Un saggio sull'Islam di John Voll e John Esposito
LA DEMOCRAZIA
DEL PROFETA
Riccardo Cristiano
La democrazia è democratica? L'interrogativo può suonare strano, un po' stridente un po' retorico, un po' privo di reale significato. Ma leggendo le teorie dei professori John Voll e John Esposito nel volume pubblicato dalla Oxford University Press la domanda acquista un grande interesse.
'Promuovere la diffusione della democrazia nel mondo è uno dei pilastri fondanti la politica dell'amministrazione americana', è questo uno dei leit-motiv dei discorsi clintoniani, come l'ex segretario di stato americano Warren Cristopher ha sottolineato nell'introduzione del suo libro "Discorsi vitali".
Ma la promozione americana, se c'è, sembra basata sul modello americano di democrazia. Voll ed Esposito contestano però che la democrazia, essendo democratica, possa avere solo la forma nota lì dove il modello democratico è nato o si è affermato, cioè in Occidente. La democrazia implica una democraticità concettuale anche per la definizione stessa di cosa sia la democrazia, altrimenti non sarebbe democratica. Così i due insigni professori della Georgetown University ci accompagnano in una affascinante discussione su come sia possibile immaginare una via islamica alla democrazia.
Innanzitutto bisogna tenere conto che chiunque sia musulmano può accettare di discutere di tutto fuorché del principio del Tawheed, e cioè dell'unicità di Dio. La professione di fede nell'Islam è molto semplice. E prevede l'affermazione che non c'è Dio al di fuori di Dio e che Allah è il suo profeta. Di qui l'Islam deduce che il volere di Dio è imperativo per tutti. Applicando questo concetto alla politica è chiaro che la sovranità risiede in Dio e non nel popolo. Ma un grande pensatore politico dell'Islam, Abu al-ala Mawdudi, sottolinea che l'incompatibilità apparentemente insita tra uno stato fondato sulla sovranità divina e la democrazia è incompatibilità reale con la democrazia laica, la "secular democracy". Così Mawdudi elabora il concetto di teo-democrazia. Perché, a suo avviso, la teocrazia islamica non è una vera teocrazia, come da noi viene intesa cioè, in quanto nell'Islam non esisterebbe la casta clericale delegata a interpretare la volontà di Dio sulla terra, ma è l'intera comunità di credenti ad essere autorizzata dal Corano ad esprimere la propria interpretazione della legge divina, al di là dei precetti inequivocabilmente sanciti. Questa interpretazione non appare a Voll ed Esposito una forzatura, perché il concetto stesso di unicità di Dio esclude ogni possibile gerarchia tra gli umani, gerarchia capace di delegare a caste ristrette il diritto interpretativo della volontà di Dio. È proprio questo principio che, come ha portato da una parte l'Islam verso la teocrazia, dall'altra parte l'ha portato a mobilitare i credenti contro le tirannidi, le sopraffazioni, i sistemi dittatoriali, condannati e combattuti dall'Islam. Già dai tempi del quinto successore del Profeta lo stesso termine "re" (malik in arabo) aveva infatti un valore negativo, indicava cioè un regime di dispotismo illegittimo. Così nell'esperienza storico-politica dell'Islam il concetto di tawheed è divenuto la base per una interpretazione egualitaria della democrazia islamica e per una mobilitazione rivoluzionaria contro la tirannide.
Questa interpretazione democratica del cardine politico dell'Islam, il tawheed, è convalidata da un altro principio fondante dell'Islam, quello di Khilafat. Parola difficilmente traducibile e che una volta tradotta si spiega da sola. Il Khalifa, califfo, è il reggente di Dio in terra, ma molti versetti del Corano autorizzano un pensiero più elaborato, e cioè che tutti i credenti sono i reggenti di Dio in terra, poiché l'etimo del vocabolo Khilafat è rappresentazione, quindi rappresentazione di Dio in terra da parte di tutti i suoi figli. "Nella società governata dal principio dell'unicità di Dio è chiaro quindi che ogni individuo porta il peso e il ruolo di reggente di Dio in terra, di suo delegato, di sua rappresentazione", prosegue Mawdudi. Un principio questo assunto dall'Islam nella stessa Dichiarazione Universale Islamica dei Diritti Umani e che Voll ed Esposito ci aiutano ad estendere, a vedere ancor più definitamente nella possibile formula teo-democratica islamica.
La regola del Khilafat infatti nella dottrina coranica porta come diretta conseguenza l'obbligo della consultazione, del consenso e dell'interpretazione indipendente.
Scrivono i due saggisti americani: "L'importanza della consultazione nell'Islam non può essere circoscritta dal momento che il Corano in più occasioni raccomanda ai musulmani di prendere le loro decisioni solo dopo un'ampia consultazione, sia sulle materie di ordine privato sia su quelle di ordine pubblico.
Ma l'arma brandita dai riformatori islamici del secolo che sta terminando è l'ultima prescrizione coranica, l'Ijtihad, cioè l'esercizio di un'interpetazione o di un giudizio indipendente. Il leader islamico pakistano Khurshid Ahmad scrive al riguardo: "Dio ha svelato soltanto principi generali, di massima, ed ha delegato all'uomo il modo di attuarli nelle diverse epoche storiche in base allo spirito e alle condizioni di ogni specifica epoca".
Così un altro grande islamista, Altaf Gauhar può scrivere: "Il principio dell'Ijtihad ci offre la grande occasione di modifica, di riforma delle nostre società. Le forze imperialiste e colonialiste si stanno ritirando, noi dobbiamo rompere la spirale soffocante di stagnazione culturale. Un laico può anche dire che il potere trae legittimazione dal fucile, ma un musulmano può solo dire che il potere trae legittimazione dal Corano. La nostra fede è fresca e ricca, è la mente musulmana oggi ad essere annebbiata. I nostri principi sono validi e dinamici, è la nostra condotta che è divenuta statica".
Ma questa scuola di riformatori islamici non punta all'adesione al modello occidentale di democrazia. "Il caposcuola del riformismo islamico - scrivono Voll ed Esposito - è certamente Muhammad Iqbal, il quale già a metà di questo secolo però respingeva il sistema di democrazia occidentale in quanto lo vedeva orientato esclusivamente alla soddisfazione di fini materialistici, privo di preoccupazioni etiche. Non sono le forme ed i processi della democrazia occidentale ad essere respinti da Iqbal, ma l'orientamento del suo sistema di valori".
Il volume "Islam e democrazia" procede con una interessante analisi dei casi più importanti dell'esperienza contraddittoria del mondo islamico alla ricerca della sua teo-democrazia.
È interessante notare che la deriva culturale arabo-islamica è fondata sullo stesso concetto di unicità di Dio che Voll e Esposito prendono come bandolo per dipanare il modello possibile di democrazia non all'occidentale dell'Islam di domani.
La deriva araba infatti muove dall'unicità di Dio. Il termine Dio presto è caduto e così è rimasta solo l'unicità. Un solo Dio, un solo Corano, una sola legge, una sola interpretazione, una sola verità, un solo capo. Questo ha ammalato la società islamica, e questa malattia l'Occidente ha scelto come l'anestetico migliore per evitarne una ripresa. Guardando al mondo arabo il disseminatore americano di democrazia, si chiami Bush, Clinton o in altro modo, sembra proprio preferire il modello autocratico e dispotico, possibilmente oscurantista, purché affidabile. È il caso dell'Arabia Saudita o delle altre petromonarchie del Golfo. Se la disseminazione della democrazia americana in Medio Oriente è questa forse Voll e Esposito hanno ragione a farci riflettere sulla validità e sulla peculiarità del modello teo-democratico. E comunque il libro è stimolante perché ci obbliga a pensare che la democrazia non può essere solo la nostra. Anche se altrettanto legittimo per noi sostenere e difendere, con il metodo della ragione e non della forza, e con l'apertura problematica che gli è inerente, il principio in base al quale la democrazia dovrebbe riguardare tutti, credenti e non credenti e lo Stato non può imporre per coercizione legislativa principi e comportamenti condivisi dagli uni e non dagli altri, sia pure legittimati dal consenso della maggioranza. Una concezione cioè della democrazia che non si oppone solo alla dittatura dei pochi sui molti, ma anche a quella della maggioranza sulle minoranze. Del resto questa nostra concezione della democrazia, nella pratica tuttora continuamente contraddetta anche da noi, è stata il frutto di un lungo processo storico e resta un problema continuamente aperto: il problema di evitare il carattere assoluto di ogni principio anche quando è generalmente condiviso.