Il paese di Porto Alegre
TRA LULA E CARDOSO
Maurizio Matteuzzi
Sembrava che tutto andasse così male finché non sono arrivati l'11 settembre negli Stati Uniti e l'11 gennaio in Argentina. E allora, come canta nella Banda il grande Chico Buarque, «tutto cambiò».
Due crolli del tutto diversi, quello delle Torri gemelle a New York e quello della parità fissa col dollaro a Buenos Aires. Ma due crolli che hanno cambiato la percezione del Brasile rispetto a se stesso e al mondo esterno.
Fino ad allora il presidente Fernando Henrique Cardoso, che dopo due mandati consecutivi deve lasciare la presidenza il 31 dicembre prossimo, sembrava avviato a una triste uscita di scena. Il suo prestigio era caduto ai minimi storici. Minato dalla crisi finanziaria dell'inizio del '99, ostinatamente negata nel `98 – quando si poteva intervenire a tempo perché i suoi effetti non fossero così pesanti – al precipuo scopo di consentirgli di rivincere in carrozza, in ottobre, il secondo mandato presidenziale. Lo stesso tanfo di `politicanteria' che usciva, in febbraio, dalla lotta mortale e senza esclusione di colpi per la presidenza di Camera e Senato fra due dei principali alleati del `socialdemocratico' Cardoso: il boss dello Stato di Bahia, Carlos Antonio Magalhaes, liberale del Pfl, e il boss del Parà, Jarbas Barbalho, centrista del Pmdb. Stracci che volavano, rivelazioni scabrose, mazzette, tangenti, scandali. Il fatto che poi entrambi avessero dovuto farsi da parte (ma sono già pronti a rientrare in campo con le elezioni di ottobre), non migliorava la posizione di Cardoso agli occhi dell'opinione pubblica, in quanto mostrava la deriva di colui che era stato un prestigioso intellettuale di sinistra ora accasato, nonostante tutti i proclami di rinnovamento della vita politica brasiliana e della sua etica, con partiti della peggior destra affaristica e con uomini simbolo della corruzione personale e del degrado morale.
Anche la crisi energetica, che a partire da maggio aveva costretto il grande paese amazzonico a subire il razionamento dell'energia elettrica, giustificata con la siccità che aveva prosciugato i depositi, era messa sul conto di Cardoso. Insieme a tutte le altre cattive notizie che si accumulavano sul suo tavolo al palazzo di Planalto e che facevano la prima pagina di giornali e tv brasiliani: il rallentamento della crescita economica, prevista al 4,5% nel 2001, poi ridotta al 2,5% per finire l'anno a un insignificante 1,8% (dopo il 4,4% del 2000); gli effetti della recessione economica mondiale e in particolare statunitense ma soprattutto di quella argentina. Che faceva sentire i suoi morsi sia sugli scambi bilaterali – fra il 30 e il 35% del totale di entrambi – sia sulle prospettive del Mercosur, ridotto in fase pre-agonica dai contrasti economici e politici fra i suoi due principali partners. Gli veniva accreditata perfino la peggior campagna della nazionale di calcio verde-oro, che rischiava seriamente per la prima volta di non qualificarsi per i prossimi mondiali di calcio.
Mentre il discredito di Cardoso non gli consentiva di designare un delfino-candidato per le presidenziali di ottobre, per non azzerarne le chanches, Lula da Silva, lo storico leader del Partido dos Trabahadores, guidava alla lontana tutti i sondaggi pre-elettorali forte del suo 30-35% delle intenzioni di voto.
Il Pt era stato il grande vincitore delle elezioni amministrative dell'ottobre 2001, conquistando centinaia di prefeitos, ossia sindaci, e in particolare quelli di quasi tutte le maggiori città del paese, a cominciare da quella più grande del mondo, San Paolo (dove ha vinto Marta Suplicy) e a eccezione di Rio de Janeiro, città storicamente di sinistra (dove le divisioni interne al Pt hanno tagliato fuori la nera Benedita da Silva e regalato la poltrona al pessimo politicante Cesar Maia). In ottobre il Pt aveva vinto presentandosi ancor prima che come un partito di sinistra come `il partito dell'etica'. In un paese in cui, al pari e più (visto il suo peso economico) di molti altri dell'America Latina, il colossale flusso di miliardi messo in moto dall'apertura e dalle privatizzazioni ha alimentato la tradizionale corruzione, gli amministratori `petisti' si sono conquistati, agli occhi di un'opinione pubblica che tiene in molto discredito i politici, una fama di mani pulite nonché di efficacia. Come avevano dimostrato fra l'altro non solo le esperienze di alcuni Stati minori o periferici dell'Unione ma anche il Rio Grande do Sul, uno degli Stati più importanti dal punto di vista economico e sociale, e la sua capitale Porto Alegre, sede non casuale, l'anno scorso, del primo Forum sociale mondiale.
Nello Stato più meridionale del Brasile – che essendo nell'emisfero australe e in una prospettiva capovolta, equivale al nostro profondo e avanzato nord, il Pt è al governo da tre amministrazioni consecutive, riconfermato ogni volta. Quasi uno Stato-pilota in quanto riesce a coniugare sviluppo economico e industriale con politiche sociali e partecipative – ormai famoso è la legge di bilancio di Porto Alegre discussa prima con i cittadini – che ne fanno un esempio raro in un paese in cui l'esclusione e l'emarginazione tradizionali sono la regola.
Il governatore del Rio Grande do Sul, Olivio Dutra, e il sindaco di Porto Alegre, Tarso Genro, non si amano ma questo non ha loro impedito – finora – di confrontarsi dentro il Pt senza cambiare partito a ogni contrasto personale o di linea, fatto quasi scontato in Brasile dove si cambia di partito come si cambia di camicia.
Riproponendosi come sede del secondo Forum sociale mondiale, che dal 31 gennaio al 5 febbraio porterà nella metropoli meridionale almeno 50 mila persone da tutto il mondo, Porto Alegre si conferma come la nuova capitale del movimento no-global in tutte le sue variegate (e a volte contraddittorie) espressioni. Questo non piacque l'anno scorso e non piacerà quest'anno a Cardoso, che pur venendo da lontane esperienze di sinistra no-global ante litteram (cos'era, se no, la teoria dello sviluppo ineguale che il sociologo brasiliano Cardoso e quello argentino Enzo Falletto scrissero nel '69?), si è completamente rigirato sul loro opposto. In occasione della prima edizione del Fsm, il presidente della repubblica si lasciò andare in una penosa polemica con Dutra e Genro sui costi economici di quella `kermesse' per l'erario brasiliano, che non poteva occultare una profonda irritazione politica per il suo `successo'.
D'altra parte Cardoso, che sul finire degli anni '70, sfidando la dittatura militare, andava a parlare agli operai delle fabbriche del cinturone industriale paulista con il giovane sindacalista Lula da Silva, da tempo chiama Lula e la sinistra `conservatori' e `burros': asini e ignoranti, perché non hanno capito che il mondo è cambiato, che la modernizzazione è una meraviglia, che la globalizzazione è l'unica strada anche per i mercati emergenti (una volta si chiamavano paesi sottosviluppati) solo che se ne correggano alcune `asimmetrie'.
Dopo l'11 settembre e l'11 gennaio la prospettiva dentro e fuori il Brasile è nettamente cambiata. Logico del resto. Perché è stato detto che con l'attentato alle Torri gemelle di New York «il mondo non sarà più lo stesso» e con il crollo rovinoso dell'economia (e della società) argentina certamente l'Argentina e probabilmente l'America Latina non saranno più le stesse.
Il Brasile, quasi automaticamente, ha riacquistato peso, sia rispetto agli Usa sia rispetto al resto del subcontinente latino. Con gli Stati Uniti potrà far meglio valere le sue resistenze contro i pericoli di assorbimento impliciti ed espliciti nell'Alca, l'Accordo di libero commercio delle Americhe `dall'Alaska alla Terra del fuoco', che George Bush vorrebbe far partire dal 2005. Contrapponendogli e rilanciando quel Mercato economico del sud (Mercosud: Brasile, Argentina, Paraguay, Uruguay, soci fondatori nel '91, più Cile e Bolivia associati) che ora è in stato comatoso ma che appare come l'unico sforzo serio per presentarsi a un qualsiasi tavolo di negoziato – sia con gli Stati Uniti sia con l'Unione europea – senza avere la certezza assoluta di essere mangiati e digeriti.
Il Mercosud, che è stato finora solo una unione commerciale-doganale ma vorrebbe andare a un mercato comune e a una moneta unica, era stato praticamente azzerato dall'Argentina di Menem-Cavallo prima e di De la Rua-Cavallo poi. Alleato automatico degli Usa in politica (di `relazioni carnali' parlò l'allora ministro degli esteri Guido di Tella) e partner impossibile del Brasile in economia, con quel suo peso sopravvalutato e l'assenza totale di briglie al mercato che distorcevano qualsiasi rapporto. Con la caduta di De la Rua-Cavallo, con il fiato delle banche di Aznar sul collo, con la diffidenza ostile di Fmi e Usa, l'Argentina di Eduardo Duhalde ha rilanciato immediatamente i rapporti con il grande vicino. Economici ma anche politici. Dichiarando che il Mercosur diventa `la massima priorità argentina' e riconoscendo di fatto la leadership continentale del Brasile.
Il modello brasiliano, il real (la grande creatura partorita dal Cardoso ministro delle finanze nel '94 in chiave anti-inflazione, stabilizzazione economica e attrazione di capitali stranieri) agganciato al dollaro non sulla base di una parità fissa ma di una fascia di oscillazione cambiaria, si è dimostrato più solido ed efficace del peso del Cavallo pazzo argentino. Anche dopo la crisi del '99 – 40 miliardi di dollari delle riserve bruciati – e la svalutazione – 30-40% solo nel 2000 – il real ha tenuto e la macchina brasiliana tutto sommato ha ripreso a marciare, anche se piano e, come sempre, in modo disuguale. Il nuovo rapporto proposto dall'Argentina, `plogamico' l'ha definito il ministro degli esteri Carlos Ruckauf, non piace per nulla a Washington, che ora teme che l'asse Brasilia-Buenos Aires possa rallentare la marcia dell'Alca e fare l'occhiolino all'Unione europea. Anche se dicono Washington abbia perso interesse per l'America Latina dopo l'avvio della `guerra mondiale contro il terrorismo' e la Ue sembra sempre più attratta dal suo allargamento all'est europeo e al sud mediterraneo.
Anche l'America Latina è ormai in recessione. Tutti gli indici economici, a cominciare dall'arrivo di capitali e investimenti stranieri, sono negativi, con l'unica eccezione dell'inflazione, al 7% nel 2001 e in calo per l'ottavo anno consecutivo. Il Brasile, nonostante sbandieri il suo nono posto fra le potenze industriali del mondo, in realtà presenta un'economia molto fragile ed esposta agli shock esterni. Usa e Fmi si sono affannati ad assicurare, dopo il default argentino, che questa volta non ci sarà effetto domino. Ma quello che a Bush e alla signora Krueger, numero due del Fondo, non piace, e fa paura, è il contagio politico. Che il (disperato) tentativo argentino – de-dollarizzazione, allentamento del predominio della banca e della finanza, ricostituzione di un apparato statale azzerato dal menemismo, rilancio di una industria nazionale smantellata dalle privatizzazioni e dall' `apertura', attenzione agli esplosivi ritardi sociali – diventi `il paradigma argentino'. Una specie di `populismo' economico e nazionalista che potrebbe trovare terreno fertile in un continente – e anche oltre – devastato da oltre un decennio di sfrenate politiche neo-liberiste. Il Venezuela di Chavez e la Colombia del Plan Colombia e della ripresa della guerra civile (questa volta con partecipazione Usa attiva ed esplicita) saranno i prossimi anelli a saltare.
E il Brasile, che si sente a ragione potenza continentale ancor prima che regionale, è sicuramente molto sensibile a questi discorsi, nonostante le politiche neo-liberiste dal '94 a oggi del presidente Cardoso e del suo ministro dell'economia Pedro Malan. Tanto più se in ottobre dovesse vincere Lula.
Una ipotesi difficile ma non impossibile. Se Cardoso non è ancora stato in grado di indicare un suo delfino, la governatrice dello stato nordestino del Maranhao, Roseane Sarney, è già indicata come la possibile alternativa di destra. Fenomeno tipicamente mediatico, senza un programma preciso che non sia quello del suo partito (Pfl, Partito del Fronte liberale, destrorso e di puro potere), figlia dell'ex presidente José Sarney (`85-'90) e parte di una stirpe familiare che ha il suo feudo nel poverissmo e piccolissimo Maranhao, Roseane in pochi mesi nei sondaggi è passata dal 12 al 21%, contro il 30% fisso di Lula. Ma, quel che più conta, i sondaggi indicano anche che nel caso – probabile – di ballottaggio, la Sarney batterebbe Lula (46% a 40).
In Brasile la vera campagna elettorale non è ancora cominciata e tutto è rinviato a dopo il carnevale. Tutto può ancora succedere. La coalizione di destra non ha ancora scelto il suo uomo (o la sua donna). Cardoso propende per il ministro della sanità José Serra (buono: si è battuto contro le farmaceutiche per i farmaci anti-Aids e generici), un ex guerrigliero passato alla socialdemocrazia. Ma Serra è lontanissimo nei sondaggi e Cardoso non intende lasciare Planalto con questo ennesimo schiaffo. Perché se è vero che a partire dal primo gennaio 2003 vuole essere nominato senatore vitalizio (una carica che non c'è, al momento) e mettersi a girare il mondo a dare conferenze in coppia con il suo amico Bill Clinton, Cardoso pensa alla possibilità di ricandidarsi nel 2006, quando la costituzione glielo consentirebbe.
Al suo quarto tentativo, Lula potrebbe farcela. Ma per farcela deve stringere alleanze elettorali verso il centro, ciò che i settori più radicali del Pt gli hanno finora impedito. Il notevole sviluppo dei movimenti sociali in questi anni, a cominciare dal più forte, radicale e combattivo: il Movimento dos Sem Terra, con il decreto a sostegno della Chiesa cattolica, rappresenta insieme un'occasione nuova ma anche un problema. Un'occasione perché la spinta politica a una candidatura nettamente connotata contro il sistema dell'esclusione sociale può rivelarsi decisiva. Ma un problema perché in genere questi movimenti sono caratterizzati da un radicalismo politico – esempio classico quello dell'Mst – che fa sempre più fatica a conciliarsi con l'esigenza di Lula (e in generale del Pt come partito, in molti casi e città, di `governo') di stringere accordi elettorali con personaggi e partiti che possono far storcere il naso. Le posizioni del Pt si sono moderate col tempo, Lula si è messo la cravatta e, intervenendo in dicembre all'incontro dell'Avana del Forum di San Paolo – l'organismo che raggruppa 73 partiti di sinistra dell'America latina – ha detto chiaro e tondo che «l'obiettivo socialista deve lasciare il posto alle alleanze necessarie per battere il neo-liberalismo, conquistare il governo e garantire lavoro e alimenti per tutti». Ma poi concluse il suo intervento denunciando «il terrorismo e la guerra», respingendo il Plan Colombia e definendo l'Alca «un processo per annettere i paesi poco sviluppati all'economia degli Stati Uniti». Se mai dovesse vincere, sarebbe un bel botto.
Il Movimento di Porto Alegre, con la sua componente sindacale rivitalizzata, e la nuova spinta critica verso l'egemonia statunitense (di cui Cardoso stesso deve tener conto ma non può rappresentare) offrono anch'essi un sostegno nuovo e creano problemi da gestire. La vittoria non è dunque anche questa volta facile, ma la sfida ha una portata maggiore ed è più impegnativa. Non saranno in campo, alla fine, solo i media truccati, solitamente dominatori della campagna elettorale.