Berlino al voto
CADE UN ALTRO MURO
André Brie
Per le strade di Berlino in questi giorni non si può non vedere: la capitale tedesca va al voto. I diversi partiti stanno già facendo campagna elettorale con manifesti, più o meno originali, a favore di candidate e candidati. Il 21 ottobre saranno redistribuiti i circa 170 seggi dell’Assemblea elettiva della capitale della Germania1. La scadenza non è banale. Il Senato in carica2, dopo le elezioni del 1999 ancora composto da cristiano-democratici (Cdu) e socialdemocratici (Spd), sotto la guida del sindaco conservatore Eberhard Diepgen, ha dovuto rassegnare le dimissioni in giugno a causa di irregolarità scoperte presso la banca regionale Bankgesellschaft Berlin e di pratiche illegali nel finanziamento della Cdu. Ciò ha provocato anche l’uscita della Spd dalla ‘grande coalizione’.
Questo voto non è affato di ordinaria amministrazine. L’attenzione dei media è enorme e non si limitata soltanto ai quotidiani e alle emittenti radiotelevisive di Berlino. Anche negli Usa, in Francia, Gran Bretagna, Corea del sud sono riportate le notizie sulla campagna elettorale e soprattutto sulla possibilità che il Partito del socialismo democratico (Pds) prenda parte al governo dopo il 21 ottobre. Il candidato a sindaco della Pds, Gregor Gysi, è di gran lunga il politico berlinese più popolare (cosa che però non coincide necessariamente con la disponibilità a votare per lui o per la Pds). La cesura nella storia politica di Berlino è profonda, dal momento che la città rappresenta l’intero sviluppo storico tedesco dopo il 1945 nella sua forma più drammatica. Ancora 11 anni dopo la riunificazione del paese persistono fratture sociali e politiche, profonde differenze culturali e nella psicologia di massa. Il partito socialdemocratico della capitale fino a poco tempo fa non era disponibile a mettere fine al tabù intorno a una eventuale collaborazione con i socialisti di sinistra. Nel frattempo le cose sono cambiate. La coalizione prima esistente tra i conservatori della Cdu e la Spd è andata in pezzi. Nessuno poteva pensare che la Spd avrebbe trovato il coraggio di rompere la coalizione, ma la crisi della città era diventata troppo seria e troppo minacciosa.
È vero che nelle ultime settimane sui media è nuovamente scesa la temperatura intorno agli scandali della vecchia coalizione Spd-Cdu, ma i problemi restano. La parola chiave è oggi quella del ‘nepotismo alla berlinese’. Con essa si intende quel legame tra partiti, interessi personali e settori economici, quel ‘vecchio cameratismo’ degli ex compagni di studi che oggi sono funzionari pubblici, manager e consulenti, che ha caratterizzato la politica cittadina. Il caso di Klaus Landowski è esemplare: in quanto amico intimo del sindaco Diepgen, parallelamente con la carriera di quest’ultimo, dopo la laurea è passato nelle prime file della Cdu della capitale e contemporaneamente alla Berliner Bankgesellschaft; ciò lo ha portato fino alla carica di capogruppo all’Assemblea berlinese e al gabinetto di presidenza dell’istituto finanziario. Quando però è inciampato su un contributo diretto di 40.000 marchi al suo partito, mazzetta persino modesta, allora sono saltati fuori anche gli intrighi ai piani alti della banca, in particolare nel settore immobiliare di cui è responsabile proprio Landowski. Senza che i protagonisti si fossero preparati a recitare la parte, è comparsa sulla scena l’ampia disponibilità al credito verso alcuni clienti, spesso vicini alla Cdu; i bilanci sono stati scoperchiati; la città di Berlino come proprietaria della banca e i cittadini sono stati coinvolti nella cattiva gestione economica. I traffici nella banca cittadina hanno provocato un debito aggiuntivo fra i 4 e i 6 miliardi di marchi. La misura era colma, Landowski e Diepgen hanno dovuto fare le valigie.
Tutti i partiti nella campagna elettorale si fanno pubblicità sostenendo di voler combattere il nepotismo berlinese. Ciò suona particolarmente curioso quando proviene dai politici della Spd. In definitiva i socialdemocratici per anni hanno partecipato come alleati di minoranza al governo della città. Forse che i membri della Giunta di governo e dell’Assemblea berlinesi non avevano colto alcun segnale della corruzione e del clientelismo che dominava in città? Il vertice berlinese della Spd si giustifica sostenendo che molte cose non si sapevano e che inoltre il partito aveva le mani legate a causa dei rapporti di forza all’interno della coalizione. Peraltro si evita chiaramente il dibattito sul passato. Il candidato socialdemocratico alla guida del governo cittadino, l’attuale sindaco ad interim Klaus Wowereit, preferisce guardare al futuro. Naturalmente anche la Cdu vorrebbe poterlo fare, ma con il suo candidato di punta Frank Steffel probabilmente non ha in mano buone carte. Il giovane imprenditore non solo viene dal giro di Diepgen, Landowski e compagnia, ma in gioventù ha avuto anche trascorsi razzisti e discriminatori nei confronti dei disabili. I berlinesi non gli attribuiscono la capacità di affrontare i problemi della metropoli. Se il sindaco dovesse essere eletto direttamente, secondo gli ultimi sondaggi, Steffel avrebbe il 17 per cento dei consensi. Per Wowereit si schiererebbe il 36 per cento. Il candidato di punta della Pds, Gysi, si trova in una buona posizione con il 28 per cento dei voti.
È chiaro che Gysi gode di grande simpatia non solo a Berlino est ma anche, in misura crescente, a Berlino ovest. L’atteggiamento critico verso la storia della Ddr, l’impegno per la costruzione di un ponte tra est e ovest, la competenza strategica e, non ultimo, l’impegno sociale, sono elementi che giocano a favore di Gysi. È ovvio quindi che la maggior parte degli attacchi degli altri partiti si rivolgano contro di lui. Cdu e Spd, ma anche i Verdi e i liberali (Fdp), non si stancano di descrivere Gysi come un ‘intrattenitore politico’ e un ‘maestro del talk-show’. Inoltre il tentativo è quello di presentare il candidato come un uomo separato dal suo partito. Invece proprio lo stretto legame tra Gysi e la Pds è un fattore importante nella competizione elettorale. La Pds ha dimostrato negli anni passati di poter disporre di una grande competenza in tutti i campi, non solo in quello sociale e culturale, ma anche in quello economico. Nessun Gysi potrebbe essere credibile come candidato per la carica di sindaco se non avesse alle spalle il partito e la sua riuscita politica di opposizione.
Per i socialisti democratici la sfida è in particolare quella di evitare che il risultato delle elezioni porti alla formazione di una ‘coalizione ampia’, cioè di una alleanza tra Spd, Verdi e Liberali.
Finora la Spd guida ancora chiaramente la classifica con circa il 30 per cento dei voti previsti, la Cdu viene al secondo posto con il 26 per cento, la Pds con una quota del 20 per cento è nettamente in vantaggio sui Verdi (10%) e sui Liberali (9%).
La possibilità per la Pds di assumere responsabilità di governo a Berlino non è dunque così scarsa. Le condizioni economiche e finanziarie della città sono di fatto catastrofiche. L’indebitamento attuale ammonta a 70 miliardi di marchi (circa 34 miliardi di euro). Gli spazi per una politica alternativa sono ristretti. Tuttavia la Pds è disposta ad entrare in una coalizione. La maggior parte delle elettrici e degli elettori berlinesi rifiutano categoricamente una nuova edizione della coalizione Spd-Cdu. Ma soprattutto la Pds è di fronte alla sfida – e alla responsabilità – in queste condizioni difficili di difendere la giustizia sociale e di riproporla, e di portare avanti le speranze dei berlinesi intorno alle questioni del futuro: formazione, cultura, scienza e ricerca. Il 21 ottobre 2001 potrebbe rimescolare le carte nell’ordine politico tedesco ben oltre i confini di Berlino.
André Brie è deputato europeo della Pds
(Traduzione di Alessandra Barberis)
note:
1 Il nome tedesco di questa Assemblea della città di Berlino è Abgeordnetenhaus.
2 A Berlino il Senato è la Giunta di governo.