numero  2  gennaio 2000 Sommario

"L'uomo flessibile" di Richard Sennett

LA CORROSIONE DEL CARATTERE
Enrico Pugliese  

Nel recensire il bel libro di Richard Sennett "The Corrosion of Character" non posso evitare una premessa relativa alla pratica degli editori italiani di stravolgere il significato del titolo originario dei volumi pubblicati. Vittime privilegiate di questa pratica sembrano essere gli autori americani di sinistra: al libro di Bennett Harrison "Lean and Mean", che significa magra e malvagia, nell'edizione italiana è stato imposto il titolo di "Agile e snella", che allude a ben altro. Ora è la Feltrinelli a esercitare questa irritante forma di creatività trasformando l'amaro e intelligente The Corrosion of Character (la corrosione del carattere) di Sennett in un titolo neutro e semmai un po' accattivante: L'uomo flessibile ("L'uomo flessibile: le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale", Feltrinelli, Milano, pp. 159, £ 38.000).
Tutti in Italia, come per altro anche in America, ci spiegano che la flessibilità è una buona cosa. Perciò un titolo che richiama un tema di moda e un valore vincente dovrebbe attrarre, presumibilmente, i lettori e fare aumentare le vendite. Che poi la flessibilità sia giustamente intesa da Sennett come un'ideologia, oltre che una pratica imposta alla gente con effetti nefasti, è un'altra storia. L'analisi dell'autore riguarda gli effetti dell'ideologia e della pratica della flessibilità sulla vita e sul carattere delle persone vittime dell'organizzazione del lavoro del nuovo capitalismo. Le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale è, appunto, il sottotitolo del libro, tradotto correttamente.
Il libro comincia ricollegandosi ad un altro famoso studio dello stesso Sennett "Le ferite di classe nascoste". La prima parte è, infatti, dedicata alla storia di Rico, giovane e all'apparenza brillante manager, poi titolare di una impresa autonoma nel settore della pubblicità. Man mano che si approfondisce la conoscenza della vita professionale e familiare di Rico, l'apparente storia di successo si traduce in una difficile e ansiosa lotta per la sopravvivenza in un contesto sempre meno controllabile e caratterizzato da una stabile situazione di precarietà. Ed è questa precarietà, condizione esistenziale tipica del nuovo capitalismo fondato sull'accumulazione flessibile, che finisce per corrodere il carattere del personaggio.
La vicenda della famiglia di Rico è una storia di mobilità sociale ascendente. Suo padre Enrico, un proletario d'origine italiana, protagonista di "Le ferite di classe nascoste", aveva lavorato duro come portiere "a scopare scale e a lavare bagni" riuscendo così a mandare il figlio al college. Il sogno americano della famiglia di Enrico si era espresso essenzialmente in questo obiettivo di ascesa sociale, rispetto al quale le durezze e le mortificazioni affrontate erano un costo ritenuto naturale e necessario. Nel capitalismo organizzato nel quale si svolge la vicenda del proletario italoamericano Enrico ci sono costi e certezze. Le regole sono dure ma note: si può sapere quanto si guadagna, quanti anni ci vogliono per poter comprare una casa nuova e quanto sacrificio costa far studiare un figlio all'università. In quel contesto non tutto è rose e fiori. E i risentimenti e le mortificazioni sono all'ordine del giorno. Lo stesso lavoro della moglie di Enrico, e cioè della mamma di Rico, è una necessità che è considerata, per molti versi, mortificante perché il ruolo di casalinga sarebbe più adeguato ai valori dell'ambiente di provenienza. Non c'è, però, precarietà: il duro lavoro non rende ricchi ma garantisce sicurezza e, insieme alla sicurezza, rispetto.
La sicurezza è ciò che manca, invece, nella vita del figlio borghese, nonostante l'evidente condizione di maggior benessere corrispondente allo status acquisito. Anche la moglie di Rico lavora, e questo non è assolutamente un problema né è in alcun modo in contrasto con i loro valori; è una donna in carriera che certamente, in qualche momento, ha dovuto sacrificare le proprie prospettive alla necessità di seguire il marito ma che ha una vita professionale autonoma e rilevante. Tuttavia, proprio nella misura in cui si trova collocata in una situazione lavorativa alta, anche lei vive gli stessi rischi, le stesse precarietà e, in ultimo, le stesse angosce di Rico. Quando si lavora, e ci si colloca al giusto livello corrispondente alla propria professionalità e alle proprie aspettative, si guadagna bene, si possono frequentare circoli sociali adeguati allo status raggiunto. Ma è come se tutto ciò fosse sempre sul punto di svanire: la mobilità professionale richiesta dall'accumulazione flessibile implica mobilità territoriale, trasferimenti, necessità di ricostituire nuove relazioni sociali. I rapporti sociali nelle aree di insediamento, nelle quali di volta in volta ci si colloca, non solo sono diversi e meno stabili rispetto a quelli nelle vecchie comunità di immigrati ma sono anche diversi da quelli tipici della vita nel sobborgo residenziale stabilizzato all'epoca del capitalismo organizzato. Insomma, le reti sociali sono anch'esse messe alla prova dalla nuova complessiva flessibilità.
Ma non è questo l'aspetto più drammatico: il nucleo centrale della precarietà e della insicurezza sta nel lavoro.
Il libro di Sennett, così come qualche altro testo dedicato alla disoccupazione dei manager, mette in netta evidenza questo pericolo e il suo continuo ingrandirsi con il passare degli anni. Leggendo la storia di Rico e di altri si ha l'impressione che i manager stiano sempre sull'orlo di un precipizio, sempre più coscienti di esserlo e sempre più coscienti dell'assenza di alternative. Non c'è sindacato e non ci sono strutture orizzontali di solidarietà o altre forme di difesa organizzate, così come è stato, invece, per la classe operaia. Il carattere si corrode per questa ragione. Quando non si è costretti a cambiare lavoro, cambia il rapporto tra i lavoratori e l'impresa, cambiano i compagni di lavoro e, soprattutto scompare l'antica consuetudine di relazioni tra colleghi.
Il libro di Sennett mette il dito su una grave piaga senza però alcuna punta di nostalgia. D'altronde le miserie della condizione proletaria le aveva già descritte ne "Le ferite di classe nascoste". Questi lavori di Sennett hanno, in comune, un certo metodo di analisi che consente una grande capacità di leggere nel profondo della vita e del modo di pensare della gente. Per Sennett è altrettanto importante l'analisi delle effettive condizioni dei soggetti che fanno da protagonisti quanto quella delle loro narrazioni. E proprio qui, proprio nella percezione che questa gente ha di sé e nella enunciazione dei loro valori, delle loro aspettative e delle loro preoccupazioni che si ritrovano gli elementi forse più interessanti e originali del libro. Sennett spiega, d'altra parte, nella stessa introduzione, come il suo lavoro debba essere visto come integrativo degli studi degli economisti e sociologi che hanno analizzato i processi di trasformazione del capitalismo e le nuove forme di organizzazione del lavoro e della produzione.
Rico e la sua famiglia non sono gli unici protagonisti dei diversi capitoli del libro. È molto divertente - se si può dire, dato il tema trattato - la storia di Rose, che tenta di inserirsi da impiegata nella moderna produzione capitalista, per esserne ferita e velocemente ritornare al vecchio lavoro di gestore di un caffè alternativo. Così come è forte l'analisi dell'alienazione dovuta alla perdita di consuetudine tra compagni di lavoro, descritta nel capitolo sui panettieri di Boston intitolato, non casualmente, "Illeggibilità".
Il libro è di agevole lettura soprattutto nelle parti relative alle storie di vita e di vita lavorativa. Ma Sennett ha la capacità di riferire i dati particolari e specifici rilevati nel lavoro di campo a un quadro teorico complesso e ricchissimo di riferimenti storici e filosofici sempre azzeccati. Proprio perché l'oggetto d'indagine è la condizione umana, si può passare dal barista di Manhattan alle considerazioni di Max Weber sull'etica protestante a quelle, meno ovvie ed immediate, di Francesco Pico della Mirandola sulla dignità umana. Si intrecciano così capitoli di biografie e storia orale a capitoli di filosofia sociale, senza che la lettura ne venga appesantita.
Ad ogni buon conto - e con probabile disappunto dell'eventuale lettore attratto dalla parola "flessibile" del titolo - non manca un capitolo di taglio più specificamente sociologico, dedicato ai lavori di economia politica sulla flessibilità. Anche qui lo stile di Sennett è tanto inconfondibile quanto piacevole: dalla citazione dotta sull'origine del termine nella lingua inglese del '400 (manca solo il "frangar non flectar") agli incontri di Davos con l'esaltazione del nuovo capitalismo senza riferimento agli effetti sul carattere e sulla vita delle persone. Qui Sennett utilizza le indagini di Saskia Sassen, di Bennett Harrison e di Piore e Sabel che hanno inquadrato il tema della flessibilità nei processi di trasformazione della produzione capitalistica.
Soprattutto Harrison, in "Lean and Mean", ha mostrato il lato oscuro della flessibilità contrapponendosi per molti versi a Piore e Sabel che ne hanno sottolineato soprattutto gli aspetti innovativi, illustrando in "The second industrial devide" la creativa capacità di produrre "alternative alla produzione di massa". Quest'ultima tesi si è prestata non a caso a un uso ideologico di esaltazione della flessibilità, che è quello prevalente. Perciò Sennett avrebbe forse fatto bene a prendere più esplicitamente le distanze da questa bibbia della flessibilità. Ma non è questo, certo, un punto centrale.






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