numero  2  gennaio 2000 Sommario

Lettera da Legambiente

SINISTRA STRABICA
Enrico Fontana  

La "battaglia di Seattle", al di là della brutale repressione operata dalla polizia americana e delle "provocazioni" di piccoli gruppi di manifestanti (peraltro stigmatizzate dai principali artefici dell'iniziativa), ha avuto il merito di rendere finalmente visibile la forte carica innovativa, la "voglia di cambiamento", che caratterizza il pensiero e le azioni dell'ambientalismo moderno. Una capacità di contrapporsi al "pensiero unico" dominante, alla mercificazione della vita, alla dittatura del profitto assai più sostanziale di quanto, nella sinistra italiana in genere, siano portati a credere in molti .
Certo, i linguaggi, le forme di espressione e di organizzazione, i valori assunti come riferimento culturale e politico (nel senso nobile del termine), nonché i terreni d'iniziativa concreta, possono apparire spesso lontani da ciò che siamo abituati a definire come "rivoluzionario". Ma ciò è frutto di uno strabismo assai duro a morire, che confonde i propri criteri di analisi e di interpretazione della realtà, i propri canoni ideologici con i fenomeni reali in atto. Insomma, questa sinistra italiana che così intensamente s'interroga sui propri destini e caparbiamente ricerca idee e chiavi di lettura per ridefinire se stessa e il proprio ruolo, sembra ancora oggi, in buona misura, ancorata a griglie concettuali che definirei del "trapassato remoto". E se guarda a quanto fecondamente si agita, anche nel nostro paese, sul versante dell'ambientalismo lo fa quasi sempre ripiegando su se stessa, sforzandosi di ricondurre energie e idee nell'ambito di un pensiero politico tradizionale e, perché no, tranquillizzante.
Vorrei tradurre queste opinioni, del tutto personali, in qualche esempio concreto, frutto della mia esperienza e dell'attività che svolgo dentro Legambiente ormai da cinque anni, accanto a quella di direttore del mensile La Nuova Ecologia. Prima di farlo, anche al fine di evitare incomprensioni o polemiche fuorvianti, preciso da subito che non considero Legambiente, in quanto tale, un'associazione "antagonista" nel senso letterale e tradizionale del termine: farei torto, più che alla sua identità, al lavoro di migliaia di iscritti e militanti che, politicamente parlando, variano dall'area del non voto ad Alleanza nazionale, passando per Rifondazione comunista e Lega Nord. Quella che vorrei suggerire è una chiave di lettura, da sinistra, del nostro lavoro e dei suoi obiettivi, nella speranza che possa suscitare maggiore interesse e partecipazione (in termini di iniziative concrete e di azioni politiche) da parte di chi nella società e nelle istituzioni si colloca, appunto, a sinistra.
La mia associazione ha imboccato, a partire dal 1994, la strada, impegnativa e perigliosa sotto diversi profili, della lotta a tutto campo nei confronti dell'ecomafia e della criminalità ambientale in genere. Questo impegno sul versante della legalità e della tutela dell'ambiente è in realtà iscritto nel codice genetico dell'associazione; ispira le iniziative di decine e decine di circoli, soprattutto nelle regioni meridionali, da quando Legambiente è nata, nei primi anni Ottanta.
Da cinque anni a questa parte, però, questo lavoro è stato per così dire "portato a sintesi", in termini di elaborazione e di iniziative. Il primo atto di questo nuovo processo è, probabilmente, quanto di meno "antagonistico" si possa immaginare: un forte rapporto di collaborazione con l'Arma dei carabinieri. Da questo rapporto è nata la prima ricerca sull'ecomafia e la criminalità ambientale in Italia, diventata ormai un appuntamento fisso. Portando la responsabilità diretta sia del termine ecomafia sia, più in generale, di questa attività di analisi e di denuncia, proverò a spiegare perché, a mio avviso, questa iniziativa e tutte quelle che hanno successivamente caratterizzato l'azione di Legambiente sul versante della legalità abbiamo una forte carica di antagonismo: rispetto allo status quo del nostro paese, al ruolo di dominio che ancora vi esercitano i cosiddetti "poteri forti" (tra i quali figura a pieno titolo, la criminalità organizzata) e alla tutela concreta di interessi diffusi, come l'ambiente, la salute, più in generale la qualità della vita.
Il lavoro di ricerca (avviato nel 1994 insieme all'Arma dei carabinieri e che da allora prosegue, con cadenza annuale, sotto l'egida esclusiva di Legambiente ma con la collaborazione di tutte le forze dell'ordine), ci ha consentito di rivelare una realtà drammaticamente fotografata dai numeri: ogni anno si consumano in Italia oltre trentamila reati contro l'ambiente, alla media poco invidiabile di un reato ogni 17 minuti; circa la metà di questi reati, per quanto riguarda in particolare il ciclo del cemento (dalle cave illegali all'abusivismo edilizio) e quello dei rifiuti (dallo smaltimento selvaggio ai traffici di ogni tipo) si consuma nelle regioni a tradizionale presenza mafiosa (Campania, Puglia, Calabria e Sicilia); negli ultimi tre anni sono state costruite nel nostro paese circa centomila nuove case abusive, due terzi delle quali di nuovo nelle regioni meridionali; sempre ogni anno spariscono nel nulla diversi milioni di tonnellate di rifiuti industriali, tra cui circa 1,5 milioni di tonnellate di rifiuti pericolosi. L'insieme di queste attività (non ultima il racket degli animali, dai combattimenti tra cani alle corse clandestine di cavalli) frutta alle organizzazioni criminali una cifra oscillante tra i cinque e i seimila miliardi di lire l'anno; questa cifra, considerando anche i cosiddetti investimenti a rischio (ovvero opere pubbliche e raccolta dei rifiuti nelle regioni più colpite dai fenomeni mafiosi) sale fino a circa ventimila miliardi di lire.
Ciò che le cifre, già abbastanza esemplificative, probabilmente non rendono con sufficiente chiarezza è l'intreccio perverso di interessi (leciti o meno, ma comunque tutti all'interno delle dinamiche di sfruttamento selvaggio delle risorse naturali) che alimenta i fenomeni di degrado ambientale, sociale e civile di tante aree del nostro paese: dall'abusivismo nella Valle dei Templi di Agrigento alla discarica di Pitelli, in quel di La Spezia, trasformata in una collina di veleni.
Una parte significativa del sistema imprenditoriale italiano, o se volete del capitalismo di casa nostra, cresce e prospera in virtù di un generalizzato dumping ambientale: produce enormi quantità di rifiuti pericolosi e si avvale di una consolidata ragnatela di imprese di "smaltimento", pesantemente infiltrate dalla criminalità organizzata, che ha come principale occupazione quella di occultare in tutti i modi i rifiuti in questione e garantire alle imprese produttrici adeguate coperture "cartacee" di "avvenuto smaltimento" (ma dove? nelle cave abusive del Casertano? tra gli uliveti della Murgia pugliese? nella campagne della provincia di Frosinone?). Sia le imprese produttrici sia gli "smaltitori" approfittano di una situazione a dir poco paradossale: in Italia, inquinare l'ambiente, o trafficare in rifiuti è un reato contravvenzionale, prescrivibile in appena 3-4 anni, un comportamento, insomma, assai meno grave del banale furto di una mela.
Mi è capitato, in alcune occasioni, di ascoltare da autorevoli rappresentanti dei sindacati dei chimici racconti raccapriccianti sulla gravità e l'estensione di questi fenomeni (chi, del resto, se non le stesse organizzazioni dei lavoratori, può analizzare meglio di chiunque altro le caratteristiche dei cicli produttivi e i meccanismi di gestione dei rifiuti?). Al di là delle mie esperienze personali, per farsi un'idea della gravità di questi fenomeni basta guardare a ciò che è emerso dalle indagini condotte dal giudice Casson sul Petrolchimico di Marghera, oppure riandare con la memoria alle denunce di Gioacchino Basile su quanto accadeva nei Cantieri navali di Palermo.
Forse si è già capito dove voglio andare a parare: in questi come in altri episodi, purtroppo numerosi, la sinistra in senso lato e i sindacati (ovvero chi, per ragioni ideologiche e di ruolo, avrebbe dovuto svolgere un ruolo attivo nella denuncia di questi fenomeni) hanno spesso girato la testa dall'altra parte, per non dire di peggio.
Non era e non è solo la contraddizione tra ambiente e lavoro, scarsamente metabolizzata al di là dei pronunciamenti ufficiali, a rendere per certi aspetti drammatica la distanza che ancora oggi separa le battaglie ambientaliste, l'antagonismo ambientalista, dall'agenda e dall'azione politica della sinistra italiana. Credo ci sia di più. Quando si tratta di combattere le dinamiche negative del mercato globalizzato, l'ambiente e la tutela delle risorse naturali trovano a sinistra ampio spazio e credito. Se dal "globale" ci spostiamo al "locale", ovvero in Italia, le priorità cambiano. Il lavoro e le sue forme (precario-garantito, stabile-mobile), il salario e l'inflazione, le pensioni e lo stato sociale: tutti questi temi, nobili e rilevantissimi, prendono di gran lunga il sopravvento. L'ambiente scivola in fondo all'agenda, il "verde" scolorisce di fronte al "rosso", più o meno acceso.
Eppure, se ci si riflette meglio, quale occasione migliore per tagliare le unghie al processo selvaggio di accumulazione dei profitti, delle battaglie per ridurre quantità e qualità dei rifiuti, per innovare i cicli produttivi, per costringere le nostre imprese a rispettare le leggi, e introdurre, finalmente, anche nel nostro Codice penale i delitti contro l'ambiente? Quale terreno più fertile della lotta, senza quartiere, all'abusivismo edilizio, per aggredire i processi di accumulazione dei capitali e dei "consensi" mafiosi? Oggi, in qualche caso (uno per tutti quello di Gerardo Rosania, sindaco di Eboli) la sinistra sembra aver fatto proprie, concretamente, le nostre battaglie. Ma non era neppure ieri che Camera e Senato, con il consenso forse distratto di tutti, Rifondazione comunista compresa, stavano per approvare il cosiddetto "condonicchio" degli abusi edilizi nel demanio marittimo (operazione che non tentò a suo tempo neppure Silvio Berlusconi). E mi sembra difficile sostenere, per usare usare un eufemismo, che la sinistra tutta si sia contraddistinta nella battaglia che Legambiente e Giuseppe Arnone, in particolare, conducono da anni contro lo scempio della Valle dei Templi.
Rivendicare la priorità delle questioni ambientali, in Italia e non solo nei paesi in via di sviluppo, significa anche combattere perché la legalità si affermi, contro le imprese inquinatrici, gli speculatori abusivi e i trafficanti di rifiuti. Anzi, in particolare nel Mezzogiorno questa battaglia è decisiva se si hanno davvero a cuore le sorti di uno sviluppo ecocompatibile, perché proprio attraverso l'aggressione all'ambiente la criminalità organizzata e il sistema di potere, corrotto, che la affianca hanno assunto vere e proprie "posizioni dominanti" nell'economia di mercato e nella vita di tutti i giorni.
Spiace dirlo, ma ancora oggi queste materie sono affidate perlopiù al lodevolissimo impegno dei "responsabili ambiente" di partito; animano componenti che restano purtroppo minoritarie; contaminano poco le azioni della sinistra più dichiaratamente antagonista (un'eccezione significativa è quella delle attività avviate proprio da Legambiente in collaborazione con diversi centri sociali sul versante della protezione civile); fanno capolino nei documenti sindacali (quanto alle azioni, alle vertenze, c'è poco o nulla). Eppure a me le questioni aperte dall'ambientalismo sembrano prioritarie, anche per la sinistra. E non ho avuto bisogno della "battaglia di Seattle" per esserne consapevole.


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