L’occupazione delle Reggiane
I GIORNI DELL’R60
David Bidussa
Igiorni dell’R60 è un film realizzato dall’Archivio audiovisivo del movimento operaio e democrati-co (regia di Guido Albonetti, Giovanna Boursier e Mauro Morbidelli, con il coordinamento di Ansano Giannarelli, b/n e colore - 56’) in collaborazione con la Camera del Lavoro di Reggio Emilia e riguarda la storia dell’occupazione della più grande fabbrica dell’Emilia Romagna – le Officine meccaniche Reggiane – tra il 1950 e l’ottobre 1951.
Se si limitasse ad essere la storia di una lotta e la cronaca di una sconfitta sindacale il video alla fine non direbbe molto e potrebbe sembrare l’ennesima memoria intorno a una vicenda operaia. E tuttavia il centro del video e delle molte voci dei protagonisti che si accavallano nel corso del testo filmico non è questo.
I giorni dell’R60, è utilizzabile da molti punti di vista e si presta ad esser valutato prevalentemente come uno strumento attraverso il quale ripensare molti livelli della narrazione storica: la storia dell’agitazione di fabbrica; un episodio rappresentativo di un momento della storia sociale dell’Italia negli anni della ricostruzione; il contenitore di un consistente archivio d’immagini dell’Italia dei primi anni ’50; la fotografia del conflitto industriale all’interno di un processo di trasformazione dell’impresa; il rapporto tra manodopera e popolazione in un territorio.
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Qual è la storia delle Reggiane che è narrata in questo video? Stando ad un livello che si limita ai fatti e agli eventi, il tema è l’occupazione della fabbrica e la sconfitta di una mobilitazione, almeno se si valuta l’obiettivo dichiarato. Ma questo è il contesto del film, o per esser più precisi è l’evento che rende comprensibile la storia raccontata nel film. Ma non è il contenuto del film. Questo si esprime in un dato strutturale che prescinde dalla storia evenemenziale, che alla fine per certi aspetti non solo rimane sullo sfondo, ma sembra ‘un accidente’, per dirla con Braudel1.
L’occupazione delle Officine meccaniche Reggiane è attuata per impedire il progetto di ristrutturazione dell’azienda che prevede una drastica riduzione degli addetti. L’esito dell’agitazione alla fine è l’affermazione del disegno imprenditoriale della direzione aziendale: infatti solo 700 addetti sui 5.000 che costituiscono la manodopera della fabbrica saranno ripresi nell’organico delle Nuove Reggiane. Per gli altri si apre la strada dell’emigrazione, dell’emarginazione, comunque dell’abbandono di Reggio Emilia. Se dunque noi rimaniamo alla storia degli eventi, il film ricostruisce le tappe di una sconfitta. E di una sconfitta esplicitamente parlano i protagonisti operai in questo documentario, rievocando a mezzo secolo di distanza le vicende di quella lunga lotta d’azienda.
Ma il tema non è la sconfitta, né la storia della propria amarezza o della dispersione. Il tema essenziale da cui partire in questo film, e che costituisce l’asse portante della narrazione, è quello che si potrebbe qualificare come un tratto caratterizzante di lunga durata, identificativo per Reggio Emilia quanto per la regione Emilia Romagna: la propensione a strutturarsi in comunità politica. Un aspetto, questo, che nel caso delle Reggiane è essenziale e su cui il film insiste opportunamente. Un aspetto che riguarda il cosmo umano che intorno al nucleo di fabbrica si costruisce come insediamento territoriale.
Chi è tornato ad occuparsi della vicenda delle Reggiane nell’ambito delle giornate di studio promosse dalla Camera del Lavoro di Reggio in occasione del suo centenario ha insistito giustamente su quest’aspetto che ha origini non immediatamente a ridosso della vicenda dell’occupazione, ma si muove in un tempo medio-lungo2.
All’origine di questa lunga congiuntura, collocabile tra gli anni trenta e gli anni cinquanta, ci sono vari eventi: la trasformazione della produzione e il suo adeguamento alla politica italiana del riarmo; un’accelerazione dell’organizzazione del lavoro e l’assunzione di manodopera non qualificata. La conseguenza è l’incremento di flussi migratori e un processo d’urbanizzazione che avviene ai margini della città, intorno ai caseggiati costruiti dall’azienda a Santa Croce esterna, che costituiscono un mondo topograficamente e socialmente separato. È il quartiere che occorre perciò considerare in riferimento alle Reggiane.
La fabbrica e la città: la prima è il fattore che aggrega, a ridosso del quale si scopre un’identità sociale e politica. Ma la fabbrica è il prolungamento dell’esistenza urbana e sta ad indicare la modernizzazione, la frontiera di una società che avanza. Nel quartiere la vita quotidiana e le relazioni sociali si qualificano attraverso il senso d’appartenenza e lo spirito di solidarietà. Nel caso di Santa Croce, la comunità è costituita di soggetti caratterizzati da differenti codici culturali, strategie familiari e sistemi di relazioni, sui quali interviene direttamente la prima tipologia della sovrastruttura cittadina: la fabbrica. Il quartiere è suddiviso in nuclei abitativi e caseggiati, dove i gruppi confermano vincoli relazionali desunti dalla comunità di appartenenza, e nella cui sociabilità è insito il conflitto e la critica alla città, ma non alla fabbrica. Come osserva Brugnoli:
In questo sta una specificità. Nel processo di formazione della nuova comunità industriale, il policentrismo di Santa Croce non si sottrae alla dialettica con l’urbe e – nonostante l’antagonismo che lo antepone alla città perché comunità in formazione – accondiscende a adattarsi, ad assorbire la percezione urbana dell’esistenza. (…)
La fabbrica realizza un singolare processo d’integrazione. Metabolizza ciò che solitamente è percepito al di là dello spazio sociale appartenente alla città industriale. Inoltre, s’intreccia con l’antagonismo di gruppo, e una volta assunta nel percorso esperienziale della comunità diventa veicolo d’uguaglianza e omogeneità, polo d’aggregazione economico-sociale e simbolo del quartiere3.
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La vicenda delle Reggiane rinvia a un tema che giustamente è stato messo in evidenza: quello dello studio del proletariato urbano-industriale e dei quartieri operai, richiamando la storia dello sviluppo urbano, dei movimenti migratori, in breve della trasformazione dei contesti locali come indicatori delle persistenze, delle resistenze, ma anche dei processi innovativi che investono e coinvolgono le classi subalterne. Tuttavia questo tema non è l’unico aspetto cui quella vicenda allude. È interessante sottolineare anche il significato del trattore, del prodotto progettato e realizzato nel corso dell’occupazione. Secondo Brugnoli, dietro la vicenda del trattore si cela una dimensione simbolica che costituisce un aspetto specifico del ciclo di lotte tra 1950 e 1951, non solo alle Reggiane, ma anche in altre situazioni (Ansaldo, Ilva, Breda,..), come è ben detto nel passo che riportiamo:
Il trattore – la «vacca di ferro» – diventa la trasposizione del valore simbolico della fabbrica e della lotta che i lavoratori vi conducono. Ma, nella volontà di costruirne alcuni esemplari, è insito qualche cosa di più della meccanizzazione delle colture. C’è la difesa del patrimonio culturale, delle capacità della fabbrica e del saper fare comune. Un gesto di sfida alla direzione che divide l’interpretazione dell’analisi storica tra la provocazione alle autorità e a chi con ogni mezzo cercava di ostacolare l’autogestione, e il suggerimento affinché l’R60 potesse rappresentare un’alternativa al ridimensionamento dell’azienda.
Fino a che punto questo aspetto esaurisce il significato di quella vicenda? Dalle testimonianze, dalle voci narranti di questo documentario emerge forse essenzialmente altro. Se è vero che nella realizzazione del prodotto finito queste lotte dimostrano una grande capacità organizzativa, una reale conoscenza del proprio lavoro e del processo lavorativo di tutta l’azienda, è anche vero che questo avviene in forza di un altro fattore che ha un rilievo tutt’altro che indifferente: la coesione tra manodopera di linea e tecnici e anche il fatto che i Consigli di gestione esprimessero un potere reale all’interno dell’azienda. Il fatto che questi ultimi fossero in grado di dirigere la ripresa della produzione, assumendosi il compito di riorganizzare il processo produttivo e di reperire le materie prime, mostra come la precedente funzione (di collaborazione e di controllo aziendale nella organizzazione e razionalizzazione degli impianti o dell’apparato commerciale delle aziende) ne avesse fatto uno strumento non privo di ambiguità, ma tale da permettere in quel momento alla classe operaia, in alcuni specifici contesti, di riappropriarsi del processo produttivo in tutte le sue fasi.
In alcuni contesti, va ribadito. Perché è indubbiamente vero che questo fenomeno avviene dove alla coesione di funzioni diverse all’interno della fabbrica corrisponde una coesione sociale – quella ‘comunità politica’ richiamata da Brugnoli – in cui consuetudini e riti, usanze e consolidati gesti sono violati4.
In questa coesione sociale e nel suo significato di ‘comunità politica’ di lunga durata che ha una lunga storia e che vive di una retorica che richiama il linguaggio dei catechismi prampoliniani5, tuttavia non risiede solo una consuetudine alla vita comunitaria, o all’immaginario politico delle classi subalterne fondato su una struttura contadina o genericamente di famiglia allargata.
Nelle storie che le voci narranti del documentario aprono e chiudono velocemente, negli spaccati di vita che essi introducono, questo elemento va anche letto da un altro punto di vista.
Si consideri, a titolo esemplare, la questione del credito aperto alle famiglie degli occupanti da parte dei fornai, e degli altri negozianti al dettaglio di generi di prima necessità. Certamente il dato più evidente è quello della dimensione comunitaria di Reggio Emilia e del quartiere Santa Croce6. Eppure questo aspetto andrà valutato anche da un altro punto di vista: quello del comportamento collettivo in relazione al sostentamento materiale durante gli scioperi lunghi. Un aspetto che è connesso con la fase di decollo industriale e la trasformazione dei luoghi di impresa da distretti a forte presenza contadina ad aree professionalmente miste. È un aspetto su cui ha indagato particolarmente in ambito storiografico Michelle Perrot nelle sue ricerche sulla mobilitazione operaia alla fine dell’8007.
La mobilitazione di lotta riguarda le forme della protesta, talora l’uso della violenza, sicuramente l’ostentazione della forza. Tuttavia la questione del sostentamento non è solo una partita legata alla intelligenza o alla sagacia di distribuire il consumo delle risorse nel tempo (in fondo tutte le partite conflittuali sul luogo di lavoro riguardano una questione di controllo e di amministrazione del tempo), ma concerne le forme comunitarie che si sviluppano o meno intorno al luogo fisico della lotta.
La maggior parte delle forme di sostentamento materiale alla lotta derivano dalla dimensione mutualistica e di soccorso promosso dalla Casse operaie. Il soccorso, da questo punto di vista, nel corso dell’800 è di tipo professionale, di categoria: attraverso un’autotassazione degli operai stessi, poi attraverso l’aiuto locale, infine attraverso l’aiuto operaio fuori del luogo della lotta. In breve la consistenza del sostentamento deriva o da forme di accantonamento preventivo, o da autotassazione o da un sistema di comunità locali.
La solidarietà interprofessionale, invece, esprime un rapporto di forza tra categorie: si tende ad aiutare coloro che categorialmente si presume che abbiano la forza sindacale e contrattuale di restituire il favore. In breve il meccanismo è quello del sistema di convenienza. L’aiuto interprofessionale allude a un’ipotesi di investimento a lungo termine. Altre forme di approvvigionamento di risorse sono date dall’organizzazione di spettacoli, feste, serate di balli a pagamento.
Le forme di sovvenzione attraverso la stampa permettono di rompere il cerchio di isolamento, ma sono importanti o rilevanti quelle di organizzazione. Sul piano individuale il livello è scarso. «L’importanza della sottoscrizione – scrive la Perrot – dipende dall’audience del giornale, di cui costituisce a sua volta un indicatore, e dall’interesse suscitato dai conflitti. Gli scioperi difensivi, soprattutto, attirano la simpatia….»8.
Le forme di sottoscrizione e i testi o i gesti che le accompagnano, hanno anche un valore indicatore per altri aspetti, soprattutto sul piano espressivo: forme di opposizione, di contestazione, le sovvenzioni si accompagnano ad altri gesti che coniano un linguaggio: scritte sui muri, appelli, testi cantati, forme della comunicazione. Intorno alle manifestazioni si scatena una ‘presa della parola’ d’attori precedentemente senza parola9.
In quest’ambito è per esempio rilevante il ruolo e l’atteggiamento dei commercianti. C’è il problema della solidarietà di conoscenza, ma c’è anche l’investimento su una clientela che non mancherà di esprimere il proprio riconoscimento e rinnoverà il legame di solidarietà e di ‘fiducia’.
Lo sciopero e l’occupazione di lunga durata non esprimono solo un conflitto secco e verticale tra operai e padroni, ma definiscono anche lo spettro complesso di altri attori sociali che immediatamente non sono al centro del conflitto ma che nondimeno sono parte della scena. Dentro il rapporto con il mondo del commercio (che spesso significa il vivandiere, il gestore dell’osteria, il panettiere,…) si presenta l’annoso problema del rapporto tra operai e ceti medi che attraversa tutta la storia delle relazioni d’impresa dentro e fuori il perimetro circoscritto dell’impresa stessa10.
Questi sono alcuni degli indicatori che permettono di comprendere le dinamiche di sciabilità della vicenda delle Reggiane. Non sono i soli. Il fatto, tuttavia, che essi siano strutturalmente operanti ancora nel contesto del 1950 allude a una lettura complessiva del fenomeno delle Reggiane come momento di rottura di un sistema che non fa forza su eventi di carattere nazionale (il 18 aprile 1948 o la mobilitazione intorno all’attentato a Togliatti) ma va colto e misurato anche rispetto ad altri indicatori e vettori della trasformazione delle relazioni industriali in Italia e, più generalmente, dei processi di modernizzazione e degli stili di vita delle classi subalterne.
Il 1951 e la chiusura della lotta con la sconfitta materiale, tuttavia, non costituiscono solo un indicatore per una storia d’Italia meno rigida e più articolata, comunque per la definitiva acquisizione che una cosa è la storia nazionale e altro sono le dinamiche che accompagnano a livello locale o categoriale – talora anticipando, talaltra seguendo – l’andamento del processo generale. Il modo in cui le voci narranti di questa storia raccontano la propria vicenda invita ad aprire un ulteriore campo d’indagine e di connessione non tanto genericamente sulla memoria, quanto sulla affabulazione della propria memoria, dunque intorno al tema dei molti livelli del racconto di vita.
Si potrebbe osservare come il problema della memoria richiami la questione del cambiamento, non quello della sua costante ripetizione nel tempo. È questo uno dei due aspetti su cui ha insistito Bloch a proposito della storia agraria11. L’altro aspetto è il carattere consolidato con cui si presentano a noi le testimonianze e la necessità di decostruirle dalla loro ultima traccia. Un percorso che obbliga a un doppio tragitto da una parte l’analisi verticale delle tracce secondo una proiezione stratigrafica, dall’altra la percezione di una storicità del passato a partire dall’attuale.
Questo doppio registro immette alla questione della memoria come processo ricostruttivo e rielaborativo. È questa la dimensione di indagine cui allude complessivamente la ricostruzione e il montaggio de I giorni dell’R60. In altre parole le modalità esplicative e narrative della storia dei militanti.
Intorno alle modalità narrative della storia dei militanti si possono individuare due tipi di operazioni autobiografiche. La prima si riferisce alla possibilità delle macronarrazioni e dunque si connette con il problema della verità della propria narrazione; la seconda concerne la funzione autoriferita della narrazione e dunque coinvolge l’attività di memoria come attività simbolica di scambio.
La prima distinzione è stata avanzata da Charles Heimberg che ha individuato nei racconti dei militanti uno dei fondamenti per fare storia del movimento operaio. Questo aspetto del resto contribuisce a dare linearità alla storia stessa del soggetto il quale si costruisce in questa versione di narrazione. Nella quale conta la giustificazione di sé12.
Una seconda distinzione sull’idea di memoria l’ha suggerita circa un ventennio fa Alain Touraine, a proposito dei gruppi sociali che si descrivono come minoranze e di quelli che si presentano come ‘marginali’ rispetto alla storia e allo scenario storico13.
Secondo Touraine i ‘senza storia’ hanno nella maggior parte dei casi una visione difensiva della loro identità. In altre parole essi valorizzano la tradizione, descrivono il loro universo come ‘naturale’ e giustificano la loro posizione all’interno di una composizione sociale più vasta, con cui possono essere in conflitto o in concorrenza ma nei cui confronti non si sentono alternativi, bensì contigui, al più complementari.
L’identità offensiva, invece, ha un carattere politico e si presenta come conflittuale. Gran parte della storia dei movimenti operai, più spesso del movimento sindacale nel corso di gran parte del XX secolo, si è presentata come una identità offensiva. Oggi è molto più propensa a una dimensione identitaria difensiva.
Ma questo aspetto apre molte altre questioni. La memoria è talora una forma di presente al passato. Ovvero una riattivazione nel presente e di un passato singolare che solo ripetendosi nella narrazione, nel racconto, nella testimonianza ‘congelata’ in un video, in uno strumento che diviene la testimonianza metamorfizzata di un segmento rilevante di storia, si prolunga e si legittima.
La memoria è lo strumento che ci permette di dare un senso, almeno quando la intendiamo come un termine intersoggettivo (o interumano) suscettibile di definire un legame tra generazioni diverse, epoche differenti e luoghi diversi14.
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Ed è sotto questo profilo che ritorna il problema della connessione con la storia e soprattutto con la propria storia così come ci è consegnata ne I giorni dell’R60. Nella modalità che le singole voci narranti adottano nel rielaborare o nel rievocare le vicende delle Reggiane si manifesta uno dei molti percorsi attraverso i quali – come ben aveva intuito Halbwachs a metà degli anni ’20 – si presenta a noi la definizione di una memoria collettiva. Essa in un qualche modo va pensata come il luogo di una tensione continua: il passato che essa sembra custodire è la posta in gioco di ricorrenti conflitti15.
Le rappresentazioni collettive del passato di un gruppo servono a legittimare le credenze del gruppo stesso e a ispirarne i progetti, legittimando così le élites che ne sono portatrici. E questo livello richiama il tema dell’elaborazione in quanto modalità particolare del lavoro di mescolanza: al funzionamento spontaneo dei meccanismi della dimenticanza (che tendono a scartare dalla coscienza tutto ciò che è problematico o inquietante) ed anche ai meccanismi deliberati della volontà politica (che tende a dar forma alla memoria comune al servizio della costituzione di una cosiddetta ‘buona identità’) essa sostituisce il confronto consapevole col negativo, in un processo che non coincide tanto con una impossibile ‘riparazione’ dei torti, quanto con una assunzione di responsabilità nei confronti della propria storia16. In un certo qual modo è la riflessione quel che più corrisponde al montaggio de I giorni dell’R60.
note:
1 Cfr. Fernand Braudel, Storia, misura del mondo, il Mulino 1998, pp. 27-49.
2 Cfr. Nicola Brugnoli, Le OMI ‘Reggiane’. Crocevia per la modernizzazione e la società contemporanea, relazione presentata al Seminario di presentazione delle ricerche storiche realizzate per il centenario delle Camera del Lavoro di Reggio Emilia, svoltosi proprio in quella città il 21 e 22 giugno 2001.
3 I temi della dimensione del quartiere e quello dei rapporti tra memoria individuale e identità collettiva non sono nuovi nella storiografia italiana. Si veda a mero titolo esemplare Giovanni Levi, Luisa Passerini, Lucetta Scaraffia, Vita quotidiana in un quartiere operaio di Torino fra le due guerre: l’apporto della storia orale, in «Quaderni storici», 1977, n. 35, pp. 433-449 e Maurizio Gribaudi, Mondo operaio e mito operaio, Einaudi 1987.
4 Il momento simbolicamente più comunicativo espresso dal movimento di solidarietà attorno alle ‘Reggiane’ rimane il discusso Natale in fabbrica del 1950. E sta soprattutto nel gesto dei contadini venuti dalle campagne per portare le ‘regalie’ che consuetudinariamente consegnavano ai padroni nei giorni di ‘festa’. Si tratta di decine di centinaia di polli raccolti entro le mura della fabbrica, cucinati e serviti alla mensa nel giorno di Natale.
5 Per un’analisi complessiva si veda Educazione e propaganda del primo socialismo. La «Libreria» della «Lotta di classe». 1892-1898, a cura di Rossano Pisano, Editori Riuniti 1995.
6 È il dato su cui giustamente insiste Brugnoli e su cui costruisce gran parte della sua analisi.
7 Cfr. Michelle Perrot, Les ouvriers en grèves. 1871-1890, Mouton, Paris – La Haye 1974.
8 Ivi, p. 533.
9 Ivi, p. 535.
10 Ivi, p. 536.
11 Cfr. Marc Bloch, I caratteri originali della storia rurale francese, Einaudi 1973, p. XXV.
12 Cfr Charles Heimberg, Les problématiques de la mémoire et l’histoire du mouvement ouvrier, in «Cahier d’histoire du mouvement ouvrier», n. 14, p. 17. Si veda anche Luisa Passerini, Sette punti sulla memoria per l’interpretazione delle fonti orali, in «Italia contemporanea», 1981, fasc. 143, p. 83.
13 Cfr. Alain Touraine, Les deux faces de l’identité, in Identités collectives et changements sociaux. Production et affirmation de l’identité, Privat, Toulouse 1980, pp. 19-26.
14 Cfr. Petra Clemens, Les femmes de l’usine du drap, in « Annales HSS », 1998, n. 1, p. 87.
15 Cfr. Maurice Halbwachs, I quadri sociali della memoria, Ipermedium, Napoli 1997.
16 Cfr. Renate Siebert, A proposito di memoria e responsabilità, in «Il Mulino», 1996, fasc. 363, pp. 58-63.