numero  24  gennaio 2002 Sommario

Socialdemocratici in difficoltà

NEL QUINTO CONTINENTE
Joseph Halevi  

Il 10 novembre si sono svolte in Australia le elezioni legislative, evento cui generalmente si arriva nel disinteresse della stragrande maggioranza della popolazione, compreso lo scrivente. I due maggiori schieramenti – quello conservatore formato dalla coalizione tra il partito liberale, il partito nazionale ex-agrario e il partito laburista – sono praticamente identici nei programmi, nella (non) visione dei rapporti tra l’Australia ed il resto del mondo e via dicendo. L’alta partecipazione alle urne è dovuta prevalentemente al fatto che il voto è obbligatorio. In Europa solo Gran Bretagna ed Italia battono l’Australia per la non democraticità del meccanismo elettorale. Bisogna votare tutti i candidati in lizza in ordine discendente di preferenza. Essendo i collegi uninominali, la persona candidata che ottiene la metà più uno delle prime preferenze – voto primario – è automaticamente eletta. Invece il candidato che pur arrivando in testa si arresta a un livello inferiore al 50% del voto primario, necessiterà del computo delle seconde preferenze. Ciò significa che può fallire l’elezione. Infatti può venir eletto quel candidato che cumula un numero di prime e seconde preferenze maggiore del candidato di testa. Al limite, con una forte dispersione dei voti su molti candidati, si può arrivare ad una situazione ove entrano in ballo le terze preferenze.
È stato ingenuamente affermato che tale sistema permette l’espressione di una molteplicità di opinioni senza disperdere i voti. Nel contesto specifico australiano ove il blocco conservatore è molto compatto, il summenzionato meccanismo elettorale permette ai laburisti di mantenere con assoluta sicurezza i seggi delle circoscrizioni che si spostano alla loro sinistra poiché gli elettori, dopo aver espresso il voto primario alle loro liste di sinistra, daranno sempre la preferenza ai laburisti rispetto al blocco conservatore. In tal modo i laburisti possono infischiarsene dei motivi della perdita del loro voto primario in quelle circoscrizioni, che comunque non andranno mai ai conservatori, concentrandosi invece sui seggi marginali di destra. Invece il passaggio, alcuni anni fa, della Nuova Zelanda a un sistema elettorale proporzionale modellato su quello tedesco ha completamente riaperto la dialettica politica. I laburisti si sono finalmente spaccati perdendo l’ala sinistra costituitasi in partito, con cui sono stati poi obbligati a scendere a patti nella formazione della coalizione di governo. Così la Nuova Zelanda – ove il partito laburista ha fatto fin dagli inizi degli anni ottanta da battistrada alla deregolamentazione finanziaria e sociale, al punto che il paese dei kiwi fu preso come modello dall’Ocse e dal Fondo monetario internazionale (non è forse l’ex premier laburista kiwi Mike Moore il fanatico presidente del Wto?) – ha oggi un governo che si propone il rilancio del ruolo sociale dello stato e della spesa pubblica.
L’interesse delle elezioni australiane di novembre risiede nel fatto che il meccansimo di controllo dei laburisti si è rotto, riportando a galla la natura odierna di quel partito che si collega strettamente alle politiche perseguite durante la sua lunga gestione di governo durata dal 1983 al 1996. A sua volta il significato di quell’esperienza esce dai confini nazionali perché ha influenzato direttamente e marcatamente la trasformazione dei laburisti britannici nel New Labour di Tony Blair. In sostanza quel periodo può essere visto come una fase di deliberata disgregazione sociale che ha finito per essere distruttiva nei confronti dei suoi stessi artefici. Contrariamente alla Nuova Zelanda non esistono però, sul piano dell’espressione elettorale, delle vie di uscita politiche.
Le elezioni hanno riconfermato il governo del blocco conservatore che ha ottenuto il 51% delle prime e seconde preferenze. Il restante 49% non poteva che andare all’Autstralian Labor Party. Rispetto alle elezioni del 1998 – in linea di principio si vota ogni tre anni – si è avuto un capovolgimento netto. Allora il blocco conservatore uscì vincitore in termini di seggi ma non in termini di preferenze, ottenendo il 49% (51% i laburisti). Guardando però da vicino la suddivisione del voto primario, si nota che la destra – formata dal blocco conservatore liberal-nazionale al governo e dal partito xenofobo One Nation, la cui fondatrice Pauline Hanson apparteneva al Partito Liberale – non ha per nulla aumentato il proprio peso elettorale. La destra ha ottenuto il 47% dei voti (42,7% al blocco conservatore e 4,3% a One Nation). Nel 1998 lo stesso schieramento ricevette il 48,5% dei voti (40,1% al blocco di governo e 8,4% al partito xenofobo). In altri termini il blocco conservatore ha riassorbito oltre la metà del voto xenofobo incamerando anche la stragrande maggioranza delle seconde preferenze di quel corpo elettorale – sposando pienamente le posizioni di One Nation in materia di immigrazione e di rifugiati. Se si aggiungono le seconde preferenze ottenute dagli stessi elettori laburisti e da altre piccole forze comunque in calo, la soglia del 51% è presto raggiunta. Il ruolo cruciale svolto dalle preferenze è confermato dall’andamento dello schieramento di centro-sinistra formato da laburisti, dai Verdi e dai democratici. Il Labor Party si attesta al 37%, perdendo oltre il 3% e ottenendo il più basso voto primario dal 1931. Tuttavia tale perdita è compensata, addirittura con un leggero vantaggio, dal raddoppio dei Verdi, gli unici ad essersi espressi contro la guerra in Afghanistan, e dal piccolissimo incremento dei democratici.
L’essenza della sconfitta strutturale dei laburisti sta nella perdita delle grandi circoscrizioni delle aree urbane periferiche, che un tempo non lontano costituivano il serbatoio di voti incondizionato – fin troppo – dell’Australian Labor Party. Queste aree, piuttosto che evolversi verso una situazione economica da ceto medio, si sono altamente sottoproletarizzate diventando sensibili al discorso xenofobo anti-immigratorio orientato soprattutto contro i rifugiati, il cui numero è peraltro insignificante rispetto al flusso diretto verso l’Italia e la Gran Bretagna. In questo contesto il blocco conservatore – grazie alla scaltrezza personale del Primo ministro liberale John Howard – ha recuperato l’orientamento del partito xenofobo One Nation espurgandolo dai riferimenti espliciti ai gruppi etnici di matrice asiatica. Contemporaneamente, trattando di fatto i rifugiati che arrivavano con mezzi di fortuna come un esodo ‘illegale’ di massa dal Medio Oriente, dal Pakistan e dall’Afghanistan, il governo spostava l’obiettivo verso gruppi di popolazione sui cui si concentrano ormai i pregiudizi alimentati da buona parte dei media occidentali.
Nel 1998 i successi di One Nation nelle sperdute zone rurali – devastate dall’eliminazione dei sussidi all’agricoltura, e dalla chiusura delle aziende di trasformazione, a causa delle misure prese da governo laburista e non corrette da quello conservatore – hanno fatto inizialmente credere che il nesso tra insicurezza economico-sociale e ostilità verso l’immigrazione fosse un problema extra urbano. Queste elezioni hanno mostrato che le popolose periferie urbane convergono verso le regioni rurali. Ciò esprime l’essenza della profondissima crisi sociale in cui versa il paese, non desumibile dal tasso di crescita del Prodotto interno lordo ma dalla precarizzazione dell’occupazione, dalla crisi dei servizi sanitari, dalla caduta dell’infrastruttura pubblica, dall’emigrazione massiccia di personale specializzato, dalla divaricazione nella ricchezza e nel reddito. Se nei confronti di queste zone il governo conservatore riesce a far passare la sua politica di deregolamentazione sociale, di liberismo economico e di chiusura culturale verso l’esterno, nelle zone più vicine al centro cittadino e/o a carattere multi-etnico ma non operaie, il Partito laburista viene abbandonato da sinistra perché tallona troppo da vicino i conservatori. Si tratta mediamente del 20, a volte del 25%, dei voti che se ne va ma che ritorna ai laburisti tramite le seconde preferenze dopodiché il Labor Party riesce, in quei seggi, perfino ad aumentare la maggioranza assoluta così cumulata. È un elettorato che ormai disprezza – esattamente come il sottoscritto – i laburisti e che pone il Labor Party in una contraddizione. Da un lato, se cerca di recuperare nelle aree popolari perse, il Labor, come vedremo, non potrà che spostarsi ulteriormente a destra, con poche garanzie di successo, aumentando la perdita nelle zone ove è forte di rimbalzo. Se si sposta verso sinistra – nel senso middle class verde – perde ulteriormente nelle zone popolari sottoproletarizzate.
L’ipotesi di fondo è che il Labor Party non può, per il momento, spostarsi a sinistra nel senso economico. E qui che si inserice il ruolo pionieristico svolto dal governo laburista nei confronti del New Labour di Blair e ottimamente documentato nel saggio di Boris Frankel sulla New Left Review, che ben si integra con una ricerca da me condotta con Peter Krieler proprio dieci anni fa ove arrivammo alla conclusione che l’Australia si trovava in una fase, difficilmente ribaltabile, di disintegrazione strutturale1.
Nella storia australiana il settore industriale non ha mai avuto un ruolo dinamico. Benché fino alla metà degli anni settanta il paese producesse la quasi totalità dei beni di consumo industriali, le industrie sono sempre state deboli dal lato della produzione dei beni di investimento, prevalentemente importati, e delle nuove tecnologie. Inoltre molti beni di consumo, come le automobili, venivano prodotti da società multinazionali che spedivano in Australia tecnologie e impianti arretrati, anche perché il mercato locale era inferiore alle dimensioni minime degli impianti richiesti in America o in Europa. La produzione delle multinazionali era quindi orientata all’ottenimento di quasi rendite piuttosto che il ciclo profitto-investimento. Gli altri settori, come il tessile, le calzature ecc., erano estremamente primitivi. Se i salari rimanevano comunque relativamente elevati lo si doveva alla socializzazione delle quasi rendite indotta dal sistema di contrattazione corporativo fondato sulla Commissione di arbitraggio. E l’alto livello della paga annuale era dovuto soprattutto alla grande quantità di lavoro straordinario. Invece la distribuzione commerciale e i servizi finanziari sono sempre stati molto sviluppati.
Il sistema aveva un suo innocente equilibrio fino alla crisi degli anni settanta. Arrivavano gli immigrati (dal 1945 al 1970 la popolazione raddoppiò), le banche aprivano conti e mutui appena le navi attraccavano ai porti, l’industria edilizia incorporava questa realtà generando subito domanda di investimenti. «Don’t work too hard mate» (non lavorare troppo amico) dicevano i lavoratori e i delegati di fabbrica ai nostri (siciliani, calabresi, veneti, ecc.) i quali cercavano di surclassare il Gianmaria Volontè de La classe operaia va in paradiso. Ma i ‘nostri’ come anche i greci, gli jugoslavi, indi i libanesi, i vietnamiti ecc., lavoravano molto hard e compravano case costruendole, tra l’altro, in muratura e non in compensato e con il gabinetto dentro, non all’esterno, come si usava nel mondo australiano modellato pari pari sui racconti di Cronin. Verso la metà degli anni settanta il sistema entrò in crisi nella sua componente industriale. L’aumento del prezzo del petrolio e delle materie prime aumentava i costi, la conseguente rivalutazione del dollaro australiano (l’Australia è una grande produttrice di materie prime), inferiore all’aumento dei prezzi energetici, espandeva la penetrazione delle importazioni a scapito della produzione locale. L’industria, priva di capacità tecnologiche e di investimento endogene, si adattava entrando in agonia.
Il Labor Party arrivò al governo nel 1983 sull’onda di un tasso di disoccupazione del 9%. Uno dei suoi primi atti fu la liberalizzazione finanziaria attraverso la fluttuazione del tasso di cambio in precedenza controllato dalla Banca centrale federale. In queste condizioni, la politica monetaria degli Stati Uniti insieme alla volontà di schiacciare l’inflazione, imposero dei tassi di intresse molto elevati. In questo contesto l’industria ricevette un ulteriore colpo, in particolare nel comparto dell’auto e degli elettrodomestic,i per non parlare del tessile. Le industrie fatte di latta si accartocciavano e gli interessi industriali cedevano rapidamente il passo a quelli fondati sulle materie prime e sulla finanza. La liberalizzazione e la privatizzazione degli istituti di credito pubblici generarono una forte espansione occupazionale nel settore, mentre si accumulavano alle periferie i lavoratori industriali senza lavoro. Tra il 1983 ed il 1986 i sindacati guidati dai metalmeccanici a direzione comunista negoziarono un patto con il governo, chiamato The Accord. I sindacati rinunciavano all’indicizzazione dei salari rispetto ai prezzi e allentavano la richiesta di aumenti legati alla produttività purchè aumentasserro gli investimenti. L’idea venne presa di peso dai discorsi che la Fiom faceva negli anni settanta circa lo sviluppo degli investimenti produttivi. Il modello istituzionale. avrebbe dovuto essere quello svedese. Ovviamente le cose non andarono in quel senso anche perché l’accordo era con il governo e la materia – investimenti, salari e produttività – era in mano alle imprese.
La promessa fatta dal governo ai sindacati di impegnarsi in una politica di sviluppo industriale non poté essere mantenuta. La liberalizzazione finanziaria e il mantenimento di un alto valore del dollaro australiano rispetto alle monete europee, grazie ai differenziali nei tassi di interesse, indusse un processo di indebitamento che da allora si cumula alla debolezza delle esportazioni, sempre condizionate dalla domanda di materie prime proveniente dal mondo realmente industrializzato. Al contempo la volontà di rimanere credibile nei confronti delle istituzioni finanziarie private nazionali e internazionali spinse il governo laburista a ottenere dei surplus nel bilancio pubblico, bloccando quasi del tutto le politiche infrastrutturali e manipolando il debole sistema di welfare. In Australia non c’è mai stato un sistema pensionistico sviluppato come in Europa. Molti funzionari pubblici e gli insegnanti hanno una pensione calcolata sulla capitalizzazione dei contributi versati da loro stessi e dall’ente dove lavorano. La maggioranza dei lavoratori ha solo la pensione sociale che è sottoposta all’esame del reddito. Se il lavoratore ha altri introiti questi vengono tassati fino al 50% del loro ammontare. Nel caso dei compensi per infortuni, i laburisti decisero di detrarli al 100% dalla pensione sociale. Ciò costituì un regalo alle società finanziarie private che li gestiscono perché molto raramente l’ammontare annualizzato del compenso per infortunio supera il livello della pensione sociale. Inoltre la perdita della pensione sociale comporta la perdita delle facilitazioni connesse come gli sconti sulle tariffe dei trasporti pubblici, delle telefonate urbane, della luce, ecc.
Sul «Financial Times» del 10 novembre 1999 si legge la seguente osservazione: «quale governo vuole abbattere la tassa sulle plusvalenze degli imprenditori e limitare l’accesso alle prestazioni dovute a inabilità? Il governo laburista della Gran Bretagna». Quasi un quindicennio prima la parte afferente alle prestazioni era stata già varata in Australia dai laburisti, appunto. In Gran Bretagna la nascita del New Labour fu preceduta da una vera guerra civile lanciata da Margaret Thathcher contro i sindacati. Le condizioni erano quindi estremamente particolari. In Australia e Nuova Zelanda il processo è incruento, altamente istituzionalizzato, con l’appoggio dei sindacati malgrado borbottamenti sotto i baffi. La dimensione istituzionale, la corporatizzazione (corporatization) di enti pubblici destinati alla privatizzazione, la messa in opera di sistemi di auditing funzionali alle priorità finanziarie, la creazione di mercati interni per l’accesso ai servizi sociali, cose che oggi appaiono come la perversione iperthatcheriana di Blair, sono state attuate negli anni ottanta dai laburisti in Australia e in Nuova Zelanda. Di ciò sono ben consapevoli le organizzaioni internazionali, come l’Ocse e il Fondo monetario, che hanno preso i due paesi come modello di meccanica istituzionale.
Nell’ultimo quinquennio del suo infame governo (1991-96) il partito laburista, ossessionato soltanto dall’appoggio che poteva ottenere dal capitale finanziario, si era lanciato nella riforma dei contratti di lavoro proponendo uno schema che permettesse, ad un tempo, di procedere verso contratti individuali e di mantenere il ruolo burocratico del sindacato, conferendogli la funzione di mediatore ufficiale. Dopo la sconfitta del 1996 questa politica – come molte altre – è stata ripresa dal governo conservatore senza però il contentino formale al sindacato.
La sconfitta del 1996 fu devastante. Votarono contro l’Australian Labor Party i ‘battlers’ – cioè i ‘combattenti’, termine popolare usato per indicare gli operai o chiunque faccia un lavoro faticoso. Votarono a destra e non ritornarono più. Dal 1983 al 1996 i lavoratori australiani vennero fatti passare attraverso il tritacarne. La dimostrazione più chiara è data dall’andamento dell’occupazione part-time che, sorpassando nel 1996 il 25% delle forza lavoro, è praticamente raddoppiata durante il governo laburista – una crisi del lavoro operaio e qualificato – tant’è che il personale tecnico non fa che emigrare – e ad essa si è accompagnata la pressione sui salari, la tassa sulla salute mentre, per sostenere il bilancio pubblico, venivano ridimensionati gli ospedali. Può il partito laburista cambiare strada? No! I laburisti hanno distrutto la loro base sociale al punto che il grande collasso nel tasso di sindacalizzazione è avvenuto durante il loro regno. Essi quindi devono creare appoggi, anche finanziari, a destra, essendo un partito di apparati sostenuti dai sindacati, ma non di massa (30 mila iscritti). La politica perseguita dai governi laburisti è identica a quella dei conservatori. A dimostrarlo basterebbe il test dei compensi per inabilità. Nel New South Wales – Sydney – il governo laburista, ha predisposto una legge che praticamente impedisce la percezione dei compensi, limitandoli solo ai casi di infortuni letali. Le società finanziarie continueranno però a incassare i contributi assicurativi. E tralasciamo la questione della privatizzazione delle foreste che evidenzia ancora di più come il governo laburista si sia piegato di fronte al potere delle multinazionali, in questo caso del legno.


note:
1  Boris Frankel, Beyond Labourism and Socialism: How the Australian Labor Party developed the Model of ‘New Labour’, «New Left Review», n.221, January-February 1997, pp. 3–33. Joseph Halevi and Peter Kriesler, Structural change and economic growth, in Greg Mahony (ed.) the Australian Economy Under Labour, Sydney, Allen & Unwin, 1993, pp. 3-14.


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