numero  24  gennaio 2002 Sommario

Sbilanciamoci

LA FINANZIARIA DEL NON PROFIT
Mario Pianta  

Come si traduce ‘un mondo diverso è possibile’ nel bilancio dello Stato? Ci sta provando la campagna Sbilanciamoci. Per un’Italia capace di futuro che dal 2000 impegna 30 associazioni a passare dalla protesta contro le misure peggiori della Legge finanziaria e della politica economica alla proposta di alternative praticabili che modifichino la struttura della spesa pubblica, mettendoci dentro più società, ambiente e pace.
Il secondo anno della campagna ha visto negli ultimi tre mesi l’impegno maggiore: la pubblicazione da parte di Manifestolibri del volume che documenta analisi e proposte, il Rapporto 2002, Sbilanciamoci. Come usare la spesa pubblica per la società, l’ambiente, la pace (280 pagine, lire 30 mila) e un sito (www.lunaria.org/sbilanciamoci) con tutti i materiali delle mobilitazioni; trenta iniziative tenute in tutta Italia per presentare la campagna, lanciata a ottobre al Senato alla presenza di decine di parlamentari e molti rappresentanti di associazioni; sei emendamenti presentati alle due Camere con le firme di una trentina di parlamentari (soprattutto di Rifondazione, Verdi e della sinistra Ds) che hanno sottoscritto le richieste di ‘Sbilanciamoci’: ad esempio, spostare 100 miliardi dall’acquisto di armamenti a iniziative di sminamento, abrogare la norma della Finanziaria che prevede la privatizzazione dei beni culturali, fermare gli incentivi al trasporto su strada, aumentare le risorse per rispettare gli impegni richiesti dal protocollo di Kyoto per ridurre le emissioni inquinanti. Tutte richieste naturalmente respinte dalle maggioranze blindate di Camera e Senato, ma che hanno avuto scarso ascolto anche nelle fila dell’Ulivo.
Aderiscono a ‘Sbilanciamoci’ trenta associazioni, tra cui Mani Tese, Lila, Ctm (commercio equo), Emergency, Associazione per la pace, con il coordinamento di Lunaria, che ha curato con Alessandro Messina e Martino Mazzonis la stesura del Rapporto 2002, raccogliendo i contributi di oltre trenta esperti. Per i prossimi mesi sono in programma altre venti iniziative, un seminario di approfondimento destinato agli economisti e poi un lavoro comune avviato con Attac per la raccolta di firme per la Tobin tax che inizierà nei mesi prossimi, una stretta collaborazione con le associazioni che curano l’edizione italiana del Social Watch, il rapporto sullo sviluppo sociale (pubblicato quest’anno dalla Emi) e infine un rapporto avviato, ma ancora da rafforzare, con il sindacato. Con questo fronte che si va ampliando, l’impegno per la fine della primavera è di presentare un’alternativa al Documento di programmazione economica e finanziaria (Dpef) del governo e produrre in autunno il terzo Rapporto della campagna.
Questo è il quadro di una campagna che ha scelto di star fuori dai riflettori che si accendono sulle proteste di strada, e che vuole dare continuità all’impegno di Genova, Perugia e Porto Alegre facendo un lavoro minuzioso di traduzione delle richieste dei nuovi movimenti globali in proposte concrete che possano cambiare spesa pubblica e politica economica, costruendo una non facile sintesi tra posizioni ed elaborazioni sviluppate sui temi più diversi. Quelli affrontati quest’anno da ‘Sbilanciamoci’ riguardano, sul piano interno, l’ambiente, i diritti e le politiche sociali, entrando nei dettagli delle misure per il reddito minimo, la povertà, la previdenza, la sanità, l’università, il terzo settore, la finanza etica, l’immigrazione. Sul piano internazionale si considera il ruolo della spesa militare, della cooperazione allo sviluppo, dell’accesso alla salute, del debito, del commercio estero e del credito alle esportazioni. Il tutto nel quadro di una lettura della politica economica degli ultimi anni, delle misure adottate nei primi mesi del governo Berlusconi e del contesto europeo e internazionale.
Su ciascuno di questi temi, le organizzazioni che da anni lavorano sul campo e che hanno maturato competenze e iniziative hanno riassunto il loro punto di vista in un’analisi asciutta e in poche proposte, in cui le richieste di nuove spese coincidono con riduzioni di eguale importo in altre voci del bilancio: insomma una ‘manovra della società civile’ che sposterebbe complessivamente 23 mila miliardi, ottenuti facendo a meno della legge Tremonti bis (13 mila miliardi), della nuova portaerei (4 mila miliardi), della cancellazione delle imposte di successione (1500 miliardi) e introducendo la Carbon tax e la Tobin tax (oltre 2000 miliardi di gettito atteso per ciascuna). Dove destinare queste risorse aggiuntive? Innanzitutto a generalizzare il reddito minimo d’inserimento (12 mila miliardi di nuove spese), poi a rispettare gli accordi di Kyoto (5 mila miliardi), a offrire asili nido pubblici (4 mila miliardi), ad aumentare i fondi della cooperazione allo sviluppo (1500 miliardi) e infine a misure per l’immigrazione, il servizio civile, e le cooperative sociali.
Se questa è la sintesi delle priorità, moltissime altre proposte, spesso a costo zero, spuntano tra le pagine del volume, mostrando la ricchezza delle elaborazioni esistenti, il nuovo protagonismo della società civile, ormai capace di elaborare ‘politiche alternative’, in modo autonomo dall’azione dei governi e dalla politica tradizionale.
In questo lavoro c’è una grande scommessa e un grande paradosso. La ‘scommessa’, che merita attenzione, è il tentativo di prendere sul serio la possibilità di cambiare le politiche nazionali, senza rassegnarsi al tramonto del potere degli Stati: dopotutto la spesa pubblica decisa dai governi rappresenta ancora quasi il 50% del prodotto interno lordo. È il tentativo di mettere alle prova i processi democratici di decisione sulle priorità sociali, sottraendoli al decisionismo dei governi, al potere delle lobby e dei gruppi di pressione, all’autoreferenzialità della politica parlamentare, al distacco dalla società che i partiti mostrano in misura crescente. È il tentativo di riavvicinare la politica alla società e alle richieste dei movimenti che l’attraversano.
‘Sbilanciamoci’ è una scommessa su tre fronti: quella di una forte ‘concretezza’ nelle modifiche alla spesa pubblica che vengono proposte, di una forte ‘politicità’ nella visione di un’Italia diversa che viene espressa, e di una forte ‘partecipazione’ delle associazioni e dei cittadini per far avanzare queste alternative nelle sedi di decisione politica, oltre che nella società civile e nell’opinione pubblica, restando allo stesso tempo fuori dai meccanismi della politica istituzionale: non a caso ha sfidato sia la politica economica dei governi di centro-sinistra, come è avvenuto nel 2000 con il primo Rapporto sia quella dell’attuale governo di destra.

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Il ‘paradosso’ è il contrasto-continuità tra la richiesta di ‘un altro mondo possibile’, colorata di una forte carica di utopia, e la concretezza del misurarsi con i freddi emendamenti al bilancio dello Stato. Proprio questo, tuttavia, è uno degli elementi di fondo dei nuovi movimenti globali: unire una forte radicalità della critica dell’ordine esistente e una capacità di proposta concreta, di soluzioni immediate per problemi specifici. Se guardiamo ai maggiori successi recenti dei movimenti globali – la questione del debito o dell’accesso ai farmaci anti-Aids – troviamo la combinazione di una messa in discussione dei pilastri del sistema – il principio che il debito vada pagato o che la proprietà (intellettuale) debba essere garantita – e di proposte concrete che portano ad accordi internazionali che fanno eccezioni (minori, naturalmente) a questi princìpi. Lo stesso sta avvenendo con la proposta di Tobin tax, che mette in discussione in modo radicale i mercati dei cambi e gli spazi di speculazione finanziaria, ma allo stesso tempo si presenta come una proposta del tutto ragionevole per aumentare la stabilità dell’economia internazionale ed evitare i disastri finanziari che hanno colpito solo ieri l’Argentina, e l’altroieri Asia orientale, Brasile, Russia e Turchia.
La sistematicità con cui avviene questa commistione – ad esempio alcune organizzazioni cattoliche tradizionalmente moderate che assumono posizioni di critica molto radicale, e gruppi radicali che si occupano di riforme specifiche – suggerisce che in un ampio spettro della società civile e dei nuovi movimenti globali si va superando la tradizionale divaricazione, ereditata dalla politica del movimento operaio e della sinistra, tra strategie che da un lato si concentrano su una critica generale al sistema, prospettandone un superamento, e dall’altro si dedicano a un riformismo di corto respiro. Si sta praticando, per tentativi, una nuova strada che prova a mescolare radicalità e concretezza, visioni generali e comportamenti individuali.
In quale misura prevarrà il contrasto, quasi la schizofrenia, tra la radicalità della prospettiva e la specificità delle proposte, oppure emergerà una coerenza tra visione generale e tattica concreta?
Il giudizio oggi non è più riservato alla coerenza ideologica o alle logiche di compatibilità definite dalla realpolitik dei soggetti istituzionali. Spetta invece alla capacità dei movimenti di produrre una politica nuova, e una risposta egemonica all’esigenza generale di trovare un’alternativa al modello della globalizzazione neoliberista. E spetta soprattutto all’opinione pubblica, quella che ha dato consenso e forza alle proposte dei movimenti sulla riduzione del debito del Sud del mondo, sull’accesso ai farmaci contro l’Aids e sulla Tobin tax, di fornire alimento a questa nuova politica e ai movimenti che la incarnano.
È questo il terreno su cui si stanno mettendo alla prova i movimenti globali in appuntamenti dedicati alla costruzione di elaborazioni autonome e di progetti alternativi come il Forum sociale mondiale di Porto Alegre del febbraio 2002 e l’Assemblea dell’Onu dei popoli sulla ‘globalizzazione dal basso’ tenuta a Perugia nell’autunno scorso. Ma è anche questo il terreno su cui si sta per giocare l’elezione presidenziale in Francia, dove sia Jospin che Chirac si sono impegnati a tradurre in un’agenda politica nazionale le questioni poste dalla critica alla globalizzazione neoliberista.
Alla politica (nazionale) resta infatti un passaggio essenziale: quello di riconoscere che società civile e opinione pubblica stanno producendo un nuovo consenso che ridisegna le priorità sia sul piano internazionale sia su quello della spesa pubblica di casa nostra, come fa ‘Sbilanciamoci’. Tocca cioè alla politica e al sistema democratico tradurre questo nuovo consenso in una decisione di cambiare rotta.


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