America Latina
DEMOCRAZIA E CORRUZIONE
Maurizio Matteuzzi
Carlos Menem, arrestato per corruzione il 7 giugno scorso a Buenos Aires (pochi giorni dopo il suo matrimonio con la fiammeggiante Ceci Bolocco, ex miss Universo cilena) e formalmente incriminato dalla giustizia federale argentina il 4 luglio (pochi giorni dopo i tristi festeggiamenti per i suoi 71 anni), non è che l’ultimo in ordine di tempo. L’ultimo di una lista già lunga e destinata ad allungarsi. Nomi di campioni della modernizzazione economica dell’America Latina negli ultimi 10-15 anni, sovente portati in palmo di mano e coccolati da Washington e Wall Street, caduti nella polvere non appena chiuso il loro mandato, e a volte anche prima. E finiti in galera (anche se la galera light degli arresti domiciliari) o in esilio (anche se l’esilio dorato dai conti bancari messi previdentemente al sicuro all’estero).
È una sindrome che sta facendo strage dal Rio Grande alla Terra del Fuoco. Brillantissime star di un decennio di fuoco poi ridimensionate a stelle cadenti e infine spente come fuochi fatui. Prima dello stagionato play boy peronista-liberista presidente dall’89 al ’99 in Argentina, il brasiliano Fernando Collor de Mello (l’attorgiovane della telenovela), il messicano Carlos Salinas de Gortari (la formica atomica), il venezuelano Carlos Andres Perez (il carismatico CAP della socialdemocrazia internazionale), gli ecuadoregni Abadalà Bucaram (el Loco) e Jamil Mahuad, il peruviano Alberto Fujimori (el Chino) e il suo predecessore Alan Garcia (el Caballo loco), giù giù fino ad attori non-protagonisti meno noti al grande pubblico: il paraguayano Raul Cubas, il guatemalteco Jorge Serrano, il generale haitiano Raoul Cedras…
Altri potrebbero seguirli fra non molto. Hugo Banzer, l’ex-generale golpista degli anni ’70, dal ’97 presidente della Bolivia, in scadenza di mandato nel 2002 ma con l’opposizione alle calcagna che ne chiede le dimissioni e/o l’impeachment; Ernesto Samper, presidente della Colombia fra il ’94-’98, ritornato in patria dopo un paio d’anni di auto-esilio spagnolo, su cui pende sempre la vecchia accusa di una campagna elettorale inquinata dai narcodollari; il già elogiatissimo presidente brasiliano Fernando Henrique Cardoso, eletto nel ’94 e rieletto nel ’98, che sta affondando in un mare di fango.
Questa sindrome-da-corruzione sembra colpire la nuova generazione di leader latino-americani. Quelli emersi con la fine delle sanguinose dittature militari degli anni ’70-’80, con il ritorno della democrazia formale e l’avvento pieno del neo-liberalismo. A rigore restano quindi fuori da questo computo i dinosauri dell’era giurassico-politica precedente. Non meno corrotti e ladroni dei loro successori democratico-liberisti ma minacciati da un altro tipo di virus, ancor più virtuoso, che sembra farsi strada sia pur tardivamente e faticosamente e che produce un diverso tipo di sindrome: quella da crimini contro l’umanità. In America Latina ne sono stati o potrebbero esserne colpiti, in diversa misura, il cileno Augusto Pinochet, per quanto salvato in extremis da una provvidenziale diagnosi di «demenza senile» regalatagli il 9 luglio dalla Corte d’appello di Santiago; il generale Rafael Videla e l’ammiraglio Emilio Massera, golpisti argentini rimasti impigliati nelle maglie del furto dei bambini nati da detenute poi desaparecidas e ora anche incriminati per l’Operazione Condor (l’Internazionale del terrore, messa in piedi negli anni ’70 dalle dittature militari del Cono Sud, con il beneplacito del dottor Kissinger, per lo sterminio di ‘sovversivi’ e oppositori); il generale Alfredo Stroessner, l’ex dittatore paraguayano rovesciato con il golpe dell’89 e fino a oggi parcheggiato senza problemi nella sua villa-bunker alle porte di Brasilia (ma il tempo del parcheggio potrebbe essere finito ora che sulla sua testa pende un ordine di arresto internazionale della magistratura argentina sempre per il Plan Condor); il generale panamegno Manuel Noriega, l’ex amico di George Bush padre che i marines andarono a prendere di persona a Panama nell’89 per sistemarlo in una galera della Florida; il generale guatemalteco Efrain Rios Montt, che continua imperterrito a presiedere il Parlamento del Guatemala avendo schivato (finora) le accuse per il genocidio di 200.000 indios maya quando fu presidente golpista nei primi anni ’80; l’haitiano Jean-Claude Duvalier-Baby Doc, perso in qualche angolo dell’ospitale Francia.
Altri tempi, altre storie. Allora erano i crimini contro i diritti umani, adesso sono i crimini di corruzione. Tutti i sondaggi sono concordi nell’indicare che in America Latina oggi la corruzione tocca livelli senza precedenti. «Mai prima i livelli di corruzione sono stati così alti sia nei paesi in via di sviluppo sia nei paesi sviluppati», ha detto Peter Eigen, presidente di Trasparency International, la Ong fondata nel ’93 a Berlino, presentando il 27 giugno scorso l’annuale Indice di percezione della corruzione (Ipc) in un centinaio di paesi del mondo. Con picchi che sarebbero comici – come la recente ‘scoperta’ che perfino la BMW del presidente paraguayano Luis Gonzalez Macchi risulta rubata in Brasile, al pari di altre 400.000 delle 600.000 auto che circolano in Paraguay – se non fosse che l’ondata di corruzione si abbatte su un continente in cui la povertà e le ineguaglianze, già scandalose, non cessano di crescere. Corrodendo basi e fiducia nella democrazia – e nello stesso dio-mercato – davanti allo spettacolo di leader politici colti in flagrante a riempirsi le tasche loro e dei loro amici di miliardi di dollari rubati mentre impongono austerità e sacrifici alla popolazione.
Anche quelli di ‘prima’ – i Pinochet, i Videla, gli Stroessner, i Noriega – non erano solo dei gorilla duri e puri, assetati soltanto del sangue dei rossi ma insensibili al color verde dei dollari. Nel Cile di Pinochet erano di dominio pubblico, anche se non se ne poteva parlare, i traffici sporchi della famiglia, come quello dei famosi «Pino-cheques», una storia di assegni miliardari di uno dei figli. E molti si chiedono ancora come abbia fatto il vecchio ‘demente’, con il suo stipendio da generale, a comprarsi quelle sette-otto ville hollywoodiane in cui sconta gli arresti domiciliari. O come sia riuscito il generale Videla, tutto casa chiesa e desaparecidos, a racimolare quel milione di dollari che il giudice argentino gli ha congelato al momento dell’incriminazione.
Con la democrazia e il libero mercato il discorso è diverso: c’è un’opposizione, ci sono giudici (un po’) meno asserviti, media (un po’) più indipendenti, opinione pubblica, società civile, (qualche) trasparenza. Le economie spalancate al dollaro, le privatizzazioni a tutto vapore, lo smantellamento brutale degli apparati produttivi e burocratici statali, la globalizzazione e la rivoluzione tecnologica hanno mosso negli ultimi 10-15 anni in America Latina interessi e masse di denaro colossali (come è accaduto del resto nella Russia post-sovietica). Il narcotraffico e il crimine organizzato, spesso in colletto bianco e al riparo del segreto bancario, hanno fatto il resto.
Sta di fatto che una sequela di moderni ‘eroi’ caduti nella polvere in così poco tempo e con capitomboli così rovinosi non può essere solo un problema di debolezza della carne. Collor de Mello, dopo aver ‘salvato’ il Brasile dalla sinistra di Lula da Silva nel dicembre ’89, è messo in stato di accusa dal Congresso e cacciato dalla presidenza per «frodi e corruzione» nel dicembre del ’92; Salinas de Gortari, dopo aver ‘privatizzato’ e agganciato il Messico alla locomotiva del Nafta il primo gennaio del ’94 (lo stesso giorno dell’insurrezione indio-zapatista nel Chiapas…), è costretto all’auto-esilio in Irlanda mentre Raul, suo fratello e sua anima nera, è condannato a 50 anni di carcere per corruzione e omicidio; il Chino Fujimori, dopo aver ripulito il Perù dalla sovversione polpottista di Sendero Luminoso e aver spalancato agli americani le porte della guerra alla coca e al mercato e all’Fmi quelle dell’economia, sceglie la fuga umiliante nel Giappone dei suoi padri mentre il Congresso di Lima lo cassa «per indegnità morale»; il matto Bucaram, eletto in Ecuador nell’agosto ’96 e scappato a Panama quando il Parlamento di Quito lo destituisce nel febbraio ’97 in quanto «mentalmente incapace»; il suo successore Mahuad, eletto nell’agosto ’98, non si sente dare del loco quando decide che, per risolvere la tremenda crisi economico-sociale ecuadoregna, l’unica soluzione è quella di dollarizzare il paese: una rivolta popolare lo costringe a lasciare precipitosamente la presidenza nel gennaio 2000; ma quando, nel luglio successivo, la Corte suprema ordina il suo arresto per corruzione è già al sicuro negli Stati Uniti; Juan Carlos Wasmosy, presidente del Paraguay fra il ’93 e il ’98, è sotto processo per una frode da 40 milioni di dollari; il suo successore Raul Cubas scappa in Argentina nel marzo ’99 subito dopo che il Parlamento di Asuncion ha avviato l’impeachment e nominato alla presidenza Luis Gonzalez Macchi (quello che circola sulla BMW rubata); Carlos Andres Perez, uno dei leader storici dell’Internazionale socialista, eletto per la seconda volta presidente del Venezuela nell’89 sulla base di un programma di fondomonetarismo spinto, si salva per un pelo, nel febbraio ’92, dal tentativo di golpe militar-populista guidato da uno sconosciuto colonnello Hugo Chavez deciso a metterlo al muro insieme a un bel po’ di altri corrotti della tradizionale oligarchia duopolistica socialdemocratica-socialcristiana, ma non si salva poi dalla «sospensione permanente» dalla presidenza, votata contro di lui nell’agosto ’93, per l’accusa di corruzione, dal Parlamento di Caracas, e neppure dai due anni di arresti domiciliari a cui è successivamente condannato dalla giustizia; Carlos Saul Menem, il ‘modernizzatore’ dell’economia argentina e l’«alleato automatico» degli Stati uniti in America Latina, nel giugno 2001 viene arrestato da un giudice federale per un traffico d’armi con la Croazia e l’Ecuador, entrambi sotto embargo Onu, fra il ’91 e il ’95, e – quel che è più grave – lascia al suo successore alla Casa Rosada, il radicale Fernando de la Rua, l’eredità avvelenata di un paese portato allo sbando da corruzione e malgoverno. Alla testa di una Alleanza soi-disant socialdemocratica, de la Rua, nel disperato tentativo di evitare la bancarotta economica e politica, chiama alla guida – meglio, al capezzale – dell’Argentina il mefitico guru neo-liberista Domingo Cavallo, ossia l’uomo che con la sua Legge di convertibilità del ’93 (parità fissa 1 a 1 dollaro-peso) è uno dei principali responsabili della terrificante crisi dei tre anni successivi al ’99, che non si sa quando e come finirà. Come se per salvare un condannato a morte gli si portasse in casa il boia.
Una lista lunga come un necrologio, con molti altri in ansiosa lista d’attesa. A cominciare dal presidente brasiliano Cardoso, che aveva cominciato la sua prima presidenza, nel ’94, fra l’euforia e la batucada di un sabato di carnevale e finisce il secondo mandato fra la rabbia e la depressione di un mercoledì delle ceneri. Annaspando nel discredito personale e nella corruzione del suo governo, già montata fino a uomini e alleati a lui vicinissimi. Sarà la volta buona, l’anno prossimo, per Lula, il leader del Partido dos trabalhadores, che non appare più solo come il candidato (già sconfitto tre volte) del principale partito della sinistra ma anche e sempre più come il candidato del ‘partito dell’etica’?
A mo’ di conclusione solo una domanda: la carne è debole, ma lo è sempre stata e sotto ogni cielo. Allora cos’è che non ha funzionato e non funziona (anche) in America latina?