numero  21  ottobre 2001 Sommario

11 settembre 2001

CRISTIANI IN MOVIMENTO
Gino Barsella, Jean-Léonard Touadi  

L’attacco all’America dell’undici settembre è la «prima guerra del terzo millennio», ha dichiarato il presidente Usa George W. Bush. La prima potenza mondiale è stata vittima di una violenza indefinibile, colpita nelle sue certezze di fortezza inespugnabile e nei simboli della sua supremazia economica e militare. L’immane tragedia ha sconvolto la nostra storia contemporanea e scosso i sentimenti e le coscienze di tutti. Nulla sarà come prima dopo il «giorno buio dell’umanità», come l’ha definito Giovanni Paolo II. Ma la sofferenza di tante vittime americane deve aiutarci a ricordare anche tante altre vittime che troppo spesso ignoriamo: «le innumerevoli persone – come afferma don Albino Bizzotto, presidente di «Beati costruttori di pace» – che, ogni giorno, in forma silenziosa e anonima, in tutto il mondo vengono sacrificate innocenti dalla violenza diretta e da quella strutturale».
Ora tutto dovrà essere fatto per assicurare alla giustizia i responsabili e per spezzare le reti di connivenze – logistiche, ideologiche e di supporto politico. Tuttavia, la ricerca e la punizione legittima dei colpevoli dovrà evitare accuratamente di colpire vittime innocenti o di demonizzare in modo indiscriminato le radici culturali o religiose dei gruppi di provenienza dei terroristi.
È vero che Osama bin Laden – il miliardario saudita da anni indicato come la mente del terrorismo islamico – può essere probabilmente indicato come il mandante di questo crimine contro l’umanità, e che l’Afghanistan gli dà rifugio e protezione. «Ma se si scatenasse una brutale ritorsione militare su Kabul – afferma padre Giuseppe Scattolin, comboniano, docente presso il Pisai (Pontificio istituto di studi arabi e islamici) e all’Università del Cairo – non si otterrebbe alcun risultato pratico, se non quello di suscitare una reazione ancora più forte e pericolosa da parte del mondo islamico». Il quale risente del pensiero unico imperante, la globalizzazione della cultura di stampo occidentale, che vede come una minaccia alle proprie radici e identità. La vera sfida è quella di aiutare a crescere le correnti moderate e liberali presenti nella società musulmana, attualmente piuttosto emarginate, e quella del dialogo e della valorizzazione delle diversità, nel contesto di una nuova società interculturale. Solo così si potrà isolare, e quindi combattere efficacemente, il terrorismo.

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Gli Stati Uniti e i loro alleati sono chiamati a dare una risposta all’altezza delle loro responsabilità planetarie. L’eventuale azione non dovrà limitarsi quindi a dare una risposta di guerra a un attacco di guerra. Urge, oggi più che mai, una reazione articolata di tipo politico, culturale ed economico. Si tratta di rispondere senza più colpevoli rinvii agli interrogativi che, al di là delle emozioni e della paura, questo salto di qualità nel terrore ha suscitato in tutti noi. Nulla e nessuno può giustificare ciò che è successo negli Usa; lungi dal risolvere i problemi del mondo, la violenza di questi terroristi è una violenza assoluta, fine a se stessa, qualitativamente e quantitativamente accecata da un anti-americanismo indiscriminato.
Tuttavia, il vile attacco dovrebbe spingerci a ripensare il nostro mondo; i suoi idoli, i suoi santuari, le sue ingiustizie e la possibilità di una speranza. A partire dalla prima potenza, così duramente provata, per coinvolgere tutti noi. «Se gli Usa non muteranno il loro atteggiamento verso il mondo esterno, vissuto solo in funzione degli interessi americani, il massacro di ieri potrebbe essere solo l’inizio.» Questo angoscioso monito è di padre Pasquino Panato – ex direttore di «Nigrizia», missionario a Montclair (New Jersey) e responsabile comboniano presso i gruppi laico-religiosi di «Giustizia e pace accreditati all’Onu». Il missionario invita gli Usa a «riposizionarsi rispetto al resto del mondo anche se la competizione all’ultimo sangue che regola il gioco del capitalismo non aiuta in questo senso».
‘Riposizionarsi’ significa affrontare con ottica totalmente rinnovata i nodi cruciali della modernità. In altri termini, questa violenza spaventosa non nasce dal nulla, ma ha vecchie radici. Lo diceva, decenni fa, anche Paolo VI nella Populorum progressio, quando affermava che occorre restituire ciò che è stato rubato a tanti popoli, pena la collera dei poveri, che può essere terribile. E c’entra con la globalizzazione. Così tornano drammaticamente alla nostra attenzione i temi discussi nell’ultimo vertice del G8:
- operare con urgenza per ridurre il violento divario tra il centro dell’economia mondiale e la sterminata periferia che, in virtù di una iniqua e poco lungimirante divisione mondiale del lavoro, sopravvive nell’insignificanza economica e nella miseria. Questa periferia è in fermento ovunque perché comprende che la sua povertà non è una fatalità. È, cioè, il frutto avvelenato di meccanismi economici che contribuiscono al suo allontanamento dal banchetto in nome dell’illimitato profitto di pochi ‘mandarini del capitale’; - operare per un nuovo ordine mondiale che assicuri a tutti i popoli pace e sicurezza. Archiviata la guerra fredda, sembra profilarsi il radicamento generalizzato della ‘geopolitica del cinismo’ che fomenta, alimenta e perpetua i conflitti non più a difesa di principi ideologici ma per mantenere corposi interessi economici (le immense riserve di petrolio e di gas del Medio Oriente e del Caucaso; i diamanti della Sierra Leone e dell’Angola; il coltan della Repubblica Democratica del Congo); - affrontare di petto e senza rinvii le sfide di uno sviluppo eco-compatibile per assicurare a noi e alle generazioni future un ambiente sano e rispettoso dell’uomo e delle culture.

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Non siamo convinti che i fatti di New York e Washington segnino l’inizio di una scontro di due civiltà – l’occidentale e l’orientale – con tutta l’astrattezza e la pericolosità di tali polarizzazioni. Non è possibile continuare a ragionare con le categorie della ‘guerra fredda’. Di fronte all’Occidente non ci sta più un blocco come quello sovietico, ma una realtà trasversale e indefinita che chiameremo ‘nebulosa fondamentalista islamica’, che noi non riusciamo a comprendere appieno ma che non va identificata con quella grande religione che è l’Islam – anche se questa ‘nebulosa’ si nutre di una certa ideologia militante e fatalista della quale il mondo islamico è imbevuto. Come ha detto anche il presidente russo Putin, dobbiamo unirci tutti per lottare contro il terrorismo affrontando assieme i problemi del mondo, e non andando tra le stelle con il progetto megalomane e costosissimo dello scudo spaziale – che nulla può, comunque, contro la metodologia di combattimento della ‘nebulosa’.
Ma è necessario un passo ulteriore: quello di riaffermare la non-violenza e l’impegno per la pace. Da anni viviamo un forte disimpegno in questo senso. È urgente invece dare più spazio alla politica, a una politica che sappia andare a scalzare le radici di questa violenza e dei tanti conflitti senza fine in cui lasciamo marcire intere regioni del mondo. Altrimenti non possiamo stupirci se questa violenza ci torna addosso.

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Certamente i fatti avvenuti negli Usa mostrano che c’è un fermento nelle periferie. Ma se alcune si organizzano in modo violento, altre invece, come quella africana, si limitano per ora a resistere all’oppressione inventandosi forme di sopravvivenza al di fuori dell’economia globalizzata. Guardano al loro presente maledetto e al loro passato di oppressione e chiedono un riconoscimento ufficiale dei torti subiti nella storia come, per esempio, nella tratta degli schiavi. È assolutamente necessario che il mondo occidentale rifletta sulla storia degli ultimi secoli accettando il fatto che le radici del proprio capitalismo e benessere affondano nel sudore e nel sangue causato dal colonialismo e dalla schiavitù. Non si può dire, come ha fatto qualche commentatore, che quelli sono problemi del ’700 e che i problemi di oggi sono altri: questi sono una conseguenza di quelli. È necessario guarire le ferite di ieri e le malattie di oggi facendo giustizia, riequilibrando il divario tra ricchi e poveri con lo sviluppo del Sud del mondo e con scelte di sobrietà e di stili di vita più equi e solidali da parte del Nord. E rimane vero che con le piccole scelte giornaliere dell’acquisto di prodotti più eticamente sicuri, dell’uso di banche non coinvolte nel commercio di armi, e dell’impegno per la rinascita di una politica attenta ai problemi umani piuttosto che agli interessi economici di una parte o dell’altra, possiamo contribuire a cambiare il mondo.
Questo riconoscimento e questa azione dovrebbero tradursi quindi in misure in grado di cancellare le nuove schiavitù del presente. L’appuntamento di Durban si presenta, in questo senso, come un appuntamento mancato. C’era una volta il Terzo Mondo con le sue istanze di emancipazione e di nuovo ordine economico. Ora che sono caduti i muri ideologici, sapremo abbattere i muri dell’ingiustizia che generano frustrazioni, odio, intolleranza e violenza?

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Vorremmo concludere queste riflessioni con le domande che pone all’Occidente un commentatore musulmano che nell’Occidente vive: Tahar Ben Jallun (su «Repubblica»). «L’Occidente è vissuto sotto una campana di vetro, arroccato nell’ignoranza appena consapevole di gran parte dell’umanità che soffre. Ma ecco che improvvisamente scopre che la sua felicità è fragile, che la sua tranquillità è illusoria, che la sua salute mentale è vulnerabile. Continuo a ripetermi che bisogna avere un terrificante odio per l’Occidente, un odio profondo e crudele, chiuso in ferite lontane e insanabili, per arrivare a pianificare un simile massacro. Ma da dove viene quest’odio? Da dove viene questa fredda volontà di morire provocando un’apocalisse? È una domanda che riguarda tutti noi.» Ogni potere implica una parte di vulnerabilità. Ogni ingiustizia genera violenza. Quando si è i padroni del mondo, non bisognerebbe avere l’umiltà di cercare di essere giusti, senza discriminazioni?
© Nigrizia Gino Barsella, padre comboniano, è direttore di «Nigrizia»; Jean-Léonard Touadi è giornalista Rai; scrive per la stessa rivista.


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