numero  25  febbraio 2002 Sommario

Cgil

6 PUNTI PER IL CONGRESSO
Vittorio Rieser  

Sarebbe buona cosa che un congresso di un'organizzazione partisse da un `bilancio dell'esperienza': cosa ci si era proposti di fare nel congresso precedente, cosa si è riusciti a realizzare e cosa no, quali sono le cause dei successi e degli insuccessi.
È ciò che nelle `normali' organizzazioni viene chiamata funzione di programmazione e controllo: programmazione degli obiettivi e verifica del loro grado di realizzazione. Ma – almeno negli ultimi anni – questa funzione è stata cospicuamente assente in Cgil: basti l'esempio della `codeterminazione', assunta come chiave di volta strategica nel penultimo congresso e abbandonata nell'ultimo, senza che vi sia stata alcuna analisi della sua applicazione, dei suoi risultati e delle ragioni del suo abbandono. Nel congresso attuale, l'oggetto centrale di un eventuale bilancio dell'esperienza è, naturalmente, la concertazione. E il principale rischio è che il bilancio si faccia in modo mitico-ideologico – si veda, appunto, il ruolo `mitico' dell'accordo del 23 luglio '93, assunto o come modello tuttora valido o come fonte di tutti i mali. E tuttavia, un bilancio non-ideologico dell'esperienza sarebbe utile, a partire proprio dall'esperienza della concertazione.
Ne verrebbe fuori, ad esempio, che l'azione sindacale è stata spesso al di sotto degli spazi aperti dall'accordo del 23 luglio – si vedano i riferimenti al recupero degli aumenti di produttività di settore, ma allo stesso recupero salariale del divario tra inflazione programmata e inflazione pregressa – e che i tentativi (non generalizzati) di applicare questi riferimenti hanno sempre dovuto passare per la via del conflitto, a volte coronato da successo a volte no.
Di qui, potrebbe risultare che il `dilemma concreto', il punto su cui si sono realmente scontrate due linee sindacali, non è tanto `sì o no alla concertazione', ma tra due modi di concepirla: da un lato, la visione della concertazione come regolazione senza conflitto. Regole, cioè, che non garantiscono il conseguimento dei risultati, ma che definiscono spazi riconosciuti (e, certo, anche vincoli) per il conflitto. Non è certo il miglior contesto possibile per le relazioni industriali, ma c'è modo e modo di muovercisi: l'esperienza della Verrechtlichung tedesca (cioè di un contesto di relazioni industriali fortemente regolato per legge) è anche l'esperienza di un sindacato che – almeno nelle categorie di punta – ha saputo utilizzare in questo ambito lo strumento del conflitto con più incisività del sindacato italiano.

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Un altro aspetto interessante di un (improbabile) bilancio concreto dell'esperienza riguarda i rapporti tra sindacato e governo di centro-sinistra. Anche in questo caso, tale bilancio non può partire da visioni ideologiche (`di destra' o `di sinistra') che non colgono gli aspetti contraddittori che hanno caratterizzato tale rapporto.
Da un lato, il sindacato è riuscito a bloccare ipotesi de-regolatorie (non molto diverse, nella sostanza, da quelle organicamente portate avanti dall'attuale governo) – come quella di sospendere l'Art. 18 dello Statuto dei Lavoratori in una fascia di aziende – o più in generale a rintuzzare gli attacchi alla posizione sindacale come `conservatrice': posizioni, a dire il vero, non contenute in veri e propri atti di governo ma ventilate a più riprese da esponenti governativi e della maggioranza e in particolare dall'on. D'Alema. (In altra occasione, l'attacco parziale alle pensioni operaie contenuto in un'ipotesi di legge del governo è stato invece rintuzzato da Rifondazione comunista – quando ancora si misurava col compito di condizionare il governo, prima di liberarsene …) Dall'altro lato, però, l'azione del sindacato rispetto al governo è rimasta sostanzialmente difensiva. Essa non ha saputo imporre il varo di due progetti di legge di centrale importanza per i diritti dei lavoratori (che pure erano stati elaborati dalla stessa maggioranza governativa la legge sulla rappresentanza sindacale e la cosiddetta `legge Smuraglia' sul lavoro atipico. Oggi, la mancata approvazione di queste leggi lascia sindacato e lavoratori ancora più `sguarniti' di fronte alle iniziative `de-regolatrici' del governo e alle manovre di divisione sindacale.
Infine, già nell'ultima fase del governo di centro-sinistra, si sono aperte prime `brecce' verso una manovra combinata di de-regolazione del mercato del lavoro e di utilizzo della divisione sindacale; si è così arrivati all'accordo separato che sancisce la `ricezione italiana' della Direttiva europea sul lavoro a termine (non a caso menzionato in modo elogiativo nel Libro Bianco di Maroni).
Di fronte a una nuova fase Anche se sarebbe giusto rivendicare che un congresso parta da un bilancio dell'esperienza, per una volta non è priva di fondamento l'idea che esso sia in qualche modo `superato' dalle nuove contraddizioni che si aprono, e che ridefiniscono/ridislocano posizioni, sia nello `scenario di classe' che su quello interno al sindacato.
Infatti, siamo di fronte al più organico attacco al potere contrattuale e ai diritti dei lavoratori e del sindacato che sia stato sviluppato da decenni, che si sviluppa congiuntamente su terreni delle relazioni industriali, del mercato del lavoro e dello stesso diritto del lavoro. Il Libro Bianco di Maroni ne costituisce l'enunciazione organica: un'enunciazione che (diversamente da esempi passati, incluse le sparate di D'Alema) non è una pura `dichiarazione di intenzioni' ma trova riscontri operativi immediati in atti di governo, a partire dalle richieste di delega collegate alla Legge Finanziaria su temi quali l'Art.18 dello Statuto dei Lavoratori e le pensioni.
Questo attacco contribuisce a chiarire quali sono le contraddizioni e i problemi principali, anche all'interno del movimento sindacale, e opera più in generale. Emerge cioè, senza quasi mediazioni, la contraddizione tra deregolazione e contrattazione, `spiazzando' i fautori di una `deregolazione contrattata' (che aveva prevalso nella fase di centro-sinistra) e costringendoli a schierarsi `o da una parte o dall'altra', a decidere se l'aspetto principale da difendere è il potere contrattuale e di controllo dei lavoratori o la deregolazione (naturalmente coperta dall'imperativo della `competitività'). E infatti sta avvenendo una chiarificazione/ridislocazione di posizioni, in una direzione o nell'altra. E se la posizione ufficiale della Cgil sceglie la preminenza della contrattazione, altre scelte vengono fatte nell'ambito dello stesso movimento operaio e sindacale: non solo nella Cisl, ma nei Ds e nella stessa Cgil (sia pur mascherate da uno schieramento congressuale che non si è definito direttamente su questa contraddizione).
Sul piano operativo, ciò significa che il problema non è più `fare propaganda' (apologetica o critica) su una routine di concertazione sindacale più o meno assestata (anche se a cari prezzi) – e di fatto accettata come dato di fatto da tutte le componenti organizzate della Cgil stessa – ma è se e come si può sconfiggere quest'attacco complessivo ai diritti dei lavoratori e al loro potere contrattuale. Hic Rhodus, hic salta!, per usare un'espressione `arcaica' – e su questo le routines burocratiche di destra o di sinistra dovranno misurarsi nel sindacato.

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Non c'è dubbio che si tratti, oggi, di un compito di estrema difficoltà. Nell'affrontarlo, è necessario tener conto di alcuni elementi fondamentali `di contesto':
- il primo, e importantissimo, è un dato positivo `dal lato del movimento': la classe operaia ha risposto con forza a tutti gli appelli alla lotta che in qualche modo si richiamavano a un'opposizione al disegno liberista (dal referendum sull'accordo Zanussi agli scioperi Fiom sul contratto metalmeccanici fino alle due ore di sciopero unitario contro il governo); e a questo va aggiunto, naturalmente, lo sviluppo del movimento sui temi della globalizzazione che registra primi, parziali ma importanti, elementi di collegamento col movimento di lotta sindacale e operaio; a fronte di questo, stanno due elementi negativi di non piccola rilevanza. In primo luogo, gli elementi di divisione sindacale, già manifestatisi in modo clamoroso in recenti occasioni (accordo Zanussi, contratto separato dei metalmeccanici, accordo separato di recepimento della Direttiva Ue sui contratti a termine, ecc) e che ora sono temporaneamente attenuati, ma dietro cui ci sono contraddizioni di fondo. In secondo luogo, il fatto che la Cgil manca, oggi, di una `sponda politica' forte e salda (come, in vario modo, era stato il Pci in passato): gli `amici della deregolazione', che considerano le posizioni della Cgil come un residuo conservatore, sono numerosi nell'Ulivo e negli stessi Ds.
Tenendo presenti questi elementi di contesto, proviamo a sviluppare un ragionamento.
Anzitutto, il disegno del governo può essere sconfitto solo da una lotta unitaria di tutti i sindacati (com'è avvenuto all'epoca del primo governo Berlusconi, sul tema delle pensioni). Di qui, il problema prioritario di come costruire uno schieramento unitario di lotta contro la politica del governo. Anche per questo, erano sterili (e auto-lesionisti) i discorsi spregiativi sullo `sciopericchio' a fronte della prima mobilitazione unitaria di due ore. Più realista era quell'ex-operaio di Lotta Continua che mi diceva: «se la questione è sentita, come credo, anche le due ore sono un momento che può innescare un movimento ben più grosso». E nello stesso senso, ad esempio, andavano i compagni della Fiom di Collegno (Torino) che non hanno snobbato lo `sciopericchio' ma l'hanno accompagnato e ampliato con momenti di lotta ulteriori.
Ciò significa anche, nelle forze politiche che si richiamano alla sinistra, dare la priorità al sostegno di tutti quelli che nel sindacato vogliono opporsi nettamente alla politica del governo – al di là di sfumature ideologico/propagandistiche.
Ma, nella costruzione di una prospettiva di lotta che deve puntare all'unità, ci sono alcuni vincoli necessari, perché questa possa saldarsi con la spinta esistente nel movimento e non frustrata e dispersa, e perché possa raggiungere risultati concreti. Questi riguardano anzitutto il programma e le scadenze di lotta: pur senza minimizzare lo `sciopericchio', è ovviamente necessario che il programma di lotta abbia tempi e scadenze tali da incidere realmente sul processo decisionale che ha impostato il governo; altrimenti esso rischia di avere una funzione puramente simbolica (e quindi mistificatrice, di `opposizione apparente', per poi `discutere d'altro'), o di finire addirittura in forme di `protesta postuma'. Il secondo aspetto riguarda i contenuti e gli obiettivi: se, ad esempio, questi si ispirano al già citato accordo di recepimento della Direttiva Ue sui contratti a termine, siamo ben lontani dalla difesa e parziale ricostruzione di un sistema di diritti e di regole sul mercato e sui rapporti di lavoro. Oggi, l'atteggiamento arrogante del governo e di Confindustria (che si spinge anche a maldestri espliciti appelli alla divisione sindacale) sembra rinsaldare gli elementi di unità tra i sindacati nell'opposizione al disegno governativo. Non è però detto che questi tengano in futuro, e – soprattutto – che l'unità non comporti `costi' troppo alti in riferimento a forme/scadenze di lotta e obiettivi/contenuti, cui abbiamo accennato prima.
Non è quindi da escludere che si determini una situazione in cui la Cgil debba `muoversi da sola'. È possibile sviluppare iniziative unilaterali di movimento, senza per questo abbandonare la ricerca dell'unità tra i sindacati? Non mancano esempi storici in questo senso: casi in cui scioperi proclamati dalla sola Cgil, anziché acuire la divisione, hanno stimolato il processo unitario tra i sindacati. Basti citare gli scioperi contro il governo Tambroni del '60 o gli scioperi contro l'accordo sulla pensioni del '68.
Si tratta però di vedere se le `condizioni di contesto' – di cui abbiamo parlato – permettono di innescare un tale processo. In proposito, vi sono elementi contraddittori. Da un lato, come abbiamo detto, la risposta operaia alle `chiamate alla lotta' indica una forte spinta di massa. Inoltre, come nel '68, siamo in presenza di un movimento `esterno' di grande portata e potenzialità; tuttavia, è un movimento per certi versi più embrionale e fragile del movimento studentesco del `68 (non ha cioè al momento, caratteri di lotta permanente). Dall'altro lato, vi sono condizioni più difficili, cui abbiamo già accennato. Nel '60 e ancor più nel '68, c'era una Cisl che si muoveva dal collaborazionismo e dalla politica di divisione sindacale verso il conflitto e verso l'unità sindacale; la Cisl di questi ultimi anni è stata caratterizzata da una tendenza inversa, e si tratterebbe quindi di rovesciarla. Inoltre, come abbiamo già detto, non c'è quella `sponda politica' costituita una volta dal Pci.
È possibile, quindi, che – o perché l'unità sindacale `non tiene' o perché essa comporta un'attenuazione pesante delle forme di lotta o degli stessi obiettivi di lotta – il movimento sindacale non sia in grado di bloccare nella sostanza il disegno di governo e Confindustria. In tal caso, si apre una prospettiva di `guerriglia di lungo periodo', che – anche se non riesce a bloccare sul nascere il disegno governativo riesca a impedire che esso si completi/si stabilizzi, mantenendo aperta la prospettiva di un'inversione di tendenza, Si tratta cioè di far sì che i `costi' della realizzazione di tale progetto siano tali da controbilanciarne i benefici – per il governo come per le imprese.
Il nodo, che sta alla base di tutti questi problemi, è – per il sindacato – la capacità di riscostruire il rapporto con i lavoratori, che si era progressivamente logorato nel corso di questi anni. Questo `nodo' si ripropone oggi in maniera particolarmente drammatica, proprio perché al tempo stesso, i lavoratori mostrano una nuova disponibilità alla lotta (determinata dalla coscienza della posta in gioco) e, insieme, attendono risultati concreti, senza i quali è possibile uno scivolamento non solo verso una non-partecipazione alle lotte ma anche verso una sorta di `consenso passivo' alla politica delle classi dominanti e del loro attuale governo. La posta in gioco è quindi assai rilevante: si tratta di impedire la stabilizzazione di una `rivoluzione passiva'. Ed è chiaro che una battaglia del genere non può essere giocata sul puro terreno della `propaganda politica' – che essa sia di `sinistra moderata' (denunciando che è il governo ad avere rotto un `patto sociale' di cui si rievocano con nostalgia i fasti) o di `sinistra radicale' (denunciando il cedimento del centro-sinistra e il moderatismo dei sindacati, Cgil inclusa).
Quale congresso di fronte alla nuova fase?
Il congresso nazionale della Cgil si aprirà in piena fase di scontro sociale (sperando che questo non si sia già arenato nei meandri delle tattiche sindacali e dei compromessi unitari). Sarebbe perciò irresponsabile indulgere al `mix burocratico' di diatribe ideologico/propagandistiche e di lottizzazioni dei gruppo dirigenti, che purtroppo ha spesso caratterizzato la vita recente della Cgil.
Bisognerebbe riuscire a partire da un'analisi chiara, elementare, delle contraddizioni. A costo di sembrare `scolastici' (per di più di uno scolasticismo `maoista' che oggi non va certo di moda), proponiamo una `scaletta' di quest'analisi:
- quali sono gli avversari e quali sono i loro obiettivi; - quali i nostri obiettivi; - qual è lo stato del movimento: le sue risorse attuali e potenziali e le condizioni per utilizzarle; - quali le forze (sindacali, politiche sociali) con cui allearci per realizzare i nostri obiettivi; - quali le condizioni minime necessarie per un'alleanza; - quali le contraddizioni interne dell'avversario e come sfruttarle nella nostra tattica.
Sarà pure uno schema `scolastico'; ma, se il confronto avvenisse su un quadro di riferimento del genere, si potrebbero definire in modo concreto, visibile le differenze e le convergenze reali (anziché rinviarle alla dialettica interna ai gruppi dirigenti, una volta concluso il congresso) e su questa base definire una strategia unitaria di cui sia possibile verificare, passo, passo, la realizzazione.


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