costruire al suo posto una moschea. Nell'arco di circa un mese il convoglio di Advani – in teoria una serie di carri trainati da cavalli, come nel Mahabharata 1, in pratica un furgone Toyota imbandierato – attraversò in parata quasi due dozzine di grandi città e centinaia di piccoli paesi e villaggi, lasciando al suo passaggio una scia di violenza contro i musulmani. Alla fine Advani fu arrestato a Bihar, ma subito dopo una folla esagitata scavalcò i muri di protezione dell'area circostante la moschea di Babri e piantò bandiere saffron 2 su una delle cupole del XVI secolo.
Nessuno fu processato per quell'atto criminale, in seguito al quale il Bjp registrò un sostanziale aumento di voti. Due anni dopo, sotto lo sguardo di polizia e corpi paramilitari, una grande massa di persone prese d'assalto l'area recintata, e per cinque ore tentò di demolire la moschea. Le telecamere filmarono tutto, e le immagini fecero rapidamente il giro del mondo: asce, sciarpe saffron, grida, tafferugli, polvere. I tremendi pogrom di quella notte e dei giorni successivi causarono oltre quattrocento vittime nell'India settentrionale e occidentale; alcuni degli episodi più cruenti si verificarono a Bombay.
Nel difficile periodo che seguì, Advani dovette rassegnare le dimissioni, ma la moschea era ormai distrutta: un evento impensabile in passato, era diventato un fatto storico. Era ormai largamente condivisa l'opinione secondo cui il `sentimento indù' esprimeva la volontà della maggioranza ed esigeva attenzione, in primo luogo da parte del Congress Party. Quattro anni dopo, il Bjp divenne il maggior partito del Lok Sabha3. Nel 1998 andò al potere.
Questo fu lo straordinario background politico della svolta neoliberista degli anni novanta. Un cambiamento del corso economico era allora già in corso. A partire dagli anni cinquanta, fino ai settanta, l'India aveva adottato una propria peculiare versione del modello di industrializzazione, basata sulla sostituzione delle importazioni con prodotti nazionali, con un orientamento verso il mercato interno e un intervento statale più marcati che altrove. Il carattere di classe dello Stato era altrettanto sui generis: una coalizione dominante che comprendeva tutti i settori del capitalismo industriale, ricchi proprietari terrieri e alti burocrati, e in cui i funzionari statali agivano come coordinatori generali 4. Negli anni ottanta, una borghesia più matura e più fiduciosa nelle proprie capacità di fronteggiare la concorrenza estera, e una middle class in via di trasformazione – effettivamente una élite di dimensioni di massa – assetata di livelli di consumo sempre più alti, spinsero per una cauta integrazione nei mercati globali. Dopo l'avvento al potere di Rajiv Gandhi nel 1984, vi fu una rottura decisiva con il protezionismo della produzione nazionale, che preparò – senza tuttavia determinarla direttamente – la linea degli anni novanta.
Fra l'anti-dirigismo degli anni ottanta e il neoliberismo degli anni novanta esisteva uno spazio sufficientemente ampio per consentire diverse varianti del capitalismo. Un possibile percorso era rappresentato dal modello di industrializzazione dell'Asia orientale, che forse aveva tratto almeno tre insegnamenti dall'esperienza indiana: la necessità di mobilitare l'eccedenza di manodopera sottoutilizzata, attraverso la riforma agraria e la realizzazione di infrastrutture nelle campagne; l'importanza di un alto tasso di risparmio nazionale; e il ruolo strategico dello Stato nella direzione del credito e degli investimenti. La strada neoliberista non era predeterminata. Che cosa la giustifica sul piano economico e come è collegata agli sconvolgimenti politici dell'epoca?
Le riforme del 1991
Negli anni ottanta la strategia industriale portata avanti dalle élite dominante ha attenuato le restrizioni alla crescita e alla espansione diversificata dei monopoli, ridotto i controlli sul cambio e sul commercio estero, e indebolito – senza tuttavia smantellarlo – il settore pubblico. Il suo obiettivo era rendere il settore delle aziende private – ancora oggi pari ad appena il 10% del Pil – il settore avanzato dell'economia indiana. Dal lato della domanda, le aspirazioni della middle class – che nei fatti comprendeva il 10-15% degli strati superiori della popolazione – sono state assecondate attraverso massicce riduzioni fiscali e una notevole liberalizzazione delle importazioni, che si riteneva avrebbe stimolato le esportazioni in misura sufficiente da consentire di superare le difficoltà nella bilancia dei pagamenti. Il risultato è stato un boom dei consumi guidato dal settore dei beni durevoli, lievitati dall'8 al 22% l'anno nell'arco di un decennio. Il tasso di crescita globale è salito a circa il 5,6%, ben oltre il cosiddetto `tasso di crescita indù', pari al 3,5% annuo, dei decenni precedenti. Il ritmo di diminuzione della povertà non ha registrato invece alcuna accelerazione, mentre le diseguaglianze sociali e regionali si sono ampliate. Ciò che comunque ha determinato il fallimento del modello sono stati i deludenti risultati nel settore delle esportazioni, che hanno portato a una crescita del disavanzo corrente e a una politica di bilancio eccessivamente generosa da parte del governo centrale 5. Mentre il gettito fiscale diminuiva, la riduzione delle entrate è stata coperta con un debito pubblico più elevato e meno controllato, cioè caratterizzato da una più facile concessione di prestiti a breve termine e sui depositi bancari dei Nri (Non-Resident Indians) notoriamente volatili. Il debito estero è quasi triplicato nel corso del decennio, da 23,8 a 62,3 miliardi di dollari, mentre per sei miliardi di dollari è stato necessario estendere la data di scadenza del credito; intanto il costo del servizio del debito è salito dal 15 al 30% degli utili derivanti dalle esportazioni, e la quota degli interessi sul debito è salita dal 10 al 19% del totale della spesa pubblica.
La conseguenza inevitabile è stata una massiccia fuga di capitali in previsione della svalutazione della rupia. Tra aprile e giugno 1991 si è registrata una uscita netta di un miliardo di dollari, in un momento in cui le riserve di valuta estera potevano coprire le importazioni a malapena per due settimane. Alle soglie di una sospensione dei pagamenti che avrebbe gravemente dissestato l'economia, Nuova Delhi ha tentato di ottenere un prestito senza limitazioni dal Fondo monetario - Banca mondiale. Considerando le sue dimensioni e il livello di sviluppo, l'India avrebbe potuto negoziare condizioni abbastanza favorevoli. Invece, sotto la copertura di un Programma di stabilizzazione e aggiustamento strutturale, apparentemente inevitabile, il governo guidato dal Congress Party di Narasimha Rao ha introdotto una serie di drastici e imprevisti cambiamenti nelle linee di sviluppo del commercio, dell'industria, dell'investimento estero; nei sistemi tecnologici, nel settore pubblico e finanziario: una `soluzione' di lungo termine per quella che era una crisi temporanea nella bilancia dei pagamenti.
Configurazioni di classe
Se si tiene conto di criteri riferiti al passato dell'India, le riforme neoliberiste in corso dal 1991 sono davvero straordinarie, anche se il loro campo di azione è stato parziale e non omogeneo – in rapporto a esperienze realizzate altrove – e i tempi di attuazione relativamente lunghi. Differenze nel ritmo e nella progressione delle diverse fasi esistono, ed è opinione largamente condivisa che i controlli sui capitali (che hanno protetto l'India dalle ricadute della crisi dell'Est asiatico) dovranno essere, con attenzione, gradualmente eliminati. Ma sul terreno politico e intellettuale, oggi l'egemonia neoliberista è dilagante. Da dove deriva?
È sufficientemente chiaro che la `nuova politica economica' (Nep) è stata concepita dai vertici della burocrazia statale, non dalla borghesia industriale o agraria. Negli anni ottanta, funzionari pubblici di livello elevato – dei ministeri delle finanze, del commercio e dell'industria – sono stati attratti in misura crescente nell'orbita culturale dei loro omologhi occidentali 6. Gli intensi contatti intercorsi fra gli alti burocrati indiani e i loro interlocutori del Fmi e della Banca Mondiale, con frequenti trasferte a Washington, hanno creato una predisposizione verso i princìpi di un liberismo di mercato più rigoroso, che è stata fortemente consolidata dal crollo dell'Unione Sovietica. La precipitosa adozione di soluzioni neoliberiste, da parte degli stessi governi della Russia e dei paesi dell'Est europeo, è apparsa a molti la conferma del fatto che non esistevano alternative, se non, forse, il rischio di arrivare buoni ultimi. Illustri economisti Nri, impegnati nelle università britanniche e americane, hanno aggiunto il loro peso a un consenso sempre più vasto. Nonostante Delhi, a parole, si sia dichiarata favorevole alle tesi `welfariste' di Amartya Sen, il primo vincitore di un premio Nobel per l'economia di origine indiana, il contenuto e lo spirito delle riforme sono stati molto più in sintonia con le idee di un altro Nri, economista e aspirante al Nobel: Jagdish Bhagwati della Columbia University, da sempre critico nei confronti di Sen.
In un primo momento, alcuni settori imprenditoriali indiani organizzati nel `Bombay Club' hanno invocato il prolungamento delle misure di protezione contro il capitale estero, i cui `vantaggi' non assicuravano condizioni di gioco paritarie. Ma queste reazioni hanno avuto breve durata; il capitale nazionale si prepara ad accontentarsi della propria quota di un mercato di dimensioni continentali, la cui crescita accelerata, insieme alla riduzione del settore pubblico, dovrebbe – a suo avviso – procurargli nuove nicchie di mercato; nel contempo, le imprese locali trovano la Nep più congeniale dei precedenti sistemi di regolamentazione centralizzata, che favorivano le aziende `nazionali'. Tutti i settori dell'industria indiana ora puntano alla collaborazione con il capitale straniero, vedendovi nuove possibilità di autovalorizzazione, in patria e all'estero. Siamo di fronte non tanto alla nascita di una classe compradora, quanto all'emergere di una composita `borghesia interna', attenta a trarre profitto da una serie di forme di associazione con il capitale straniero più diversificata che in passato, quando la totale dipendenza era considerata l'unica o la principale alternativa 7.
All'interno della coalizione dominante, tuttavia, quando si svilupperà il progetto neoliberista andranno osservate attentamente due linee di evoluzione.
Le riforme hanno investito per ora il solo settore urbano e non hanno comportato conseguenze significative per la borghesia agraria, sebbene la liberalizzazione del commercio abbia inciso in qualche misura sui suoi costi. È scontato che il peso economico della borghesia agraria diminuisca progressivamente rispetto al suo omologo industriale, ma in India il suo peso politico – in ragione dei serbatoi elettorali sui quali può contare – è sempre stato più forte. La logica del neoliberismo induce a porre termine a un trattamento preferenziale nei confronti di questo settore, verso il quale tuttavia lo Stato continua storicamente a mostrarsi ben disposto: sostegno ai prezzi dei prodotti agricoli, con la garanzia di prezzi più alti di quelli correnti nel mercato; cospicui sovvenzionamenti per beni fondamentali quali elettricità, acqua, o fertilizzanti; prestiti a interesse basso o addirittura a zero, per non parlare delle periodiche cancellazioni dei debiti. Questa borghesia agraria è in grado di parare i colpi dell'Organizzazione mondiale del commercio? Quale sarà la prevedibile reazione alle pressioni neoliberiste presenti al suo interno, dove coesistono piccoli coltivatori, grandi proprietari terrieri e ricchi kulaki?
Solo il futuro può dirlo. Nel frattempo, l'afflusso costante di capitali stranieri – specialmente della finanza internazionale – determinerà, una volta raggiunto un certo livello, un contesto nuovo, in cui settori considerevoli della borghesia industriale e commerciale diventeranno parte di un blocco più mobile di capitale transnazionale, che sicuramente sarà in grado di svolgere un ruolo egemonico nella coalizione al potere, ma genererà nuove tensioni e contraddizioni con gli interessi regionali, le lobbies agrarie e i funzionari pubblici.
Bilancio degli anni novanta
Qual è a tutt'oggi il bilancio della svolta neoliberista? La Nep ha abolito la concessione di licenze industriali (vi sono ancora alcune eccezioni) e annullato le restrizioni all'accumulazione monopolistica, liberando in tal modo nuove capacità di sviluppo e svincolando fusioni e acquisizioni dalla necessità dell'approvazione statale. Le restrizioni formali all'espulsione di manodopera nei settori sindacalizzati rimangono, ma il ricorso inesorabile ai licenziamenti è nei fatti largamente tollerato. Sono state eliminate le sovvenzioni alle esportazioni e dal 1993 è in vigore un tasso di cambio unico, basato sulle indicazioni del mercato. Le barriere quantitative alle importazioni sono state abolite il 1° aprile 2001. Nella massima parte delle industrie indiane la partecipazione straniera di maggioranza è oggi consentita, e i Fdi [Foreign direct investments, investimenti stranieri diretti (NdT)] vengono incoraggiati. Nell'accesso al portafoglio titoli delle istituzioni straniere sono tuttora poste limitazioni e rimangono alcune restrizioni sui titoli e sugli strumenti di debito. Nel settore pubblico è dominante il tema del disinvestimento, ovvero la liquidazione, da parte dello Stato, non solo di aziende in perdita, ma anche imprese di pregio; si prevede che in quelle imprese in cui venisse mantenuta comunque una quota di minoranza le partecipazioni azionarie pubbliche scenderanno al 49%, e in seguito al 26. Soltanto alcuni settori strategici e collegati alla difesa saranno sottratti a una svendita del patrimonio pubblico concepita anche per ridurre il deficit di bilancio. Il sistema bancario nazionalizzato finora è sfuggito a questa logica, ma adesso deve funzionare secondo criteri strettamente commerciali, ridimensionando le precedenti priorità nel fornire accesso al credito a regioni, settori e classi. Le società di assicurazione mostrano di essere senz'altro più aperte alle forze del mercato.
Quali risultati sono stati raggiunti fino a questo momento? Il carattere ideologico del programma neoliberale trova una chiara espressione nei due macroindicatori che esso assume come canonici: il tasso complessivo di crescita del Pil e la riduzione del deficit pubblico. Il presupposto è che una crescita sostenuta e costante, in qualsiasi modo la si ottenga, è sufficiente a eliminare la povertà. Se si presta attenzione più al deficit di entrate fiscali che alla riduzione dei redditi si apre la strada a tagliare le spese in conto capitale e la spesa sociale `improduttiva', ma non quella militare, mentre il patrimonio pubblico viene venduto e il gettito fiscale precipita. Lo scopo primario è ridurre il ruolo economico dello Stato, nella convinzione, dimostratasi più volte infondata nell'esperienza indiana, che il pubblico escluda gli investimenti privati. Le spese in conto capitale del governo centrale sono calate di una quota del 6,8% del Pil nella seconda metà degli anni ottanta, del 4,6% nella prima metà degli anni novanta, e hanno continuato a scendere, insieme alla spesa sociale.
Tuttavia il tasso medio di crescita del 5,7% negli anni novanta non registra alcun aumento statisticamente rilevante rispetto a quello degli anni ottanta. In modo più preoccupante, dal 1997 in poi, il settore agricolo e quello manifatturiero – che insieme impiegano i quattro quinti della manodopera indiana – sono cresciuti rispettivamente soltanto del 2,7 e del 4%, contro l'11,4% dei servizi finanziari e il 14,1% delle comunicazioni.
Accrescendo il grado di apertura al mercato mondiale, l'economia dovrà probabilmente affrontare da una posizione di maggior debolezza le sfide competitive internazionali. Nel 1999-2000 le importazioni dalla Cina sono aumentate del 21%, e del 43% nel primo trimestre del 2000-2001. La paura di essere invasi da merci cinesi a basso costo, nella fascia degli articoli di consumo di base – dai prodotti tessili ai giocattoli – oggi è reale. L'India continua a fare affidamento sul suo tradizionale pacchetto di esportazioni – prodotti agricoli, minerari, marittimi, con gemme lavorate e ad alto impiego di manodopera – per le entrate in valuta estera. L'unica importante eccezione è il software, i cui prodotti e servizi tra il 1992 e il 1999 sono cresciuti a un ritmo non inferiore al 60% annuo e costituiscono attualmente circa l'8% delle merci esportate. In generale, a partire dagli anni ottanta, importazioni ed esportazioni sono raddoppiate in rapporto al Pil – oggi si attestano rispettivamente al 12 e 10% – rendendo l'economia più vulnerabile da shock esterni. Sulla scia della crisi dell'Est asiatico, la rupia è scivolata rispetto al dollaro dalle 35 al cambio attuale di 46,50, aggravando il peso degli interessi del prestito estero. Se l'economia Usa entrasse in una fase di recessione duratura, trascinando con sé l'economia mondiale, le conseguenze per l'India sarebbero molto più severe.
Intanto gli investimenti esteri diretti sono aumentati, nel corso degli anni novanta, dal 7 al 33% della formazione del capitale totale, mentre le entrate di portafoglio sono più che triplicate, giungendo a circa 5 miliardi di dollari. In confronto ad altri paesi asiatici beneficiari, si tratta di cifre modeste. Il totale degli investimenti esteri diretti negli anni novanta è stato di 15 miliardi di dollari per l'India, mentre la Cina ha ricevuto circa 34 miliardi di dollari nel solo 1994 e 238 miliardi di dollari tra il 1994 e il 1999. Nello stesso periodo la Malaysia ha ottenuto 30 miliardi di dollari, la Thailandia e la Corea del Sud 23 miliardi. Per quanto riguarda il deficit di bilancio, le misure di stabilizzazione del 1991-1992 lo hanno abbassato dall'8,4 al 6% del Pil nel 1992-1993. Ma, a partire da quel momento, lungi dal ridursi, esso ha fluttuato ostinatamente tra un minimo del 4 e un massimo del 7%, mentre il deficit delle entrate, di cruciale importanza, si è mantenuto tra il 2,4 e il 3,7%. Nel corso del decennio, il disavanzo del bilancio consolidato del governo centrale e degli Stati è nei fatti costantemente aumentato dal 9,5 all'11,5%, mentre il gettito fiscale è precipitato a circa il 10,5% del Pil.
Qual è stato l'impatto di questo modello di sviluppo sui livelli minimi di povertà? Negli anni settanta – con un tasso di crescita complessiva inferiore al passato, pari al 3,5% – si è avuto un ritmo di diminuzione della povertà più alto che negli anni ottanta e novanta, con un modello di crescita più sostenuta. Secondo i sistemi di rilevazione più diffusi, coloro che si trovano al di sotto della soglia della povertà sono scesi dal 5% circa nel 1973-1974 al 44% nel 1983, al 36% nel 1993-1994. Da allora in poi, la situazione nel migliore dei casi è apparsa di stagnazione, ma in termini assoluti è peggiorata. In India, dove la differenza tra inedia e malnutrizione è determinata dal lavoro, i tassi di disoccupazione non sono mai stati tanto elevati. Ma tra il 1993-1994 e il 1999-2000 la manodopera attiva è scesa dal 444 al 417‰ nelle campagne e dal 347 al 337‰ nelle città. Sono le percentuali più basse dalla fine degli anni settanta, periodo al quale risale la prima raccolta di questi dati.
Le disuguaglianze di reddito che colpivano gli stati, le classi e trasversalmente le città e le campagne, nel frattempo sono aumentate. Il reddito agricolo pro capite è cresciuto rispetto al reddito urbano nel corso degli anni settanta, per poi diminuire. Nel 1996, circa un milione di famiglie – l'80% delle quali urbane – hanno goduto di livelli di consumo paragonabili a quelli della middle class europea o nordamericana. Da allora questa fascia `molto ricca' è cresciuta rapidamente; negli ultimi anni il numero di indiani in grado di viaggiare all'estero è quadruplicato. Insieme ad altri 30-35 milioni di famiglie – circa 175-200 milioni di persone – questa è la classe che sta guidando l'attuale modello di sviluppo orientato dalle élites dominanti.
Nel settore delle imprese private, tra il 1985-86 e il 1996-97 la quota di valore aggiunto redistribuita ai salari è calata dal 35 al 20%, mentre la quota dei profitti (al lordo delle tasse, ma depurata dall'inflazione e dagli interessi) è cresciuta di 15 punti percentuali 8.
Per quanto riguarda le differenze regionali, dei quindici Stati che insieme comprendono oltre il 95% della popolazione, il gruppo degli otto Stati di testa – Andhra Pradesh, Gujarat, Haryana, Karnataka, Kerala, Maharashtra, Punjab, Tamil Nadu – che assommano il 42% della popolazione, è stato favorito con i due terzi dei progetti di investimento, nazionali ed esteri; mentre un gruppo più arretrato, composto di sette Stati – Assam, Bihar, Uttar Pradesh, Madhya Pradesh, Orissa, Rajastan, Bengala Occidentale – nei quali vive il 54% della popolazione, ha ricevuto solo un quarto dei progetti di investimento. All'inizio degli anni ottanta, il reddito pro capite dei tre Stati più poveri (Bihar, Orissa, Asam) è stato pari al 43% di quello dei tre Stati più ricchi (Maharashtra, Punjab, Haryana); alla metà degli anni novanta era inferiore al 27%. I due Stati più popolosi – UP e Bihar, con oltre un quarto degli abitanti del paese – è rimasto molto indietro, mentre i due Stati a crescita più rapida – Maharashtra e Gujarat – sono avanzati ulteriormente.
Il neoliberismo ha favorito le popolazioni urbane rispetto a quelle rurali, gli Stati ricchi rispetto a quelli poveri, i possessori di patrimoni e i professional rispetto ai lavoratori salariati e ai poveri. Se non ha incontrato una forte resistenza, è perché ha avuto un impatto diffuso sulle varie componenti della borghesia industriale, ma con scarse ripercussioni sulla borghesia agraria. Ha potuto contare sul forte appoggio della middle class. Soprattutto, non esiste sul piano ideologico nessuna proposta alternativa altrettanto coerente, né alcun blocco di forze socio-politiche schierate in opposizione.
L'ascesa del Sangh
Il Partito del Congresso ha introdotto la Nep. Il governo del Fronte Unito (1996-1998), una coalizione di partiti regionali sostenuti dalla principale corrente di sinistra dal Communist Party of India (Cpi) e dal Communist Party of India-marxist (Cpm), l'ha continuata. Dal 1998, il Bjp ha fatto proprio quel programma. Dal punto di vista storico, qual è stato il rapporto tra le sue forme di nazionalismo religioso e il neoliberismo? Sarebbe sbagliato vedere l'ascesa del Bjp semplicemente come il risultato di un aumento di tensioni in ambito economico. Una dinamica politica più indipendente, insieme al fallimento di alternative centriste e laiche – soprattutto del Congress Party – ha contribuito a spianare la strada all'avanzata del confessionalismo.
L'erosione del Congress Party era già piuttosto avanzata alla metà degli anni settanta, e l'emergenza del 1975-77 ha rappresentato il nefasto tentativo di Indira Gandhi di arginarla attraverso un colpo di mano autoritario. Nel tempo, il legame storico del partito con l'élite dei proprietari terrieri si è indebolito, poiché le crescenti aspettative hanno superato le sue capacità di distribuire prebende e risorse; le caste più progredite e le principali minoranze (i dalits, `oppressi' – che ha sostituito il termine `intoccabili' –, i gruppi tribali, i musulmani) hanno iniziato ad abbandonarlo, le élites rurali, più delle caste più arretrate, hanno dato vita a proprie organizzazioni regionali; i giovani non si sono fatti coinvolgere. Il partito è degenerato da quel movimento popolare di massa, qual era un tempo, in una macchina sempre più corrotta.
Dal punto di vista elettorale, questo declino si è verificato non nelle minoranze parlamentari, ma nelle grandi maggioranze che si sono alternate, caratterizzate da una sotterranea, per quanto dissimulata, instabilità. Gli elettori sono diventati diffidenti nei confronti delle rivendicazioni di carattere più generale proposte dai partiti: le elezioni politiche sono state affrontate come fossero referendum su singole questioni. Nel 1977 è stata la volta dell'Emergency hatao, «Eliminare l'emergenza», allorché lo Janata Party guidato da Morarji Desai si è insediato rapidamente al potere sull'onda di un voto anti-Indira. Nel 1980, Stability lao-Janata Hatao, «Riportare la stabilità-eliminare Janata», ha accompagnato il ritorno al governo del Congress Party. Nel 1984, in seguito all'assassinio di Indira Gandhi, Desh bachao – «Salvare il paese» – ha portato al potere Rajiv. Nel 1989, sulla scia dello scandalo delle armi Bofors 9, Corruption hatao, «Eliminare la corruzione», ha spodestato il Congress Party e insediato un governo del Fronte nazionale presieduto da V. P. Singh, con l'appoggio del Bjp. Il declino del Partito del Congresso ha subito un'accelerazione nel corso degli anni novanta, allorché i governi di minoranza sono divenuti frequenti. Il numero dei seggi del Congress Party nel Lok Sabha è sceso da 224 nel 1991 a 136 nel 1996, è salito leggermente – fino a 141 – nel 1998, e ha avuto un netto calo nel 1999, giungendo a quota 113. La sorte del Bjp è sempre stata intrecciata a quella del Congress. Lo svuotamento della grande forza che in passato aveva portato l'India all'indipendenza ha rappresentato ovviamente una condizione critica, che ha favorito lo sviluppo dell'Hindutva – la «politica dell'identità indù». Ma la questione più profonda rimane aperta: come mai il discredito del partito di centro storicamente dominante ha permesso a una forza polarizzatrice come il Bjp – piuttosto che al Janata o a qualche altra formazione maggiore – di diventare il punto di riferimento centrale della politica indiana attuale?
L'estremismo indù non è un fatto nuovo. Esistono correnti saffron sia dentro che fuori i movimenti nazionalistici almeno a partire dagli anni venti. Ciò che è cambiato nel corso degli ultimi dieci anni è l'improvvisa recettività di massa verso tali idee. Ciò fa parte di un fenomeno mondiale, naturalmente. Nel dopoguerra, i costi sociali e psicologici dell'inesorabile rivoluzionamento della vita quotidiana sono stati resi tollerabili da speranze collettive di miglioramento: una fiducia condivisa nel fatto che le cose sarebbe cambiate in meglio, che sarebbero giunti tempi migliori. Con il tramonto a livello generale di quella proposta illuministica di progresso, negli ultimi decenni del ventesimo secolo si è determinata un'ondata di nuove trasformazioni: aumento della produttività senza un corrispondente aumento dei salari, monetarismo, outsourcing, flessibilità della produzione. Il neoliberalismo non ha alleviato in alcun modo il disorientamento sociale di cui è causa, né la perdita di dignità o del rispetto di sé (specie fra gli uomini); restano solo l'estenuante inseguimento di obiettivi consumistici e l'angoscia del non vederli mai raggiunti. In questo vuoto, farsi valere aggressivamente sul piano culturale, etico o religioso, diventa una forma di compensazione, con affermazioni di virilità che rappresentano un antidoto alla disperazione sociale. In Occidente, dove la deindustrializzazione e la supremazia del mercato hanno minato la relativa sicurezza del lavoro a lungo termine e del Welfare stabile, queste tensioni sono emerse in primo luogo come xenofobia contro gli immigrati, spesso alimentata indirettamente dalle politiche del centro-sinistra. Nei paesi ex comunisti, dal naufragio dell'utopia sono emerse forme surrogatorie di nazionalismo etnico e religioso. Nel Terzo Mondo, tensioni nuove e virulente, ispirate dalle vecchie religioni, hanno preso il posto dei passati sogni di progresso nazionale.
La promessa dell'India del dopoguerra – lo slogan «socialismo, laicismo, non-allineamento e democrazia» di impronta nehruviana – ha rappresentato una delle espressioni più durature di queste idee. Il `socialismo' andava inteso come sforzo nazionale per l'industrializzazione e il benessere sociale (certamente non come espropriazione della borghesia); il `laicismo' come impegno per uno Stato imparziale dal punto di vista religioso, non confessionale; il `non-allineamento' come manifestazione di una politica estera orgogliosamente indipendente, consentita dall'esistenza dell'Unione Sovietica; la `democrazia' come funzionamento di un sistema parlamentare nel Terzo Mondo, che comprende il più vasto elettorato del pianeta. Si deve alla decadenza e alla degenerazione di questi ideali – con il Congress e i partiti avversari scivolati sempre di più in un pozzo nero di cinismo e corruzione – se alla fine l'intolleranza e lo sciovinismo di tipo muscolare sono risultati alternative più appetibili. Riflesso e consolazione di una situazione materiale che non riduceva una tragica povertà e accresceva le diseguaglianze.
(Traduzione di Tiziana Antonelli)
La seconda parte di questo saggio, apparso nel numero di maggio/giugno della «New Left Review», sarà pubblicata nel prossimo numero della «rivista».
Achin Vanaik insegna attualmente all'Accademia di Studi sul Terzo mondo di Nuova Delhi.
note:
1 In sanscrito, «il grande poema del Bharata», poema epico indiano, il più ampio della letteratura mondiale. Testo religioso e nazionale in cui si fondono le principali filosofie indiane, segna il riassorbimento del brahmanesimo e la codificazione dell'induismo (NdT).
2 Saffron = zafferano. Il colore zafferano ha anche una valenza simbolica. I fondamentalisti indù vogliono abolire dalla bandiera nazionale indiana il bianco e il verde e lasciare il color zafferano, proprio degli indù (NdT).
3 La Camera bassa del Parlamento (NdT).
4 Si veda il mio Painful Transition: Bourgeois Democracy in India, London 1990, pp. 18-26.
5 La spesa del governo centrale è aumentata da 22.000 crore (un crore = 10 milioni di rupie [NdT]) nel 1980-1981 a 82.000 crore nel 1989-1990, e un piccolo avanzo nel conto economico è diventato un enorme deficit del 9% del Pil nel 1986-87.
6 Manmohan Singh, il ministro delle Finanze che ha introdotto il pacchetto di riforme del 1991, e di cui è comunemente considerato l'architetto, è stato un ex critico (già capo della South Commission) trasformatosi in sostenitore. Una figura più importante che ha operato dietro le quinte, con un precoce impegno neoliberale e una maggiore sintonia con Washington, è stato Montek Singh Ahluwahlia.
7 Il termine `borghesia interna' è stato coniato da Nicos Poulantzas (si veda Classi sociali e capitalismo oggi, Etas Libri, 1975) per definire le nuove caratteristiche degli insediamenti imperialisti nel Terzo Mondo, subito dopo il crollo del sistema di Bretton Woods. Esso potrebbe concettualmente essere persino più pertinente nelle attuali condizioni di globalizzazione neoliberista.
8 R. Nagaraj, Indian Economy since 1980: Virtuous Growth or Polarisation?, «Economic and Political Weekly», 5 August 2000, pp. 2831-2839.
9 Un tipo di contraerea leggera (NdT).