numero  2  gennaio 2000 Sommario

Carlo Maria Martini sul Terzo Millennio

"SIGNORE, AIUTA LA MIA INCREDULITÀ"
Filippo Gentiloni  

Con la consueta lucidità e profondità il Cardinale Carlo Maria Martini interviene ("MicroMega" 5/99) su una questione scottante di fine secolo : "Una comunità cristiana verso il terzo millennio." Vale la pena di riprendere - se possibile proseguendole - almeno alcune delle sue riflessioni. Lo spunto è offerto da un "panel" che, qualche anno fa a New York chiedeva come si sarebbe potuto celebrare il 31 dicembre 1999. Il comitato aveva un motto : "Pensa alla grande, pensa con apertura internazionale, pensa gentile, pensa senza rischiare, pensa futurista, ma pensa".
Anche, aggiunge Martini, pensa sulla base d'esperienze concrete. Ed è facile, per l'arcivescovo di Milano, ricordare a questo proposito quella famosa "cattedra dei non credenti" che diede la parola, nel duomo di Milano, a persone di tutte le competenze e di tutte le fedi. Una novità: cattedra non "per" i non credenti, come ci si sarebbe aspettato da un'alta autorità cattolica, ma "dei" non credenti. Su Dio, la storia, la preghiera, ecc. la parola ai non credenti come ai credenti. Sullo stesso piano e con la stessa autorevolezza.
Tema di fondo, per gli uni e per gli altri, il "senso" ("iniziativa per persone alla ricerca di senso"). È qui, sul senso della vita - dramma, attesa, speranza - che tutti si devono incontrare, in una sorta di "ecumene" che tutto e tutti abbraccia.
Bisogna aggiungere che è proprio sulla questione del senso della vita, che le religioni - al plurale, più o meno tutte - offrono risposte positive e, quindi, vincenti. I laici rincorrono, affannati. Chi non ha altro che la realtà quotidiana da offrire appare sconfitto, anche se, come dal cardinale di Milano, gli è data la parola. Ciascuno, anche il più laico, sembra cercare, insoddisfatto, qualche cosa "al di là". Valga per tutti la preghiera che, sempre nell'ambito della "cattedra dei non credenti", rivolge (a chi ?) Roberta de Monticelli : "Ho esaurito tutti i miei corrispondenti / non mi resta che scrivere a Te che non esisti." Una preghiera che equivale a un'implicita sconfitta della laicità. Si conferma quella famosa preghiera di Agostino che, nel corso dei secoli, ha rappresentato uno dei temi fondanti dell'apologetica cattolica : "Ci hai fatti per te, e il nostro cuore è inquieto finché...".
Qui, proprio sull'offerta di "senso", con ogni probabilità insisterà la religione (sia al singolare sia al plurale) del terzo millennio che si apre. Si può prevedere che le varie fedi non insisteranno tanto sulle loro verità, contrapposte le une alle altre, quanto sulla loro comune capacità di "spiegare" la realtà. Si può prevedere che su questo terreno del "senso" le varie religioni vinceranno la loro battaglia non tanto le une contro le altre, quanto, tutte insieme, contro la laicità.
Ma, su questo terreno, non possono non sorgere ambiguità e incertezze sulle quali vale pena di riflettere. Cosa vogliamo dire quando parliamo di "senso" della vita ? Questo termine, d'altronde comunissimo, non sposta implicitamente il discorso e la riflessione verso un sentiero che porta alla religione? Non riduce inevitabilmente il pensiero laico in serie B ?
Sulla questione del "senso", infatti, il pensiero religioso appare vincente: più sicuro, abbraccia il prima e il dopo, sembra l'unico in grado di convincere. Porre la domanda sul "senso" non significa ipotizzare una risposta in qualche modo religiosa? Forse, perciò, la domanda stessa è, in qualche modo, scorretta.
Il pensiero laico è più legato al "qui e ora" , non compie rinvii. Non rimanda, per trovare il senso delle cose e delle azioni, a qualcosa di "altro", nel tempo e nello spazio. Il senso, ad esempio, di un amore, il laico lo può trovare soltanto nella stessa persona amata.
Ancora. È proprio vero che la religione sarebbe (l'unica) in grado dare senso a tutto, la vita e la morte, l'amore e il dolore ? Se ne può dubitare, per lo meno per quanto riguarda il nostro cristianesimo. Non la pensava così, ad esempio, Paolo apostolo quando scriveva ai fedeli di Corinto che il cristianesimo non è saggezza ma "follia", a partire dalla nascita di Gesù in una grotta fino alla sua morte su una croce. "Follia", cioè non-risposta alla domanda di senso. Chi ne dimentica la dimensione "folle" riduce anche il cristianesimo a una forma di "civil religion", di "buon senso", di moralità "borghese", di osservanza del bene comune: è proprio quello che si può prevedere per il prossimo futuro. Quella religione, caso mai, i cristiani la dovrebbero andare a chiedere, insieme a tutti gli altri, non ai "folli" testi biblici, ma ai vari filosofi di turno, da Seneca a Kant. La fede, nell'ottica di Paolo e del vangelo, non è un prolungamento né un perfezionamento della ragione, ma un'altra cosa.
Lo spostamento della fede religiosa verso il livello della domanda di senso, produce anche un altro effetto : getta un'ombra di discredito sulle possibilità e sul valore della laicità (e anche della ragione). Uno spostamento - una forma di declassamento - che forse compare implicitamente anche nello scritto del Cardinale Martini, quando equipara la coppia "credente/non-credente" all'altra "pensante/non-pensante" come se chiunque veramente pensa dovesse approdare necessariamente a una qualche forma di fede religiosa. Il non-credente, invece, sarebbe un non-pensate, uomo minore, imperfetto, incompiuto.
Analoghe considerazioni si dovrebbero proporre a proposito di un altro termine che sta caratterizzando l'offerta religiosa dei nostri giorni, il termine "valore". Senso e valore sarebbero le ricchezze che la religione, soltanto la religione, è in grado di offrire. L'uomo moderno ne ha bisogno come del sole e dell'acqua e non le può trovare che nelle varie fedi religiose. Perciò...
Comunque il pensiero del cardinale Martini deve essere completato da una sua osservazione piuttosto nuova e molto importante : il credente e il non credente non sono due persone l'una accanto all'altra, ma due aspetti di ciascuno di noi (se siamo, appunto, pensanti). "Il presupposto è che in ciascuno di noi - qualunque sia la nostra religione - ci sono un credente e un non credente in continuo dialogo".
Ogni non credente, se pensa, si pone domande e, quindi, ha già in se qualche cosa del credente. Mentre il credente, se veramente pensante, non ha tutte le risposte : continua ad avere in sé qualche cosa del non credente. Il vero non pensante è colui che crede di avere in tasca tutte le risposte e non si pone più alcuna domanda.
Così il discorso si fa ricco e interessante e soprattutto dialogico, dinamico. Si recupera, fra l'altro, un'antica saggezza ebraica, per cui ogni risposta, se è veramente tale, non può non aprirsi ad altre domande. La sicurezza e la chiusura, il possesso presuntuoso della verità riguardano il credente più del non credente.
Alla domanda sulla fede quel discepolo del vangelo aveva risposto dialetticamente : "Credo, Signore; aiuta la mia incredulità".






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