Sul libro di Bruno Bongiovanni
LA GUERRA FREDDA OLTRE IL MITO
Gianpasquale Santomassimo
Per gli storici del futuro sarà molto difficile comprendere e riassumere il senso della guerra fredda, il ‘non-evento’ che ha dominato la seconda metà del Novecento e che ha condizionato la politica internazionale e l’assetto interno delle nazioni. Un ‘non-evento’ in quanto la natura bellicosa, persino ostentata nella sua formula definitoria, non è mai deflagrata in conflitto aperto e totale; un fenomeno comunque di pesante corposità, ma che per il suo carattere di ordine di fatto e non di diritto, mai sancito da alcun trattato internazionale, sfugge alle caratterizzazioni tradizionali della storia diplomatica.
Il libro di sintesi recente di Bruno Bongiovanni1, non a caso inizia comparando quest’ordine agli altri durevoli o transitori che lo avevano preceduto, da quello della Santa Alleanza al più fragile sistema di Versailles, trovando più affinità con il primo, anche per il carattere di contenimento e repressione delle tensioni interne che lo caratterizzava. È una delle molte utili provocazioni che l’autore introduce, scegliendo nelle pieghe dell’ampia storiografia sull’argomento le tesi che in genere si oppongono a un senso comune a lungo consolidato. Senso comune che in molti paesi occidentali, e più che in altri in Francia e in Italia, ha visto una rifioritura della mistica della guerra fredda prodotta negli anni, ormai lontani, di contrapposizione più intensa. Mai dagli anni cinquanta il clima della guerra fredda è stato più unilateralmente riproposto come dopo la conclusione di quella vicenda. Dal senso comune si è passati al mito, a un mito quasi del tutto privo di fondamento (o dal fondamento molto lontano nel tempo) e la cui riedificazione postuma si muove in parallelo ai risultati e alla consapevolezza delle ricerche storiche, senza mai incrociarne il cammino. ‘Superare la guerra fredda’, come da molte parti si invoca, dovrebbe significare uscire dalla sua logica interna, non riprodurre la propaganda favolistica della sua militanza più estrema.
Parte costitutiva del mito è immaginare la guerra fredda come un blocco unico dall’inizio alla fine, contrapposizione di sistemi compatti votati alla reciproca distruzione. Da questo punto di vista, periodizzare e distinguere è assolutamente necessario, serve a scomporre il blocco e anche a comprendere la logica e la dinamica dell’evento stesso.
Il periodo ‘classico’ della guerra fredda, in cui si formulano le idee-chiave che sopravvivono ancor oggi in forma mitica e in cui esiste il rischio di uno scontro frontale (una possibile terza guerra mondiale, con esiti distruttivi per tutta l’umanità), si esaurisce in effetti nel periodo 1946-1953. Parte dal duro confronto sull’assetto europeo, conosce l’imprevisto ampliarsi in Asia di una vastissima ‘area comunista’ prodotta dalla rivoluzione cinese, e in Asia si conclude con la guerra di Corea. Per alcuni storici la ‘vera’ guerra fredda si concluderebbe qui, anche se si tratta di una impostazione riduttiva; per altri, in forma ancora più estrema, già con l’accesso sovietico all’arma atomica e con l’effetto di deterrenza reciproca che questo comporta si istituisce un equilibrio durevole che allontana realisticamente la possibilità della guerra totale.
È comunque con la ripresa di un dialogo dopo la guerra di Corea che dalla fase ‘calda’ si passa all’ordine ‘di fatto’ che dura fino al 1989. Decolla il ‘bipolarismo’ che, suggerisce Bongiovanni, si configura in realtà come ‘unipolarismo’ (di qui il richiamo all’equilibrio di Vienna della Santa Alleanza) fondandosi sul confronto di potenze «rivali e complementari», sul piano geopolitico e su quello militare, che concordano nel mantenimento dell’ordine. È in ogni caso la forma ‘realistica’ di pace che ha posto fine alla ‘guerra dei Trent’anni’ del XX secolo.
La fase che segue alla guerra di Corea è il periodo «movimentistico» della guerra fredda che si esaurisce nel 1975; alla sua origine le spinte non vengono dall’Unione Sovietica, ma dal processo, immenso e rapido, della decolonizzazione. Emerge il Terzo Mondo: all’origine, con la conferenza di Bandung, espressione diplomatica relativa alla collocazione internazionale dei nuovi paesi sulla scena asiatica e africana e non ancora espressione che designa il loro livello di sviluppo. La partita si gioca tutta sul controllo del processo di decolonizzazione e sul suo intreccio con le spinte antimperialiste e anticapitalistiche.
Di fatto, mutano anche i connotati dell’avversario dell’Occidente: dal ‘comunismo’ modellato sull’esempio sovietico a quello che l’autore definisce ‘comunismo-terzomondismo’. Il comunismo diviene in gran parte del mondo una scorciatoia per una modernizzazione dall’alto, in chiave ‘nazionale’, di società arcaiche o post-coloniali condotta da élites profondamente ‘occidentali’ – per quanto paradossale possa apparire – nelle motivazioni culturali e nei quadri di riferimento. Di qui anche una fragilità nel tempo, possiamo aggiungere, dei risultati stessi di questa modernizzazione dall’alto, come possiamo cogliere dal riesplodere di conflitti culturali, religiosi, etnici, o addirittura tribali, in società dove il modello comunista aveva rappresentato un contenimento e un tentativo di disciplinamento e di ammortizzazione di queste tensioni. È anche il caso di molte repubbliche ex-sovietiche; e dello stesso Afghanistan, dove alcuni frutti avvelenati della guerra fredda a noi più prossimi sono immediatamente percepibili nella crisi di queste settimane. Qui la logica amico-nemico ha prodotto mostri sfuggiti al controllo dei loro creatori e che si sono rivoltati contro l’Occidente. Eppure non doveva essere difficile neppure vent’anni fa rendersi conto che i taliban non combattevano i sovietici perché ‘toglievano’ delle libertà, ma perché ‘introducevano’ nuove libertà ritenute empie (libertà per le donne di girare vestite come meglio credevano, e di accedere a tutte le professioni: più in generale, una forma di modernizzazione e di ‘laicità’ che era probabilmente il massimo proponibile in quella società e in quel tempo).
È superfluo aggiungere che di fronte a questo meccanismo la categoria, già precaria e insoddisfacente, del ‘totalitarismo’, coniata sull’esempio sovietico, cessa di avere qualsiasi valore ed utilità.
Il nuovo equilibrio si struttura attorno alla categoria del containment, con la tentazione, mai seriamente praticata o naufragata ingloriosamente in episodi come la fallita invasione di Cuba, di dare vita alla pratica del roll-back: le due strategie coesistono nell’amministrazione americana, ma è l’esigenza del contenimento a prevalere da una parte e dall’altra. L’Europa da cui era partita la crisi nel 1946 è sempre più lontana dal centro del conflitto, e i suoi improvvisi sussulti si spengono nella difesa dello status quo. Ungheria e Cecoslovacchia, al di là delle durevoli tragedie a cui danno vita, confermano questo assunto, e il muro di Berlino diviene una sorta di monumento al containment.
In questo quadro, e nell’accettazione del medesimo, matura «il sospetto che l’anticomunismo fosse una macchina da guerra allestita per proteggere a tutti i costi i ceti conservatori legati agli interessi americani e non per liberare… le vittime dei regimi di tipo sovietico» (p. 137). Che è più di un sospetto, e che induce a molte riflessioni sulle implicazioni della guerra fredda su cui torneremo in breve più avanti.
Quell’ordine di fatto veniva accettato come normalità, percepita fino alla vigilia del crollo come immutabile. Sulle particolarità di questa lunga convivenza nell’ordine mondiale bisognerebbe prima o poi chiamare a riflettere le opinioni pubbliche occidentali, soprattutto quelle più sensibili alla mitologia postuma della guerra fredda. Per noi italiani l’Unione sovietica era un ‘paese nemico’? È una espressione dimenticata per lunghi decenni e improvvisamente riemersa nella pubblicistica e nel dibattito politico, corrente ormai anche nei seminari di storia dell’Istituto Gramsci. Eppure non abbiamo mai dichiarato guerra a quel paese, vi impiantavamo gigantesche fabbriche di automobili, e acquistavamo da quel paese energia a basso prezzo. Qualcuno ricorderà questi aspetti realistici e antimitici della guerra fredda, che ne hanno attraversato in realtà la maggior parte del suo cammino?
Le ultime fasi della guerra fredda vedono un momento di ingannevole euforia da parte sovietica dopo la sconfitta americana in Vietnam, l’ampliarsi del raggio d’azione in zone fino allora non coinvolte, come l’Africa, e l’impegno diretto in Afghanistan (per conservarne l’appartenenza alla zona di influenza, anziché per ‘conquistarlo’, come si dice e si scrive correntemente): di qui una ‘riglaciazione’ nei primi anni ottanta dell’era Reagan. A cui segue l’ultima fase, con il precipitare improvviso del collasso del sistema sovietico. Bongiovanni, che aveva già dedicato a La caduta dei comunismi nel 1995 uno dei primi e più stimolanti lavori usciti in Italia, riconduce a cause endogene più prossime o più lontane il fenomeno, il che probabilmente è giusto, anche se forse trascura l’impatto distruttivo del gioco al rialzo nella corsa degli armamenti imposto dagli Usa con il progetto delle ‘guerre stellari’ ad una economia come quella sovietica che già stornava quote di bilancio insostenibili a favore delle spese militari. Ciò che per l’economia statunitense era stato volano di sviluppo si traduceva in una perdita secca per l’economia sovietica, già stagnante ed arretrata dopo il declino delle illusioni dei primi anni sessanta.
Proprio la considerazione dei ‘costi’ della guerra fredda – e non solo di quelli economici – induce a porre una serie di domande a partire dal tentativo di sintesi e, ripeto, anche di provocazione rispetto alle idee correnti che il libro rappresenta.
La prima sensazione è che nel mentre giustamente si razionalizza il fenomeno, si perda però il senso della drammaticità delle sue implicazioni. Inutile negare che mito e mistica della guerra fredda hanno agito potentemente, sono stati elementi reali di condizionamento delle società dove hanno agito, sono parte integrante della storia stessa di quell’equilibrio.
Inoltre: si instaura fin da subito un vincolo esterno assolutamente inedito nella storia dei rapporti tra gli Stati. Molto più che nella Santa Alleanza, se si vuole usare questo termine di paragone; avviene da una parte e dall’altra, in forma brutale ed esplicita nell’Europa dell’Est, ma la ‘sovranità limitata’ esiste anche in Occidente, viene quasi sollecitata dalle classi dirigenti che contraggono questo patto e cedono elementi di sovranità.
Questo riconduce al nodo delle origini della guerra fredda. Stranamente, la polemica sulle origini e sulle responsabilità, che suscitò un grande dibattito interno alla cultura storica statunitense, non viene ripresa, e l’avvio del processo viene delineato come sbocco inevitabile dell’imprevisto ampliamento dei confini di influenza e di controllo dell’impero sovietico a seguito della vittoria nella seconda guerra mondiale. Ma, per riformulare una domanda classica che è consapevolmente ‘antistorica’, ma di fatto viene riproposta tradizionalmente e a distanza per tutti i grandi avvenimenti della storia, la guerra fredda era inevitabile? Chi ne ha tratto giovamento? Quale prezzo è stato pagato? Senza concedere nulla al mito, rilanciato in età gaullista, della spartizione del mondo a Yalta (mito nel mito: a Yalta non accadde nulla al riguardo) va anche detto che le due superpotenze attraverso l’accettazione e l’intensificazione del meccanismo della guerra fredda si assicurarono una coesione dei rispettivi blocchi e una sudditanza duratura dei paesi satelliti altrimenti impensabili. Certo, il corrispettivo di un lungo ordine mondiale fondato sulla stabilità sembra giustificare a posteriori ogni prezzo, ma quanto di cattivo storicismo permane in questa nostra percezione?
Nel nostro approccio retrospettivo alla guerra fredda da sinistra ci siamo avvalsi spesso di una tesi formulata da Hobsbawm, relativa al ruolo dell’Unione Sovietica nella storia del Novecento. Nel Secolo breve, Hobsbawm aveva motivato il suo giudizio positivo su quella esperienza in termini abbastanza originali rispetto a quelli che erano stati correnti nella cultura comunista: merito maggiore del comunismo e dell’Urss era stato quello di avere costretto il capitalismo ad ‘incivilirsi’, accettando alla lunga la sfida sul terreno dell’uguaglianza sociale, attenuando le disparità ed accettando la prospettiva del Welfare State. Si è molto discusso su questa tesi, che contiene a mio avviso molti elementi di verità (anche se è soprattutto fuori d’Europa che andrebbe verificato il ruolo storico dell’Unione Sovietica, per il particolare sviluppo del movimento comunista a cui si è accennato). Ma è anche giusto obiettare, come molti hanno fatto, che c’è un certo margine di cinismo in questo tipo di valutazione, e che questo tipo di progresso per emulazione dell’Occidente riposerebbe sul sacrificio dell’Europa dell’Est, tenuta fuori dal campo del benessere e delle libertà politiche. Ma, e qui si investe il cuore del mito: in cosa la guerra fredda ha aiutato quei popoli? Ha migliorato o peggiorato le loro condizioni, ha allentato o inasprito la repressione e la stagnazione in quelle società? Se si parla di ‘costi’ della guerra fredda, va detto che essi investono soprattutto la possibilità di sviluppo interno delle società sottoposte a quella prova.
Di qui si passa automaticamente a un altro grande, e apparentemente contraddittorio elemento che sembra pervadere lo ‘spirito del tempo’: la nostalgia di un ordine. Traspare soprattutto in Occidente e in parte dell’ex-impero sovietico (al di fuori, questa nostalgia sarebbe impensabile). Va segnalata la tendenza diffusa al rimpianto, non nel libro in questione, ma in una vasta opinione. Alla overdose di ideologizzazione postuma si accompagna, senza apparente incoerenza, lo smarrimento per la perdita di un ordine mondiale. Più il tempo passa e il 1989 (o il 1991, se si preferisce) diviene non già la ‘fine della storia’ come era stato immediatamente interpretato in maniera trionfalistica e dilettantesca, ma l’inizio di una storia, confusa, drammatica, insicura e aperta che siamo destinati a vivere.
Ultima domanda, inevitabile, e sempre riproposta in ogni dibattito. Quale era in quella guerra la ‘parte giusta’? Qui è facile rispondere, contro le idee correnti, ormai convergenti, a destra come a sinistra: di fronte alla guerra fredda l’unica parte giusta era cercare di superarla.
note:
1 Bruno Bongiovanni, Storia della guerra fredda, Laterza 2001, L. 18.000.