All'Avana dopo l'11 settembre
LE SINISTRE LATINO-AMERICANE
Aldo Garzia
Movimenti e partiti della sinistra latinoamericana, addirittura formazioni guerrigliere come le colombiane Farc, osservatori dall'Africa, dall'Asia e dalla sinistra europea (tra cui Ds, Rifondazione comunista e Comunisti italiani). A L'Avana, a dicembre, 500 persone provenienti da 82 paesi hanno discusso per quattro giorni in seduta plenaria e in gruppi di lavoro.
Il piccolo miracolo del convegno dell'Avana si deve al Foro di São Paulo, giunto al decimo incontro dopo essersi costituito nel 1990, quando le forze della sinistra latinoamericana si riunirono nell'omonima città brasiliana per discutere della fine del bipolarismo e della crisi irreversibile del `socialismo reale' che aveva la sua capitale a Mosca. Il merito di aver costruito questa sede di discussione plurale va soprattutto a Ignacio Lula Da Silva, leader del Partito brasiliano dei lavoratori (Pt), che con ostinazione ha cercato di curare il virus delle divisioni di cui è affetta anche la sinistra latinoamericana. Dal 1990 in poi, con scadenza annuale e senza la pretesa di sintesi e di un unico programma, il Foro è tornato a riunirsi e a mettere a confronto i diversi partiti e movimenti.
Non ci sono molte sedi internazionali dove culture e strategie della sinistra possano confrontarsi senza steccati (a Santo Domingo, qualche giorno prima dell'incontro dell'Avana, c'era stata la deludente riunione dell'Internazionale socialista – la prima dopo l'attentato alle Twin Towers di New York –, disertata dai leader europei, con l'eccezione di Piero Fassino e dello spagnolo José Luis Zapatero). Se poi il confronto ravvicinato avviene a tre mesi dalla tragedia di New York, nel corso della guerra in Afghanistan e alla vigilia dell'esplosione sociale di un paese cardine dell'America Latina come l'Argentina, ce n'è quanto basta per raccontare questa riunione come una vetrina delle posizioni della sinistra latinoamericana.
Ecco così che neoliberismo, terrorismo, nuove forme di capitalismo e dominio mondiale unipolare sono diventati i punti focali della riunione dell'Avana. Con una particolare attenzione al progetto di Washington denominato Alca (Area di libero commercio delle Americhe), che per ora unifica in un'unica area di mercato Canada, Messico e Stati Uniti. Quello stesso progetto è stato rilanciato di recente dalla Casa Bianca con l'ambizioso obiettivo di inglobare in tempi rapidi le economie di America centrale e America Latina in una sola area commerciale alle dipendenze del dollaro.
Il terrorismo e la guerra
I fatti dell'11 settembre sono stati al centro del dibattito. Se l'analisi comune ha puntato a non confondere il terrorismo con i movimenti di liberazione nazionale e a stigmatizzare la scelta della guerra in Afghanistan guidata dagli Stati Uniti, non tutti i partiti e i movimenti convenuti a L'Avana si sono trovati d'accordo nell'analizzare quanto accaduto alle Twin Towers e al Pentagono. C'è voluta l'autorità di Fidel Castro, nel corso del suo intervento-fiume di oltre cinque ore a chiusura del Foro, per condannare con nettezza gli attentati di New York e Washington. Al leader cubano non è piaciuta l'equiparazione tra terrorismo anti-Usa e terrorismo di Stato che è emersa in alcuni interventi, dove si interpretavano gli eventi dell'11 settembre come una strage `coperta' da settori dell'intelligence statunitense per piegare la vocazione isolazionista del presidente George W. Bush e rilanciare un'offensiva nordamericana in grande stile a livello mondiale. «Gli attentati negli Stati Uniti danneggiano la causa dei rivoluzionari nel mondo. Il nuovo terrorismo è un flagello da combattere. Per questo, dobbiamo contribuire a creare una profonda consapevolezza etica contro ogni forma di terrorismo», ha concluso Castro.
La posizione di chi esalta il `piano del capitale' anche nel caso dei fatti dell'11 settembre è stata avanzata da movimenti guerriglieri (le Farc della Colombia, le Urng del Guatemala), ma anche dal nicaraguense Daniel Ortega, leader del Fronte sandinista, sconfitto per la terza volta consecutiva nelle recenti elezioni presidenziali di Managua. Ortega, partendo dalla sua esperienza in campagna elettorale, ha parlato di `terrorismo di Stato' usato da Washington per decapitare la sua candidatura con ingenti finanziamenti alla destra. Della stessa opinione Andrés Lago, del Partito comunista cileno, che pur annotando come il decennio novanta sancisce la fine dei regimi militari golpisti si è detto convinto che gli Stati Uniti useranno la lotta al terrorismo per appoggiare nuovi governi autoritari e restringere le libertà democratiche in molti paesi dell'America Latina. Di qui anche molte preoccupazioni sul `piano Colombia', che Washington vorrebbe imporre sia come soluzione di pace, in un paese diviso tra la guerriglia che controlla il 40 per cento del territorio e il governo moderato del presidente Andrés Pastrana, sia come ipotesi di stabilizzazione di quell'area.
Queste posizioni non sono piaciute a Lula. Il leader del Pt brasiliano, in un intervento appassionato e applaudito in più passaggi, ha condannato il terrorismo prima di analizzarne l'`uso' da parte degli Stati Uniti ha puntato l'indice sulle fragilità analitiche e organizzative della sinistra latinoamericana. «È ovvio che bisogna analizzare ciò che fa il capitalismo nordamericano e prendere le giuste contromisure, ma dobbiamo pure riflettere sulle nostre sconfitte. Non è tutta colpa dell'avversario. Ad esempio, molte volte i nostri partiti sembrano sul punto di vincere le elezioni e poi le perdono sistematicamente», ha detto Lula (anche lui sconfitto in tre elezioni presidenziali in Brasile, ma ancora candidato per la quarta volta dalla sinistra nelle elezioni presidenziali di fine 2002).
Questo discorso ha fatto sensazione, perché ha toccato il nervo scoperto (e consolatorio) dello `sconfittismo'. Il Partito brasiliano dei lavoratori resta un esempio di capacità di rinnovamento ideale e programmatico senza nulla concedere al moderatismo di altri partiti latinoamericani che, rompendo con il passato comunista o guerrigliero, hanno finito per scolorire le proprie identità. Lula ha segnalato uno dei rischi che corre il Foro di São Paulo: tramutarsi in una sede dove discutono solo le forze politiche più radicali della sinistra dell'America Latina. Nella riunione dell'Avana erano infatti assenti i socialisti cileni, assieme ai sindaci progressisti di città importanti come San Paolo, Porto Alegre, Montevideo, Managua e Città del Messico. Sono logori anche i rapporti con la sinistra europea che si riconosce nell'Internazionale socialista (i Ds erano l'unico partito d'ispirazione socialista presente come `osservatore', mentre c'erano tutti i partiti e partitini comunisti del vecchio continente). Poco spazio è stato concesso a un riesame della drammatica situazione sociale dell'intera America Latina, mentre gli ultimi dati forniti dalla Fao indicano che solo in America centrale un milione e mezzo di persone sopravvive solo grazie agli aiuti provenienti dall'estero e dalle istituzioni umanitarie.
Alca, un progetto liberista
Il progetto Alca sostenuto dagli Stati Uniti è stato l'altro tema caldo di discussione, collegato a un esame dei risultati delle politiche neoliberiste seguite nell'ultimo decennio in molti paesi dell'America Latina. Le avvisaglie della crisi economica dell'Argentina erano già evidenti all'inizio di dicembre, quando si è riunito il Foro. Quanto accadeva a Buenos Aires è stato analizzato da molti interventi come dimostrazione del fallimento delle ricette economiche della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale. «Dobbiamo rifiutare l'imperativo di Bush: o con gli Stati Uniti o con il terrorismo. L'Argentina dimostra che va cercata un'altra politica economica», ha detto Patricio Echegaray, segretario del Partito comunista argentino. Meno scontato l'intervento di Amalia García, del Partito rivoluzionario democratico messicano (Prd), che partendo dall'analisi dei drammatici flussi migratori tra il suo paese e gli Stati Uniti ha posto il problema dell'unità politica ed economica dell'America Latina. «Senza unità tra i nostri paesi in grado di arginare l'egemonia di Washington, l'Alca ha le porte spalancate», ha concluso. Della stessa opinione Marco Aurelio García, del Pt brasiliano, che ha ipotizzato di contrapporre all'Alca una Comunità latinoamericana sul modello della Comunità europea.
Ma è toccato di nuovo a Castro proporre uno sguardo più lungo: il capitalismo sta vivendo una stagione di nuove difficoltà; ora tocca all'Argentina, dopo che nei mesi passati erano andati in crisi i modelli economici di Ecuador e Perù, ma i segnali della recessione erano già evidenti negli Stati Uniti prima degli attentati dell'11 settembre e vanno ricercati nel boom artificiale dell'economia finanziaria e delle Borse. Per il presidente cubano, la sinistra deve fare i conti con i processi di globalizzazione in atto da tempo e che possono tagliare fuori dalla storia contemporanea l'Africa e parte del Terzo mondo: «Ma bisogna avere un'altra idea di globalizzazione, quella della globalizzazione della solidarietà». Castro, come aveva fatto Lula, non ha risparmiato altri affondi polemici: «Dovremmo pur riflettere sul fatto che i movimenti no-global sono più forti e radicati in Europa e in Occidente, che nel Terzo mondo. Il movimento anti-Alca è molto fragile in America Latina».
Sull'andamento del Foro ha influito la scelta di tenere la riunione a L'Avana (la capitale cubana aveva già avuto questo privilegio nel 1993). Un incontro troppo ingessato, formale, eccessivamente filo-Cuba, con assenze significative e con la testa al passato, hanno commentato alcuni (tra questi, i Ds italiani presenti).
Pur tra molti distinguo politici dei suoi interlocutori e affanni della propria rivoluzione, Cuba resta invece un punto di riferimento per larga parte della sinistra latinoamericana. A Castro si riconosce il merito di aver resistito pure alla fine dell'impero sovietico, dopo aver tenuto testa agli Stati Uniti per quattro decenni. Anche se le riforme cubane procedono con eccessiva lentezza e non è chiaro quale possa essere la prospettiva di Cuba negli anni a venire, l'isola continua a essere considerata una contraddizione positiva in America Latina. E la capitale cubana, da parte sua, ha rinunciato da tempo a proporsi come modello, cercando invece di intessere relazioni con tutti i partiti e i movimenti del suo continente. Va seguito perciò con rispetto lo sforzo dell'Avana di promuovere convegni internazionali sul tema della globalizzazione (se ne sono svolti nel 1999, nel 2000 e nel 2001) e di favorire incontri come il Foro di São Paulo, soprattutto se si considerano le difficoltà in cui si dibatte l'isola. Agli strutturali problemi economici – dovuti al mix di organizzazione burocratica dell'economia, embargo degli Stati Uniti e difficile convivenza tra mercato ad uso della moneta locale e mercato a esclusivo appannaggio del dollaro – si aggiungono gli avvenimenti di fine 2001.
Nei primi giorni dello scorso novembre si è abbattuto sull'isola il ciclone Michelle, uno dei più devastanti degli ultimi trent'anni. Nonostante il nome faccia pensare alla romantica canzone dei Beatles, l'uragano ha devastato parte della zona centrale di Cuba: le province di Matanzas e Cienfuegos insieme a Cayo Largo, atollo principe del turismo internazionale. I danni sono stati ingenti, colpendo i raccolti di banane, ortaggi, mangimi e canna da zucchero. A Cayo Largo sono andate distrutte le infrastrutture turistiche, provocando la chiusura dell'isolotto a tempo indeterminato. Il ciclone Michelle si è andato ad aggiungere alla flessione del 30 per cento del turismo straniero seguita agli attentati dell'11 settembre negli Stati Uniti. Aiuti umanitari sono giunti da alcuni paesi amici per far fronte ai danni del ciclone (tra questi, Italia e Venezuela). Ma il colpo di scena si è avuto nelle relazioni Washington-L'Avana. Il governo degli Stati Uniti si era dichiarato favorevole a donare medicine e prodotti alimentari. Castro ha risposto con un «no, grazie», aggiungendo che il suo governo era disposto a comprare medicine e prodotti alimentari dagli States come primo passo per il superamento del blocco economico contro Cuba in vigore dal 1962. Ne è seguito l'avvio di frenetiche trattative che si sono concluse con l'acquisto da parte cubana di 24 milioni di dollari di medicine e prodotti di prima necessità alimentare. Si tratta di un episodio circoscritto, o del segnale che qualcosa si muove nelle relazioni tra i due paesi?
Sul piano politico, le preoccupazioni cubane sono intanto rivolte agli effetti della nuova strategia degli Stati Uniti. La guerra contro l'Afghanistan, l'annuncio di interventi armati contro altri paesi, la ristrutturazione degli equilibri mondiali dettata dagli inediti rapporti di Washington con Mosca e Pechino non fanno dormire sonni tranquilli a L'Avana, che ha timori per se stessa e per il futuro dell'America Latina.
Marcos e Chávez, due estranei?
Altre due annotazioni. La presenza eccessivamente discreta a L'Avana della delegazione dell'Esercito zapatista (Ezln) del subcomandante Marcos. L'esperienza del Chiapas è poco analizzata come esempio di radicamento nella realtà indigena del Messico (il problema delle minoranze indios resta invece centrale in molti paesi dell'America Latina). Come spiegare questo eccesso di marginalità nel dibattito del Foro? L'esperienza di Marcos è ritenuta troppo circoscritta ed estranea alla cultura tradizionale della sinistra e dei partiti comunisti. Il nuovo linguaggio politico degli zapatisti, le loro originali forme di organizzazione, la capacità di negoziare con il presidente messicano Vicente Fox e il rifiuto a porsi il problema della `conquista del potere' non fanno ancora problema per le altre forze latinoamericane. Ed è un errore, perché proprio dal Chiapas è partita nel 1991 la lotta contro l'unificazione dei mercati di Stati Uniti, Messico e Canada all'insegna del liberismo. Ed è dal Chiapas, pur tenendo conto delle sue specificità, che sono venute utili indicazioni per ripensare una nuova strategia della sinistra in America Latina.
Un altro `estraneo' alla tradizione dei partiti del Foro di São Paulo è Hugo Chávez, presidente del Venezuela dal dicembre 1998, data in cui vinse le elezioni. Nella sinistra latinoamericana c'è diffidenza verso un leader ritenuto populista e cresciuto nelle accademie militari (è stato tenente colonnello dei paracadutisti). Per questo, si fa fatica a mostrargli solidarietà mentre gli Stati Uniti non perdono occasione per attaccarlo e gli industriali venezuelani minacciano di portare all'estero i propri capitali. I richiami di Chávez agli ideali di Simón Bolivar che ispirano il suo esperimento politico sono ritenuti un esempio di rinascente `peronismo'. Eppure il fenomeno è più complesso e merita più capacità di indagine: Chávez conduce la sua politica con legittimità democratica e finora senza scatti autoritari, ha riformato in senso progressista le politiche sociali, non nasconde la sua simpatia per Fidel Castro e ha ridato protagonismo all'Opec (l'Organizzazione dei paesi produttori di petrolio). Il Venezuela resta tra i paesi chiave dell'America Latina, non fosse altro perché è il maggiore produttore di petrolio.
Nei documenti finali del Foro hanno fatto breccia i richiami critici venuti da Lula e Castro. Qui e là si possono leggere affermazioni non consolatorie, seppure ancora esortative: «Occorre passare dalla resistenza alla proposta», «La sinistra torni a dialogare con i movimenti sociali e di protesta che spesso nascono al di fuori dei partiti», «L'obiettivo dell'unità non è una vecchia bandiera fuori moda», «Nella sinistra non esistono ricette magiche e modelli a cui tutti devono adeguarsi».
I toni più continuisti (e settari) di quattro giorni di discussione si sono stemperati nei documenti conclusivi e il Foro esce dalla riunione dell'Avana in discreta salute. Come garantire il pluralismo di analisi e di programmi in un comune orizzonte politico resta però problema aperto per tutta la sinistra dell'America Latina.