numero  24  gennaio 2002 Sommario

Contro la legge universitaria

DUECENTOMILA A MADRID
Ángeles Maestro Miguel Villena  

Nel novembre del 2001 si sono sviluppate in tutta la Spagna grandi mobilitazioni contro la nuova Legge sull’Università, che sono culminate – per ora – nelle manifestazioni che hanno portato a Madrid il 1° dicembre tra 200.000 e 300.000 persone, provenienti da tutto il paese.
Diversi organi di informazione hanno espresso la valutazione comune che si tratti delle manifestazioni più importanti dopo la caduta della dittatura franchista. Ma questo riferimento al passato, che sicuramente serve a qualificare di per sé il grande seguito ottenuto da queste manifestazioni, come elemento di comparazione non fornisce nessun altro apporto. Nei fatti, sono trascorsi molti anni senza che si registrassero mobilitazioni universitarie di qualche consistenza: anni in cui le nascenti organizzazioni studentesche, che si sono andate creando, sono riuscite appena a darsi fragili ed effimeri organismi di coordinamento ed i nuclei di conflittualità e resistenza, che sono sorti per i motivi più diversi, sono rimasti isolati. La spiegazione delle modalità con cui venne smantellato un movimento – quello degli studenti – che, dopo il movimento operaio, aveva costituito un secondo e molto importante fuoco di delegittimazione e destabilizzazione del regime franchista, è parte essenziale della storia della ‘transizione spagnola’: e, in quest’ambito, risulta emblematica della dissoluzione che si produsse della sinistra indipendente e alternativa. Anche nell’Università.
La ‘transizione’, con tutto il suo apparato di patti e rinunce, a cui parteciparono la maggior parte delle forze politiche e sindacali, fu infatti lo scenario di un rapido processo di smobilitazione e disorganizzazione popolare. Basta ricordare, a titolo di esempio, che il Partito comunista di Spagna, che era stato senza alcun dubbio la forza politica più rilevante nei 40 anni della lotta contro la dittatura franchista, perse il 75% dei suoi militanti tra il 1977 e il 1982, in un processo di rapida liquidazione dei suoi obiettivi di trasformazione sociale, di istituzionalizzazione accelerata, di conflitti interni e di sgretolamento organizzativo, che culminò con la dissoluzione di tutte le organizzazioni sociali e di settore, a cui il Pce aveva dato vita, compreso quella dell’Università.
I primi anni di vita democratica del paese furono segnati da una profonda crisi economica, mentre l’imposizione delle politiche neo-liberali da parte dei primi governi socialisti dette luogo a un importante clima di agitazione, esacerbato dalla decisione del Psoe di convocare un referendum per legittimare l’entrata della Spagna nella Nato, nella primavera del 1986.
Tra la fine del 1986 e l’inizio del 1987 si registrarono importanti mobilitazioni studentesche, con la proclamazione di varie giornate di sciopero generale e la realizzazione di dure manifestazioni, con la partecipazione di diverse centinaia di migliaia di persone, nel corso delle quali ci furono molti feriti, anche per colpi di arma da fuoco. Benché le rivendicazioni fondamentali riguardassero direttamente l’Università – soppressione della selezione, opposizione alla crescita delle tasse, incremento dei posti disponibili nelle facoltà e nelle scuole tecniche, ecc. – il movimento si formò ed ebbe il suo centro nelle scuole superiori, senza riuscire ad avere ripercussioni importanti nell’ambito universitario.
Forse la lunga fase di atonia universitaria è l’indicatore più sensibile delle dimensioni e della profondità dell’affermazione del ‘pensiero unico’ e, di conseguenza, della diffusione della convinzione dell’inutilità di qualsiasi volontà di resistenza nella maggior parte delle organizzazioni sociali, sindacali e politiche della sinistra spagnola. Anche nell’Università il potere intervenne per mitigare il prezzo della rinuncia all’autonomia, favorendo la costituzione di associazioni universitarie, che ottenevano per le proprie attività contributi economici assai generosi.
Senza dubbio, questa fase offre lo scenario a un profondo processo di privatizzazione dell’Università, che prese avvio con la legge di riforma universitaria del 1983, approvata poco dopo l’inizio della prima legislatura, che registrava la maggioranza assoluta del Psoe. Questa legge aprì le porte alla presenza diretta delle imprese private nell’università pubblica, impartendo corsi di dottorato, master, finanziando fondazioni e corsi estivi, subordinando il varo stesso di progetti di ricerca al patrocinio delle imprese, e così via. La precarietà del lavoro, compagna inseparabile di qualsiasi processo di privatizzazione, si diffuse largamente nel corpo docente universitario: e il processo culminò con la creazione di diverse università private.
In questo contesto di pace sociale e con il Partito popolare ormai al governo, emerge la sollecitazione a dare un nuovo impulso al programma di privatizzazione. Ora, la formula che verrà impiegata non potrà essere più ‘innocente’. Nel dicembre del 1998, la Conferenza dei rettori – a maggioranza politica socialista – incarica Josep M. Bricall, professore di Economia politica ed ex rettore dell’università di Barcellona, oltre che ex presidente della Conferenza europea dei rettori, della elaborazione di un Rapporto, che fu denoninato Università 2000, che avrebbe dovuto contenere le linee di base di una futura riforma universitaria. Il processo di elaborazione – a cui parteciparono esperti di Scienza dell’educazione, i partiti politici, le grandi centrali sindacali, imprese private e anche studenti universitari, designati dagli organizzatori – culminò con la organizzazione di alcune giornate, finanziate da grandi compagnie, come Repsol, Telefónica, Bbva, e altre. Ovviamente si trattava di costruire un meccanismo di legittimazione e di organizzazione di sostegni di diversi settori sociali, destinato ad avallare decisioni strategiche, relative alla privatizzazione di un servizio pubblico sensibile e con elevate potenzialità conflittuali. Si tratta insomma della stessa funzione che avevano avuto Working for patients e il Rapporto Avril nella introduzione di misure privatizzatrici nei servizi sanitari inglese e spagnolo; o che avevano avuto i Rapporti Dearing e Attalí, in Gran Bretagna e Francia, per ciò che si riferisce all’Università.
Le raccomandazioni emerse in questa sessione, in cui le parole chiave sono risultate produttività, efficienza e competitività, sono:
– flessibilizzazione della contrattazione dei lavoratori universitari – docenti e non docenti – eliminando il rapporto di pubblico impiego; – adattamento dell’università alle necessità del mercato; – introduzione della gestione privata; – partecipazione dell’impresa privata al finanziamento e, soprattutto, alla gestione dell’università; – applicazione di prestiti d’onore per il pagamento delle tasse.
La diffusione delle conclusioni del Rapporto, agli inizi del 2000, causò una forte impressione tra gli studenti e scatenò un grande movimento di assemblee, che nello stesso tempo rifiutavano queste proposte e organizzavano la mobilitazione nelle principali università del paese. Come in qualche modo era previsto, il Partito popolare e il Psoe, così come le Comisiones obreras e la Ugt e, ovviamente, la totalità dei grandi media giudicarono positivamente questo progetto. Mentre gli organismi nazionali di Izquierda unida lo respinsero, malgrado alcune sue Federazioni, come quella di Madrid, indicessero manifestazioni pubbliche di sostegno.
La lotta universitaria si organizza, perciò, avendo nemici assai potenti e una campagna di discredito in atto. Ma, anche in questo contesto, pochi giorni prima delle elezioni generali, vennero convocate manifestazioni a Madrid, Barcellona, Santiago de Compostela, e tante altre città, che registrarono diverse decine di migliaia di partecipanti. Inoltre vennero realizzati manifesti di propaganda nelle università e, soprattutto, crebbe la partecipazione alle assemblee e si sviluppò il processo di organizzazione, che culminò con la costituzione di un’‘Assemblea generale di sciopero’ in Madrid e il consolidamento di contatti con le altre università del paese per coordinare le diverse iniziative.
In definitiva, il Rapporto Bricall, nel cui testo pubblico finale erano state introdotte importanti dosi di ambiguità e dal quale erano state eliminate le proposte concrete, fu chiaramente la pietra dello scandalo e il germe del nuovo processo organizzativo, che ha reso possibile l’estensione delle proteste e delle mobilitazioni attuali.
Il primo trimestre del 2001 fu caratterizzato da due processi con importanti ripercussioni nell’università: la lotta contro la legge sugli stranieri e, particolarmente, gli arresti di immigrati, che ne conseguirono, e la preparazione delle mobilitazioni contro la Conferenza della Banca mondiale a Barcellona. Non si trattò soltanto di momenti importanti di partecipazione diretta e di incontro di settori significativi del movimento studentesco, appartenenti a correnti ideologiche e culturali che fino a quel momento erano state estranee e non comunicanti: a questo si aggiunge il fatto che la stessa università era diventata lo scenario diretto di questi incontri.
L’occupazione a Madrid da parte degli studenti di Scienze dell’Informazione di un locale, che si sospettava fosse destinato a un impresa privata, per farne un’‘aula sociale autogestita’ – azione, che era stata concepita come occasione di presentazione della campagna contro la Banca mondiale – dette luogo alla prima irruzione della polizia in una facoltà universitaria dopo gli anni della dittatura; e fu all’origine di manifestazioni, scioperi e atti di protesta. Per altro verso, la realizzazione di assemblee con la partecipazione di immigrati si generalizzò e le stesse facoltà vennero più volte occupate in diverse regioni del paese. In alcuni casi, poi, queste vennero sgomberate con la forza dalla polizia, su richiesta delle stesse autorità accademiche.
In questo contesto, verso la fine dello scorso anno accademico, il Ministero dell’educazione presentò un Progetto di legge organica sull’università (Lou), che esplicitava in modo più aperto quegli orientamenti che il Rapporto Bricall non si era azzardato a rendere chiari.
La mercantilizzazione dell’università, con un’introduzione in essa in modo pieno, di criteri privatistici di gestione risultava la linea strategica della legge: veniva pertanto rafforzato il ruolo delle grandi imprese nell’ambito educativo, dando poteri adeguati a intervenire in modo decisivo nella elezione degli organi di gestione e, in generale, nel governo dell’università. Altri aspetti importanti, previsti nel Progetto di legge organica sull’università sono:
ù inasprimento delle condizioni di accesso per gli studenti, che dovranno superare due prove di selezione: una alla fine della scuola secondaria ed un’altra specifica per l’ingresso in ogni università, cosa che rende possibile, ovviamente, l’esistenza di università di prima e seconda categoria; ù aggiudicazione di maggiori o minori contributi pubblici ad ogni università, in funzione di criteri di ‘qualità’, valutati da un’Agenzia esterna; ù flessibilizzazione dei rapporti di lavoro del corpo insegnante; ù riduzione del peso degli studenti e del personale non docente negli organi di governo e nella elezione del rettore; ù il ruolo della ricerca dovrà essere quello di contribuire alla competitività delle imprese, secondo quanto è scritto, in termini testuali, nel progetto di legge.
L’annuncio della legge, a differenza di quanto era avvenuto con il Rapporto Bricall, è accolto con radicali e unanimi giudizi negativi da parte del Psoe, di Izquierda unida, delle Comisiones obreras e dell’Ugt; così come dalla maggiornaza dei rettori delle università pubbliche. Da parte sua, il movimento universitario conta ormai su un rodaggio relativamente importante, che gli permette di autoconvocare una riunione nazionale il 6 ottobre 2001, con una partecipazione di rappresentanti di tutte le comunità autonome, che supera le previsioni più ottimiste. In quella sede si concorda il processo di mobilitazione e si decide di collegare la lotta contro la legge organica per l’università alle mobilitazioni internazionali contro gli accordi, che l’Organizzazione mondiale per il commercio aveva previsto di adottare nella sua riunione di metà novembre in Qatar. La parola d’ordine ‘fermiamo la guerra’ viene inoltre in primo piano: e nelle manifestazioni per la pace e contro la Nato la presenza di giovani è il dato più rilevante.
La proposta di coordinare le mobilitazioni con le grandi centrali sindacali si dovette misurare con alcune divergenze, che finirono col tradursi in due diverse date di convocazione delle manifestazioni: il 7 novembre per i sindacati e il 14 novembre per gli studenti. Il risultato fu una partecipazione molto importante – e crescente – in tutti i campus universitari, con varie decine di migliaia di persone nelle strade di ognuna delle principali città del paese il 14 novembre, data in cui gli studenti avevano concentrato tutti i loro sforzi. Il risultato non fu casuale; ma era stato costruito giorno dopo giorno, adottando spontaneamente i metodi e i contenuti del movimento antiglobalizzazione: il suo carattere assembleare, pluralista e unitario, dal basso, l’analisi radicale della società capitalista, la necessità di globalizzare la lotta, e così via.
La sorpresa e lo sconcerto per il movimento arrivarono quando lo stesso 14 novembre, di sera, il Psoe e le grandi centrali sindacali convocarono, di propria iniziativa, una grande manifestazione nazionale per il 1° dicembre a Madrid, che ottenne successivamente il sostegno di Izquierda unida e di altre organizzazioni e associazioni universitarie. La preparazione della mobilitazione poté avvalersi di ogni tipo di sostegno mediatico e materiale, che rese possibile una grande pubblicità. Il Psoe e i sindacati offrirono in forma quasi gratuita il trasporto a Madrid da tutti i campus del paese.
Il movimento universitario si sentì ‘usato’ da quelli che avevano concepito strumentalmente la convocazione della manifestazione nazionale, finalizzandola al proprio conflitto politico con il Partido popular, mentre in passato avevano manifestato pubblicamente il loro consenso al Rapporto Bricall e la condivisione dei suoi obiettivi. E si divise tra quanti pensavano di disertare l’appuntamento, a tutela della propria autonomia, e chi era disposto a rinunciarvi, di fronte alla rilevanza assunta dalla convocazione. Si rischiò così una divisione tra ‘assemblearisti’ e ‘membri di organizzazione’, rischio che, tra tante difficoltà, si era riusciti a evitare fino a quel momento. Il movimento assembleare optò, infine, per svolgere il proprio corteo su un altro percorso e concluderlo in una piazza diversa.
Il seguito delle due manifestazione fu diseguale: secondo le stime più accreditate, 200.000 partecipanti per la prima e 20.000 per la seconda. E, come si può supporre facilmente, la copertura dei media a quest’ultima fu quasi inesistente. Il bilancio di quest’ultima decisione e, in generale, di tutto il processo, lo si sta dibattendo ora nelle facoltà e nelle scuole. Si tratta di analizzare gli errori e le insufficienze e di ricomporre un’unità, uscita un po’ malconcia da quest’ultimo passaggio.
Alcune prime valutazioni possono però già essere tracciate:
– il messaggio iniziale delle mobilitazioni, concepito nel contesto di un’analisi anticapitalistica, si è mantenuta anche in quest’occasione, come è esemplificato dallo slogan ‘Un’altra università è possibile, un altro mondo è possibile’; – la denuncia del Rapporto Bricall, insieme alla lotta contro la legge organica dell’università, è stata fatta propria dall’insieme del movimento, così che ha avuto un carattere maggioritario la denuncia delle contraddizioni e delle ipocrisie di chi all’ultimo momento è corso a prendere posto al fronte; – è risultata con chiarezza l’esigenza, pur mantenendo il carattere assembleare del movimento, di aumentarne la capacità di coordinamento e di organizzazione.
Le domande sul futuro restano aperte: sulla permanenza stessa del movimento universitario, sui suoi rapporti con altri movimenti come quello antiglobalizzazione o il movimento contro la guerra, così come il ruolo che potranno giocare in esso le organizzazioni politiche della sinistra. Ora occorre sviluppare l’iniziativa su queste parole d’ordine: ‘Fuori l’impresa dall’università’, ‘Un’altra università è possibile’. E su questi obiettivi la lotta prosegue.
Ángeles Maestro è responsabile del movimento antiglobalizzazione di Izquierda unida e Miguel Villena è studente universitario.


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