numero  22  novembre 2001 Sommario

Conferenza sul razzismo

LETTERA DA DURBAN
Samir Amin  

Cari compagni, giornali e televisioni sono riusciti a convincere l’opinione pubblica occidentale, anche la sinistra, del fatto che: a) la conferenza dell’Onu di Durban sul razzismo è fallita; b) responsabili del fallimento sono stati quegli estremisti che pretendevano di imporre l’equiparazione tra ebrei e sionisti, e tra sionismo e razzismo. Essendo stato personalmente non solo presente, ma partecipe di quell’evento, vorrei testimoniare che entrambe le affermazioni sono del tutto false.
L’importanza del Congresso mondiale contro il razzismo del settembre scorso, deriva dalle stesse prospettive che ha aperto. A Durban ha soffiato il vento di rinnovamento della solidarietà tra i popoli afroasiatici. Ed è proprio la ricostruzione di questa solidarietà che costituisce una delle condizioni essenziali – se non la principale – della realizzazione di un sistema mondiale più giusto di quello che il G7 e il suo padrone nordamericano vogliono imporre con tutti i mezzi, compresi quelli più violenti, ai popoli della Terra.
Nel corso degli anni novanta le Nazioni Unite avevano dato il via a una serie di conferenze mondiali su alcuni dei più grandi problemi del nostro tempo (la povertà, la demografia, i bambini, le donne, l’ambiente) e inaugurato una nuova procedura, che permetteva lo svolgimento contemporaneo di una conferenza ufficiale (dei governi) e di una conferenza dei rappresentanti della società ‘civile’. Finora l’establishment – quello imposto dagli Stati Uniti, accompagnati dalla Banca mondiale (nelle vesti di ministero della Propaganda del G7) e dalla burocrazia delle Nazioni Unite – era riuscito più o meno a controllare l’espressione di questa ‘società civile’ attraverso il finanziamento e la manipolazione di una maggioranza di ong abbastanza ingenue – ed è il meno che si possa dire – da sottoscrivere le proposte del sistema dominante. Proposte che di fatto annullavano la portata delle proteste e delle rivendicazioni dei popoli che quelle stesse ong avrebbero dovuto ‘rappresentare’.
La conferenza di Durban – l’ultima del ciclo – era stata organizzata nella stessa maniera. La protesta contro il ‘razzismo’ e contro tutte le altre forme di ‘discriminazione’ era stata concepita in modo tale da diventare del tutto insignificante: tutti i partecipanti, governi e ong, erano invitati a fare pubblico atto di pentimento, rammaricandosi per la persistenza dei ‘retaggi’ discriminatori di cui sono vittime ‘i popoli indigeni’, le ‘razze non caucasiche’ (per utilizzare il linguaggio ufficiale degli Stati Uniti), le donne, le ‘minoranze sessuali’. Erano state preparate alcune raccomandazioni senza importanza, concepite secondo lo spirito giuridico nordamericano fondato sul principio che basta adottare dei provvedimenti legislativi per risolvere i problemi. Le cause essenziali delle discriminazioni più gravi, conseguenze dirette delle disuguaglianze sociali e internazionali generate dalla logica del capitalismo liberale globalizzato, erano state tolte dal progetto iniziale.
Ebbene, questa strategia di Washington e dei suoi partner è stata messa in crisi dalla partecipazione massiccia delle organizzazioni africane e asiatiche, decise ad affrontare i veri problemi. Il razzismo e le discriminazioni non sono infatti la semplice somma dei comportamenti criticabili di persone mosse da pregiudizi ‘superati’, che purtroppo sono ancora numerosi e presenti in tutte le società del mondo. Il razzismo e la discriminazione sono generati, prodotti e riprodotti dalla logica e dall’espansione del capitalismo esistente, soprattutto nella sua cosiddetta forma liberale. Le forme della ‘globalizzazione’ imposte dal capitale dominante e dai suoi servi (in primo luogo i governi della Triade: Stati Uniti, Europa e Giappone) possono solo produrre ‘apartheid su scala mondiale’. Questa è stata la linea strategica adottata dalle organizzazioni africane e asiatiche presenti a Durban.
Avendo fiutato il pericolo attraverso gli animati dibattiti del comitato preparatorio, i governi del G7 hanno quindi deciso di boicottare la conferenza e decretato in anticipo il suo «fallimento».
Ma gli africani e gli asiatici hanno tenuto duro. Coerentemente con la strategia che avevano adottato, hanno imposto la discussione di due argomenti che le diplomazie occidentali volevano in ogni modo evitare.
Il primo riguardava la cosiddetta questione dei «risarcimenti» dovuti per i danni prodotti dalla tratta degli schiavi. Ho utilizzato le virgolette perché su questo tema le varie posizioni sono state presentate in modo tale da mettere il luce il divario che esiste tra gli uni e gli altri. Un vero e proprio boicottaggio è stato fatto dai diplomatici americani ed europei, che hanno cercato con arroganza e con disprezzo di ridurre la questione al semplice «ammontare» delle riparazioni richieste da questi «mendicanti di professione». Ma gli africani non la vedevano in questo modo. Non si trattava di «denaro», ma del riconoscimento del fatto che il colonialismo, l’imperialismo e la schiavitù che è stata loro associata sono largamente responsabili del «sottosviluppo» del continente e del razzismo. Sono queste affermazioni che hanno attirato le ire dei rappresentanti delle potenze occidentali.
Il secondo argomento riguardava le attività di Israele. Su questo punto africani e asiatici sono stati precisi: la continuazione della colonizzazione israeliana nei territori occupati, l’allontanamento dei palestinesi in favore dei coloni (in realtà un’evidente manovra di «pulizia etnica»), il piano di «bantustanizzazione» della Palestina (in questo caso la strategia di Israele si è direttamente ispirata ai vecchi metodi dell’apartheid sudafricano) rappresentano solo l’ultimo atto della lunga storia dell’imperialismo «razzista».
Il segnale di sabotaggio è stato dato dall’America e dal suo fedele alleato israeliano con il ritiro dalla conferenza. Gli europei, rappresentati da una delegazione di basso livello, sono rimasti e hanno cercato con tutti i mezzi (numerosi responsabili hanno riferito di essere stati contattati per sapere «quanto volevano») di attirare dalla loro parte i rappresentanti dei paesi considerati più vulnerabili.
Questi metodi hanno dato qualche risultato a livello della conferenza ufficiale e le risoluzioni adottate dalla maggioranza hanno attenuato le proposte fatte dagli africani e dagli asiatici. Tuttavia – e in questo la conferenza di Durban rappresenta un successo – i governi asiatici e africani non sono rimasti insensibili di fronte all’idea di adottare una politica meno passiva di fronte ai loro popoli, estremamente irritati dall’arroganza delle diplomazie occidentali.
Il vento di Bandung ha ricominciato a soffiare. La conferenza di Bandung (1955), evento fondatore della solidarietà afroasiatica e del Movimento dei non allineati (oggi non allineati sulla globalizzazione liberale), aveva inaugurato un primo ciclo di liberazioni nazionali che hanno avviato la trasformazione del mondo. Nonostante i limiti dei sistemi usciti da quella prima fase di liberazione dei popoli vittime dell’imperialismo e le illusioni che li hanno potuti ispirare (illusioni che rientrano nel normale corso della storia), è il suo esaurimento che ha permesso la controffensiva del capitale dominante e la diffusione della nuova globalizzazione imperialista. Ma oggi le condizioni per una seconda ondata di nuove liberazioni, più radicali, stanno maturando sotto i nostri occhi. Durban ne è stata la prova. Domani al Wto e altrove ne vedremo probabilmente le manifestazioni concrete.
Durban ha rappresentato una vittoria dei popoli ed è per questo motivo che l’intero apparato di propaganda del G7 si è mobilitato per denigrare la portata del vertice. È triste vedere che i media occidentali non lo hanno capito; ma lo è ancora di più osservare che quegli stessi media si sono limitati a riprodurre quello che gli Stati Uniti e Israele vogliono farci credere. Si tratta nel migliore dei casi di articoli di persone che non sono state a Durban, o di pure e semplici menzogne: nessuno dei testi di Durban fa cenno all’ ‘antisemitismo’! È arrivato il momento di rifiutare di cedere a questo ricatto permanente, che impedisce qualunque critica della politica di Israele.
Insieme a Seattle, Nizza, Göteborg, Genova e Porto Alegre, Durban costituisce un anello importante nella catena di avvenimenti positivi della nostra epoca. È tempo che tutti coloro che giustamente condannano la strategia neoliberale globalizzata del capitale dominante capiscano che la loro lotta è comune, che l’impegno dei popoli del Sud contro l’imperialismo e l’egemonia degli Stati Uniti non è meno importante di quello delle vittime che, negli stessi paesi capitalisti sviluppati, insorgono contro l’ingiustizia.
Samir Amin (Traduzione di Andrea De Ritis)

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