numero  23  dicembre 2001 Sommario

Il costo umano della flessibilità

IL SALARIO DELLA PAURA
Gabriele Polo  

Con lo stesso rigore con cui vent'anni fa, dalle pagine dei grandi giornali, ci rassicurava sulle potenzialità liberatorie dell'automazione, da qualche anno Luciano Gallino denuncia a tutti noi i limiti e le crepe sociali che il mercato e l'organizzazione del lavoro portano seco. Gallino ha percorso questo ventennio in senso inverso rispetto ai tanti intellettuali che dal furioso operaismo sono approdati alla mitezza delle elegie aziendali, fino all'elogio del turbocapitalismo globalizzato. Insomma, uno che ha cambiato idea, andando controcorrente.
L'ultima pubblicazione del sociologo torinese * radicalizza le critiche ai miti del lavoro flessibile contenute in Se tre milioni vi sembran pochi, con un libretto che si legge in una mezz'ora, ma che nonostante la leggerezza è ricco di riferimenti, documentazione e dati. Eppure non sono le statistiche il filo conduttore del libro, bensì il dovere di suggerire una soluzione non traumatica per «gestire l'era della flessibilità», un riformismo moderno. Il punto di partenza è che indietro non si torna, cioè che l'era di un lavoro stabile e sicuro è definitivamente finita, perché le imprese non hanno nessuna intenzione di ripristinare quei tempi, né potrebbero farlo, vista la situazione del mercato internazionale. C'è, qui, una sorta di rassegnazione in forma di realismo, per cui la flessibilità rischia di essere concepita come uno stato di natura, un accadimento inevitabile e non – com'è – un prodotto di scelte non solo economiche, ma anche politiche e sindacali. Se è vero che la storia non si fa con i se e con i ma, non va dimenticato quanta parte abbiano avuto gli uomini in carne e ossa nell'esito che ha ridotto il lavoro a una variabile totalmente dipendente dai voleri e dai bilanci delle imprese. Tuttavia Gallino non si proponeva di ricostruire le vicende che hanno portato all'oggi, quanto di illustrare i costi sociali della flessibilità, indicarne le aporie e proporre dei rimedi per «contrastarne gli eccessi».
Il costo sociale della flessibilità non ci racconta storie di vita, non porta esempi concreti, non vediamo scorrere la fatica e il disagio attraverso le vicende di persone reali. Il costo sociale della filosofia – sarebbe meglio dire ideologia – che governa le relazioni di lavoro nel mondo capitalistico ricco (quello povero è lasciato sullo sfondo, Gallino parla dell'Italia stando attento a ciò che avviene negli Usa e in Europa) è raccontato attraverso le tipologie del lavoro flessibile e i suoi numeri. La flessibilità quantitativa (quattro milioni di persone coinvolte, fra dieci anni se ne prevedono il doppio) dei contratti a termine, in affitto, delle collaborazioni coordinate e continuative e di tutto quell'ampio spettro di formule che si usa catalogare con l'inadeguato termine di `atipico'. E, poi, la flessibilità qualitativa (non censibile) dei salari e degli orari differenziati, delle delocalizzazioni e degli appalti, dei turni che cambiano continuamente. Un sistema che afferma di essere `progressivo', che dice di combattere la disoccupazione mentre l'aumenta, rendendo precarie le vite delle persone interessate. Una precarietà che si estende dal lavoro `basso' a quello `alto', dai dequalificati ai professionisti, che mette tutti in gioco, perché nessuno può sentirsi sicuro del proprio domani, essendo impossibile immaginarlo, tanto meno programmarlo. Un'organizzazione del lavoro che non elimina i disagi del passato, perché anche nella net-economy permangono i modelli del lavoro tradizionale e una giornata in un call center può essere persino più pesante di una alla catena di montaggio. E, del resto, come non ricordare che il numero dei lavoratori generici sono in aumento: nel '94 gli avviamenti al lavoro delle professionalità più `basse' sono stati 1.648.000, nel '99 erano saliti a 2.035.000.
Tutti a disposizione del mercato, insomma, le imprese come i lavoratori, solo che per le prime crescono i profitti, mentre per i secondi i disagi.
Una nuova forma di oppressione capitalistica, molto più impersonale e assoluta rispetto al passato; il padrone, almeno, lo guardavi in faccia. Di fronte a essa Gallino suggerisce – cogliendo qua e là nella letteratura ormai consistente che accompagna lo studio di questa modernità – una serie di ipotesi che rimettono in gioco il ruolo e l'azione di istituzioni, associazioni, sindacati e delle stesse imprese. Dalle `gilde' che rigenerino le garanzie sociali perdute alle certificazioni professionali che accompagnino il lavoratore flessibile nel suo nomadismo da un posto all'altro; dalla ricollocazione degli `anziani' (termine che ormai si usa per gli over 40) alla limitazione degli appalti, alla sempre invocata formazione continua. Piccoli suggerimenti che Gallino non pretende di indicare come soluzioni. Così, alla fine, ritorna il problema di fondo, quello del potere di decidere sulla propria vita, quando il sociologo torinese ricorda quanto sarebbe meglio se ognuno potesse scegliere il tipo di flessibilità che più gli si confà. Un'indicazione di libertà che mal si coniuga con la pratica delle imprese, l'ideologia dominante, i rimossi della sinistra. Perché davvero non si capisce chi debba adoperarsi per quella soluzione, se non i soggetti stessi, facendo così tornare in campo il problema dell'autonomia del lavoro dal capitale (ma anche dalle istituzioni politiche) e la necessità di «ritrovarsi tra simili» per agire insieme. E, allora, non è vero che siamo al ground zero della critica alla flessibilità, perché pratiche sono già in campo e non tutti i disegni delle imprese riescono a passare immutati sulla pelle delle persone; basterebbe ricordare il recente conflitto sugli orari alla Zanussi, quando di fronte alla richiesta da parte dell'impresa di un'organizzazione del lavoro a chiamata (job on call, cioè: lavori quando serve all'azienda, rimanendo a sua disposizione per tutto il resto del tuo tempo), gli operai di quelle fabbriche seppero dire no e bocciare con un referendum un accordo separato firmato da alcune organizzazioni sindacali. Un modo concreto di contestare la flessibilità, la riduzione dei corpi e delle menti a oggetti pienamente disponibili per il mercato.
Varrebbe allora la pena di coniugare la lotta al disagio della flessibilità di cui parla Gallino con la critica al modello sociale dominante, immaginando che per «creare un altro mondo» bisogna già battersi in questo. Farlo è una scelta, esattamente come accompagnare e assecondare le resistibili leggi del mercato.


note:
1  L. Gallino, Il costo umano della flessibilità, Laterza 2001, pp. 88, L. 9.000.


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