numero  2  gennaio 2000 Sommario

Un libro di Mario Alcaro sul Mezzogiorno

IL FUTURO HA UN CUORE ANTICO
Giacomo Schettini  

Il libro di Mario Alcaro, "Sull'identità meridionale" (Bollati-Boringhieri), a partire dal saggio introduttivo di Piero Bevilacqua, rilancia una riflessione sul Mezzogiorno che, collocandosi nel solco aperto, ormai da dieci anni, dalla rivista Meridiana e, in parte, calcato anche da Franco Cassano, propone punti di vista e interrogativi segnati da una feconda parzialità.
Come già per il "Pensiero meridiano" di Cassano, lo scopo e insieme l'oggetto del saggio di Alcaro sono la legittimazione e l'autorappresentazione del Mezzogiorno fondate sulla sua cultura, tradizione e storia sociale, sottratte alla colonizzazione della "ragione strumentale dell'economia". Come avverte Piero Bevilacqua, sarebbe sbagliato e superfluo cercare, in questo saggio, nostalgie e rimpianti. Vi si trova piuttosto un tentativo di rovesciare modi di sentire fossilizzati su alcune peculiarità del Mezzogiorno.
Con raffinati strumenti di ricerca Mario Alcaro indaga intorno alla pratica del dono, alla famiglia, alla presenza della madre, all'amicizia, al vicinato, alla comunità. La pratica del dono nell'area mediterranea è costitutiva non solo dell'amicizia, ma di un sistema di relazioni disinteressate e quindi di una trama sociale che si fa politica. In Aristotele, infatti, la politica era "l'arte di produrre amicizia".
Questi valori sono stati e sono ancora spesso visti, non soltanto come un ostacolo al sorgere di un elevato ethos civile, di una civilizzazione industriale, ma anche come terreno di coltura di degenerazioni e illegalità. Questa vulgata fu alimentata anche da una indagine, che, nel 1955, il sociologo americano Edward C. Banfield condusse in un Comune della Basilicata (Chiaromonte), dalla quale trasse il teorema del "familismo amorale". La famiglia meridionale sarebbe preoccupata esclusivamente del suo tornaconto. Banfield contesta questo particolarismo, non in nome di un universalismo ma dell'individualismo. Non si comprende, osserva giustamente Alcaro, perché mai un insieme di interessi individuali farebbe il bene comune, mentre un insieme di convenienze familiari sarebbe causa di degenerazioni. D'altra parte, nel Veneto, nell'Emilia e anche nel Nord Europa, la famiglia, l'amicizia, la solidarietà non sono state alla base della civiltà industriale? E come si fa a stabilire con tanta perentorietà un nesso causale tra quei valori e la mafia, dal momento che quelli hanno una storia millenaria e questa relativamente recente? La mafia, come di recente hanno ribadito Cafagna e Macaluso, si definisce proprio per il suo rapporto con la politica.
Resta l'interrogativo: perché nel Mezzogiorno vi è un deficit di modernizzazione? Sono convinto anch'io, come Bevilacqua e Alcaro, che il modello industriale non è un paradigma, e tuttavia l'interrogativo resta. Credo che non si possano inseguire tutte le cause lungo il corso dei secoli: Putman rinvia alla mancanza della "civiltà comunale". Lo stesso Croce parlò di sei secoli "di miseria e di anarchia" durante i quali il Mezzogiorno prestò il suo territorio a Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi per fare la storia d'Europa, ma non era la "nostra storia". Questa iniziò con Giannone, Filangieri, Genovesi, Vico ed ebbe un tragico epilogo nella Piazza del Mercato a Napoli nel 1799. Anche il pensiero meridionale del Rinascimento, come scrive Mario Alcaro, contribuì a quel risveglio culturale con Telesio, Campanella e Bruno, che si misurarono col rapporto scienza-natura-società e con "l'alternativa magia-razionalità" che, come scrisse Ernesto De Martino, si pose come "centro drammatico della storia moderna". Questa "alternativa" fu fonte di incertezze per gli illuministi napoletani, i quali non parteciparono con lo stesso rigore di quelli francesi ed inglesi alla lotta contro la commistione di rituali magici e religiosi. Gli illuministi napoletani, ricorda E. De Martino, mostrarono qualche indulgenza verso "quell'ironico disordine della realtà" che è la "jettatura", non tanto perché la cultura del Regno di Napoli si era formata "tra lo Stato della Chiesa e il mare, tra l'acqua benedetta e l'acqua salata", ma soprattutto perché in quelle pratiche si esprimevano sia una richiesta di protezione contro "la straordinaria potenza del negativo nel quotidiano", sia la debolezza di una borghesia che non agiva dentro forti monarchie come quelle di Francia e di Inghilterra.
La causa più prossima di quel deficit di ethos civile e di spirito pubblico, ribadiscono Bevilacqua e Alcaro, è di natura politica e va ricercata nel modo in cui si formò il sistema Paese e l'Unità d'Italia, nella fragilità delle istituzioni e dell'egemonia che non furono in grado di sostenere la transizione dalla solidarietà rurale e dal vicinato urbano alla civiltà industriale. Credo che sia altrettanto rilevante il modo in cui si sono determinate le forme di produzione e di accumulazione capitalistiche che fecero del Mezzogiorno, non una palla al piede, ma una loro funzione subalterna.
Dopo due secoli di civilizzazione industriale, durante i quali le rotture, gli sradicamenti, le disgregazioni sociali furono seguiti e ricomposti in modo più o meno progressivo dai sindacati, i partiti, le associazioni, lo Stato Sociale, insomma dalla politica che dirigeva l'economia, ora siamo all'esaurimento di quel ciclo. Il giudice, l'esaminatore: la modernizzazione capitalistica, che si poneva e imponeva come punto di riferimento, spesso con la complicità gregaria delle classi dirigenti e degli intellettuali meridionali, non ha più modelli da proporre. Sono state alterate le basi della vita e della stessa produzione: la natura, i caratteri antropologici, l'autonoma capacità di progettare di individui e collettività. Una regione come la Basilicata, presentata dal giornale della Confindustria come un'isola felice, è sottoposta alla regolazione del suo territorio e della sua vita da parte di grandi imprese (Fiat, polo dei salotti, pseudo polo delle scarpe, grandi compagnie petrolifere, società per il trattamento delle scorie radioattive). Le istituzioni funzionano da servizi di queste potenze, senza che a ciò si opponga resistenza da parte di alcuno.
I processi di globalizzazione degli scambi e della produzione alimentano e si alimentano di frammentazione, separazioni, segmentazioni. Il Mezzogiorno, da "funzione" subalterna ma "inclusa", corre il rischio di trasformarsi in un segmento escluso. Come in ogni grande crisi, anche in quella presente, si combinano rischi ed occasioni. Forse si presentano opportunità per tentare di costruire un modello originale di sviluppo del Mezzogiorno. In altri momenti l'occasione non fu colta. E se la storia, come scrive Bevilacqua, non è un cimitero di cose accadute, è fecondo riflettere sulle sconfitte e sulle occasioni perdute. Si pensi alle lotte per la terra, 1943-50. Esse costituirono un momento decisivo della transizione dal fascismo alla democrazia e alle libertà repubblicane: liquidarono il "blocco agrario" che, per oltre un secolo, aveva prodotto e garantito i rapporti con lo Stato; diedero vita e forza a soggetti politici e sociali, soprattutto PCI e CGIL, che permisero a moltitudini di donne e uomini di uscire dalla storia delle classi subalterne (e dalla sua spirale rivolta-passività) e di entrare nella storia nazionale e del movimento operaio. Presero, cioè, corpo luoghi in cui si elaboravano vecchie frustrazioni, arcaiche forme della psicologia di massa, pervenendo a una visione nazionale e internazionale della lotta e delle alleanze di classe e sociali. Questa moderna consapevolezza politica ebbe modo di sperimentarsi in alcuni momenti cruciali della storia di questo mezzo secolo (Patto Atlantico, Tambroni, Vietnam, gabbie salariali, "boia chi molla" ecc.).
La "Legge Stralcio" e la "Cassa del Mezzogiorno" furono la risposta moderata alle lotte per la terra. La rottura dell'unità antifascista, la rottura dell'unità sindacale e soprattutto il risultato elettorale del 18 aprile 1948, con l'affermazione di interessi conservatori, portarono a quella risposta che dava continuità ai residui feudali negli assetti fondiari e nei patti agrari. Da allora cinque milioni di donne e uomini meridionali si sparsero per l'Europa, prese avvio un'industrializzazione gregaria e perciò senza destino, si posero le basi per la strutturazione di un blocco sociale e politico intorno alla spesa pubblica, con tutto quello che ne è seguito.
Una compiuta riforma agraria, è lecito chiederselo, forse avrebbe potuto dare alimento a un modello di sviluppo meridionale e a un blocco storico più autonomi e con più forza contrattuale proprio perché fondati soprattutto sulla valorizzazione di risorse e "virtù" tipiche del territorio e della tradizione culturale mediterranea e meridionale.
Certo oggi l'autonomia del Mezzogiorno, come quella di ogni altro luogo, deve reggere l'urto della deterrenza finanziaria, che, come afferma Chomsky, ha sostituito quella atomica; deve misurarsi inoltre col nuovo modello strategico della Nato, il quale legittima l'intervento militare come forma della politica e individua il Mediterraneo e il Mezzogiorno come suoi luoghi di elezione.
Quei valori tradizionali del Mezzogiorno, insomma, si debbono misurare e mettere in rapporto con questi straordinari processi. Credo perciò che debbano andare oltre la loro innocenza e contaminarsi fortemente di politica. Essi possono essere, non solo un terreno di resistenza all'onda che cancella identità e storie, ma rappresentare un supporto valido, benché limitato, di una strategia che faccia del Mediterraneo un anello che metta in comunicazione culture, politiche, economie dell'Europa, dell'Africa, del Medio Oriente, dell'India e della Cina nella prospettiva di un riequilibrio dei poteri nel mondo.






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