numero  25  febbraio 2002 Sommario

Dieci anni dopo

UNA LETTURA DI MANI PULITE
Giovanni De Luna  

Mani Pulite, gli anni di Tangentopoli sono materia incandescente.Non deve sorprendere che il contributo che abbiamo chiesto a Giovanni De Luna contraddica in tutto o in parte molti analisi disponibili – compresa la gran parte delle idee e dei giudizi più ricorrenti nella «rivista».L'autorevolezza di De Luna contribuirà a stimolare una discussione indispensabile.
1.«Il 17 febbraio 1992 fu arrestato un ex consigliere provinciale del Psi, Mario Chiesa, presidente di un ente pubblico per l'assistenza agli anziani. Era l'inizio di `mani pulite', l'inchiesta condotta dalla Procura di Milano sulla corruzione degli ambienti politici e imprenditoriali (che i giornali battezzarono `Tangentopoli'); le indagini coinvolsero diversi esponenti della Dc, del Psi, e in particolare Bettino Craxi, ma misero in luce un sistema di corruzione diffuso e generalizzato a tutti i livelli, tra gli imprenditori, tra i burocrati dello Stato come tra i magistrati, e diffusi in tutti i partiti, i cui esponenti furono indagati per corruzione, finanziamento illecito ai partiti, ricettazione e, nel caso di Andreotti, addirittura associazione mafiosa…»: potrebbe cominciare così un manuale di storia, scritto nel 2022. E nel 2002? Dieci anni dopo è possibile definire quell'evento come l'inizio della lunga transizione italiana? Fu veramente quello il momento in cui cominciò la convulsa fase politica che ha decretato la dissoluzione del vecchio sistema dei partiti?
C'è sempre un certo disagio, per lo storico, quando deve indicare con sicurezza una data periodizzante; per la verità, nessuna data è di per sé un evento periodizzante, se non in chiave simbolica: così, come nessuno oggi si azzarda a dire che la Rivoluzione francese è cominciata il 14 luglio 1789, nessuno potrà dire, ad esempio, che l'11 settembre 2001 abbia veramente avuto inizio qualcosa (la terza guerra mondiale o il dischiudersi di un mondo finalmente pacificato dall'accordo tra Cina, Russia e Usa!). Ritornando all'arresto di Mario Chiesa, nello stesso periodo, se si volessero indicare oggi altri momenti cruciali, ci sarebbe solo l'imbarazzo della scelta.
Si può prescindere, per esempio, dagli effetti del crollo dei regimi comunisti? Al XIX Congresso del Pci, (7-11 marzo 1990), il segretario Achille Occhetto propose di trasformare il partito in una nuova forza democratica e riformista, aderente all'Internazionale socialista. Il XX Congresso (gennaio 1991) approvò così la dissoluzione del Pci, dalle cui ceneri nascevano il Pds (Partito democratico della sinistra) e il Partito della rifondazione comunista, in cui era confluita la minoranza degli oppositori.
E, andando più indietro nel tempo, nel 1989 ci furono tre appuntamenti politici di rilievo: un turno di elezioni amministrative, (il 28 maggio), le elezioni europee, (il 18 giugno), quelle per il rinnovo del Consiglio comunale a Roma, il 29-30 ottobre. La somma delle loro indicazioni fu allora molto significativa. Fu anzitutto chiaro che andava irrobustendosi una linea di tendenza che aveva visto precipitosamente calare il tasso di rappresentatività dei partiti `storici', quelli che come la Dc, il Pri, il Pli, il Pci, Psi, il Psdi e il Msi erano stati ininterrottamente presenti in tutte le elezioni politiche a partire dal 1948. Alle europee di giugno, più di 15 milioni di italiani rifiutarono di riconoscersi in questi partiti; tra astensioni, schede bianche e nulle si sfiorò il 25% dell'elettorato: in cifre assolute, più di otto milioni di italiani non andarono per niente a votare, mentre 2.656.000 votarono scheda bianca o nulla.
E non basta. Soltanto l'88% dei voti validamente espressi, infatti, premiò i partiti tradizionali; il restante 12% (in cifre assolute corrispondente a altri quattro milioni di elettori) risultò sparpagliato in un fronte variegato che comprendeva una miriade di piccoli partiti nuovi. Questa spinta alla frammentazione del corpo elettorale fu poi confermata dalla presenza di ben 24 liste alle elezioni comunali romane del 29 ottobre 1989. La «lista rock», quella di «Roma sessista», quelle dei pensionati, rinviavano l'immagine di `gruppi' della società civile che, aggregatisi sulla base di interessi economici, culturali, sessuali, non si sentivano comunque più rappresentati dai partiti tradizionali e che spingevano per una propria rappresentanza politica autonoma e diretta, senza più mediazioni `ideologiche'.
2. Voglio dire che, se nessuna di queste date può assumersi come l'evento da cui far partire questa nuova fase della storia italiana, tutte e tre insieme – il 1989, la scelta di Occhetto, l'arresto di Mario Chiesa – segnalano un processo più di lungo periodo, di cui Tangentopoli fu solo l'aspetto più clamorosamente visibile. Solo una visione distorta della complessità dei processi storici può indurre a considerare tutto quello che è avvenuto in questi dieci anni come il frutto unico e avvelenato di una congiura di un pugno di magistrati `asserviti ai comunisti'. Soprattutto se le `toghe rosse' si chiamano Di Pietro, Borrelli, Davigo, e da ultimo ...Brambilla, risulta francamente incomprensibile il richiamo alla matrice politica del loro operato; il definirli comunisti ha la stessa plausibilità dell'avvistamento di uno squalo nel lago di Bracciano. L'accanimento contro i giudici di Milano da parte del centro-destra mescola argomenti `storiografici' con l'urgenza di garantire l'impunità a Berlusconi. Fini e, soprattutto, Bossi sanno benissimo che `mani pulite' sarebbe stata impossibile senza il consenso dei cittadini e senza la crisi di credibilità che aveva investito – allora – i partiti politici e che mai, mai, i giudici si sarebbero mossi autonomamente se non fossero stati spinti dallo `spirito del tempo'. Non è stato un complotto, non è stato un `tradimento', come ipotizzato da Craxi. Se una interpretazione può essere avanzata con qualche cautela, è nella materialità delle condizioni sociali e dei comportamenti collettivi che essa affonda le proprie radici.
La mia ipotesi è che si sia trattato di una sorta di `rivoluzione centrista', caratterizzata - dall'affiorare tumultuoso dell'estremismo di centro, con il centro sociale e politico che ha assunto i panni del radicalismo, coniugando i propri valori tradizionali con forme di mobilitazione collettiva che in passato erano appartenute solo alla destra o alla sinistra (proteste di piazza, occupazioni stradali, scioperi, anche grotteschi tentativi di lotta armata); - dall'avere come protagonisti soggetti sociali di centro, le nuove figure che si sono affermate dentro il vecchio contenitore dei ceti medi tradizionali, ridisegnandone i contorni con un processo che presenta molte analogie con quello descritto da Renzo De Felice relativamente ai `ceti medi emergenti' che caratterizzarono le fasi più convulse del primo dopoguerra; - dall'essere stata resa politicamente visibile da forze di centro (la Lega degli anni `80, Forza Italia degli anni `90); - dalla costruzione di un proprio sistema di valori in cui i `valori' coincidono con gli `interessi' e con interessi da difendere a ogni costo contro nemici veri o presunti (di volta in volta i comunisti, gli extra-comunitari, l'asse europeo franco-tedesco, il terrorismo islamico, ecc.); - dall'avere avuto come propri eroi eponimi personaggi di centro (Falcone, Borsellino, Di Pietro, Borrelli all'inizio, Tremonti e D'Amato alla fine); - da un esito finale che coincide con l'approdo a un sistema fondato su una nuova architettura politica del centro.
3. Sono gli anni '80 la culla di questi fenomeni, a cominciare dalla drastica riduzione del peso specifico degli operai nei rapporti tra le varie classi sociali: allora, tra il 1981 e il 1989, la percentuale della popolazione attiva addetta all'industria passò dal 36,3% al 32,2%, mentre quella degli addetti ai servizi era balzata dal 50,9% al 58,6% (in agricoltura ci fu una diminuzione dal 12,8% al 9,3%). Il terziario avanzato (servizi, istruzione, informazione, ricerca scientifica e tecnologica, consulenza) si impose come il settore più dinamico della nostra economia, terra di conquista per una nuova, vivace industria computerizzata, per giovani manager, nuove dinastie imprenditoriali.
L'incremento vertiginoso della dimensione quantitativa delle classi medie (dal 38,5% della popolazione attiva del 1971, passarono al 46,4% nel 1983) fu il risvolto sociale di questo scenario economico. Soprattutto al Nord le classi medie urbane sembrarono diventare di colpo il settore nevralgico della società italiana. Tra il 1981 e il 1991 sul territorio lombardo si registrò un aumento del 25% degli occupati nel settore terziario: un vero esercito di produttori di servizi si affiancò a quello dei nuovi imprenditori emersi nel decennio precedente (il 70% in più tra il 1971 e il 1981); alla fine del decennio, in Lombardia, si era installato un `ceto elitario' composto da circa il 20% delle famiglie che disponevano di almeno 50 milioni liquidi ognuna e che tutte insieme detenevano l'82% dei titoli del debito pubblico collocati nella regione.
4. I partiti non furono in grado di `rappresentare' questi cambiamenti. Si aprì una divaricazione tra il sociale e il politico su cui si innestarono le scelte che portarono a una complessiva ridefinizione di entrambi lungo le linee di una marcata discontinuità rispetto alla vicenda complessiva della storia dell'Italia repubblicana. I partiti, rinunciando di fatto a `determinare la politica nazionale' (come recita il testo della Costituzione) si specializzarono progressivamente nella funzione di `determinare i politici', «ossia – come scrisse allora Luigi Bobbio – di scegliere, se non le cose, almeno le persone da distribuire negli infiniti incarichi pubblici (governativi, assessorili, sanitari, parastatali, pararegionali, bancari ecc.) che lo sviluppo dello Stato sociale ha creato a loro vantaggio». Si trattò di una vera mutazione genetica, una svolta che rese subito particolarmente inadeguato il termine di `partitocrazia' che di solito si applicava alla definizione del nostro sistema politico. Di fatto, la funzione dei partiti si ridusse alla promozione di un ceto politico poco differenziato sul piano dei `valori' di riferimento e molto intraprendente sul piano delle carriere individuali: «il modello classico del partito novecentesco in cui l'organizzazione era il fine e gli uomini i mezzi, sembrava essersi totalmente rovesciato». Agli inizi degli anni '90, i partiti apparvero semplici «aggregati instabili di detentori di cariche pubbliche», totalmente chiusi all'interno del circuito consenso-istituzioni-denaro pubblico. Nel 1992, una ricerca sugli iscritti alla federazione romana del Psi scoprì che su 8.070 iscritti, 2.563 erano irreperibili. Se ne intervistarono 5.000: alla domanda sull'importanza dell'impegno in un qualsiasi partito, il 23,6% rispose giudicandolo «poco importante», il 26% «per nulla importante».
5. In quello stesso anno, alle elezioni politiche del 5-6 aprile 1992, fece particolarmente scalpore il risultato ottenuto da un nuovo partito, la Lega Nord di Umberto Bossi, che conquistò 80 seggi in Parlamento (25 senatori e 55 deputati), corrispondenti a oltre tre milioni di voti, con una percentuale dell'8,7% sul territorio nazionale. Era l'approdo di un lungo percorso, cominciato già nel 1979, quando alle elezioni politiche si presentò il primo movimento leghista, La Liga veneta, (non a caso, quella consultazione elettorale si svolse appena un anno dopo il referendum contro il finanziamento pubblico ai partiti che nel 1978 – con il suo 43,8% di consensi – segnalò quanto vistosa fosse già allora la frattura nei confronti della `partitocrazia'). In tutti quegli anni, il movimento, che si riconobbe subito nel suo leader carismatico e fondatore Umberto Bossi, accompagnò il distacco tra la società italiana e i partiti storici, dando visibilità ai soggetti sociali che erano cresciuti nelle pieghe delle trasformazioni economiche e che nel corso degli anni '80 erano stati abbandonati a se stessi, privati dei riferimenti partitici indispensabili per organizzare l'azione collettiva.
La Lega si inserì in questo vuoto, con parole d'ordine improntate dapprima al federalismo, poi, via via sempre più radicali. Ma non fu la Lega l'unica novità politica di quella fase. A sinistra, fu significativa la sparizione pressoché totale di un grande partito con una lunghissima tradizione storica come il Psi (precipitato dal 13,6% alle elezioni del 1992 al 2,2% in quelle del 1994), che si intrecciò con la spaccatura del vecchio universo del comunismo italiano (alle elezioni del 1994, il Pds ottenne il 21,1% dei voti e il Partito della rifondazione comunista l'8,6%). Al centro, il terremoto fu ancora più clamoroso e comportò la dissoluzione del partito di governo per eccellenza, quella Dc che aveva dominato la scena politica italiana: alle politiche del 1992 il partito aveva ottenuto ancora il 29,7%; alle successive, nel 1994, non erano presenti liste democristiane! Cominciò allora la `libera uscita' dell'elettorato democristiano e dei soggetti sociali che lo affollavano, un fenomeno destinato a esaurirsi – come vedremo – solo con le elezioni del 13 maggio 2001.
Oltre che la sinistra e il centro, questi cambiamenti riguardarono anche l'area dell'estrema destra. Con la trasformazione del Msi in Alleanza nazionale (22 gennaio 1994) e l'abbandono da parte della nuova formazione politica degli aspetti più marcatamente fascisti dell'ideologia e del programma, i consensi elettorali si impennarono vistosamente: se infatti il Msi aveva conquistato nelle elezioni del 1992 appena il 5,4%, Alleanza nazionale balzò al 13,5% nel 1994 e al 15,7% nel 1996. Ma il fenomeno più vistoso fu quello legato alla nascita di Forza Italia, `il partito istantaneo' come allora fu definito: fondato il 6 febbraio 1994, solo due mesi dopo, alle elezioni politiche del 27 marzo ottenne più di otto milioni di voti (il 21%), 155 deputati e 56 senatori. Il suo programma rispecchiava, riassuntivamente, gli umori di quanti erano contrari a una eccessiva presenza dello Stato e favorevoli a una espansione delle attività private in tutti i settori dell'economia e della società civile. Questa fiducia dell'elettorato nell'impresa non solo come fatto economico ma come valore in sé (unita a una profonda sfiducia nelle istituzioni politiche) si rispecchiava puntualmente nella composizione del gruppo parlamentare (il 54,4% dei deputati era costituito da imprenditori, manager, e liberi professionisti), mentre la sola Publitalia, l'azienda del gruppo Berlusconi che gestiva le entrate pubblicitarie, aveva dato al movimento circa 50 parlamentari.
6. L'affermazione di Forza Italia, il moltiplicarsi di sigle e il rimescolamento di uomini e organizzazioni lasciavano intravedere tutte le difficoltà della transizione italiana, l'estrema fluidità di un sistema politico profondamente sconvolto. Si spiegava così anche il succedersi in pochi anni di diverse ed eterogenee maggioranze governative e di esiti elettorali altalenanti. Il 3 agosto 1993 fu infatti varata una nuova legge elettorale che introduceva il sistema maggioritario uninominale che lasciava il 25% dei seggi da assegnare con il sistema proporzionale. Alle elezioni amministrative del dicembre 1993 – in cui fu per la prima volta introdotta l'elezione diretta del sindaco – si registrò un netto successo dei candidati delle sinistre, che conquistarono le principali città italiane. Ma alle successive elezioni politiche, 27-28 marzo 1994, il Polo delle libertà, e cioè le liste di centro-destra (Forza Italia, Alleanza nazionale, il Ccd) alleate con la Lega Nord, ottennero una vittoria altrettanto clamorosa e Forza Italia, come abbiamo visto, divenne il primo partito italiano conquistando il 21% dei voti. Capo del governo fu Silvio Berlusconi. Ma già nel dicembre 1994, la maggioranza si spaccò a causa della defezione della Lega. Dopo un intermezzo in cui presidente del Consiglio fu Lamberto Dini, alle nuove elezioni politiche (21 aprile 1996), vinse invece la coalizione dei partiti di sinistra e di centro sinistra (l'Ulivo) che ottenne il 43,4%. Primo partito, con il 21,1% dei voti diventò il Pds e capo del governo fu Romano Prodi. Una successiva crisi, portò a un suo avvicendamento con il segretario del Pds, Massimo D'Alema (1998).
7. Con le elezioni del 13 maggio 2001 e il varo del governo di centro-destra guidato da Berlusconi e appoggiato da Bossi, la sensazione è che si sia consumato l'ultimo e definitivo passaggio della lunga transizione italiana e che la Lega abbia sciolto quello che restava l'ultimo paradosso di questa fase politica. I soggetti sociali raccoltisi in questi anni nelle file leghiste hanno finalmente raggiunto i propri omologhi assiepati nel Polo; così, direttamente nella concretezza delle condizioni materiali, sono maturate le premesse delle alleanze elettorali che hanno portato alla vittoria della destra. La libera uscita è finita. Non è più il momento di schieramenti trasversali. La destra si è messa a fare compiutamente la destra. Al marasma degli anni '90 è subentrato una sorta di richiamo all'ordine, in cui gli schieramenti si presentano con contorni nitidi, senza ambiguità.
Non siamo ancora in presenza di un unico contenitore politico, omogeneo e compatto; ma é ormai chiaro che tutte le pulsioni, le passioni, gli interessi che hanno agitato in modo tumultuoso l'universo sociale della Lega e del Polo hanno trovato finalmente un loro orizzonte unitario. Affioreranno ancora crepe e contrasti, la convivenza tra Alleanza nazionale, i centristi di matrice democristiana, Forza Italia e Bossi non sarà né facile, né indolore; ma si tratterà comunque sempre di contraddizioni interne a uno schieramento rinvigorito e reso nitidamente riconoscibile dalla vittoria elettorale.
8. Non era scontato che finisse così. Tra il 1996 e il 2001 la sinistra al governo era pienamente consapevole di rappresentare una minoranza nel paese reale. Questa consapevolezza avrebbe dovuto coniugarsi con un forte impegno per tentare di rovesciare questa situazione. Non era solo un problema di buona amministrazione. C'è nella storia profonda del nostro paese una costante, arcigna diffidenza verso la sinistra. Una diffidenza sempre pronta a sconfinare nel pregiudizio. Proprio per questo il paradigma del `buon governo' è sempre apparso esausto, incapace di coniugare le ragioni del pragmatismo con quelle delle passioni e dell'impegno politico. Al governo Prodi si chiese nientemeno di farci entrare in Europa; era illusorio pensare che il governo D'Alema avrebbe potuto permettersi il lusso di essere un governo `normale'. La `normalità' è un `privilegio' che la sinistra in Italia non potrà mai permettersi, anche sul piano dei comportamenti personali, perfino del modo che si sceglie per affrontare la visibilità pubblica della propria vita privata; sempre, ci sarà bisogno che dalle sue file scaturisca un surplus di abnegazione e di impegno, di serietà e di dedizione.
Il profilo normale assunto dal governo D'Alema si concentrò, invece, esclusivamente sulla `competenza' e `l'efficienza' di una buona amministrazione. Non é bastato e non poteva bastare. Occorreva anche `inventare una tradizione', indicare un mito di fondazione intorno a cui aggregare nuovi valori di riferimento.
9. In termini generali, la consapevolezza di essere `oltre il Novecento' imponeva una drastica rottura con `tutte' le tradizioni ereditate dal vecchio secolo, quella comunista come quella socialdemocratica. Il tentativo paradossale di Massimo D'Alema di far rivivere il togliattismo quando ne erano venuti meno tutti i presupposti storici produsse una mostruosità come il dialogo `bicamerale' con Silvio Berlusconi. Alla ridefinizione delle categorie più strettamente intrecciate con la figura del `militante' si poteva accompagnare il tentativo più specifico di radicare la propria proposta all'interno di una rottura profonda con tutti gli equilibri e gli assetti politici ereditati dagli anni Ottanta.
Si poteva, in questo senso, almeno ripartire dal Berlinguer della `questione morale'; al Polo che sceglieva con decisione la strada della continuità, occorreva contrapporre la rivendicazione orgogliosa di un nuovo inizio della propria storia, collocato direttamente dentro le lacerazioni che nel corpo politico e sociale del paese si erano aperte dopo Tangentopoli. Dai partiti che avevano dominato gli anni '80, dal Caf, per intenderci, nel Polo traghettavano uomini, idee e metodi e, alla fine, anche l'elettorato; ma proprio questo dato indicava alla sinistra la strada obbligata di un'alternativa radicale. E invece, i messaggi politici lanciati da D'Alema e dai suoi compagni (penso ancora a quelli raggrumatisi intorno alle spoglie di Bettino Craxi) ci hanno restituito una sorta di unanime rivalutazione di quel passato, anche e soprattutto da parte della sinistra. Non era solo il tentativo togliattiano di assecondare la `pacificazione', ricucire gli strappi; c'era anche una confessione di impotenza, di inadeguatezza nell'affrontare uno dei compiti più delicati di questa fase politica.
10. Di fatto, la transizione italiana non ha chiesto alla sinistra né la rivoluzione sociale, né la palingenesi ideologica; molto più semplicemente, ha sollecitato l'identificazione degli ambiti al cui interno selezionare una nuova classe dirigente, capace di rinnovare profondamente sul piano morale – oltre che su quello dei contenuti – i costumi e i comportamenti che avevano portato al marasma politico degli anni '90. Era una strada che, all'inizio, avrebbe potuto intercettare molte delle impazienze e delle rotture affiorate nella Lega degli esordi, nei soggetti sociali che allora vi riversarono un cumulo di insoddisfazioni non ancora diventate fobie. Si è preferito invece seguire i prudenti sentieri della continuità così da sprofondare, su quel terreno, nei meandri di una scontata subalternità strategica.


Inizio Sommario