Sinistra sindacale: una storia
GLI ANNI
DEL MOVIMENTO
Giorgio Cremaschi
Sono oltre vent'anni che il sindacato italiano ha compiuto la "svolta dell'EUR" ed è dall'inizio degli anni '90 che un sistema concertativo regola le relazioni e le rivendicazioni sindacali. Dovrebbe allora essere giunto il momento per trarre un bilancio.
Dopo vent'anni di moderazione rivendicativa e dieci di concertazione il movimento sindacale italiano può vantare ancora una consistente forza organizzata e, mentre altre organizzazioni nei paesi occidentali si sono in questi anni drasticamente ridimensionate, può rivendicare il contributo dato al risanamento dei conti pubblici. Ma il bilancio sociale che deve trarre per i propri rappresentati è decisamente negativo. Quando si dette avvio, con l'EUR, alla fine degli anni '70, alla politica sindacale moderata, il livello di disoccupazione era la metà di quello attuale. Il salario allora incideva per 10 -15 punti in più di oggi sul reddito complessivo del paese e i diritti e le tutele del mondo del lavoro non avevano paragone con la situazione attuale. Naturalmente si può sostenere che, se il sindacato italiano avesse sostenuto una politica più conflittuale, i danni sarebbero stati maggiori. Senonchè non solo oggi questa giustificazione appare sempre più debole di fronte allo sfaldamento in atto delle sicurezze, dei diritti, delle protezioni del mondo del lavoro ma, soprattutto, essa non coglie il nuovo passaggio sociale e politico verso cui va incontro il paese.
Proprio il risultato negativo sull'occupazione, in particolare nel Mezzogiorno, la stagnazione dei consumi dovuta all'impoverimento dei redditi medi assieme a quella degli investimenti, vengono utilizzati dalle forze liberiste e monetariste per sostenere che in Italia non si è ancora tagliato abbastanza. Il recente progetto sulla competitività della Confindustria reclama una destrutturazione completa del sistema contrattuale e un pesante nuovo ridimensionamento dello stato sociale per finanziare le imprese. Su una linea analoga, con qualche sofferenza in più, si muove il Governatore della Banca d'Italia, mentre le maggioranze governative di centro-sinistra, in Italia ed in Europa, con l'eccezione francese, non coltivano certo altri terreni.
Quello che, dunque, rende più necessario questo bilancio è la consapevolezza che il mondo del lavoro non ha affatto finito di pagare e che, anzi, se si resta sullo stesso impianto che ci ha portato fino a qui, si finirà per subire un nuovo pesante arretramento. Del resto, i referendum sociali e politici lanciati dal Partito Radicale incombono e, se approvati, retrodateranno all'inizio del secolo i diritti e le condizioni sociali nel nostro paese, ma non c'è ancora nel sindacato confederale adeguato allarme. A questo si aggiungono le polemiche, le rotture, le competizioni che mettono in crisi l'unità sindacale.
Come è già avvenuto nel passato, il passaggio che si prepara riapre anche una dialettica nel sindacato, in particolare nella CGIL. Dirigenti e militanti delle varie esperienze ed anime della sinistra di questa organizzazione hanno dato il via ad un percorso di costruzione di una nuova piattaforma sindacale che, pur tra difficoltà, incomprensioni, residui di polemiche passate, sta aggregando forze importanti. Grandi assemblee si sono tenute già a Torino, Milano, Palermo, Roma, Napoli. Altre se ne preparano per il prossimo gennaio, mentre a febbraio si dovrebbe svolgere un appuntamento nazionale di massa della CGIL, con il compito specifico di costruire una mobilitazione per il cambiamento della linea e della piattaforma politica dell'organizzazione.
Altre volte, come si è detto nel corso di questi anni, le aree critiche del movimento sindacale hanno dato battaglia. Non sempre i risultati sono venuti, soprattutto non si è sinora riusciti a modificare la direzione di marcia fondamentale del movimento sindacale italiano. Tuttavia queste battaglie sono state comunque rilevanti, e ora che se ne prepara una nuova è forse utile ripercorrerle sommariamente.
Il termine sinistra sindacale non sempre è stato utilizzato per definire posizioni e contenuti più radicali all'interno del movimento sindacale italiano ed, in ogni caso, dagli anni '70 ad oggi, ha identificato diverse esperienze e soggettività. Con questo termine sono state, inoltre, nel passato, identificate posizioni che coinvolgevano l'intero movimento sindacale, in particolare CGIL e CISL, mentre oggi esso è riconducibile solo al dibattito interno alla CGIL.
Tuttavia, pur nell'assoluta diversità di esperienze e schieramenti, esiste un filo che, magari conflittualmente, lega dagli anni '70 ad oggi persone, esperienze, battaglie politiche di una "sinistra sindacale ".
Nel corso degli anni '70 tale definizione è poco usata, anche perché l'intero movimento sindacale è percorso dal confronto tra confederazioni e categorie, con al centro l'offensiva per il rinnovamento sindacale condotta dalle organizzazioni dell'industria, in particolare dai metalmeccanici. Il protagonismo diretto dei lavoratori, attraverso i delegati unitari di gruppo omogeneo e i consigli di fabbrica, accompagnato da quello delle organizzazioni di categoria che erano andate più avanti sul terreno dell'unità sindacale, in primo luogo la FLM, costituiva la principale polarità innovatrice. Era dalla lotta di fabbrica che partivano le principali rivendicazioni, che sconvolgevano il tradizionale impianto contrattuale e ponevano un nuovo discrimine. L'egualitarismo salariale e la contestazione dell'organizzazione del lavoro possono apparire oggi una forzatura radicale destinata ad essere sconfitta. Ma è vero, invece, che quella forzatura, con gli aumenti salariali uguali per tutti, con la messa in discussione delle gerarchie professionali decise dall'azienda e la critica radicale dell'aziendalismo, diventava la leva per una critica generale della fabbrica e della società. Lungi dal rappresentare una sorta di risarcimento, di monetizzazione di condizioni ritenute immodificabili, come ingenerosamente si è detto più tardi, l'egualitarismo forniva una spinta poderosa per cambiare concretamente i rapporti di lavoro e quelli sociali. Ed è per questo che il sindacato confederale, proprio nel periodo della spinta egualitaria, ha registrato un consenso in seguito mai più raggiunto oltre che tra gli operai, anche tecnici, impiegati, lavoratori, intellettuali.
L'autonomia concreta che partiva dai luoghi di lavoro, dalle esperienze rivendicative e di lotta, si trasferiva poi nell'organizzazione, mettendo assieme unità e partecipazione di massa, con un'accentuazione radicale di una soggettività politica autonoma del sindacato. In quegli anni alla tradizionale dialettica tra CGIL, CISL e UIL, e all'interno della CGIL tra comunisti e socialisti e dentro la stessa componente comunista, si sovrappone dunque una spinta per il rinnovamento che viene dal movimento e dalle strutture di categoria e territoriali più avanzate. In un certo senso, alla dialettica delle posizioni nelle organizzazioni si sovrappone quella tra mondo sindacale tradizionale ed esperienze unitarie rinnovate.
Questa dialettica subisce, però, progressivamente, tre battute di arresto, l'ultima delle quali conclusiva.
Nel '72 - '73 il "veto" del segretario repubblicano della UIL, Vanni, ferma il processo di unità sindacale a livello confederale. Scelta che, evidentemente, non era stata assunta con eccessiva convinzione, se bastò una componente che pesava meno del 5% per bloccarla. FIM e UILM proposero allora, alla FIOM, di realizzare lo stesso il sindacato unitario dei metalmeccanici, di andare avanti da soli. La FIOM, subendo la pressione della propria confederazione, nella quale crescevano i malumori contro il sindacalismo metalmeccanico che appariva come una "quarta confederazione", disse di no. In quello stesso periodo si diffondevano momenti polemici tra il PCI e le componenti più innovative del movimento sindacale, accusate di "pansindacalismo", una critica che tendeva a riaffermare la priorità della sinistra politica su quella sociale e preparava le politiche economiche del periodo dell'unità nazionale e del compromesso storico. Si preparava la "svolta dell'EUR".
È bene ricordare che essa nacque da un intervento di tipo giacobino di Luciano Lama, che in un'intervista a La Repubblica, probabilmente all'insaputa di gran parte del gruppo dirigente, annunciò il cambiamento di linea inaugurando così un metodo di modifica improvvisa e dall'alto delle posizioni, amplificata dai mass-media, che poi sarebbe continuato fino ai giorni nostri. Quella svolta non modificò solo la strategia contrattuale del movimento sindacale, ma cambiò la sua forma, attraverso la restituzione alle confederazioni sindacali del ruolo di guida e protagonista delle decisioni.
Con la centralizzazione delle relazioni sindacali, veniva messo in discussione alla radice quell'intreccio tra democrazia sindacale, partecipazione ed unità che era stato alla base delle grandi esperienze vittoriose degli anni '70. Iniziava con l'Eur il lungo periodo dello "scollamento" tra base e vertici sindacali.
La FLM espresse ancora una propria forte soggettività politica generale con la grande manifestazione del 2 dicembre 1977 a Roma, nella quale si contestavano le politiche del governo di unità nazionale, ma i tempi erano comunque cambiati. Tra il '79 e l'80 il sindacato dei consigli iniziò un percorso che l'avrebbe condotto alla sconfitta proprio sul terreno dal quale ricavava maggiormente la propria forza e legittimità: la grande fabbrica. In realtà fino all'estate dell'80 la situazione politica appariva ancora aperta.
I metalmeccanici avevano vinto il contratto del '79 con una mobilitazione di piazza che aveva suscitato pesanti critiche in importanti settori del PCI e della CGIL. Nel luglio del 1980 l'accordo tra confederazioni e governo che stabiliva un fondo di solidarietà dello 0,50%, cioè una trattenuta nelle buste paga in nome dell'austerità, era stato travolto da una mobilitazione spontanea dei consigli di fabbrica, sostenuta da una parte delle organizzazioni dei metalmeccanici, delle Camere del Lavoro, e dal Segretario del PCI Enrico Berlinguer. Il movimento del luglio '80, sconvolse la dialettica del decennio appena concluso. Lo schieramento sindacale innovatore che era emerso dalle esperienze della FLM si divise. Gli ex segretari dei metalmeccanici, divenuti segretari confederali, assunsero un orientamento critico verso la contestazione di quell'accordo ed in particolare verso quella che venne vissuta come una interferenza del PCI, tornato all'opposizione, nelle scelte sindacali. Lo scontro del luglio '80 prefigurava già gli schieramenti del decennio successivo, quali si sarebbero determinati con il lungo scontro sulla scala mobile. Tuttavia il passaggio decisivo, che colpisce profondamente la stessa cultura, oltreché l'esperienza del sindacato dei consigli, è la sconfitta alla Fiat dopo la vertenza dei 35 giorni.
Non si vuole qui esaminare quella vertenza, che richiederebbe da sola una riflessione complessiva (che pure nel 2000 dovrà essere necessariamente fatta, se non altro perché ne ricorre il ventennale!). Quello che qui si vuole ricordare è l'aspetto politico e simbolico di una vertenza conclusasi in un cinema di Torino con una drammatica e pubblica rottura, tra il gruppo dirigente del sindacato confederale e gran parte dei delegati sindacali della Fiat. Naturalmente è bene ricordare, sempre, i profondi cambiamenti che erano in atto nella struttura produttiva e nella composizione della forza lavoro. È bene avere presente il contesto politico nel quale quello scontro avveniva, i danni provocati al movimento sindacale e alla lotta operaia dal lungo stillicidio di vittime del terrorismo brigatista. Tuttavia qui ci permettiamo di mettere in secondo piano questi dati della realtà per sottolineare l'aspetto politico di quella rottura. Le situazioni cambiano, ma si possono affrontare in maniera diversa.
A cavallo del passaggio tra gli anni '70 e '80, gran parte del gruppo dirigente di CGIL, CISL e UIL, giudicò inevitabile affrontare il cambiamento con una rottura con una parte del mondo del lavoro, una parte decisiva del sindacato dei consigli.
Dopo la vertenza Fiat, la dialettica sindacale, sia nello schieramento sia nei contenuti, cambiò profondamente. Sconfitta sul campo a Torino la FLM perdeva definitivamente la propria spinta propulsiva nel sindacalismo confederale e subiva anche la rimozione di una parte dei suoi gruppi dirigenti nazionali. Restava comunque una forza considerevole nelle regioni di insediamento più tradizionale, Lombardia, Emilia, Toscana. In quelle regioni rimaneva forte anche l'esperienza unitaria dei consigli, che poi peserà moltissimo nelle vicende della scala mobile. Ma la soggettività politica autonoma complessiva era finita, e da allora una dialettica unitaria tra categorie e confederazioni non si sarebbe più riproposta. Formalmente esistevano ancora le categorie unitarie, ma in realtà nel giro di volta del decennio si afferma rapidamente il ritorno a casa di ognuna di esse nelle rispettive confederazioni. La dialettica sindacale degli anni '80 sarà dunque sempre più interna alle confederazioni e sempre più legata a temi e scelte di carattere generale: quella forma particolare di intervento nella vita sindacale che partiva dalla concreta esperienza rivendicativa nei luoghi di lavoro e poi si generalizzava e assumeva le caratteristiche di proposta politica, non c'era più.
La dialettica sindacale fino allo scontro sulla scala mobile dell'84-'85 vede, da un lato, crescere il conflitto nella componente comunista della CGIL e tra questa e quella socialista e, parallelamente, la progressiva marginalizzazione delle esperienze egualitarie e radicali nella CISL. A questa dialettica "verticale", si aggiunge ancora, seppure in termini molto più ridotti del passato, una dialettica tra strutture. Sono le realtà nelle quali il sindacato è riuscito a reggere di più di fronte alla controffensiva padronale, quelle che determinano la polarità di questa dialettica: alcune grandi fabbriche e imprese di servizi distribuite per tutto il paese, e poi Milano, Bologna, e Brescia. Nel corso dei primi anni '80 l'intreccio tra le vicende della sinistra politica, la lotta del PCI e nel PCI rispetto al PSI di Craxi, e quelle sindacali, la difesa della scala mobile, è profondo e continuo. Si crea un'osmosi tra battaglia politica e battaglia sindacale che sfocia poi nelle vicende dell'accordo separato del 1984. La reazione a quell'accordo, sottoscritto da CISL e UIL (contro la CGIL, che si spacca tra socialisti e comunisti) determina un movimento di massa con una forte fisionomia unitaria. Nasce a Brescia e in Lombardia il movimento degli "autoconvocati", che mobilita ciò che resta del sindacato dei consigli.
A Milano si svolge, nel marzo dell'84, un'assemblea unitaria di 6 mila delegati autoconvocati che pare riproporre il protagonismo degli anni 70. Ma non è così. Da un lato la debolezza sul piano nazionale di quel movimento ne rende difficile il consolidamento oltre la mobilitazione contro il taglio sulla scala mobile. Questo nonostante che emerga con sempre più forza dalle assemblee di fabbrica e dei delegati la rivendicazione di un ritorno alla democrazia sindacale unitaria e al potere delle assemblee e dei delegati sulle decisioni e sugli accordi. Dall'altro lato, la CGIL sceglie di non dare spazio ad un movimento per la democrazia sindacale che parte dal basso, forse anche per il timore di una scissione della propria componente socialista. Si propone così, una forte differenza di atteggiamento rispetto a quello che la confederazione tenne tra il 68 e il 70, allorché seppe sacrificare alcune proprie istanze per favorire la crescita dell'esperienza consiliare. Ha ragione Sergio Garavini nel sottolineare, nella sua recensione su questa rivista del libro di Bruno Trentin sull'Autunno Caldo, i limiti di un modello consiliare che nasceva con un deficit di autonomia dal sindacato. È vero che l'essere i consigli di fabbrica, contemporaneamente, organismi di base del sindacato e rappresentanza generale dei lavoratori, li poneva in qualche modo "sub iudice" rispetto allo stato dei rapporti tra le organizzazioni sindacali. E, infatti, i consigli non ressero neppure formalmente alla rottura degli anni '80. Tuttavia, è anche vero che una politica della CGIL tesa ad affermare i principi della democrazia e della partecipazione sindacale, al di là delle proprie posizioni di organizzazione, non è più emersa con chiarezza dopo le scelte del '69-'70. Così, di fronte alla ripresa consiliare del '84, la CGIL rispose con una manifestazione di organizzazione, mettendo nei fatti un pesante freno a tutta quella esperienza che si stava organizzando.
Lo scontro sulla scala mobile si concluse con il referendum del 1985, ove, seppur di misura, il SI al ripristino del salario tagliato con il decreto del 1984, venne sconfitto. Per peso e valore simbolico questo risultato fu vissuto e interpretato da gran parte del gruppo dirigente sindacale come una replica delle conclusioni della vertenza del 1980 alla FIAT. D'altra parte, dopo la tragica morte di Enrico Berlinguer, si modificano gli equilibri all'interno del PCI. Nella CGIL si ricostituisce il patto di governo tra la componente comunista e quella socialista, patto che lascia in una posizione critica solo una parte della sinistra comunista; nella CISL si raggiunge un accordo tra la più tradizionale anima democristiana e la sinistra "carnitiana", che sposta l'intera confederazione su posizioni moderate, mentre le componenti più conflittuali vengono progressivamente emarginate e, a Milano, alla fine, espulse dall'organizzazione. È in questo periodo che vengono poste, nell'elaborazione e nella composizione dei gruppi dirigenti sindacali, le premesse per la costruzione di quello che diventerà il sistema concertativo degli anni 90.
Se la sconfitta alla Fiat era stata vissuta dalla maggioranza dei gruppi dirigenti sindacali come la dimostrazione dell'impossibilità di contestare e contrattare davvero la ristrutturazione in atto nelle imprese e aveva sanzionato la ritirata sindacale dal terreno dell'organizzazione del lavoro, quella sulla scala mobile produce una profonda svalutazione del valore del lavoro ed avvia la crisi del potere contrattuale del sindacato sul salario. Le sinistre sindacali entrano in quegli anni in un periodo di frantumazione e riflusso, da cui usciranno alla fine del decennio nel nuovo intreccio che si presenterà tra vicende sindacali del lavoro e vicende politiche, in particolare la crisi del PCI.
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