numero  25  febbraio 2002 Sommario

Pensioni

TANTO TUONÒ CHE PIOVVE
Felice Roberto Pizzuti  

1.Tanto tuonò che piovve. Per la verità – così come le misure previste dal governo in materia di flessibilità del lavoro (miranti alla maggiore facilità di licenziamento), e quelle prospettate in materia fiscale (volte a ridurre il bilancio pubblico complessivo, cominciando dalla diminuzione delle entrate e della progressività impositiva) – anche gli interventi in campo previdenziale non sono ancora operativi. Essi sono inclusi in un disegno di legge delega, dunque sono ancora suscettibili di modifica in Parlamento. Tuttavia, considerando la apparente determinazione e la forza parlamentare della maggioranza, a meno di una forte reazione dell'opinione pubblica e di una sua efficace rappresentazione politica e sindacale, il cambiamento strutturale del nostro settore previdenziale (e più in generale dello Stato sociale e degli equilibri tra Stato e mercato), sembrerebbe al suo epilogo.
Va precisato che non siamo di fronte ad un progetto estemporaneamente introdotto dal nuovo governo. L'impostazione della nuova riforma previdenziale, in generale, risente del complessivo revival liberista affermatosi già da qualche decennio e, specificamente, presenta molte analogie con un altro progetto tentato, ma non riuscito, nella passata legislatura.
Si tratta di una riforma che si integra in un più articolato disegno di politica economica capace di imprimere un preoccupante cambiamento strutturale nei complessivi equilibri economici, sociali e politici del paese. Un motivo di pessimismo sulla possibilità di contrastarne la realizzazione è che tra le forze dell'opposizione c'è anche chi, tutt'oggi, rimpiange di non aver realizzato interventi analoghi con il governo di centro-sinistra, e a tale inadempienza sembra attribuire responsabilità significative per la sconfitta elettorale del 2001.
2. Nella versione finale presentata dal governo, il disegno di legge delega sulla previdenza (DdL-P) manifesta esplicitamente due obiettivi di maggior rilievo: uno sviluppo sostenuto e rapido della previdenza integrativa e una riduzione consistente del costo del lavoro. Altri due obiettivi o comunque effetti impliciti non meno rilevanti della riforma sono: una consistente sostituzione (non integrazione) del sistema pensionistico pubblico a ripartizione con quello privato a capitalizzazione e una sensibile redistribuzione del reddito dai salari ai profitti.
Le misure principali individuate sono: l'impiego (obbligatorio?) dei futuri accantonamenti per il Tfr per finanziare la previdenza privata a capitalizzazione; interventi di facilitazione d'accesso al credito e di rimborso degli oneri finanziari a favore delle imprese per compensarle della perduta disponibilità del Tfr; l'ampliamento dei vantaggi fiscali per gli aderenti ai fondi pensione (sia aumentando la deducibilità fiscale della contribuzione, che premia gli iscritti in rapporto alla loro aliquota marginale, dunque in proporzione crescente all'aumentare del reddito individuale; sia riducendo la tassazione dei rendimenti); la diminuzione da 3 a 5 punti percentuali degli oneri contributivi dovuti dai datori di lavoro al sistema pensionistico pubblico per i nuovi assunti a tempo indeterminato (e di un ulteriore punto sull'imponibile contributivo della componente salariale prevista dalla contrattazione aziendale); la possibilità per ciascun lavoratore (in accordo con l'impresa) che abbia maturato il diritto al pensionamento di anzianità (che, nel caso, viene congelato anche per l'ammontare della prestazione) di proseguire l'attività nella stessa azienda con esenzione totale dei contributi, dividendo l'importo del mancato pagamento (che, se normalmente effettuato, si tradurrebbe per intero in incrementi pensionistici) tra lavoratore e impresa; ampliamento della possibilità di cumulo tra pensione e redditi da lavoro con conseguente aumento delle possibilità d'impiego di pensionati (incentivati a diventare tali anticipatamente) a contribuzione fortemente ridotta o nulla.
3. Inizialmente, la riduzione dei 3-5 punti percentuali di contribuzione per i nuovi assunti – coerentemente alla logica del sistema contributivo introdotto con la riforma Dini del 1995 – sembrava dovesse essere accompagnata dalla diminuzione attuarialmente corrispondente delle pensioni da erogare successivamente agli stessi soggetti. Tuttavia, salvo variazioni in sede d'approvazione, il DdL-P presentato dal governo Berlusconi non prevede tagli alle prestazioni.
La riduzione degli oneri pensionistici dovuti dalle imprese implicherà una perdita immediata di entrate annue per il sistema pensionistico; essa crescerà fino a sfiorare – a parità di iscritti e a regime (quando tutti i lavoratori dipendenti rientreranno nelle condizioni di sgravio contributivo previste da oggi per i nuovi assunti) – i 20.000 miliardi di lire correnti. Va peraltro notato che la creazione di quel buco di bilancio crescente ci sarebbe comunque, anche prevedendo la riduzione delle prestazioni che, infatti, inizierebbe a manifestare i suoi effetti sul bilancio pensionistico progressivamente solo a partire dal pensionamento dei lavoratori assunti dopo il varo odierno della decontribuzione. Tale circostanza può aver inciso nella scelta `popolare' praticata nel DdL-P di ridurre gli «oneri contributivi dovuti dal datore di lavoro senza effetti negativi sulla determinazione dell'importo pensionistico del lavoratore». Tuttavia – come pure era stato proposto nei lavori preparatori del DdL-P – è verosimile che, nell'arco di un biennio, venga ripristinato il collegamento attuariale tra i contributi e le prestazioni di ciascun iscritto al sistema pubblico con la conseguente riduzione del grado di copertura pensionistica offerto da quest'ultimo ai nuovi assunti.
Questa decisione sarà sostenuta da almeno due motivazioni. In primo luogo per riassorbire il nuovo debito pensionistico (per quanto a lunga scadenza) generato dall'asimmetria di una riduzione dei contributi oggi non accompagnata dalla corrispondente diminuzione delle prestazioni che matureranno fra 35-40 anni. In secondo luogo perché l'annuncio che il grado di copertura del sistema pensionistico pubblico rimane intatto costituisce quello che viene considerato dai fautori della previdenza privata a capitalizzazione l'ostacolo decisivo per un suo sviluppo rapido e consistente. Quest'ultima considerazione può contribuire a spiegare l'interpretazione di obbligatorietà del dirottamento del Tfr maturando ai fondi pensione che è stata da molti accreditata (anche se il testo del DdL-P a riguardo è aperto): una volta spostato il Tfr nei fondi pensione privati a capitalizzazione e dopo una campagna di persuasione efficace (in termini di illusorietà) sulla loro capacità di assicurare elevate rendite pensionistiche, sarebbe più facile far accettare il calo di copertura del sistema pensionistico pubblico. A quel punto, avendo adottato qualche tatticismo politico in più rispetto al tentativo fallito nella passata legislatura, passerà una riforma che non riguarda solo il settore previdenziale, ma che, combinandosi con i provvedimenti in materia di organizzazione del lavoro e di fisco, peggiorerà i più complessivi equilibri economici e sociali del paese.
Dal punto di vista distributivo, le imprese non solo saranno compensate degli oneri finanziari connessi alla mancata disponibilità dei nuovi flussi di Tfr, ma otterranno aggiuntivamente una riduzione del costo del lavoro a scapito dell'ammontare complessivo del salario, il quale è dato dalla somma della componente diretta (che per alcuni lavoratori, a seguito del versamento in busta paga di parte degli oneri sociali non più versati, potrà anche aumentare, generando qualche ingenuo consenso) e di quella indiretta (le minori prestazioni previdenziali corrispondenti alla ridotta contribuzione sociale: la nuova pensione integrativa privata sostituirà in modo più incerto e sperequato quella pubblica, ma il Tfr verrà meno completamente. Quand'anche non ci fosse la futura riduzione delle prestazioni, la fiscalizzazione degli oneri contributivi determinerebbe comunque una redistribuzione dalla fiscalità generale alle imprese.).
Dal punto di vista finanziario, il dirottamento del Tfr ai fondi pensione aumenterà il già abbondante deflusso all'estero di risparmio nazionale. È vero che i nostri mercati finanziari sono poco `spessi'; ma la carenza principale non riguarda la domanda di titoli azionari – che tradizionalmente si riversa già in buona misura sui mercati stranieri – ma la loro offerta da parte delle nostre imprese, per lo più di piccole dimensioni, che sono poco propense a quotarsi in Borsa e ad accettare gli obblighi contabili che ne derivano. Specialmente per le piccole e medie imprese, che già ora soffrono della difficoltà di accesso al credito, sarà difficile sostituire la disponibilità di Tfr venuta meno.
Dal punto di vista della sicurezza sociale, la parziale sostituzione delle pensioni pubbliche finanziate a ripartizione con quelle private finanziate a capitalizzazione aumenterà i costi di gestione (il 2% dell'Inps contro oneri anche dieci-quindici volte superiori da parte delle assicurazioni private) e l'incertezza delle prestazioni. A quest'ultimo riguardo, nel corso del 2001, la Borsa italiana ha registrato una oscillazione dell'indice Mib30 da un valore massimo di 45.242 (in gennaio) ad uno minimo di 23.541 (in settembre), con un calo del 48%; l'indice Numtel è oscillato dal valore massimo di 5.388 al minimo di 1.392 (- 74%). Facendo seguito ai numerosissimi esempi fallimentari di cui è costellata la storia della previdenza privata, da ultimo, la recentissima bancarotta della Enron (il gigante energetico americano che solo due anni fa era al settimo posto nella classifica delle più grandi società del mondo con una valutazione di 77 miliardi di dollari, che ha lasciato senza pensione 11.000 dipendenti, i cui risparmi previdenziali erano investiti in azioni aziendali calate di valore in pochi mesi da 83 dollari a 67 centesimi) ripropone molteplici esemplificazioni concrete dei limiti del mercato, inclusa la drammatica rischiosità di affidare i risparmi pensionistici alla gestione privatistica.
È probabile che il rigonfiamento speculativo dei corsi borsistici protrattosi fino alla fine degli anni '90 abbia contribuito a diffondere la convinzione, specialmente negli ambienti politici `più moderni', che la capitalizzazione offerta dai mercati possa assicurare stabilmente nel lungo periodo rendimenti superiori al tasso di crescita del Pil ( cui normalmente sono commisurati i rendimenti dei sistemi pubblici a ripartizione), consentendole prestazioni pensionistiche maggiori a parità di contributi versati. Tuttavia, né la teoria economica, né l'esperienza storica giustificano quella convinzione. D'altra parte, se quel divario di rendimenti si realizzasse per un periodo così lungo come quello che comprende gli anni contributivi di un lavoratore e quelli successivi al suo pensionamento, si assisterebbe ad un cambiamento distributivo difficilmente compatibile con il permanere delle situazioni minime necessarie a qualche forma di equilibrio economico e sociale. In un tale improbabile contesto socio-economico, la previdenza a capitalizzazione consentirebbe ai pensionati di partecipare in una piccola parte alle crescenti rendite finanziarie connesse alla redistribuzione subìta nel periodo lavorativo come salariati. L'ostentata benevolenza verso i lavoratori di chi sostiene che escluderli dalla partecipazione ai guadagni di borsa sarebbe colpevole nei loro confronti, porta da un lato a giustificare l'obbligatorietà dell'adesione ai fondi pensione e del conferimento ad essi del Tfr; dall'altro, favorisce un approccio `più modernamente' accondiscendente verso le rendite finanziarie, il cui accrescimento come quota distributiva, però, deve necessariamente avvenire a discapito delle altre forme di reddito (e della complessiva crescita economica e sociale). La `modernità' si risolve nel fatto che i lavoratori potranno partecipare in piccola parte ai frutti del surplus economico da essi stessi generato, ma acconsentendo che esso – in particolare la rendita – cresca relativamente ai salari.
4. Il disegno di riforma previdenziale, e insieme ad esso gli interventi sul mercato del lavoro e in materia fiscale, compongono un progetto complessivo di politica economica fondato sulla tesi che la riduzione dell'intervento pubblico, e specificamente di quello in campo sociale (non solo nella previdenza, ma anche nei settori dell'istruzione, della sanità, dell'assicurazione contro la disoccupazione, del collocamento al lavoro) libererà risorse oggi improduttive e rilancerà la crescita economica e l'occupazione. Nel caso della previdenza, due argomentazioni molto usate per giustificare la riforma dell'assetto attuale sarebbero la sua insostenibilità finanziaria e il suo peso eccessivo sul costo del lavoro, che penalizzerebbe la competitività delle nostre imprese.
In entrambi i casi si tratta di argomenti non supportati dall'analisi dei dati.
La presunta anomalia italiana rappresentata dalla maggiore incidenza della spesa pensionistica sul Pil rispetto alla media europea (16,1% contro il 12,6%, nell'ultimo anno disponibile, il 1998) è fondata sulle statistiche Eurostat che – come oramai è stato acquisito anche in rapporti ufficiali – inseriscono nel dato italiano voci improprie come i versamenti annuali per il Tfr e le indennità di buonuscita (pari all'1,8% del Pil), le spese di prepensionamento (in altri paesi contabilizzate tra gli ammortizzatori sociali), le ritenute Irpef (pari a circa l'1,9%; in Germania sono del tutto escluse, in tutti gli altri paesi sono molto più basse). Depurato da queste evidenti disomogeneità statistiche, il dato italiano perde tutta la sua presunta anomalia, risultando, ad esempio, inferiore a quello tedesco.
Il disavanzo del sistema pensionistico italiano nell'anno 2000 è stato di circa 30.000 miliardi; ma le prestazioni effettivamente erogate ai pensionati (al netto dei 40.000 miliardi di ritenute Irpef) sono state inferiori di oltre 10.000 miliardi ai contributi incassati dal bilancio della Pubblica Amministrazione. Dunque il sistema pensionistico pubblico non ha pesato sul bilancio pubblico ma lo ha migliorato.
Le previsioni dell'andamento della spesa pensionistica in rapporto al Pil effettuate con i modelli sia della Ragioneria generale dello Stato (ripreso da ultimo dal Rapporto Brambilla), sia dell'Istat (utilizzato di recente nel Rapporto annuale sullo stato sociale dell'Inpdap), segnalano da tempo che la famosa `gobba' è subordinata all'avverarsi di scenari macroeconomici che ipotizzano una crescita media annua del Pil per il prossimo mezzo secolo intorno all'1%. Con tassi di crescita meno pessimistici, come quelli previsti a Lisbona dall'Unione europea (circa il 2%), la gobba non si creerebbe affatto, e si tramuterebbe in un avvallamento già con una crescita vicina al 3%.
Queste precisazioni non implicano che il nostro sistema pensionistico sia privo di problemi; tuttavia, tra i suoi aspetti più preoccupanti va ricordata non tanto la sostenibilità finanziaria, bensì la difficoltà che avrà di garantire una pensione sufficiente al crescente numero di lavoratori impiegati con le nuove forme di contratto `atipiche'. Per i cosiddetti lavoratori parasubordinati, pur nell'ipotesi favorevole di un'anzianità contributiva di 35 anni e di pensionamento a 65 anni, la pensione sarà pari a circa il 35% dell'ultima retribuzione.
L'invecchiamento della popolazione indubbiamente acuisce (anche) i problemi di finanziamento dei sistemi pensionistici (ma di tutti, indipendentemente dal fatto che siano pubblici o privati, finanziati a ripartizione o a capitalizzazione): infatti, attingendo al reddito correntemente prodotto da un minor numero di giovani in età lavorativa, occorrerà finanziare le pensioni destinate ad un maggior numero di anziani. Tuttavia, nel nostro paese, le riforme degli anni '90 hanno già tenuto conto dell'andamento demografico. Dopo i cambiamenti introdotti, la previsione della nostra spesa pensionistica in rapporto al Pil è fortemente diminuita; anche ipotizzando gli scenari meno ottimistici, la tendenza della spesa per i prossimi decenni nel nostro paese è caratterizzata da incrementi tra i più contenuti in Europa. D'altra parte, in presenza di invecchiamento demografico, se si volesse lasciare invariata la distribuzione del reddito tra classi di età, la maggior quota di anziani dovrebbe assorbire una parte corrispondentemente maggiore del Pil. Ma anche le simulazioni viste con preoccupazione perché segnalano una crescita del rapporto tra spesa pensionistica e Pil (la `gobba') prevedono che la pensione media, già mediamente inferiore a quelle negli altri paesi, diminuirà sensibilmente in relazione al salario medio.
Venendo all'altra argomentazione addotta per giustificare la nuova riforma pensionistica – il costo del lavoro che sarebbe eccessivo – i più recenti dati Ocse e Eurostat confermano che il Clup (costo del lavoro per unità di prodotto) italiano continua ad essere il più basso in Europa: fatto pari a 100 il valore italiano, è 174 quello tedesco, 142 quello francese, 136 quello belga, 133 quello britannico, 118 quello greco, 113 quello spagnolo, 105 quello olandese.
Il cosiddetto cuneo fiscale e contributivo nel settore manifatturiero (espresso dividendo il costo del lavoro, comprensivo delle imposte sul reddito e di tutti i contributi sociali, per il reddito netto) è pari a 1,89 in Italia, 1,93 in Francia, 2,08 in Germania. In Gran Bretagna, dove quel rapporto è sensibilmente più basso (1,44), il costo del lavoro espresso in valore assoluto è comunque superiore di quasi il 10% a quello italiano; naturalmente il reddito netto del dipendente inglese è superiore a quello del dipendente italiano (e di quelli francese e tedesco), ma il lavoratore inglese con quella eccedenza in busta paga deve finanziare privatamente sul mercato (sostenendo costi superiori e maggiori rischi) le prestazioni sociali (a cominciare da buona parte di quelle pensionistiche) che i suoi colleghi europei percepiscono dalle istituzioni pubbliche senza oneri aggiuntivi.
Dunque anche l'altra presunta anomalia italiana che riguarderebbe la struttura del salario e le sue connessioni con il sistema di Welfare State è infondata.
5. Nell'ambito della ricordata tesi di politica economica fondata sull'opportunità di ridurre il bilancio pubblico, la concentrazione dell'interesse specificamente manifestata in Italia per la riduzione del costo del lavoro e l'aumento della flessibilità riflette in misura distorta e parziale una caratteristica generale dell'approccio liberista, che enfatizza le condizioni d'offerta e sottovaluta quelle della domanda. Infatti, nel nostro paese si punta prevalentemente ad alcune delle condizioni d'offerta, quelle che penalizzano i diritti e i redditi dei lavoratori, mentre poco si dice – e meno ancora si fa – in materia di investimenti innovativi che più strutturalmente potrebbero incidere sulla competitività. La nostra imprenditoria, persa la possibilità offerta in passato dalle svalutazioni competitive – che favorivano le esportazioni nel breve periodo, ma stimolavano l'inflazione e aggravavano nel tempo i problemi strutturali derivanti dall'inadeguatezza qualitativa e tecnologica del nostro sistema produttivo – dopo l'entrata nell'Euro continua a inseguire prevalentemente la competitività di prezzo, cercando di comprimere i costi salariali e trascurando gli investimenti innovativi che invece rappresentano lo strumento indispensabile per sottrarsi alla rincorsa al ribasso dei salari e al peggioramento delle condizioni lavorative che rischiano di essere le principali conseguenze, nefaste, della neoglobalizzazione dei mercati. Questa politica penalizza non solo gli equilibri sociali ed economici di medio e lungo periodo; ma già nell'immediato, comprimendo ulteriormente la domanda, accentua uno degli ostacoli principali alla ripresa della crescita economica.
La revisione dell'Articolo 18 in materia di licenziabilità e la decontribuzione degli oneri pensionistici per i nuovi assunti accentuerà la differenziazione di condizioni all'interno del mercato del lavoro già avviata con la diffusione dei contratti di lavoro atipici. La sostituzione progressiva del sistema pensionistico pubblico con quello privato diffonderà un approccio individualistico alla copertura pensionistica che ne contraddice la dimensione sociale, la quale è alla base dell'affermazione dei sistemi di Welfare State il cui sviluppo rappresenta non una conseguenza ma una tra le cause primarie della ricchezza dei paesi economicamente più sviluppati.
Nell'ultimo secolo, lo sviluppo dello Stato sociale, interagendo con il mercato, ne ha parzialmente modificato la logica e l'operato: da un lato ne ha compensato le carenze e i limiti d'efficienza; d'altro lato, ne ha alterato le scelte, introducendo criteri di socialità alternativi che, generalmente, si sono dimostrati superiori a quelli dell'individualismo anche sul piano produttivo. I sistemi di Welfare State, pur essendo nati e cresciuti in rapporto a interessi e finalità molteplici che includono il contenimento dell'instabilità tipica del capitalismo, rappresentano un significativo caso di superamento del modo di produzione sul quale questo sistema sociale si basa. È significativo che questo superamento, almeno fino ai recenti anni '80, sia avvenuto in modo largamente condiviso anche da correnti di pensiero e da interessi concreti non antagonistici al capitalismo.
Negli ultimi decenni la reazione liberista ha contribuito a bloccare e ad invertire questa tendenza progressiva. Anche se gli indicatori economici e sociali stanno accrescendo la consapevolezza degli effetti negativi di quell'opera di restaurazione, il mutamento strutturale del sistema socio-economico che sta per venire a compimento nel nostro paese è proprio in linea con essa. Si tratta di un esito lungamente temuto (già descritto anche in questa rivista fin dal suo numero `zero' del novembre 1999), che peggiorerà strutturalmente gli equilibri sociali e le possibilità di crescita economica del paese. Esso costituirà – allo stesso tempo – motivo e conseguenza di una rilevante sconfitta per tutte le forze dello schieramento progressista oggi all'opposizione che, tuttavia, potranno interpretarla in modo diverso: la componente `neo-liberale' forse la sentirà tale per lo più in rapporto alla perduta occasione – nella passata legislatura – di essere protagonista di questo tipo di riforma, per molti aspetti intimamente condivisa e verso cui sarà imbarazzata ad opporsi; la sinistra non `modernizzata' dal neoliberismo, che è più convinta dei sostanziali e duraturi peggioramenti economici e sociali connessi a quella riforma, farà un'opposizione determinata, ma dovrà verificare come la capacità e la possibilità di contrastare con efficacia quei cambiamenti oggi siano significativamente ridotte rispetto a quelle esercitate con maggior successo nella passata legislatura (specialmente nella prima parte).
Queste ultime considerazioni portano il discorso ad un'altra esigenza di `riforma' che si avverte nel nostro paese, quello della rappresentanza politica dell'opposizione e, in particolare, della sinistra; questa perdurante carenza rischia di favorire un processo di restaurazione economica, culturale, sociale e politica che riguarda l'intero paese.


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