numero  25  febbraio 2002 Sommario

Il Rapporto mondiale sul clima

L'ALLARME IN ASCOLTATO
Massimo Serafini  

L'Ipcc (International Panel on Climate Change, l'organismo scientifico promosso dall'organizzazione mondiale meteorologica e dall'Unep: United Nations Environment Programme) ha recentemente approvato il terzo rapporto sul clima. Stupisce, come stampa e televisione, abbiano completamente ignorato l'evento e soprattutto il grido d'allarme della comunità scientifica per la situazione ambientale del pianeta. Che la situazione fosse molto grave e bisognosa di interventi radicali era già ampiamente noto almeno dal 1995, quando l'Ipcc presentò il suo secondo rapporto sul clima (il primo risale al `90), che si chiudeva con un'indicativa affermazione: «Il bilancio della prova indica una distinguibile influenza umana sul clima».
Allora l'allarme della comunità scientifica suscitò, da parte dei governi dei paesi sviluppati, maggiormente responsabili dell'effetto serra, qualche reazione e assunzione di responsabilità: l'approvazione, nel `97, del protocollo di Kyoto. Oggi invece sembra che i terribili scenari previsti dagli oltre duemila scienziati che hanno lavorato al nuovo rapporto siano quasi ignorati, sia dai media, sia dalla politica. Giornali e televisioni non ne hanno parlato, ma peggio di loro hanno fatto i ministri dell'ambiente dei principali paesi del mondo, riuniti a Marrakech, i quali hanno deciso di chiudere l'irresponsabile dibattito sull'applicazione del protocollo di Kyoto, ridimensionandone gli obiettivi, allentando strumenti e controlli per raggiungerli o abolendo le sanzioni per i paesi inadempienti.
Nelle sue oltre mille pagine, il terzo rapporto sui mutamenti climatici ci descrive un pianeta malato e molto vicino al coma irreversibile.
Proseguirà nel corso di questo primo secolo del terzo millennio il già evidente surriscaldamento della Terra (la temperatura potrebbe crescere fra i due e i sei gradi, mentre le stime del `95 erano fra un grado e mezzo e cinque). Se tale previsione si avvererà, la differenza di temperatura attesa nei prossimi 100 anni sarebbe maggiore di quella che passa tra oggi e il culmine dell'era glaciale. Che ciò si avveri è pressoché certo, se si continuerà a immettere in atmosfera gas serra al ritmo attuale. Infatti, nell'era preindustriale la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera era di 280ppm, oggi è arrivata a 375ppm. Oltre la metà di quest'aumento si è verificato negli ultimi trent'anni. È vero che, nei miliardi di anni di storia della terra, si sono verificate altre volte concentrazioni elevate di Co2. La novità, che non ha precedenti nella storia, è la rapidità con cui questa volta l'evento si è verificato. Secondo gli scienziati le conseguenze dell'aumento della temperatura, per l'umanità e per il pianeta, saranno devastanti. Per comprenderne la dimensione e la portata è sufficiente evidenziare alcuni degli scenari previsti dal rapporto dell'Ipcc:
1) Entro il 2100 il livello dei mari potrebbe crescere di molti centimetri (alcuni calcoli arrivano addirittura a 80 cm), sommergendo così numerosi e popolati territori costieri (rispetto a 100 anni fa il 70% delle spiagge mondiali ha subito delle erosioni profonde).
2) Il surriscaldamento del pianeta (fra qualche decina di anni, Roma avrà lo stesso clima che oggi c'è a Marrakech e Milano quello di Tunisi) modificherà in maniera irreversibile gli ecosistemi conosciuti: sono previste vaste aree soggette a siccità e desertificazione e altre a forti aumenti delle precipitazioni (+30%).
3) Circa un terzo delle foreste sarà soggetto a scomparsa, fortemente alterata risulterà la distribuzione delle specie nelle acque marine e interne.
4) Proseguiranno, intensificandosi, la riduzione della superficie innevata e il ritiro dei ghiacciai, oltre a una sensibile perdita di massa del ghiaccio artico.
5) Aumenteranno la frequenza e l'intensità degli eventi meteorologici estremi, come i cicloni tropicali e le alluvioni.
6) Ci sarà una fortissima riduzione delle riserve d'acqua e un notevole incremento degli incendi.
Questi eventi avranno sulla popolazione umana, ma non solo, conseguenze devastanti:
- Si prevede che cinque miliardi di persone (Asia e Africa meridionali e paesi del bacino del Mediterraneo) rischieranno la vita nei prossimi trent'anni per mancanza d'acqua.
- Sono quasi 200 milioni gli abitanti di territori che potrebbero essere sommersi dall'innalzamento del livello dei mari (soprattutto in alcune aree dell'Africa e del sud-est asiatico).
- I raccolti di riso e grano nelle regioni tropicali (dall'Argentina alla Cina) diminuiranno sensibilmente.
- Aumenteranno le malattie, con particolare diffusione di quelle tropicali (malaria, febbre gialla, dengue).
- Sono previsti oltre 100 milioni di `profughi ambientali'.
- E infine decine di migliaia di specie animali rischieranno l'estinzione.
Gli effetti negativi del cambiamento climatico interesseranno tutte le aree geografiche, ma in maniera diversificata. In Europa gli effetti negativi si concentreranno più sulle aree mediterranee che sull'Europa centro-settentrionale. Ma gli effetti più rilevanti sono attesi nelle regioni tropicali e subtropicali, dell'Africa, dell'America Latina e centrale e dell'Asia, cioè nei paesi poveri. Così, una delle conseguenze sociali del cambiamento climatico sarà quella di accrescere ulteriormente la disparità di benessere tra la parte ricca del pianeta, che rappresenta il 10% della popolazione mondiale, e quella povera e disperata.
A confermare queste terribili previsioni ci ha pensato un recente rapporto della società di assicurazioni Rückversicherung di Monaco di Baviera: nel 2001 il numero delle vittime delle catastrofi naturali è raddoppiato rispetto all'anno precedente, mentre gli indennizzi pagati dalle società assicuratrici sono cresciuti del 53%; e si prevede che il costo diretto del cambiamento globale potrebbe arrivare a 300 miliardi di dollari per anno.
L'umanità sembra già condannata a dover vivere questo spaventoso futuro, previsto dal terzo rapporto sul clima se si guardano le decisioni prese, e le iniziative realizzate in questi anni, per fronteggiare la disastrosa situazione ambientale della Terra. Basti dire che negli stessi giorni in cui venivano presentati i nuovi dati sull'emergenza climatica, a Marrakech si riunivano i ministri dell'ambiente di tutti i paesi che avevano approvato il protocollo di Kyoto, per decidere se firmarlo e quindi renderlo operativo, oppure continuare a rinviarne l'applicazione. Era ampiamente noto, e non c'era quindi bisogno di quest'ultimo rapporto sul clima, per sapere che ciò che prevede Kyoto non è sufficiente a invertire la tendenza al mutamento climatico. Ma, pur sapendo questo, i ministri riuniti in Marocco hanno pensato bene di ridimensionare pesantemente gli obiettivi del protocollo. Secondo l'Ipcc politiche efficaci di protezione del clima richiederebbero tagli di almeno il 60% delle emissioni di gas a effetto serra, mentre l'obiettivo fissato da Kyoto è oltre dieci volte inferiore. Il protocollo approvato nella cittadina giapponese fissava, per i trentanove paesi più sviluppati, una riduzione media dei gas serra del 5,2% (l'Unione europea doveva ridurre dell'8%, gli Usa del 7% e il Giappone del 6%) rispetto alle emissioni del 1990, da raggiungere entro il 2010. Va anche ricordato che il protocollo, per entrare in vigore ed essere operativo, doveva essere ratificato da almeno il 55% degli 84 paesi che l'avevano approvato, purché però rappresentativi di almeno il 55% delle emissioni globali. In altre parole se esso fosse stato ratificato da tanti paesi piccoli, ma poco inquinatori, il protocollo non sarebbe stato valido. Così è andata, visto che, fino ai primi mesi del 2001, si era proceduto alla ratifica solo da parte di 33 paesi, tutti in via di sviluppo (Antigua e Barbuda, Azerbaijan, Bahamas Barbados, Bolivia, Cipro, Ecuador, Guinea, Paraguay, Giamaica, Messico, ecc.). Fin dalla sua approvazione gli Usa, che da soli producono il 36% delle emissioni di Co2 e che nell'ultimo decennio le hanno aumentate di un ulteriore tredici per cento, si sono rifiutati di sottoscrivere il protocollo. Con l'avvento di Bush si è chiuso ogni margine di trattativa, avendo la nuova amministrazione americana definitivamente liquidato il trattato. È evidente che l'uscita di scena degli Usa ha reso indispensabile, per raggiungere la soglia del 55% delle emissioni globali, che almeno Europa, Giappone e Russia lo ratificassero. A questo obiettivo ha lavorato in particolare l'Europa e a Marrakech, dopo una lunga ed estenuante trattativa, è stato trovato un accordo. Dopo tanti anni, in cui si sono fatti più vertici che interventi reali, si arriva alla firma e a rendere operativo il protocollo.
Tutto bene dunque? È stata finalmente isolata l'irresponsabilità americana e qualcuno si è finalmente assunto la responsabilità di fermare la macchina lanciata verso il precipizio? Purtroppo le cose non stanno in questo modo. In realtà il compromesso raggiunto in Marocco rappresenta un pesante ridimensionamento dei già insufficienti obiettivi previsti dal protocollo di Kyoto, visto che dal 5,2% di riduzione delle emissioni del `90, basterà ridurre dell'1,5%. È stato deciso di assegnare alle foreste (i cosiddetti sink, cioè pozzi di sequestro o assorbimento della Co2) una più ampia capacità di assorbimento della Co2. Il principio è molto semplice: un paese può inquinare tot e possedere o piantare alberi (in qualsiasi parte del mondo) in grado di assorbire tot e di conseguenza il suo debito viene azzerato, senza quindi più bisogno di complessi e soprattutto impopolari interventi sul suo parco industriale ed energetico o su quello dei trasporti. Va ricordato che, per l'Unione europea, il ricorso ai sink doveva essere escluso fino al 2012 e comunque subordinato al principio secondo il quale ogni paese doveva primariamente impegnarsi a riconvertire i settori maggiormente responsabili delle emissioni dei gas serra. In altri termini l'Europa considerava le foreste come aggiuntive e non sostitutive. Al vertice di Bonn dello scorso luglio, questa pregiudiziale europea sui sink era saltata. Si era però deciso che il suo peso non doveva superare il 10% degli obiettivi di riduzione previsti per ogni singolo paese. Ora, dopo Marrakech, tutto l'abbattimento dei gas serra può essere raggiunto attraverso le foreste. Strettamente collegato ai sink c'è il mercato delle emissioni, la possibilità cioè dei paesi che superano gli obiettivi di riduzione dei gas serra previsti da Kyoto, di vendere il loro credito ai paesi che invece non ce la fanno a realizzarli. Russia e Giappone hanno premuto affinché questo mezzo, di fatto alternativo a politiche di riconversione industriale, fosse molto dilatato, e alla fine hanno avuto partita vinta. Il risultato è che la Russia, avendo ottenuto il riconoscimento che le proprie foreste sono in grado di assorbire ben 33milioni di tonnellate di carbonio, e non le 17 inizialmente concesse, diventa paese con un forte credito di emissioni, che naturalmente il Giappone si è subito impegnato a comprare. Infine, per quanto riguarda le sanzioni previste per i paesi inadempienti, il compromesso raggiunto rasenta il ridicolo. Si è deciso che i vincoli legali saranno stabiliti da un nuovo vertice da tenersi nel 2003, ma che comunque fino al 2012 nessun paese incorrerà in punizioni di alcun tipo.
La sproporzione fra gli scenari previsti dal terzo rapporto sul clima e le decisioni, prese in Marocco, su come farvi fronte è impressionante. Ancora più impressione fa il loro carattere colonialista. In poche parole i paesi ricchi, rifiutandosi di intervenire sul proprio modello energetico o di trasporto, totalmente dipendenti dai combustibili fossili, come sarebbe necessario per realizzare Kyoto, scaricano il problema climatico sui paesi in via di sviluppo: Cina ed India in testa, a cui o si porranno vincoli ambientali alla crescita o si chiederà di piantare foreste anziché costruire industrie. L'unico aspetto positivo è che i beni ambientali, come le foreste, acquistano un valore, e ciò potrebbe almeno rallentare l'aggressione agli ultimi polmoni verdi della Terra, ma ciò non toglie che il compromesso di Marrakech sia pessimo e rappresenti una sconfitta pesante. Lo è in primo luogo per l'Europa, che aveva fatto di Kyoto uno dei suoi punti di caratterizzazione nei confronti degli Usa e degli altri paesi industrializzati. Questo confronto la comunità europea lo ha perso dovendo alla fine subire le condizioni di giapponesi e russi. Fra le cause principali del cedimento c'è l'incoerenza. Più semplicemente: l'Europa predicava bene ma razzolava male. Non è molto convincente chiedere agli Usa e agli altri paesi industrializzati di applicare Kyoto agendo sul proprio modello di sviluppo, senza cambiare pressoché nulla del proprio. Di fatto, si è proceduto in ordine sparso. Alcuni paesi, come la Germania e la Danimarca, hanno addirittura ridotto le emissioni di Co2 più di quanto servisse alla verifica del 2000, altri, come Francia e Svezia, hanno realizzato quanto richiesto, e infine tutti gli altri sono in controtendenza, come l'Italia e la Spagna che rispetto al `90 emettono un +4,5%.
Ma al di là dell'Europa, ancora più pesante appare la sconfitta del movimento ambientalista. Stupisce che associazioni importanti, come il Wwf internazionale e Greenpeace, ne abbiano dato un giudizio parzialmente positivo del compromesso, per il solo fatto che permetterà di sottoscrivere il protocollo di Kyoto (ma forse sarebbe meglio dire: la caricatura che di esso il vertice di Marrakech ha fatto). Completamente silenziosi sono rimasti i verdi tedeschi e quelli francesi. Di quelli italiani è meglio non parlare dato che il loro congresso non ha dedicato una parola né al rapporto sul clima né al compromesso di Marrakech. Altrettanto silenziosa è rimasta la sinistra europea e in particolare quella italiana. Forse l'impegno nella guerra contro il terrorismo ha oscurato ogni altra priorità. Colpisce come non si colga che, dopo Marrakech, molte scelte programmatiche e di lotta diventeranno assai più complicate. Sarà, ad esempio, più difficile cercare di imporre all'Europa e all'Italia una svolta nelle politiche energetiche, nella direzione di ridurre drasticamente la dipendenza dal petrolio e di promuovere le fonti rinnovabili e il risparmio energetico. Altrettanto indebolita sarà la battaglia per cambiare la struttura dei trasporti e quindi, per rimanere in Italia, costruire un'opposizione efficace ai demenziali progetti infrastrutturali del governo Berlusconi, quasi tutti autostradali e a favore del trasporto su gomma. Solo i `no-global', che forse sarebbe preferibile chiamare `new-global', hanno saputo cogliere la portata negativa delle decisioni di Marrakech, denunciandone i profondi limiti, nel corso delle mobilitazioni contro la guerra. Si tratta ora di andare oltre la denuncia, organizzando sul territorio mobilitazione e vertenze. Come proposto da Bernocchi per la scuola, i social-forum, quello nazionale e quelli locali, potrebbero mobilitarsi e sostenere con vertenze diffuse nelle province la campagna lanciata da Legambiente su `Clima e Povertà'. Al centro della campagna vi sono due obiettivi decisivi: innanzitutto quello di chiedere che il nostro paese si impegni a realizzare gli obiettivi di Kyoto (-6,5% di emissioni rispetto al 90% entro il 2010) solo ed esclusivamente con scelte di riduzione della dipendenza del nostro modello energetico e di trasporto dal petrolio e dai combustibili fossili e, in secondo luogo, quello di garantire il diritto all'energia ai paesi poveri, chiedendo che le politiche e le risorse delle agenzie di credito all'esportazione siano indirizzate al sostegno di trasferimenti al Sud del mondo delle tecnologie per l'uso delle fonti rinnovabili. È questa una strada che può consentire al movimento di radicarsi sul territorio, di allargare le proprie alleanze e di ricostruire i rapporti con tutte le forze che avevano contribuito alla mobilitazione di Genova e in particolare con il vasto schieramento associativo cattolico. Ma soprattutto può alimentare una mobilitazione sociale attorno al tema dello sviluppo sostenibile e delle profonde trasformazioni economiche e sociali che la sua costruzione comporta. Il movimento da solo non basta per realizzare una simile prospettiva. È necessario anche delineare un credibile sbocco politico. Èd è determinante se si vuole che questa mobilitazione vinca e strappi risultati concreti, che attorno ad essa sia coinvolta la sinistra, quella moderata e quella antagonista. Entrambe necessitano di un profondo rinnovamento. L'assunzione di un punto di vista ambientalista è parte integrante della rifondazione necessaria. Va però sottolineato che esso non può più essere affidato a una generica convegnistica ambientale, ma a scelte programmatiche e di lotta coerenti, come ad esempio quella di assumere la bandiera della riduzione della dipendenza dal petrolio, scelta decisiva per difendere il clima, combattere la povertà e aiutare la pace. C'è un intreccio perverso tra la povertà che colpisce gran parte delle popolazioni della Terra e il rischio di mutamenti climatici catastrofici. Un intreccio che va in entrambe le direzioni, perché le conseguenze del cambiamento del clima, a cominciare dalla desertificazione, rende i poveri ancora più poveri, e perché la fame e il sottosviluppo amplificano e aggravano molti problemi di inquinamento ambientale, compresi quelli che alimentano il rischio climatico. Nella recente legge di bilancio è stato approvato un emendamento dell'Ulivo che accantona qualche decina di miliardi per finanziare gli interventi previsti con la firma del protocollo di Kyoto. Sono risorse modeste e di sola immagine: le vere spese, quelle dell'ordine di migliaia di miliardi, il governo Berlusconi le farà per costruire opere inutili e dannose come il ponte sullo Stretto di Messina. Se l'opposizione dovesse accontentarsi di ciò che ha strappato nella finanziaria su Kyoto si renderebbe complice della liquidazione degli obiettivi previsti dal protocollo e del pessimo accordo di Marrakech. Presto il parlamento dovrebbe discutere i progetti di legge di recepimento del protocollo di Kyoto. È una buona occasione, per l'Ulivo e la sinistra, per segnalare al paese la propria

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