numero  20  settembre 2001 Sommario
UN `VICEREAME'?
Pietro Ingrao  

Amarissimo ed esile è questo libro di Cesare Garboli: Ricordi tristi e civili, uscito quest'anno nella collana degli `Struzzi' 1. A sfogliarlo di corsa – come si fa appena un libro che ti interessa ti giunge sul tavolo – sembrerebbe una raccolta di scritti e interviste di varia umanità (per usare la formula corrente): tutti di un sugo aspro, e trascorrono dalla tragedia palestinese al caso di Teresa Cruz, a ritratti crudi e ironici di due protagonisti della stagione degli scandali: Raul Gardini e Cagliari, finiti poi a morire, ambedue suicidi.
Ponendosi poi a leggere il libro con ordine s'incontra subito, all'inizio, una cosa che non t'aspetti: una introduzione lunga e compatta che muove dal sequesto di Aldo Moro e giunge al crollo del Caf (Craxi-Andreotti-Forlani, ricordate?), alla fine di una lunga e pesante stagione politica e civile. La tesi di Garboli è secca. Non cerca il mandante del sequestro. Anzi è convinto che in quella livida tragedia siano in campo diversi attori di grande peso, e tutti (non solo i `brigatisti') rivolti a impedire il realizzarsi del connubio fra Democrazia cristiana e Partito comunista italiano, anzi, più precisamente del `compromesso storico', come incontro di quel singolare comunismo togliattiano e di quel cattolicesimo romano, con Papa Montini, in prima fila, teso – la citazione è testuale – nel suo «grande disegno medioevale, fondato sulla speranza di accendere una miccia sotto l'edificio sovietico» – e vedete quanto è ardita e complessa la lettura del `compromesso storico' in questo saggio introduttivo di Garboli.
Ma l'assassinio di Moro è solo una favilla nella trama dei roghi e delle stragi che costellano quell'aspro trentennio di fine secolo e che Garboli legge nel loro intreccio tragico, persino irreale. Carneficina, catena di enigmi colpevolmente irrisolti: appunto da Via Fani fino alla strage della stazione di Bologna. E Garboli evoca anche il mistero di Ustica.
Dice: «Ma questi non sono ricordi. Sono pensieracci, incubi, ansie che hanno invaso la casa». E chiude con la citazione di Ceronetti che afferma: «L'Italia non è una patria». Questa, infine, è la tesi amara che corre in quasi tutti i saggi, le interviste, le interlocuzioni di questo smilzo libro.
Sembra che Garboli chieda ancora che si faccia luce sul sangue di quel trentennio. Ma poi si coglie che per lui quel cupo tramonto di secolo non è una improvvisa decadenza. Irride, Garboli, agli uomini del Caf e li accosta persino alla rifioritura splendente della mafia, al nuovo intreccio fra delitto e politica. E da un certo punto di vista ci sarebbe anche da sorprendersi che una denuncia così feroce dell'ultimo trentennio italiano, venuta dalla penna di uno degli intellettuali più prestigiosi di questo paese, sia scivolata così quietamente. E nemmeno un dignitario politico, uno degli uomini di Stato sul podio, ne abbia raccolto l'allarme terribile (sia pure, sempre in Garboli, segnato dal morso di una ironia disperata).
Presto, rapidamente, però scorrendo quelle pagine brevi si coglie che per Garboli il trentennio di sangue e di misteri, di truffe miliardarie e di delitti non è una devianza o degenerazione. L'Italia è un `vicereame': dal Cinquecento è suddita, subalterna a un potere straniero, e accomodata, avvezza a questa sudditanza e alle vergogne avvinte ad essa. (C'è anche, in verità, una liquidazione troppo frettolosa del Risorgimento, ricondotto alla sola e vorace iniziativa dello Stato del Piemonte.) Garboli scrive pagine brucianti sul `vicereame' italico, nel suo mix di lazzo e di frode: si potrebbe dire nella sua rinuncia alla minima dignità di una autonomia. E non addossa la viltà solo alla pochezza dei suoi contemporanei. Va a cercare più lontano: nei grandi letterati e maestri di pensiero. Si potrebbe dire nei Padri.
Nelle pagine bellissime di quel capitolo che s'intitola: Sulle rive del Cinghio cita – a testimonianza – la famosa esortazione finale che Manzoni pone sulla bocca di Renzo Tramaglino: non mettersi nei tumulti, e tirare avanti in attesa di tempi migliori. E in questo aspro pessimismo sul mondo il nostro autore accosta a Manzoni Leopardi (trascura però il Leopardi `eroico' della Ginestra – non il più alto a mio avviso – su cui tanto hanno ragionato Binni e Vittorini).
Ma è solo un `introibo' per tornare ancora al nostro tempo: il Novecento poetico italiano, di cui non gli piace Montale, e Penna `sta fuori del secolo', fisso all'antichità che è la sua casa.
Così Cesare Garboli giunge a Bertolucci: non il romanzo in versi (`i grandi cartoni') della Camera da letto. Sceglie, Garboli, un testo degli anni ultimi, e nemmeno troppo nominato: Verso le sorgenti del Cinghio. In quel testo egli coglie «il viaggio di uno che sta sempre coi piedi per terra». Parte Bertolucci con amici per risalire il corso del Cinghio in un giorno ventoso d'aprile. Ma poi esita e trascina gli amici al ritorno. Anche quel poeta parmense dell'irto Novecento ha il «volto verso l'antico», quasi un medio agrario strozzato dalla cupidigia dell'industria che dilaga, nel vicereame italiano, sconvolto dallo sviluppo dissennato.
Garboli rispetta, comprende quel poeta padano turbato dal Male della modernità, che risalendo il Cinghio, come avvertito da un messaggio sepolto, cerca riparo «verso il quotidiano, il familiareà che già si svelava intonacato di luce».
Torna qui il ricordo della fine di secolo: del trentennio feroce (che è anche «il grande meriggio della poesia bertolucciana»). Garboli si rivolge al poeta. Lascia per un istante da parte l'invettiva mordace che gli è cara. Da molto lontano ormai si volge all'amico con una interrogazione assorta che è giusto riportare: «Vorrei crederti, Attilio. Vorrei anch'io che la morale della rimozione, dell'egoismo, della saggezza, della paura continuasse a proteggerci, ma credi proprio che ritornati a valle, lasciato il Cinghio, vedremo l'intonaco pieno di luce? O troveremo la casa distrutta?».
Sull'incendio, sugli appiccatori del fuoco, e sulle vittime il discorso, dopo un trentennio, è ancora aperto (e anche sulla responsabilità di ciascuno di noi). «Abbiamo i ladri e gli assassini in casa, ma sono enti invisibili», dice Garboli nel suo linguaggio icastico. Perché mancammo? Perché non siamo riusciti ancora a fare luce?
Infine bisogna avvertire il lettore che nel libro di Garboli ci sono anche altre vicende e passioni, e lembi di mondo. E al tempo stesso questo è un testo che ostenta maliziosamente la sua tendenziosità, e unilateralità. Non è un manuale di storia. Mancano infatti la sconfitta sovietica e il computer.
In fondo si discute a brani, rapsodicamente (e persino con un raggio ricorrente di sarcasmo), se c'è stata, e in che forma, una patria italiana. O solo un `vicereame'.


note:
1  Einaudi 2001, pp. xxvi-134, L. 22.000


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