numero  21  ottobre 2001 Sommario

11 settembre 2001

PROLOGO*
Isidoro D. Mortellaro  

Dovunque la ribellione nasce da diseguaglianza Aristotele «Nel 1914, la storia prese la mia generazione per la gola»: così, con lo stridio di quest’unghiata sulla lavagna della memoria, Arnold J. Toynbee nel 1948, all’indomani della seconda guerra mondiale, scolpiva l’affaccio del mondo nel secolo breve. Allora la storia per strappi e salti, sempre più bruschi e ampi, accelerò, oltre ogni fantastica previsione, la fusione delle civiltà in umanità. E di lì l’umanità prese a correre per il Novecento con passo sempre più veloce e partecipe. A ergersi a soggetto di un’altra età.
Poi, non v’è più stata requie. Né modo di tirare il respiro. E ora, sulla soglia del XXI secolo, è il mondo che ci afferra alla gola. Non quella sfera più o meno naturale, casa madre di una nuova «comunità immaginata», di un globalismo romantico. Ma il globo stressato dall’assalto umano ben oltre la soglia dell’«ecospasmo», minacciato di dissoluzione dalla follia dell’atomica, riprodotto dall’infaticabile radiografia del satellite, irretito e dissolto in flussi di bit e molecole, virtualizzato, clonato e moltiplicato in fantasmagorici ologrammi e composti. È questo compresso eppur infinito artifizio, in cui gli abituali confini si dissolvono assieme a ogni distinzione tra natura e cultura, natura e scienza, che ci scaraventa ora in un’altra epoca. Cancellando spazio e tempo, sconvolge le nostre abituali forme di interazione. Fino a negarci quel controllo del futuro che credevamo d’aver riconquistato saldo nei Trente Glorieuses, nel trentennio glorioso della crescita, quando il sistema di certezze contrapposte della guerra fredda offriva ripari nel mondo precario.
La chiamano globalizzazione. E i più, anche da sponde insospettabili, ne specificano ambito e novità aggiungendo ‘dell’economia’. È lo spirito del tempo, delle gerarchie ed egemonie che gli danno timbro. Confinare all’economico il salto di civiltà che da un trentennio ci scuote con intensità straordinaria, fare dell’economia il dominus nella sconnessione di mercati, Stati e popoli che ha centuplicato le relazioni di ognuno con gli altri e col mondo, significa in realtà accettare di muoversi nell’orizzonte di segni, con il vocabolario del neoliberismo. Questi vive e si nutre della distinzione tra società civile e Stato, tra economia e politica: così che le evoluzioni dell’economico possano sembrar vivere quasi di vita propria, muoversi per orbite e leggi naturali, e tutte le scelte politiche che ne sostanziano i corsi e gli sviluppi possano apparire tecniche, servomeccanismi, portato magari d’un salto prodigioso nello sviluppo tecnologico.
In realtà, un impossibile scatto di istantanea coglierebbe nell’epocale passaggio di civiltà in corso, nella inusitata intensificazione dei nostri rapporti col mondo, i tratti di una ben strana figura: il mondo e l’umanità venuti alle mani, l’uno stretto al collo dell’altra. Non v’è nulla che più e meglio di questo drammatico viluppo esprima il significato più autentico di quella «seconda modernità» o «modernità riflessiva» di cui parlano Anthony Giddens e Ulrich Beck a proposito della globalizzazione. Se la prima modernità si era applicata a consumare il suo opposto, la tradizione, la società ereditata dal feudalesimo, questa ora riflessivamente dissolve se stessa: la società dell’industrialismo fordista con le sue istituzioni, il mondo già una volta rimodellato dall’uomo associato, dalla democrazia dei moderni. La diagnosi di Carlo Marx sulla potenza dissolutrice del capitalismo – «tutto ciò che è sacro si dissolve, tutto ciò che è solido svapora» – rivela una straordinaria capacità di penetrazione della lotta che la modernità ha ingaggiato con se stessa, con le proprie conquiste, dello scontro che ora stringe e oppone il mondo e l’umanità. Zigmunt Bauman, dopo il Marshall Berman di «tutto ciò che è solido si scioglie nell’aria», ne ha fatto il Leit-motiv del suo ultimo lavoro, dedicato alla Liquid Modernity. Al contrario della prima modernità, capace di riterritorializzare – nella fabbrica fordista, nella città – gli attori prima deterritorializzati, strappati alle campagne, al lavoro saltuario, la modernità liquida in cui navighiamo dissolve i contrafforti della società fordista, libera l’impresa dai vincoli imposti da Stato e lavoro, produce individui, ma a spese della cittadinanza, d’ogni legame sociale, d’ogni nuova conquista di senso non risolta in produzione e consumo di merci. La stessa rideterminazione di nuovi spazi avviene in estraneità, a spese, quando non contro, l’individuo, all’insegna comunque del temporaneo, dell’occasionale, del precario. Luogo principe della liquefazione post-moderna il lavoro. Come ci ricorda Bauman, «brevi incontri rimpiazzano duraturi impegni: per poter spremere un limone non v’è bisogno di piantare agrumeti». Ulteriore conferma viene dall’attore incontrastato dei nostri giorni: l’informazione, l’invasività dei nuovi mezzi di comunicazione. Come avevano da tempo intuito Marshall McLuhan e Thompson, ci eccitano a nuove esperienze, ma senza permetterci di stringere rapporti, avviare riconoscimenti: l’esperienza rischia il congedo dall’incontro, dal legame sociale.
Con acutezza, Beck analizza le conseguenze di questa seconda dissoluzione: nell’epoca della modernità avanzata, «la produzione sociale va sistematicamente di pari passo con la produzione sociale di rischi». L’inquinamento ambientale ne è prova eclatante e testimonia di un processo che, in mancanza di cesure, si autoalimenta e finisce col mettere in discussione finalità e statuto della scienza. Da questa infatti dipendono – non automaticamente ma spesso in condizioni di conflitto – la definizione e l’individuazione stessa del pericolo e delle sue soglie, ma anche l’ulteriore creazione di nuove incognite. Si finisce allora per constatare come «nel gioco reciproco tra i rischi, che essa ha contribuito a causare e a definire, e la critica pubblica di questi stessi rischi, lo sviluppo tecnico-scientifico diventi contraddittorio».
In realtà, i contrasti si manifestano su scala ben più ampia e profonda: il più delle volte mutano o agiscono in maniera differenziata, secondo le varie collocazioni: sociali, culturali, di genere. Spesso modificano forma e natura dell’agire sociale: la solidarietà, un tempo attivata dalla scarsità, dalla penuria, scatta ora, stringe e unisce sotto il vincolo della paura per il futuro, dall’ansia di chi vede terremotata la propria sfera vitale. Muta la visione della politica, mai come oggi concepita come azione di intrusione e sopraffazione – con buona pace del neoliberismo imperante, che adesso vede rivolgere alle proprie politiche di scasso sociale la bestemmia a lungo coltivata contro ogni intervento pubblico perturbatore dell’ordine naturale del mercato. A testimoniare di questo straordinario rivolgimento di significati sta il lavoro che da anni in Germania vede un apposito comitato scegliere la Unwort, la «parolaccia» dell’anno: spesso la selezione è finita su termini come ‘riforma’, ‘flessibilità’. Un tempo evocavano nel senso comune azioni positive, la capacità dell’uomo di modificare il corso delle cose, di migliorare la propria presa sul mondo. Da tempo le si sente impugnate da poteri ostili e lontani contro la propria sfera vitale, le si avverte a mo’ di grimaldelli disposti allo scasso degli abituali equilibri sociali, culturali ed istituzionali.
Patologie Già in altra epoca, in occasione di una guerra, subito assunta come «grande e la più memorabile» e poi costantemente indagata per la sua esemplarità, è venuto uno storico avviso sul mutamento di senso delle parole. «Cambiarono a piacimento il significato consueto delle parole in rapporto ai fatti»: scrive Tucidide in uno dei passi capitali della Guerra del Peloponneso, dedicato alla descrizione della «guerra civile» a Corcira, la cosiddetta Patologia. Ci avverte che quel cambiamento è indice di una rottura profondissima: istituzioni e luoghi un tempo condivisi diventano incapaci di trattenere e significare ancora una storia comune. Vince, prevale definitivamente – grazie all’«uso specioso della parola» – lo spirito di parte, di fazioni che «a parole servivano lo Stato, in realtà lo consideravano alla stregua del premio di una gara». Analoghi ammonimenti sulla radicalità della battaglia intestina, come verità ultima, rivelazione d’ogni conflitto, verranno di lì a poco – e significativamente in un momento fondativo della riflessione politica occidentale – da Platone. A lui toccherà, proprio nel momento in cui prova a fissare la visione della guerra come componente naturale e ineliminabile dell’esperienza umana – «sempre c’è la guerra per tutti gli Stati contro tutti gli Stati, continuamente, finché duri il genere umano» –, specificare che sempre «c’è guerra in ciascuno di noi contro se stesso» e che «vincere se stesso è la prima e la più bella di tutte le vittorie, cedere a se stesso è la cosa peggiore e la più vergognosa».
A cosa rinvia il groppo da globalizzazione che ci stringe la gola, se non alla radicalità con cui vediamo messo in discussione il senso finora assegnato a parole e termini fin qui condivisi? Cos’è che ci appare così epocale nell’attuale ondata della globalizzazione, se non l’assolutezza con cui dilaga, globale, un punto di domanda su come stiamo consumando il mondo e le regole con cui finora abbiamo orientato il suo corso, garantito la comune convivenza?
Al passaggio del 2000 si è gridato al Millennium Meltdown: la fusione, il blocco delle macchine, delle memorie digitali, figlie del ’900 e delle sue assolutizzazioni, costrette, dal cambio di data, ad abbandonare le semplificazioni della datazione a due cifre per passare ad una gestione del tempo più complessa e matura. I computer e le reti, a prezzo di sforzi e con costi straordinari, hanno retto alla prova. Gli umani, invece, non ce l’hanno fatta a reggere il nuovo passo di corsa. Eclatante c’è stato il crack: a Seattle, sulla costa orientale degli Usa, nel cuore dell’impero, a un mese dal cambio di data fatale, attorno all’organismo, la World Trade Organization, in sigla Wto, che più emblematicamente con i suoi comandamenti rappresenta il corso attuale della globalizzazione e che ambiziosamente era lì riunita per determinare l’agenda delle liberalizzazioni e privatizzazioni future, il Millennium Round. Una nuova generazione, in fuga da politiche ovunque ridotte, nei vari teatrini nazionali, a esangui ancelle del globalismo neoliberista, ma capace – grazie alla sua formazione globale – di reindirizzare grandi e straordinari flussi di comunicazione e informazione allo sviluppo di nuove sensibilità e solidarietà, ha denunciato il nuovo arbitrario «cambiamento di significato delle parole». Alla ricerca di una politica altra, vogliosa di misurarsi nel governo planetario di potenze scatenate al di là dei confini naturali dell’esperienza, il nuovo movimento, dai tratti anche profondamente differenziati, ha trovato unità e forza politica nella denuncia dell’agenda apprestata dai potenti raccolti a Seattle. Nei codicilli che provavano a render più ampie e stringenti le maglie della regolamentazione sul commercio internazionale – soprattutto nei campi nuovi e ribollenti della proprietà intellettuale, dell’ambiente, del lavoro – il popolo di Seattle ha visto avanzare un nuovo «uso specioso della parola», da parte di élites che a parola servivano le libertà comuni, ma in realtà provavano ad affermare in nuove tavole della legge visioni e interessi di parte. Nel fuoco di una battaglia radicale sul senso da conquistare alla globalizzazione, sul modo di governarla, su dove indirizzare il mondo, a Seattle si è aperta una straordinaria questione di legittimità: chi, come e in nome di quali principi può metter mano alle regole della convivenza comune, manometterle.
Se questa nuova fase della globalizzazione si apre su conflitti di tale natura, allora qualificare questa nuova modernità o età post-moderna – poco importa ora scegliere tra i due corni del dilemma – come «società del rischio», o «accelerazione» e «compressione» del mondo, eccitazione della «mutua dipendenza», aggiunge poco a quel processo di reificazione che disvela l’arcano della modernità, e che ora avvertiamo qualificarsi in forme globali come reificazione del mondo. In fondo su di esso lapidariamente richiamava l’attenzione già Paul Valery chiedendosi: «può la mente umana governare quel che la mente umana ha prodotto»? C’è bisogno di scavare più a fondo nel duello che serra e oppone il mondo e l’umanità. E in particolare vedere se esso non riproponga, in forme del tutto nuove, attualità e invadenza di una figura antica: la guerra e, soprattutto, la guerra civile.
In realtà, il passaggio di secolo e millennio, con la ‘guerra umanitaria’ della Nato, e più in generale l’intero ultimo decennio del ’900 hanno suonato smentita delle tesi che, dall’esame della ‘guerra fredda’ e della sua dissoluzione nelle macerie del Muro e dell’Urss, pretendevano di individuare una epocale cesura della storia: la fine della ‘guerra come continuazione della politica’, delle ‘guerre costituenti’ incaricate di tenere a battesimo rivolgimenti ed età, egemonie e imperi. Secondo queste vedute, da tempo, già dalla fine della seconda guerra mondiale, lo Stato-potenza avrebbe ceduto il passo al Trading State, allo Stato-mercante figlio della interdipendenza. La fine del bipolarismo, assieme al tramonto della centralità della potenza nelle relazioni internazionali, avrebbe completato l’opera, facendo infine venir meno – ad esempio, secondo Giuseppe Vacca – «le strutture che, sia pure come un simulacro, avevano continuato a giustificare la coppia amico-nemico». Di qui la necessità di «un nuovo pensiero» capace di guardare - libero delle categorie «polemologiche» del mondo di ieri – la nuova «morfologia della modernità», le nuove «antropologie» che tipizzano l’interdipendenza e l’odierno mondo multipolare. Ammutolite o imbarazzate dal golpismo costituente consumato dagli Usa e dalla Nato a danno dell’Onu e del diritto internazionale, queste visioni si sono rivelate deficitarie innanzitutto nell’analisi dei processi e dei soggetti eruttati dalla rottura della gabbia bipolare. Proprio la modernità e le antropologie rivelate dagli anni novanta disvelano invece, opportunamente scandagliate, una nuova Patologia, tutta iscritta nel dilagare della guerra civile e della lotta di fazione. È Hans Magnus Enzensberger, ad esempio, a offrirla, quasi ricalcandola, mutatis mutandis, sulle pagine dedicate a Corcira e richiamando esplicitamente la Guerra del Peloponneso, «modello insuperato» della guerra civile come «forma primaria di tutti i conflitti collettivi». A differenza che per il passato, oggi le fazioni del conflitto intestino, dilagato nel mondo orfano della disciplina bipolare, non si curano più nemmeno di mutare il significato alle parole. Tronfie di autistica esibizione di violenza, si producono in azioni spesso prive di motivazioni. Nel globo abitato dallo scoppio molecolare del conflitto, in cui «ogni vagone della metropolitana può diventare una Bosnia in miniatura», il «loro coraggio si chiama viltà». Il nemico torna a incombere nella realtà quotidiana della vita. A mano a mano che sbiadiscono o crollano i confini rassicuranti oltre i quali si riconosceva e mirava lo straniero, si torna ora a temere chi preme vicino.
La «guerra civile molecolare» di Enzensberger non è però inintelligibile e cieca diffusione di violenza. È invito a guardare le nuove linee di faglia che frangono e terremotano il mondo. Caduti i contrafforti che serravano Oriente e Occidente, per Enzensberger non è più proponibile nemmeno una rappresentazione dello scontro in atto su scala mondiale lungo il fronte tradizionale segnato dalla «lotta per il riconoscimento» dei Dannati della terra di Frantz Fanon. Tra i suoi vari effetti la globalizzazione ha anche quello di sconvolgere la geografia del Terzo Mondo, dissolvere la sua compattezza. Il servo non ha più una chiara visione del padrone. I termini della vecchia hegeliana dialettica si sono complicati. Sono avanzate sulla scena borghesie indigene, potenze regionali. Per converso, i vecchi poteri si sono spesso trasformati, quasi liquefatti, invisibili e impalpabili, in ragnatele di bit, filamenti genetici e commi contrattuali. La novità più eclatante è però rappresentata dal fatto che la globalizzazione più che mai rimescola arretratezza e sviluppo, Nord e Sud, riunificandoli nel «tempo unico» del mercato globale e delle sue costrizioni: «a New York come nello Zaire, nelle metropoli come nei paesi sottosviluppati sono sempre più numerosi coloro che vengono espulsi definitivamente dal circuito economico perché non vale più la pena sfruttarli». È qui, secondo Enzensberger, su questo terreno che sorgono le guerre civili, che si determinano le nuove fazioni nell’odierna Corcira, nella polis globale: attorno alla «lotta per il riconoscimento» di chi è bollato o teme d’esser dichiarato «superfluo». Nascono lungo questo crinale le «rivolte da globalizzazione» intraviste da Erik Izraelewicz nel grande sciopero del novembre-dicembre 1995: il Grand Tournant, il punto di svolta che in Francia abbatteva il governo Juppé e al mondo annunciava Seattle.
Vale la pena allora, per non indulgere a improponibili filosofie della storia rattrappite attorno all’immutabilità di categorie e concetti, scavare di più nella patologia delle nostre guerre civili, per storicizzarne il decorso e meglio distinguerne forme e soggetti, per provare a rispondere in maniera più adeguata alla ricerca di nuova politica che le sospinge.
Riferimenti bibliografici. Z. Bauman, Liquid Modernity, Polity Press, Cambridge 2000.- U. Beck, La società del rischio, Carocci, Roma 2000.- M. Berman, L’esperienza della modernità, il Mulino, Bologna 1985.- H. M. Enzensberger, Prospettive sulla guerra civile, Einaudi, Torino 1994.- J. Fourastié, Les Trente Glorieuses ou la Révolution invisible de 1946 à 1975, Fayard, Paris 1979.- E. Izraelewicz, La première révolte contre la mondialization, in «Le Monde», 7.12.1995.- R. Rosecrance, The Rise of the Trading State, Basic Books, New York 1986.- A. J. Toynbee, Civiltà al paragone, Bompiani, Milano 1949.- G. Vacca, Riformismo vecchio e nuovo, Einaudi, Torino 2001.
* La «rivista» mi chiede di anticipare le pagine introduttive, scritte prima dell’11 settembre 2001, di un volume di imminente pubblicazione per la «manifestolibri». Giudichi il lettore della loro attualità.


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