Il Rapporto della Banca mondiale
ENDURING CRISIS
Riccardo Bellofiore
1.È da poco uscito un rapporto della Banca Mondiale sulle recenti tendenze della `globalizzazione' (Globalization, Growth and Poverty. Building an Inclusive World Economy. A World Bank Policy Research Report, Washington DC 2002). Non è inutile una lettura attenta, tanto più che esplicitamente il testo si pone come una sorta di risposta all'argomento dei critici secondo cui la crescente integrazione economica internazionale avrebbe approfondito le diseguaglianze su scala planetaria. La tesi principale, incapsulata nel titolo stesso del documento, è presto detta. L'integrazione globale è una forza potente che spinge a una riduzione dei livelli di povertà, e la ragione sta nel fatto, innanzi tutto, che le economie più aperte – quelle dove la riduzione delle tariffe è stata più alta e dove il volume del commercio con l'estero è aumentato di più – sono quelle che crescono più rapidamente, come anche nel fatto che in generale la crescita tende a diffondersi omogeneamente nel corpo sociale. Ciò non esclude peraltro, per gli stessi ricercatori della Banca Mondiale, né che la diseguaglianza sia effettivamente un problema mondiale né che la globalizzazione sia un fenomeno non univocamente positivo.
La diseguaglianza, in realtà, discende proprio dal fatto che la globalizzazione non è, per così dire, globale. Il rapporto distingue infatti tra, da un lato, i nuovi paesi in via di sviluppo, quelli che negli ultimi due decenni hanno preso decisamente la via dell'integrazione commerciale (soprattutto Asia meridionale e orientale e l'America Latina), e dall'altro quei paesi che invece ne sono rimasti fuori (in particolare, Medio Oriente, Africa del Nord e Africa subsahariana). Nei primi vivono circa 3 miliardi di persone, e dal 1980 al 2000 si è registrata una crescita più che doppia rispetto alle economie `ricche' (il 5% invece del 2%): a ciò ha corrisposto, tra il 1993 e il 1998, un declino di 120 milioni del numero di individui `estremamente poveri', cioè di coloro che percepiscono meno di 1 dollaro al giorno. Ma nei secondi, marginali all'economia mondiale e dove, negli anni Novanta, la crescita aggregata è stata negativa, stanno altri 2 miliardi di esseri umani i cui redditi declinano e dove la povertà cresce.
La differenza tra gli uni e gli altri starebbe nella scelta o meno di aprirsi senza barriere al commercio mondiale e di attirare investimenti e capitali dall'estero. La prima `globalizzazione', dal 1870 al 1914, aveva visto estendersi i flussi di beni, capitale, lavoro, e crescere il reddito reale pro capite: ma non abbastanza da far ridurre in assoluto il numero di poveri o chiudere la diseguaglianza tra paesi `avanzati' e paesi `arretrati'. La seconda `globalizzazione', dal 1945 al 1980, era stata caratterizzata dalla presenza di controlli ai movimenti del capitale finanziario, che ne impedivano l'afflusso ai paesi in via di sviluppo e da una specializzazione di questi ultimi che restava sostanzialmente quella di essere produttori di materie prime: cosicché la diseguaglianza si riduceva dentro il Nord del mondo ma continuava a crescere tra Nord e Sud. L'attuale `terza' ondata della globalizzazione post-1980 permette a chi si integra pienamente nel mondo capitalistico una vera e propria esplosione del settore manifatturiero, che copre ormai, nel 1998, l'80% delle esportazioni contro il 25% del 1980 (gli esempi portati dal Rapporto sono Brasile, Cina, Ungheria, India e Messico). Diverso, anzi opposto, il destino di chi è restato ai margini, e le cui sorti sono state legate ai prezzi declinanti delle materie prime, al diffondersi della corruzione, e al degrado delle infrastrutture (qui gli esempi rimandano a molti paesi africani e a numerosi paesi del'ex Unione Sovietica).
Le contraddizioni della globalizzazione consistono, essenzialmente, nel fatto che le nazioni `ricche' continuano a mantenere una sostanziale protezione proprio nel tipo di produzioni in cui le economie in via di sviluppo hanno un vantaggio comparato (in particolare, l'agricoltura e le sezioni del manifatturiero a più alta intensità di lavoro), mentre tengono chiuse le loro frontiere all'immigrazione legale. Si impedisce così che il potenziale di riduzione della povertà insito nell'integrazione commerciale esplichi pienamente i suoi effetti. A questa tensione tra aree economiche di vecchia e nuova industrializzazione si affianca la presenza ovunque di una spaccatura tra `vincenti' e `perdenti'. Mentre occupazione e salari reali crescono nei paesi `nuovi' globalizzatori, così non è soprattutto per le retribuzioni del lavoro non qualificato dei `vecchi' globalizzatori. Ma è lo stesso rapporto a segnalare che, al contrario dei paesi asiatici, quelli dell'America Latina hanno visto approfondirsi le diseguaglianze salariali.
L'insieme di misure di politica economica suggerito dalla Banca Mondiale muove dall'obiettivo di rinforzare tanto la ricettività agli investimenti esteri dei paesi in via di sviluppo quanto la protezione sociale dei lavoratori. La prima dovrebbe garantire l'accelerazione e l'allargamento della crescita nel lungo periodo, la seconda dovrebbe attutire gli effetti negativi del processo di integrazione, vistosi nel breve periodo. Emblematiche di queste politiche, che vedono `complementarità' tra apertura del paese e sostegno redistributivo agli strati colpiti dalla transizione, sono le politiche educative e quelle per migliorare l'offerta di servizi sanitari, così come anche un aumento `mirato' degli aiuti ai paesi meno globalizzati, che permetta loro di uscire dalle trappole dell'esclusione. Per questi paesi è necessario considerare seriamente anche l'alleggerimento del peso del debito, condizionato al contemporaneo procedere delle riforme nel senso dell'apertura e dell'ampliamento dei servizi sociali.
2. Non è difficile mettere in evidenza quanto di questa analisi – ed è molto, come vedremo – non funziona. Bisogna però evitare l'errore di non cogliere quanto, dietro l'ipocrisia e la falsa coscienza di questo documento, rivela come la Banca Mondiale sia stata parzialmente costretta sulla difensiva: in parte dalla contestazione del movimento dopo Seattle, in parte dai fallimenti e dalle crisi che le politiche neoliberali hanno proceduto ad accumulare nel corso degli anni novanta. Il `consenso di Washington', su cui si era aperto quel decennio, si fondava sulla proposizione non qualificata di una serie di fattori quali chiave ineludibile della crescita, da imporre ovunque e dovunque: mobilità pressoché illimitata da concedere alla finanza, e perciò smantellamento di ogni forma di controllo dei capitali in entrata o in uscita; apertura indiscriminata agli investimenti diretti dall'estero, e quindi assenza di qualsiasi protezione nazionale; piena integrazione commerciale, e quindi abbattimento immediato e generalizzato delle tariffe; enfatizzazione del ruolo positivo della diseguaglianza nel favorire lo sviluppo economico; teorizzazione dello Stato minimo. Tra le righe di questo rapporto si legge un tentativo di far fronte all'evidente disgregazione e falsificazione di questa visione, nella speranza di tamponare gli effetti devastanti della delegittimazione ormai in atto per il messaggio ideologico che la Banca Mondiale continua in ogni caso a portare avanti.
Così, il rapporto non può non registrare che la semplice `mercatizzazione' integrale dell'economia e della società non è di per sé – in assenza, cioè, di un intervento istituzionale adeguato – garanzia di crescita economica: cosicché il nodo del contendere non è più `Stato contro mercato', ma quale Stato. Qui l'operazione abile degli estensori del documento è doppia: far giocare la riconosciuta compatibilità con la globalizzazione di diversi modelli sociali e politici a difesa del persistente rifiuto di imporre in sede `globale' un vincolo sociale o ambientale allo sviluppo, che viene demandato alle scelte `locali' dei singoli popoli; di suggerire, al contempo, che il risveglio della `società civile globale' venga impiegato per imporre dal basso l'adozione di misure più incisive su questi terreni. È evidente come l'accento sul ruolo della politica e delle istituzioni, così come sulla necessità di interventi sul terreno della salute, dell'educazione, della protezione sociale, costituiscono un'area di potenziale accordo con i critici. Ma è altrettanto chiaro che il rapporto ne dà una versione povera, funzionale ad attutire l'impatto delle politiche neoliberali e non a mutarne il segno. Non si può non rilevare come la stessa sottolineatura della positività della globalizzazione finanziaria sia in sempre più sbiadita queste pagine, dove si abbandonano i toni intransigenti con cui si inneggiava all'inizio dei novanta alla liberalizzazione dei movimenti in conto capitale: una posizione difficilmente sostenibile ormai, dopo la crisi dell'Est Asiatico, favorita e aggravata dalle politiche del Fondo Monetario e della Banca, e di fronte all'inevitabile constatazione che proprio paesi con vincoli ai capitali in entrata o in uscita, come Cile e Malesia, risultano tra gli esempi di successo citati dallo stesso rapporto. Analogamente, spinta certo anche dall'inevitabile incapacità per molti paesi meno globalizzati di onorare i debiti contratti, la Banca Mondiale ha finito con il dover prestare almeno formalmente ascolto a chi preme per una trasformazione del debito in aiuti. Per ultimo, ma non da ultimo: la diseguaglianza cessa di essere di per sé il corrispettivo inevitabile dello sviluppo, e si fanno salti mortali per sostenere ora il contrario.
3. I limiti del ragionamento della Banca Mondiale non sono per questo meno gravi. Un elenco parziale può limitarsi ai seguenti punti 1. Innanzi tutto, è discutibile la significatività della misura monetaria della povertà: il benessere individuale dipende da molti altri fattori e in particolare dalla qualità dei servizi sociali originariamente pubblici. Nella misura in cui le politiche di compressione della spesa statale e di estese privatizzazioni hanno smantellato questi servizi, l'effetto sulla povertà è negativo ma sfugge ai calcoli della Banca. C'è poi, com'è ovvio, il fatto che tali misure `medie', prese per buone dal Rapporto, si accompagnano a una diffusa, e crescente, diseguaglianza regionale o settoriale, cosicché la povertà `nazionale' può decrescere senza che ciò, di nuovo, dia conto della dispersione delle condizioni di vita degli esseri umani in carne e ossa. Va poi tenuto presente che per poter sostenere che la crescita dei `nuovi' globalizzatori ha ridotto la povertà, il rapporto deve guardare anche in questi paesi alla riduzione del numero dei poveri secondo il criticato metro nominale, e non al loro incremento relativo per l'incapacità dello sviluppo di rispondere alle esigenze poste dalle dinamiche demografiche.
Su queste contestazioni, e su altre consimili che si potrebbero avanzare, molta della cultura del `movimento dei movimenti' sarà presumibilmente d'accordo. Ma a essere inaccettabile è il filo di ragionamento di fondo del Rapporto, che troppo spesso viene invece dato per scontato o almeno `lasciato passare' senza commento: che cioè la globalizzazione avrebbe davvero accelerato la crescita. Il che è del tutto falso. Giocano qui tre argomenti decisivi.
Primo argomento: di fatto la crescita economica degli ultimi vent'anni, lungi dall'accelerare grazie alla globalizzazione e alle politiche neoliberali, è invece rallentata, pressoché dappertutto 2. Dal 1960 al 1980 il prodotto pro capite è cresciuto dell'83%, tra il 1980 e il 2000 solo del 33%. Sicuramente, si tratta di una media in cui si deve tener conto, per fare solo un esempio, che nell'Africa subsahariana il prodotto interno lordo è caduto del 15%; o che, se per la gran parte dei paesi il tasso di crescita è caduto, in altri è invece balzato verso l'alto. E però, guardando alle stesse aree geografiche dove si concentrano i `nuovi' globalizzatori, si conferma che la globalizzazione fa male alla crescita. Per fare solo un esempio, nell'America Latina, negli ultimi vent'anni il prodotto pro-capite è cresciuto del 6% contro il 75% del ventennio precedente. Se non fosse per il rallentamento della crescita, due degli `eroi' del Rapporto starebbero decisamente meglio: il Messico, il cui reddito reale per persona sarebbe doppio, e il Brasile, che starebbe ancora meglio. Si può discutere, ovviamente, se il prodotto pro capite sia una misura adeguata del benessere, anzi senz'altro non lo è: difficile però pensare che uno sviluppo qualitativo migliore si possa accompagnare a una degradazione continua e progressiva della dinamica di crescita del reddito reale.
Secondo argomento: che all'interno di questo generale rallentamento vi sia una variabilità significativa, dentro la quale, come scrive la World Bank, l'apertura commerciale va `mano nella mano' con la crescita, non vuol dire niente, sino a che almeno non si individua quale sia il senso di causalità tra la prima e la seconda 3. E qui, per così dire, viene il bello. Perché la distinzione nel gruppo dei paesi in via di sviluppo tra `nuovi' globalizzatori e paesi meno globalizzati non soltanto è stata costruita in modo alquanto arbitrario, ma regge soltanto in quanto tra i primi ricadono Cina e India, oltre ovviamente al gruppo dei `dragoni' dell'Est asiatico come la Corea del Sud, Taiwan, il Vietnam. Il paradosso è che, al di là di ogni altra considerazione geopolitica, si tratta in tutti questi casi di paesi i quali hanno visto decollare la crescita ben prima di procedere a un'apertura agli investimenti e al commercio internazionale. Insomma: l'evidenza empirica presentata dalla Banca Mondiale dimostra la tesi esattamente opposta a quella desiderata: una rapida e positiva integrazione nei flussi di capitale e commerciali `globali' non discende affatto dall'adesione all'ideologia e alla pratica neoliberiste; al contrario, deriva da strategie autonome di crescita che in una prima fase sono state caratterizzate da un marcato dirigismo all'interno di un'economia `protetta'. Chi ha avuto successo, lo ha avuto a partire da `riforme' nazionali e politiche, di un approccio graduale e per tappe: e sarà da vedere quanto l'inclusione sempre più stretta nell'universo neoliberale di Cina e India non esporrà a rischi crescenti i loro `miracoli'.
Terzo argomento: non soltanto la liberalizzazione dei movimenti di capitale ma anche quella commerciale hanno degradato la condizione di numerosi paesi in via di sviluppo, perché li hanno resi sempre più dipendenti dalla incertezza diffusa nei mercati internazionali, e quindi hanno prima o poi fragilizzato, quando non distrutto, la loro crescita 4. Non a caso, evidentemente. In una economia mondiale segnata da asimmetrie di potere, la liberalizzazione commerciale non può non favorire i paesi avanzati, mentre la liberalizzazione dei movimenti di capitale non può non migliorare la posizione relativa di chi batte la moneta mondiale e costituisce di fatto il centro finanziario del pianeta. Il neoliberismo è per questo la forma moderna del mercantilismo. Non si spiegherebbe se no come mai il risultato di queste politiche sia stato inequivoco: una concentrazione sistematica e massiccia, non una diffusione, di commercio e investimenti e finanza nel Nord sviluppato, una instabilità accresciuta delle nuove esperienze di sviluppo. Così, il Sud in via di sviluppo, pur ormai differenziato, si trova comunque a rischio o perché i prezzi delle materie prime rispetto ai beni manufatti continuano a cadere, o perché le fluttuazioni dei tassi di interesse sono insostenibili, o perché la mobilità dei capitali finisce con il minare la solidità delle economie che `ce l'hanno fatta' a intraprendere una industrializzazione di successo (violando, peraltro, le regole dell'ortodossia).
Quei paesi in via di sviluppo che nell'ultimo ventennio hanno coniugato apertura a indebitamento con l'estero, e hanno seguito più o meno fedelmente le politiche suggerite da organi come il Wto e il Fmi, si sono trovati, come in America Latina, impiccati a prestiti internazionali dove il tasso d'interesse variabile viene a dipendere dal `rischio paese'. E dove quindi l'unica via per ridurlo consiste o in una politica fiscale ferocemente restrittiva (che distrugge la crescita, aumenta disoccupazione e diseguaglianza, rende sempre più dipendenti dal paese egemone e terra di razzia del capitale straniero) o nella dollarizzazione più o meno esplicita (che altrettanto lega mani e piedi al polo unico dominante). Ma in verità, per chi ha scelto il secondo corno dell'alternativa, l'una e l'altra insieme, in quanto la `disciplina' fiscale diviene a un certo punto la garante per i `mercati' sempre più scettici sulla parità irrealistica col dollaro, sino a che quest'ultima non cede fragorosamente. La perdita di ogni autonomia della politica economica, e quindi l'incapacità di rispondere in modo adeguato alle scosse sempre più ravvicinate e intense dell'economia globale (dalla crisi del Messico del 1995, a quella dell'Est asiatico del 1997, a quella del Brasile 1999: ognuna accompagnata da vistose svalutazioni), dà come risultato l'Argentina dei nostri giorni 5. Peccato che si tratti di una discepola esemplare nell'applicazione di quanto gli economisti neoliberali hanno continuato a predicare in tutti questi anni …
4. In chiusura, vale la pena chiedersi in che misura quanto sta avvenendo in questi ultimi mesi – l'accelerazione e l'approfondimento della crisi economica negli stessi paesi avanzati con epicentro negli Stati Uniti, e la risposta di politica economica che si è andata delineando – modifichi il quadro appena tratteggiato. Per metterla nei termini più schematici possibile: l'evoluzione dell'economia internazionale negli anni novanta ha reso l'andamento congiunturale delle economie avanzate sempre più sincronizzato, mentre le economie emergenti che si sono integrate nel flusso di commerci e investimenti sono divenute ancora più dipendenti dall'unica `locomotiva', gli Stati Uniti. Il 2001 ha mostrato anche ai più ciechi che la speranza di un `atterraggio morbido' del paese dominante dopo lo sgonfiamento della bolla speculativa e il crollo dei profitti era una illusione (ed è certo drammatico, ma in qualche misura emblematico, che l'hard landing sia stato percepito da tutti soltanto con il crollo delle Twin Towers). La convinzione che l'Europa dell'euro potesse prendere una via autonoma e addirittura accelerare la propria crescita senza una svolta di politica economica (che ormai è reclamata persino da «Economist» e «Financial Times») si è parimenti rivelata una chimera. Ne è venuta fuori, nell'anno che si chiude alle nostre spalle, una crescita mondiale (si fa per dire) dell'1%. Tutto finisce col ruotare, insomma, attorno alle scelte dell'amministrazione Bush.
Subito dopo l'attacco terroristico dell'11 settembre era parso che fosse in atto una repentina svolta a U nei criteri ispiratori della gestione dell'economia del nuovo governo conservatore, al punto che qualcuno si è chiesto se di nuovo non fossimo tornati ad essere tutti `keynesiani', sia pure nella versione del keynesismo `bellico'. Un apparente rallentamento della dinamica della crisi – con la borsa americana che scommette su una ripresa a breve, rapida quanto la crisi, e su un travaso dell'abbondante liquidità nella Borsa che faccia ripartire nuovi rialzi – pare avere per il momento sospeso a mezz'aria quella svolta. Effettivamente, benché ben al di sotto delle punte raggiunte nei primi mesi del 2000, il Dow Jones è già risalito del 25% e il Nasdaq del 45% rispetto a fine settembre, i prezzi del petrolio continuano a stagnare a livelli molto bassi, il disinvestimento in scorte potrebbe avere raggiunto il suo tetto. Ma è dubbio che ciò sia sufficiente per ripartire, ed è anzi probabile che le misure attuali prese dagli Stati Uniti siano incapaci di far uscire dall'impasse.
È chiaro che la politica monetaria, dopo 11 riduzioni del tasso d'interesse sui fondi federali che l'hanno fatto precipitare del 6,5% al all'1,75%, non può bastare a curare una recessione per il canale degli investimenti quando la capacità produttiva è tuttora elevata e i profitti sono colpiti dalla persistente bassa domanda: quel che può fare il basso costo del denaro è attutire il peso dell'indebitamento eccessivo di imprese e famiglie, e forse stimolare ancora un po' alcune sezioni della domanda di consumi. Dal lato della politica fiscale, la riduzione di imposte è congegnata nella maniera più irrazionale possibile se l'obiettivo fosse quello di sostenere i consumi: una modifica regressiva dell'imposizione sul reddito si traduce forzatamente in maggiori risparmi più che in nuovi consumi; e la detassazione a favore delle imprese, essendo permanente e non temporanea, tutto fa meno che rendere convenienti nuovi investimenti. La maggiore spesa pubblica, oltre che qualitativamente perversa, è quantitativamente insufficiente a far uscire dalle sabbie mobili. Insomma: la manovra americana, sinora, sembra capace di far intravedere un peggioramento rapido del saldo del bilancio dello Stato e la comparsa di un disavanzo a breve, ma senza che ciò si possa tradurre in nuova domanda.
D'altro canto, gli squilibri di fondo dell'economia statunitense sono sempre lì, l'instabilità `globale' monta, i rischi geopolitici non sono scomparsi ma anzi sul fondo si aggravano. In mancanza di un'alternativa (che accetti la sfida di ridisegnare lo sviluppo di lungo periodo intervenendo attivamente sulla composizione della produzione e della spesa e sulla distribuzione del reddito), il futuro continua a prospettarcisi come quello di un lento degrado o di una ripresa trainata da un rinnovato interventismo sì, ma di impronta neoliberale, che rimane come risposta di ultima istanza del blocco borghese.
note:
1 Per una critica moderata nei toni ma dura nella sostanza si veda, per esempio, Economic Policy, Distribution and Poverty: The Nature of Disagreements, di Ravi Kanbur, del gennaio 2001, reperibile sul web sul suo sito personale. Kanbur è un economista che ha collaborato con la World Bank ma che ne è stato messo alla porta per dissensi profondi su aspetti rilevanti del Rapporto. Per alcune considerazioni più esplicite si scarichi dal web una breve nota successiva al `licenziamento': Growth and Trade: The Last Redoubt?
2 Tra coloro che hanno sottolineato con più forza questo punto vi sono Mark Weisbrot, Rober Naiman e Joyce Kim, The Emperor Has No Growth. Declining Economic Growth Rates in the Era of Globalization, reperibile nel web sul sito del Center of Economic Policy Research.
3 A questo proposito si veda la critica distruttiva a uno scritto di David Dollar e Aart Kraay che ha espresso in anticipo il filo di ragionamento dell'ultimo rapporto della Banca Mondiale contenuta in: Dani Rodrik, Comments on «Trade, Growth and Poverty»by D. Dollar and A. Kraay, dell'ottobre del 2000, anch'esso reperibile nel web nella homepage di questo economista. E poi, ancora di Rodrik, un breve commento del 6 dicembre 2001 al Rapporto, Globalization, Growth and Poverty: Is the World Bank Beginning to Get It?
4 Una sintetica ma efficace distruzione dell'attuale ideologia neoliberista propugnata da Wto, Fmi e Banca Mondiale la si può leggere in un esemplare, breve articolo di Robert Wade pubblicato dall'«International Herald Tribune» del 3 gennaio e tradotto tre giorni dopo su «Liberazione»: «L'impero americano governa un mondo senza equilibri», che a ragione sottolinea la natura unipolare ma politica e instabile dell'attuale configurazione dell'economia internazionale. Del 6 novembre una intervista a «Le Monde Economie» del premio Nobel Joseph Stiglitz, ex vice presidente e chief economist della Banca Mondiale, dalla quale si è dimesso nei primi messi dell'anno scorso, e di cui è divenuto un critico implacabile, dal titolo chiarissimo: La libéralisation a été programmée par le pays occidentaux pour le pays occidentaux.
5 Una disamina lucida della deriva argentina, e delle sue cause, la si trova nei preziosi articoli che Joseph Halevi pubblica da tempo sul «manifesto». Ma si legge utilmente anche un altro articolo di Dani Rodrik pubblicato il 14 gennaio su «The New Republic»: Reform in Argentina, Take Two. Trade Rout.