numero  20  settembre 2001 Sommario

I dialoghi di un cattivo maestro

UN'AVVENTURA DELLA CONOSCENZA
Aldo Tortorella  

Marcello Cini non ha bisogno di presentazioni per i lettori del «manifesto» (di cui fu tra i promotori, gruppo e giornale) e di questa rivista (su cui ha pubblicato la sintesi della sua posizione ideale e politica, con le polemiche che ne sono seguite). Ma anche per chi ha qualche nozione del suo pensiero, questa sua autobiografia intellettuale e umana costituisce non solo una lettura appassionante, ma una scoperta 1. Leggere un autore (alcuni dei libri di Cini hanno avuto – come si sa – un'ampia diffusione) nei vari momenti della sua ricerca è altra cosa dal ripercorrere la trama del suo proprio costruirsi. Ciò è particolarmente vero per chi – come Cini – non ha coltivato l'impegno scientifico secondo la linea, com'egli ricorda, dell'approfondimento di uno specialismo solo, ma ha avvertito una `curiosità', per usare la sua parola, che si è estesa a campi diversi del sapere. Ne viene il racconto di una avventura della conoscenza e – contemporaneamente – uno squarcio illuminante della storia della fisica e della filosofia della scienza nella seconda metà del secolo passato. Ma Cini come scienziato e come uomo è stato anche un militante politico: un `militante' come `volontario' (a proposito di certe polemiche recenti) che ha avuto nei convincimenti politici, così come sul cammino della conoscenza, un percorso tormentato e libero. È stato un cammino che lo ha portato a idee diverse da quelle comunistiche sostenute per un lungo tratto, ma non ne ha mutato l'indignazione per l'atroce ingiustizia nel mondo e la volontà di pensare e di agire per cambiare le cose.
Io posso parlare, con qualche nozione di causa, unicamente di questa parte politica della storia di Cini. Ma essa è inseparabile, per la verità, da quella avventura della conoscenza che è stata la sua vita. Com'egli spiega, ciò che lo muove alla passione scientifica è l'ideale di una conoscenza oggettiva, come gli appare essere – appunto – il sapere delle scienze e, in particolare, di quella, la fisica, ch'egli abbraccia dopo la laurea in ingegneria e una breve esperienza di lavoro. Al mondo della fisica teorica, in definitiva, Cini continuerà ad appartenere, anche durante il tempo della esplorazione di altri saperi e di altri mondi, tornandovi più intensamente nell'ultima parte dell'insegnamento universitario. Su questa appartenenza, la fotografia di copertina – comunque sia stata scelta – pone l'accento: essa ritrae un giovane Cini accosciato dinanzi al grande Paul Dirac, uno dei fondatori della fisica contemporanea, che gli fu maestro a Cambridge.
Alla metà del secolo, la fisica, rappresentava – anche agli occhi di chi intendeva seguire altri studi – la regina delle scienze. E la scienza era, per il giovane fisico, già divenuto comunista dopo aver partecipato alla Resistenza, il modo migliore di «sottomettere le forze della natura allo scopo di far vivere meglio gli uomini» (p. 64), così come «per organizzare meglio la società» occorreva battersi con gli sfruttati in una lotta di liberazione sulle basi di una analisi «condotta con gli strumenti del socialismo scientifico marxista» (ivi). Dunque tra scienza e politica comunista si stabiliva, così, una corrispondenza profonda, peraltro riassunta in alcune grandi figure (Paul Langevin, Joliot Curie, Eugenio Curiel, Ettore Pancini) divenute emblematiche di questo cammino comune della scienza e della liberazione sociale.
La crisi dello scienziato (ma Cini non cela neppure i motivi più personali e più immediati) avviene perciò in corrispondenza dei dubbi sulla validità della analisi marxiana e della esperienza politica nel Pci. Dalla sospensione della ricerca nella fisica teorica, che pure aveva dato non piccoli risultati, Cini passa allo studio della storia della scienza e dunque alla sua contestualizzazione nella società, e di qui arriva alla epistemologia e, dunque, alla ricerca sui fondamenti della scienza. Egli apre davanti a sé il campo a una visione che, pur non dubitando della possibile validità dei saperi scientifici (e dunque respingendo le conclusioni estreme di alcuni autori) ne vede il rapporto con gli impulsi che vengono dalle società – dai convincimenti diffusi, dai gruppi dominanti – e ne esamina le possibili cadute dogmatiche nelle tendenze incapaci di vedere la complessità delle connessioni tra le parti e l'insieme (riducendo le une alle altre o viceversa) e l'intrusione del caso, così nel processo evolutivo come negli eventi sperimentali e nei processi fisici. Credo che vada ringraziato Cini per lo sforzo che compie, al fine di far intendere questo difficile e lungo percorso, per rendere piana e scorrevole la descrizione del principio di indeterminazione, la discussione sulla meccanica quantistica, l'incontro con l'analisi freudiana, la rivisitazione dell'evoluzionismo darwiniano, la scoperta del pensiero di Gregory Bateson, la controversia tra filosofi della scienza da Popper e Feyerhabend. Non sono sicuro – comunque – di aver accennato con accettabile approssimazione un cammino così arduo e complesso. Il rischio di qualche semplificazione era obbligatorio perché non potesse sembrare che l'approdo di Cini a quella che egli chiama una concezione evolutiva ai fini del miglioramento della società e alla critica della posizione marxiana avvengano come una sorta di resa a una qualche forma di fatalismo o a una qualche arrendevolezza, come è accaduto a molti, verso le mode indotte dal pieno successo del meccanismo economico-sociale capitalistico.
Perfettamente al contrario, Cini non rinuncia in alcun modo alla critica del capitalismo, ma la vuole trarre fuori dall'indugiare nell'attacco a un mondo che non c'è più. «I rapporti sociali erano mediati dallo scambio di merci. Nel nuovo capitalismo sono le stesse relazioni tra gli individui singoli che diventano merce» (corsivo dell'autore). Naturalmente, ciò non significa che non esistano più le merci nel senso tradizionale, ma che viene prevalendo il contenuto immateriale anche negli oggetti di consumo più tradizionale, nel mentre avanza la commercializzazione e la vendita di oggetti che incorporano un lavoro (operaio) pari a zero, come i software di Bill Gates. Il soggetto emancipatore, previsto da Marx, si è frantumato: e la creazione di accumulazione dalla produzione passa al consumo. L'imperativo trasmesso alle donne e agli uomini del pianeta è di sapere e volere consumare.
Si potrebbe obiettare che per obbligare al consumo, dentro le merci c'è oggi una quantità gigantesca di lavoro impensato ai tempi di Marx: vale a dire che la produzione dell'immaginario comporta la macchina enorme della pubblicità diretta e indiretta, i mezzi di comunicazione di massa, i molteplici apparati di convincimento: il tutto agito da un esercito di lavoratori sospesi, per usare il linguaggio antico, tra sfruttatori e sfruttati. Comunque Cini colpisce con esattezza – mi pare – il difetto di previsione di Marx: il quale pensava a un processo di liberazione dal lavoro dovuto, alla lunga, alla sostituzione delle attività esecutive con i risultati dell'opera della scienza e della tecnica, nel mentre il processo reale è quello della appropriazione da parte del capitale della scienza e delle sue scoperte, sino alla imposizione dei brevetti sulla vita stessa.
L'accento di Cini cade, dunque, sul bisogno prioritario di dare battaglia per la proprietà pubblica, sociale dei risultati della scienza e, dunque, per la priorità assoluta della ricerca pubblica, contro le mostruose diseguaglianze che la privatizzazione della scienza esaspera oltre ogni misura. Ma la lotta alla diseguaglianza deve essere condotta, contemporaneamente, contro l'omologazione universale e contro la soppressione delle differenze, elemento essenziale per la vita e per la società. Una concezione evolutiva, dunque, significherà innanzitutto non già dettare un nuovo modello, ma indicare ciò che va respinto: e innanzitutto la pretesa proprietaria su tutto – compreso il genoma umano, le fonti della vita – il dominio di un mercato senza regole, la gestione oligarchica del mondo, il razzismo differenzialista che è l'opposto della comprensione e cooperazione tra diversi.
Cini non arriva a questo approdo innovatore rinnegando il proprio passato. Narrando del suo essere stato un comunista italiano e, poi, un radiato – con il gruppo del Manifesto – dal Pci, egli non usa indulgenza verso di sé, ma – semmai – verso chi non comprese che bisognava cambiare lo statuto, non applicarlo radiando. Ma rifiuta ogni forma di autofustigazione: cerca di spiegare fino a qual punto vi fosse un condizionamento storico che rendeva giusta quella scelta di campo, quali siano state le ingenue credenze e dove iniziasse l'errore. E rivendica giustamente una grande stagione di lotta a partire dalla solidarietà con il Vietnam che vide Cini impegnato in una famosa missione del Tribunale Russel, quella stagione che portò anche una qualità nuova nell'azione sindacale e politica in cui anche Cini si prodigò: azione che portò a grandi conquiste (le nuove norme per la salute nelle fabbriche, la fine dei lager manicomiali, le 150 ore).
Si può dire che Cini conclude, in fondo, con una piattaforma che riprende e avvalora quella del cosiddetto `popolo di Seattle': ed egli stesso lo dice. Ma in realtà c'è una miniera di idee nuove. E c'è anche una `idea nuova', proprio al termine, che egli assume da un giovane autore americano e che viene da una tradizione assai antica, ma di cui ha gran bisogno una sinistra che voglia essere alternativa: esiste una `natura dell'uomo' su cui non bisogna smettere di ricercare se non si vogliono costruire castelli di carta. È una idea apparentemente risaputa, ma nuovissima dato che fa parte ancora di un senso comune diffuso la convinzione che tutto è storia e tutto rapidamente cambia. Cambia, ma rimane. E la criticità del pensiero consiste, come ben prova questo libro, nel rifiutare le verità date e le concezioni stabilite, ma anche le innovazioni infondate e le improvvisate escogitazioni dove occorre invece la pazienza dello studio e della ricerca, anche nel riscoprire ciò che c'è di utile nella tradizione.
Cini fu chiamato nei tempi duri del terrorismo un `cattivo maestro' per qualche indulgenza nel '68. E con questo epiteto ha voluto, con vezzo polemico, intitolare la sua autobiografia, che dimostra il contrario. Non c'è maestro migliore di chi fa dubitare e pensare. Come fa, appunto, questo libro.


note:
1 M. Cini, I dialoghi di un cattivo maestro, Bollati Boringhieri 2001, L. 48.000.


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