numero  25  febbraio 2002 Sommario

Cronache di movimento

GLI STUDENTI SON TORNATI
Iaia Vantaggiato  

Il movimento degli studenti nasce a ridosso di uno scenario politico – italiano e internazionale – del tutto inedito. I fatti di Genova, le Twin Towers, la guerra in Afghanistan non sono soltanto il `contesto' entro cui il movimento si sviluppa, ma il `testo' stesso con cui si trova a fare continuamente i conti. E in virtù del quale si trova di continuo a vacillare tra la volontà – più volte espressa – `di parlare solo di scuola' e l'impossibilità di mantenersi fedele a questa sin troppo innocente intenzione.
È il 19 luglio: per Letizia Moratti prima audizione alla commissione cultura della Camera. In calendario, la presentazione degli `Stati generali' della scuola cui il ministero della (ex) pubblica istruzione vorrebbe affidare il compito di tracciare le linee generali di riforma per l'anno 2002-2003. Una riforma calata dall'alto nonostante l'allestimento mediatico degli `Stati' e la loro forma falsamente democratica; una riforma indifferente ai percorsi già intrapresi da insegnanti e alunni. Un progetto in tutto mirato a smantellare il sistema pubblico in nome di una autonomia dietro cui si nasconde una malcelata volontà imprenditoriale.
Alla sua passata esperienza `aziendale' Moratti si appella sempre e con disinvoltura. E per gli `indolenti' impiegati della sua scuola-azienda – gli insegnanti – introduce criteri di valutazione da affidare ad agenzie esterne. Opportuni provvedimenti vengono presi anche per correggere gli scarsi livelli di apprendimento degli studenti e un sistema di valutazione nazionale viene varato per ridefinire gli `standard di qualità' di un modello scolastico considerato carente. Quanto ai minacciosi organi collegiali di istituto se ne decide il necessario smantellamento. Operazione che – nel linguaggio del nuovo governo Berlusconi – viene ormai per consuetudine definita riforma. Ai singoli istituti, per questa via, è concessa la libertà di decidere autonomamente le forme di organizzazione e partecipazione ritenute più opportune. La Repubblica è morta, viva la repubblica.
Sorriso ingessato da manager di successo abituata a dare disposizioni e stilare circolari che non possono essere discusse, Letizia Moratti marcia in sintonia col suo governo. E dimostra un tempismo perfetto. Nei due giorni immediatamente successivi alla sua prima audizione alla Camera, il governo Berlusconi mostra – a Genova – il suo volto più arrogante, repressivo e violento. Alle manifestazioni contro il G8 gli studenti sono numerosissimi. Tanti gli universitari ma tanti anche gli studenti medi, forse alle prese con la loro prima mobilitazione politica. Sono venuti da tutta Italia e dall'estero, zaini in spalla troppo ingombranti e scarpe non sempre adatte a lunghe marce e a fughe. L'età la indovini da piccoli particolari: nessuno, tra i più giovani, ha con sé mascherine per difendersi gli occhi dai lacrimogeni, né limoni né riserve d'acqua. Modernariato anni `70, pensa qualcuno. Ma poi cominciano le cariche. Brutali, violente, gratuite. E del modernariato si è costretti a riesumare pure i `cordoni'. Lì – più che mai – riconosci i più giovani, i ginnasiali, gli studenti medi. `Cordoni' imparati in tutta fretta, mai visti prima, verticali, pericolosissimi: ti impediscono qualsiasi via di fuga laterale, ma non c'è tempo per spiegare. Bisogna scappare.
Il movimento d'autunno nasce a luglio. Con un battesimo di sangue. Il sorriso arrogante di Letizia Moratti è ancora lontano. Più vicini e temibili appaiono quelli di Berlusconi, Fini e Scajola. Le notizie – a Genova – rimbalzano da una strada all'altra, da una piazza a un'altra piazza. Presìdi non violenti vengono attaccati, parlamentari malmenati, giornalisti impediti nel loro lavoro, medici impossibilitati a soccorrere i feriti. Ma è il meno: la notizia dell'assassinio di Carlo Giuliani piomba su tutti con la pesantezza inconsistente dell'irrealtà. Nebbia reale nella quale non ci si riesce a orientare, incubo dal quale ci si vorrebbe svegliare. Il pensiero degli `adulti' va al 1977, a Giorgiana Masi. Quello dei più giovani non ha memoria. Nei loro occhi la sorpresa, lo sgomento, la paura. Le loro lacrime riguardano il presente, la violenza subìta, fisica e no. Venuti per protestare contro le ingiustizie del mondo perpetrate dai grandi della terra, quelle ingiustizie se le sono trovate davanti, a casa loro, dove ancora pensavano di essere al sicuro. E quei `grandi' li hanno visti in carne e ossa, armati di scudi e di elmetti e pronti a colpire. A Genova la prima `contaminazione': con disobbedienti, tute bianche, uomini e donne venuti da ogni parte del mondo per criticare le scelte dei manovratori della globalizzazione ma anche per rilanciare iniziative, fare proposte, discutere. E a Genova nasce anche la prima consapevolezza di un `caso italiano': di un presidente del consiglio che reprime sorridendo beffardo, di un esecutivo che non dà conto se non a se stesso, di una polizia che spara per poi nascondere il numero dei colpi. Di un governo, insomma, che – nello stesso calderone – spignatta rogatorie e falso in bilancio, riforma della scuola e aumento dei ticket sanitari. Col medesimo, insostenibile disprezzo per le regole della democrazia. Anche Moratti – da Roma – continua a sorridere e rilancia la sua riforma dei cicli. Fa male dirlo ma la Balena bianca sembra essere, ora, un desiderabile nemico.
Intanto continua l'affondo estivo sulla scuola: il 26 luglio viene varato dalla Camera un aberrante decreto sui precari che permette ai presidi – pardon, ai dirigenti scolastici – di nominare autonomamente i supplenti annuali e consente la sostanziale equiparazione del punteggio dei precari della scuola statale e di quella privata. I primi – per farla semplice – entrano nella scuola pubblica per concorso e titoli. I secondi entrano in quella privata per conoscenze: le graduatorie vengono unificate ma nessuna legge di parità norma il reclutamento. Seconda `contaminazione': gli studenti si schierano al fianco dei precari. La crociata governativa a favore della scuola privata è già tutta dispiegata: ma che problema c'è?, si chiedono sbigottiti studenti e insegnanti. La libertà di scelta già esiste. Gli è che la Costituzione vieta che venga finanziata dallo Stato.
11 settembre: breve il paragrafo sulle Torri. Non riguarda la scuola ma chiama di nuovo in causa sbigottimento e paura. Un morto – Carlo Giuliani – a Genova; migliaia nelle Twin Towers. Nessuna conta ma lo stesso senso di impotenza. E di incredulità. Così che – chi ha qualche anno di più – comincia a pensare che la memoria, questi ragazzi e queste ragazze, se la stiano cominciando a costruire su eventi terribili. E un senso di preoccupazione avanza. Nulla di ciò che vivono l'hanno scelto. Sulla guerra e sulla Resistenza non hanno mai ascoltato testimonianze dirette; il '68 o il '77 sono per loro solo capitoli di libri di storia aggiornati. E persino della Pantera sono in pochi ad averne sentito parlare: nel '94, molti di loro avevano tra i sette e i nove anni. Nascono perlopiù borghesi e a New York sono stati mandati dalle loro famiglie per viaggi di piacere, per guardare e annusare. Non tutti, per carità, ma gran parte. La differenza di classe peserà, all'inizio dell'autunno. E in città grandi come Roma si arriverà spesso all'attrito tra scuole di periferia e scuole del centro. Il movimento d'autunno si complica così: studenti delle periferie che le Torri non le hanno mai viste ma che inorridiscono di fronte alle acrobazie imprenditoriali di Letizia Moratti; inconcepibile – per loro – resta quel doppio canale che prevede una scuola di avviamento professionale e una di formazione liceale e che, si intuisce, mira a penalizzare proprio loro. A costringerli alla scelta forzata del lavoro. Intanto il fuoco resta sulle Torri. Bush prende tempo e sale la tensione. Per tutti, il terrore di nuovi attentati e il rischio antrace. Sorride naturalmente il nostro governo: insabbiate le inchieste su Genova e trasformata la `mattanza' alla scuola Diaz in ricordo distorto da un colpo di sole in una calda giornata genovese, Berlusconi deve ora mostrarsi in grado di essere – per gli Stati Uniti – il più alleato tra gli alleati. E quando l'Afghanistan viene attaccato, è tra i primi a dichiararsi pronto a partire.
Nato a ridosso delle proteste contro il G8, immerso – spesso suo malgrado – nelle tematiche dei no-global, costretto – spesso suo malgrado – a partecipare alle riunioni dei social forum, il movimento degli studenti si trova, ora, anche di fronte a una vera guerra. Così che – quando il 31 ottobre i Cobas scendono in piazza contro i tagli alla scuola pubblica previsti dalla finanziaria e per la pace – gli studenti sono con loro. Numerosissimi. Nuove positive `contaminazioni', dice qualcuno e gli slogan parlano da soli: sottrarre saperi alla guerra; no alla Finanziaria di guerra. E no – anche – ai quei famigerati articoli che delegano al governo la riforma degli organi collegiali, che sopprimono le cattedre al di sotto delle 18 ore, che impediscono di ricorrere alle supplenze prima dei quindici giorni di assenza del docente titolare. Il movimento dice no alla privatizzazione e ai tagli. Di capitali e di `capitale umano', come qualcuno al ministero di viale Trastevere definisce gli insegnanti. Quanto a Moratti, dimostra anche qui un tempismo perfetto: proprio il giorno della mobilitazione, Donna Letizia ne approfitta per fare un salto in Confindustria. Così, tanto per ribadire la sua antica e mai spenta passione. Inchiodati su scenari che solo sino a pochi mesi fa sarebbero stati considerati pura fantascienza, gli studenti continuano comunque a oscillare. Sono studenti, dicono, e di scuola vogliono discutere.
Ma in piazza vengono di nuovo chiamati dalla mobilitazione per la pace del 10 novembre: solo loro sono oltre 10.000. Monta da qui la grande ondata di occupazioni e autogestioni che – per oltre un mese – coinvolgerà centinaia di scuole in tutta Italia. Occupazioni e autogestioni stancamente considerate, da anni, `fisiologie autunnali' e che in questo scorcio di metà novembre riacquistano la dignità politica di un tempo. Innanzitutto perché consentono agli studenti di organizzarsi in reti autonome, di confrontarsi col movimento tout-court e con gli universitari, di partecipare attivamente alle due giornate della disobbedienza civile del 17 novembre e del 12 dicembre. A quelle autogestioni gli stessi insegnanti guardano finalmente con interesse, lasciandosi – il più delle volte – anche coinvolgere ma mai trainare, come tengono sempre a precisare. Intanto continuano le mobilitazioni, si muovono i sindacati, aspro si fa il confronto tra i confederali mentre la Cgil rompe le trattative col governo e scende in piazza. E tuttavia è proprio tra gli studenti che la crisi della rappresentanza si fa parola viva: quando ogni mediazione (istituzionale) viene rifiutata. Sulla stessa posizione si trovano anche molti docenti. Come dire: la scuola la fa e la decide chi la vive nel quotidiano.
Rispuntano, intanto, nei primi giorni di dicembre gli `Stati generali' della scuola che vengono ufficialmente convocati a Foligno che ancora presenta i segni delle ferite riportate dopo il terremoto. Due alberghi, due sole vie d'accesso e un piccolo auditorio dove decidere del futuro della scuola. Che si tratti di una trappola è chiaro a tutti. Foligno rischia di diventare per intero una zona rossa. Parte l'organizzazione dei `Controstati': ci sono tutti. Disobbedienti, social forum, no-global, studenti universitari e medi, docenti. A convincere gli ultimi indecisi e a rinfoltire le fila – se mai ce ne fosse bisogno – l'approvazione da parte della Camera del pacchetto scuola della Finanziaria. È il 15 dicembre. Dopo tre giorni – e a meno di 48 ore dal loro inizio – gli Stati generali vengono spostati a Roma.
Nelle due giornate di kermesse organizzate da Donna Letizia con lo zampino di Mediaset – dirette satellitari, presentatori impomatati, messa in scena di una democrazia mediatica, virtuale e pure male simulata – gli studenti sono in piazza. Anzi, in movimento: contro un modello di istruzione determinato dalle logiche di mercato. E tuttavia numerosi sono anche gli studenti presenti all'interno del palazzo dei congressi di Roma: invitati e selezionati dalla padrona di casa in persona, aspettano di partecipare alla discussione sulla scuola. Non sanno ancora di essere stati convocati come pubblico di uno talk-show di quart'ordine. Non sanno ancora che sarà loro impedito di parlare. Ma della beffa di cui sono stati fatti oggetto si accorgeranno assai presto. E già alla fine della prima giornata comincerà a salire la loro protesta. In un documento denunciano: «Riteniamo questi stati generali non legittimati a rappresentare il mondo della scuola». E ai giornalisti diranno di essere stati ingannati. Frana così la loro impolitica intenzione di parlare soltanto di scuola.
Nati alla politica il 19 dicembre, gli studenti presenti all'interno del palacongressi riceveranno il loro battesimo il giorno dopo. All'esterno del mastodontico edificio fascista, un corteo di oltre centomila persone assedia simbolicamente gli Stati. La splendida pariglia di cavalli bianchi che il giorno prima aveva accolto i `buoni' è stata sostituita da minacciosi carabinieri a cavallo pronti a caricare i `cattivi'. La polizia è in assetto antisommossa, gli elicotteri continuano a volteggiare e il rumore delle pale riporta tutti a Genova. Il Palazzo dei congressi è isolato. Le forze dell'ordine aspettano i black blok. Che invece, come da copione, sono dentro. Travestiti da Moratti-boys, gorilla privati pagati non si sa da chi e imbarazzanti persino per i loro colleghi della polizia di Stato. Saranno loro a scagliarsi sui `buoni'. Che improvvisamente capiscono di non essere in vendita e lo dicono: gli Stati generali sono fuori. Moratti è sempre più ingessata, Berlusconi non riesce a parlare. La vittoria è totale e l'ambiguità del movimento in parte risolta.
I pochi giorni di riposo concessi dalle vacanze di Natale sono intanto finiti. Gli studenti hanno già ripreso a vedersi. Il movimento d'autunno si sta preparando per la primavera.


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