Il libro di Paul Krugman
UN PENSIERO
MENO UNICO
Luigi Cavallaro
"Che cosa vuol dire che è ritornata l'economia della depressione? Essenzialmente vuol dire che, per la prima volta da due generazioni, la scarsità della domanda - una spesa privata non sufficiente a sfruttare la capacità produttiva che abbiamo a disposizione - è ormai diventata un chiaro ostacolo al benessere di tutto il mondo". Paul Krugman, già enfant terrible della "nuova teoria del commercio internazionale" (della quale è ora, appena quarantaseienne, tra i più autorevoli esponenti) ha scritto un libro bello e importante, Il ritorno dell'economia della depressione (Garzanti, 1999, pp. 203, £. 25.000). Bello per lo stile, che unendo chiarezza espositiva e vena dissacratoria riprende la migliore tradizione della letteratura economica radical angloamericana; importante perché non capita spesso che un economista indubbiamente liberal per formazione teorica e tutt'altro che estraneo all'establishment (Krugman, oltre ad essere professore al MIT, è stato consulente dell'FMI, della Banca Mondiale, delle Nazioni Unite, del governo statunitense e perfino della famigerata "Three-Lateral Commission") si esprima in netta controtendenza rispetto alle "certezze" dispensate dall'ortodossia: solitamente - lo notò Sraffa più di settant'anni addietro - le critiche "dall'interno" al pensiero dominante vengono dislocate "nelle note a piè di pagina dei testi, e prudentemente isolate le une dalle altre", in modo da suscitare l'impressione che non tocchino nel complesso il maestoso edificio della teoria; il pregio di questo libro è, invece, quello di coordinare buona parte di questo materiale sparpagliato e di mostrare, alfine, come in realtà eccezioni, qualificazioni e limitazioni si siano divorata, se non tutta, buona parte della supply-side economics, l'"economia dell'offerta" che ha dominato la scena teorica (e politica) degli anni Ottanta e Novanta.
Già, perché questo libro - il lettore è avvertito fin dall'introduzione - non è solo un avvincente racconto delle vicende (o meglio: dei disastri) dell'economia mondiale dal 1° luglio 1997 (ricordate i festeggiamenti per la ricongiunzione di Hong Kong alla Cina?) al gennaio 1999: "è in fondo un trattato analitico. Non si occupa tanto di quello che è successo quanto del perché". E lo fa ricorrendo a modelli esplicativi semplificati (del resto, "l'unico modo per rendere comprensibile un sistema complesso, che si tratti delle previsioni del tempo a livello globale o dell'economia mondiale, è quello di lavorare con modelli - rappresentazioni semplificate che ci si augura possano aiutare a capirne il funzionamento") e con un linguaggio accessibile "a tutte le persone interessate". "In qualità di economista di una certa fama - ironizza Krugman - sono assolutamente in grado di scrivere cose che nessuno può leggere", cioè di parlare il "linguaggio incomprensibile" delle "equazioni e diagrammi caratteristici dell'economia formale"; ma il linguaggio delle equazioni - prosegue Krugman, riecheggiando la celebre "lettera sul metodo" di Marshall a Bowley - serve solo a costruire un'impalcatura: "una volta che i lavori di costruzione hanno raggiunto un certo livello, l'impalcatura può essere tolta, lasciando così solo le parole comprensibili" (e se non è possibile, "allora è segno che c'è qualcosa che non funziona con il modello").
Qual è, dunque, il modello di cui si avvale Krugman per spiegare il ritorno dell'economia della depressione? Per strano che possa sembrare, è mutuato da un articolo scritto nel 1978 da Joan e Richard Sweeney, La teoria monetaria e la grande crisi della cooperativa di baby-sitter di Capitol Hill. Vi si racconta di una cooperativa formata da numerose coppie giovani (circa 150), le quali, desiderando aiutarsi reciprocamente a fare da baby-sitter ai propri bambini, avevano messo su una complicata organizzazione nella quale la coppia che si fosse occupata dei bambini altrui riceveva un "buono", che poteva successivamente spendere per ottenere che un'altra coppia si occupasse dei propri. (Può sembrare una boutade, ma la cooperativa in questione è nient'altro che "un sistema economico in miniatura" e, così come i modellini degli aeroplani possono dare ai progettisti indicazioni utili sul futuro comportamento di un jumbo-jet, allo stesso modo "gli alti e bassi di quella cooperativa ci possono fornire importanti lezioni riguardo ai motivi per cui le economie di dimensioni reali funzionano o meno".) In questa cooperativa, spiega Krugman, non è possibile che tutte le coppie decidano simultaneamente di posporre nel tempo la facoltà di avvalersi del servizio di baby-sitting (decidendo, ad esempio, di non usufruirne in inverno per farvi ricorso in estate): alcune possono farlo ma a condizione che un egual numero di altre decida simultaneamente di ricorrere al servizio più di quanto non potrebbe permettersi sulla base dei "buoni" in suo possesso, cioè ricorra all'"indebitamento"; diversamente, poiché "la cooperativa come insieme non può mettere in banca le ore invernali per utilizzarle in estate", si verifica una "recessione invernale": pur essendoci la disponibilità di ciascuna coppia ad offrirsi come baby-sitter, si ha la paralisi perché non c'è nessuna coppia che domandi tale servizio. C'è un solo modo, allora, per risolvere il problema: quello di "rendere ben chiaro a tutti che i buoni guadagnati in inverno si svalutano se vengono conservati fino all'estate - vale a dire, cinque ore di baby-sitter a credito in inverno si trasformano in sole quattro ore in estate". Ciò ovviamente incentiverà la domanda e quindi consentirà alle "risorse disponibili" di tornare in circolo - in concreto, permetterà alla cooperativa di tornare a funzionare.
Ma cosa corrisponde, nel sistema economico reale, ai "buoni" che perdono valore dall'inverno all'estate? La risposta è semplice ed è "un'aspettativa d'inflazione" o, quanto meno, un "allentamento quantitativo", cioè - fuor di metafora - una politica monetaria capace di portare l'Europa e gli Stati Uniti a tassi d'interesse reali prossimi allo zero e il Giappone (che, secondo Krugman, è già caduto nella keynesiana "trappola della liquidità") a tassi di interesse reali negativi. Krugman perviene a questa conclusione servendosi della storiella della cooperativa ma, avverte, è possibile arrivarvi "utilizzando uno qualsiasi dei tradizionali modelli matematici di cui si servono abitualmente gli economisti per discutere di politiche monetarie". Di più: è possibile arrivarvi anche da una prospettiva marxiana, sostituendo cioè all'economia di "puro lavoro" di Krugman un'economia capitalistica. In tale economia, infatti, il denaro non è soltanto un mezzo di circolazione della ricchezza: come ha spiegato Marx, esso è principalmente la forma sociale del potere e, in quanto tale, condiziona lo svolgersi del processo produttivo, perché attraverso la sua effusione ed il suo deflusso dalla sfera della circolazione fa sì che il processo di produzione si compia o meno. La "preferenza per la liquidità", che Keynes teorizzò compiutamente solo nel 1936, era stata scoperta da Marx quasi cent'anni prima: egli aveva già analizzato la rilevanza della "tesaurizzazione" come "momento formale" che consentiva al denaro di fissarsi nella sua funzione di "tesoro" per non affluire nella sfera della circolazione allorché la produzione della ricchezza materiale, pure astrattamente possibile, non avesse comportato la riproduzione del rapporto sociale capitalistico. Nella società dominata dal capitalismo, infatti, il denaro circola - e dunque media le fasi della riproduzione - soltanto se può riprodursi come valore che si valorizza, come capitale. Dunque, se l'imprenditore, che è il punto di partenza della catena logica della spesa, prevede di non poter valorizzare il proprio capitale, si astiene dall'effettuare la spesa, anche a costo di lasciare inutilizzati quei valori d'uso esistenti, che avrebbero potuto essere combinati per dar vita al processo materiale di produzione: la marxiana differenza tra "forma materiale" e "forma sociale" del valore d'uso si coglie proprio qui, giacché un valore d'uso materialmente disponibile non viene riconosciuto socialmente come "risorsa", dato che il suo impiego non condurrebbe alla riproduzione dei rapporti sociali dominanti. Ciò che quindi viene a mancare è la spesa di denaro come capitale; è solo perché il capitale, come denaro, media altresì la riproduzione del polo opposto del rapporto di produzione (nella forma di spesa di reddito della classe dei salariati) che la mancata spesa di capitale refluisce negativamente anche sulla domanda per consumi. Del tutto conseguentemente, ogni "allentamento quantitativo" à la Krugman viola i vincoli che i rapporti di produzione capitalistici impongono alla circolazione del denaro, perché ne evoca la presenza pur mancando le condizioni per la valorizzazione; o, se si preferisce, comporta l'immissione, nella sfera della circolazione, di una quantità di denaro che, sulla base del modo capitalistico di produzione, non avrebbe dovuto esserci. Ne discende, com'è ovvio, una svalorizzazione del denaro stesso e, parallelamente, un aumento dei prezzi.
Si comprende allora il motivo per cui quella dell'inflazione risulti, come annota Krugman, un'"eresia" agli occhi dell'economia ortodossa: già nel 1919 Keynes aveva avvertito che "non esiste mezzo più sottile e sicuro per rovesciare le basi della società esistente che svalutare la moneta". Il problema che Krugman non mette adeguatamente in luce è che l'"allentamento quantitativo" non determina un innalzamento immediato di tutti i prezzi: al contrario, comporta un periodo più o meno lungo di "aggiustamenti", che - implicando mutamenti nei prezzi relativi delle merci e dei fattori della produzione - danno luogo a redistribuzioni della ricchezza tra le varie classi sociali. Nella sua tesi di laurea, precedendo di tre anni l'elaborazione che Keynes avrebbe messo a punto nel suo Tract on Monetary Reform, Sraffa scrisse: "Di questa diversità nella rapidità di aggiustamento delle varie categorie di prezzi agli aumenti della circolazione profittano interamente gli imprenditori, gli speculatori e gli industriali; essi nella prima fase, nella quale la circolazione è aumentata, ma non lo sono ancora i prezzi, sono avvantaggiati dalla temporanea abbondanza di denaro e nella seconda fase, nella quale i prezzi sono aumentati ed i salari in denaro restano fermi, beneficiano della riduzione dei salari reali. I primi benefici non portano danno a nessuno, ma saranno eventualmente scontati con la scarsezza di denaro conseguente alla possibile futura deflazione. I secondi ricadono immediatamente sulla classe lavoratrice".
Diventa evidente, allora, che "gestire l'inflazione" rappresenta un problema in più per chi voglia tornare a percorrere la "prospettiva Keynes", opportunamente richiamata da Giorgio Lunghini nel numero precedente della rivista del manifesto; e un problema che, al contempo, palesa il limite di Krugman: quello di sposare quella versione "bastarda" del keynesismo che è propria della "sintesi neoclassica" e di riporre, per conseguenza, troppa fiducia nella politica monetaria - quasi che tassi d'interesse prossimi allo zero (o anche negativi, via inflazione) potessero costituire di per se stessi un rimedio, prescindendo cioè dalla redistribuzione della ricchezza tra salari, rendite e profitti e dalle conseguenti modifiche nella composizione della spesa cui essi mettono capo.
Ma il libro di Krugman pone anche un problema a quanti (come Bellofiore, in questo stesso numero della rivista) ritengono che un'economia pressoché chiusa e con un consistente avanzo commerciale, com'è attualmente l'Europa, debba incontrare meno difficoltà nel dar luogo ad una politica economica espansiva. Si tratta del cosiddetto "trilemma monetario internazionale", che Krugman spiega molto chiaramente nel sesto capitolo del suo libro. Vi si scopre che non è possibile avere congiuntamente tassi di cambio stabili, politica monetaria discrezionale e libertà di movimento dei capitali. Teoricamente, dice Krugman, sarebbe meglio avere tassi fluttuanti (ed è, mi sembra, quanto sostiene Bellofiore, che invita ad "una politica del cambio 'benignamente' orientata a sfruttare la debolezza dell'euro") e mantenere la discrezionalità della politica monetaria e la libertà di movimento dei capitali: il problema, aggiungerei, è che, se non si dispone dell'arsenale degli Stati Uniti, ciò è possibile solo se si ottiene la "fiducia" dei mercati, il che a sua volta implica di fatto la rinuncia alla discrezionalità della politica monetaria sotto pena di attacchi speculativi: il rialzo dei tassi recentemente deciso dalla BCE a seguito di analoghi movimenti messi a segno dalla FED e per nulla fondato, come invece sarebbe stato lecito attendersi, su variazioni "preoccupanti" degli indicatori europei, sta lì a dimostrarlo. (A ragione, dunque, Valentino Parlato ha richiamato l'attenzione, sul numero zero di questa rivista, sulla "specificità americana" e sul fatto che "solo un'Europa veramente unita potrebbe imitare il modello USA ma aprendo per ciò stesso un conflitto mortale con gli USA".)
Tutto questo rende impraticabile la "prospettiva Keynes"? Affatto. Ne complica indubbiamente i termini, specie se si considera che, come ricorda Krugman, "l'economia prende forma in un contesto politico", del quale è parte decisiva l'ideologia come collante del consenso. Non è un caso che l'economista americano riporti il dilagare della liberalizzazione a due eventi "simbolici": il "collasso del socialismo [...] come ideale in grado di far muovere la mente degli uomini" e lo sviluppo dell'informatica, intesa non tanto come supporto "tecnologico" della globalizzazione ma come mezzo di persuasione ideologica. "I nuovi settori economici - scrive infatti Krugman - ci hanno riportato indietro a quello che potremmo chiamare 'il romanzo del capitalismo': l'immagine di un eroico imprenditore che costruisce una migliore trappola per topi e che, così facendo, diventa meritatamente ricco". Con l'ascesa prima e il consolidarsi poi del fordismo, l'economia era apparsa sempre più gestita dalle multinazionali, i cui manager per nulla rassomigliavano alla figura eroica dell'imprenditore cantata da Marshall e Schumpeter. Ma l'avvento dell'informatica - scrive Krugman strizzando l'occhio alla potente metafora marshalliana degli "alberi della foresta" - ha dato "un bello scossone alla struttura industriale": la storia economica è tornata a popolarsi di "uomini (e solo di rado donne) che ebbero una grande idea, la approfondirono nel loro garage o sul tavolo di cucina e si arricchirono improvvisamente". Così si spiega il "successo politico e ideologico del capitalismo"; così si spiega il fatto che, "per la prima volta dopo il 1917, viviamo in un mondo in cui i diritti alla proprietà e al libero mercato sono considerati principi fondamentali, non cinici espedienti; dove gli aspetti negativi dell'economia di mercato - ineguaglianza, disoccupazione, ingiustizia - sono accettati come parte della vita". Oggi, come già nell'età vittoriana, "il capitalismo è garantito non solo dai suoi successi [...] ma dal fatto che nessuno dispone di alternative plausibili". E quasi a conferma di un antico adagio, che recitava "senza teoria rivoluzionaria non vi può essere movimento rivoluzionario", Krugman malinconicamente conclude: "La verità è che la buona vecchia macroeconomia che si concentra sulla domanda ha ancora molto da dirci - ma i suoi sostenitori, a differenza dei suoi critici, non risultano convincenti". Fino a quando?