numero  2  gennaio 2000 Sommario

Terza Via al governo

QUANT'È NUOVO TONY BLAIR
Tariq Ali  

Quando cadde il muro di Berlino, nel 1989, non ci fu semplicemente il collasso dell'Unione Sovietica o dell'"idea comunista", o dell'efficacia delle soluzioni marxiste. Anche la socialdemocrazia europea ne uscì piuttosto malconcia. Di fronte al ciclone del capitalismo trionfante che spazzava il mondo, anche la socialdemocrazia era costretta a cambiare rotta. Certo, il grosso dell'Europa occidentale, a parte la Spagna, è governato da partiti socialdemocratici o da coalizioni di centro-sinistra, ma è un fatto interessante, in fondo, solo perché si tratta di un'esperienza collettiva: questi partiti non sono più in grado di offrire politiche efficaci per migliorare le condizioni della maggioranza degli elettori i cui voti hanno consentito loro di arrivare al potere. Il capitalismo, che non si sente più sfidato da nessun antagonista, non avverte più il bisogno di coprirsi a sinistra con politiche riformiste. In queste condizioni, la socialdemocrazia non riesce a proteggere le fasce sociali a basso reddito. Quel che può offrire al suo elettorato è la paura (vota per noi perché altrimenti sarà molto peggio se vince la destra) o formule ideologiche vuote la cui principale funzione è quella di mascherare la povertà di qualsiasi idea progressista: "terza via", "politica senza conflitto", "oltre la destra e la sinistra". Il risultato netto è o lo spostamento dell'elettorato verso la demagogia dell'estrema destra, di cui l'Austria è il più recente esempio in Europa, o una crescente alienazione dalla politica e dall'intero processo democratico.
Il Partito laburista, sotto Tony Blair (o New Labour, per dirla con la loro infondata terminologia) è, per molti versi, il successo più significativo della controrivoluzione degli anni 80. Margaret Thatcher mise nell'angolo i sindacati, demoralizzò il Partito laburista ed ebbe i media dalla sua parte per far passare il messaggio secondo cui non era possibile un'alternativa. Il Labour Party di Blair è il prodotto di questa sconfitta. Le differenze politiche tra destra e sinistra si riducono a chi dispone dei migliori esperti pubblicitari e se il New Labour o il partito tory sia più reattivo alle ricerche di mercato. Non sorprende allora se questa dinamica produce politici mediocri e riduce la politica stessa a puro kitsch. Tanto per fare un esempio, Tony Blair, a proposito della gravidanza della moglie, ha detto che "fare un bambino" è "molto più importante che vincere le elezioni". Questa è la realtà che separa l'Europa continentale dalla Gran Bretagna contemporanea. Il movimento operaio e i suoi partiti politici in Germania, Francia, Italia non sono stati finora messi alle corde dai Reagan o dalle Thatcher locali. La vittoria di Jospin ha irritato la cerchia blairiana, sia perché il leader francese sembra credere in qualche forma di socialdemocrazia sia perché la sua stessa presenza è una smentita dell'idea corrente secondo cui solo politici telegenici, attenti all'immagine, possono vincere le elezioni. Che un politico sia un prodotto da offrire a elettori-consumatori non è certo una filosofia che trovi conferma in Francia.
Dopo la turbolenza degli anni 60 e 70, la borghesia statunitense - per usare una parola vecchio-stile - era decisa a rovesciare gli avanzamenti politici e sociali dei decenni precedenti. Quarant'anni dopo l'avvento del modello keynesiano, si decideva che era giunto il tempo di distruggere il vecchio edificio. Aveva assolto al suo scopo. Poco a poco veniva fuori un nuovo modello anglo-americano, il neo-liberismo. Era la visione di una supremazia capitalistica globale, decisa a non lasciare nulla che ostruisse il flusso dei profitti. Il nuovo regime economico promosso da Reagan e Thatcher, presentava un durissimo programma politico. Si trattava di smantellare i diritti dello stato sociale, di mettere alle corde il sindacato con nuove leggi e con la repressione (i minatori in Gran Bretagna, i controllori del traffico aereo negli Usa), l'impiego della forza militare all'estero e la ridistribuzione del reddito spostandolo dalle fasce più povere della società a quelle più benestanti. 20,2 milioni di famiglie, con redditi sotto i 10 mila dollari, hanno perso una media di 400 dollari ognuna in tagli all'assistenza, mentre 1,4 milioni di famiglie agiate, con un reddito medio di 80 mila e più dollari, ricevevano una media di 8.400 dollari in sgravi fiscali. Nel corso del primo mandato di Reagan, le famiglie a basso reddito persero 23 miliardi di dollari di reddito e in fondi federali, mentre le famiglie ad alto reddito guadagnavano oltre 35 miliardi di dollari. Il che spiega l'appoggio massiccio dato a Reagan nei quartieri ricchi e negli "stati della fascia del sole".
Anche in Gran Bretagna la corsa all'individualismo era favorita dalla riduzione delle tasse e dalla vendita di case di proprietà pubblica e di altri beni statali. "Non c'è un qualcosa che si chiami società" proclamava Margaret Thatcher. La deregulation finanziaria stimolava la formazione di una classe di imprenditori rampanti che se ne fregavano delle norme di sicurezza o dei diritti sindacali dei loro impiegati. Un'euforia allucinante alimentata dall'apparato mediatico, contribuiva a consolidare il nuovo consenso. Un attacco ideologico a tutto campo veniva condotto nei confronti dell'assetto del dopoguerra. Da un giorno all'altro il keynesismo diventava una parolaccia. Osceno. Brutale. Ma sembrava funzionare.
In Gran Bretagna, un numero considerevole di apparatchik blairiani sono ex collaboratori di Marxism today, un tempo l'organo teorico del Partito comunista britannico, (oggi defunto). I suoi dirigenti erano molto influenzati dal Pci. Marxism today ha fatto il suo compromesso storico. Decidendo di gettare alle ortiche ogni principio socialista e di accomodarsi senza vergogna all'ideologia liberista, al peggiore consumismo, a stili di vita postmoderni, alla "fine dell'ideologia" ecc. Anche se i vecchi di Marxism today, come Eric Hobsbawn e Stuart Hall hanno mantenuto una certa distanza da tutto questo non sono stati in grado di arrestare la frana.

Blair: il Clinton inglese
L'ascesa di Blair a leader del Partito laburista non era preordinata. Fu la conseguenza dell'improvvisa morte di John Smith. Ideologicamente, Smith era un convinto socialdemocratico europeo, non diverso da Jospin, pur senza un retroterra trotzkista.
La portata della vittoria elettorale laburista nel 1997, sorprese i suoi leader. Avevano condotto una campagna inconsistente, forte nella strategia d'immagine ma debole politicamente. Sottolineava la continuità col vecchio regime piuttosto che un serio cambiamento. Gli atteggiamenti presidenziali di Blair avevano un sapore di bonapartismo. La sua immagine serviva a rassicurare gli elettori: lui non era troppo diverso dai conservatori che aveva governato la Gran Bretagna dal 1979 e sarebbe stato amico della grande impresa. Veniva detto a chiare lettere da Blair e dai suoi curatori di immagine che il sindacato sarebbe stato tenuto a distanza. Si alludeva anche al fatto che Blair e il suo gruppo avrebbero staccato il partito laburista dal sindacato. Un partito moderno, democratico, non aveva più tempo per conflitti vecchio stile. Idealmente, Blair avrebbe voluto un governo di coalizione con i liberal democratici per gettare le basi di un nuovo partito di centro capace di dominare la scena politica per i prossimi 50 anni. Almeno questo era il desiderio, ma la stragrande maggioranza elettorale lo rese un'utopia.
A un ricevimento di grandi imprenditori al Savoy hotel di Londra il 13 maggio 1996, Peter Mandelson, uno stretto alleato di Blair, tesse l'elogio di "salutari profitti" per le imprese e si dichiara nient'affatto toccato dal fatto che questo avrebbe "inevitabilmente portato ad ineguaglianze di reddito". Era un impegno esplicito a fare della Gran Bretagna, per sempre, un luogo sicuro per gli imprenditori stranieri. Oggi, la dominazione dell'economia britannica da parte di imprese transnazionali è cinque volte più grande che nel resto dell'Europa occidentale e tre volte quella degli Stati Uniti. Dopo due anni di Blair la forbice tra gli stipendi dei dirigenti e il salario medio è la più ampia d'Europa.
Gli ideologi di Blair erano così convinti che la vittoria era a portata, solo perché avevano buttato a mare il tradizionale programma socialdemocratico, da ignorare la realtà della Gran Bretagna dei conservatori. I blairiani non si capacitavano del fatto che l'elettorato aveva voluto punire loro predecessori non per questioni di poco conto ma per i loro enormi misfatti e che avevano davvero votato per il cambiamento. La crisi dell'istruzione pubblica, del servizio sanitario, la vendita delle ferrovie e degli acquedotti non era mai stata digerita. E la messa in vendita di case popolari agli inquilini era stato un caposaldo della politica thatcheriana, che il New Labour aveva deciso di lasciare immutata, ritenendola una politica popolare.
Agli inizi del 1996 l'umore cominciava a cambiare. Agli entusiasti del New Labour non piace che venga ricordato che tra il 1990 e il 1996 un milione di persone hanno perso le loro case perché se ne sono riappropriate le banche. 390 mila case, un tempo di proprietà pubblica, sono state acquisite da società immobiliari; un altro milione è considerato come una "equità negativa", nel senso che i proprietari avevano pagato troppo per l'acquisto e non riescono ad avere indietro i soldi pagati in più.
Thatcher aveva deciso di fare della Gran Bretagna un paese di piccole imprese. Era il tanto lodato "capitalismo popolare". Alla fine del 1997, l'anno della vittoria laburista, il numero delle bancarotte aveva raggiunto la cifra di 22 mila l'anno, mentre 30 mila imprese veniva considerate insolventi tra il 1990 e il 1997. E il "mercato del lavoro flessibile" tanto amato da Thatcher, da Blair e dalle imprese transnazionali? Nel dicembre del '97 si stimava che un uomo su cinque e una donna su otto aveva vissuto almeno un periodo prolungato di disoccupazione nella sua vita adulta.

Il modello americano
Se si analizza la reale performance dell'economia americana, il modello a cui Blair aspira, si vede che è alquanto disastroso. Se accettiamo che la crescita della produttività - il prodotto per ora - sia il più utile indicatore per stabilire la salute economica e sia la chiave per incrementare la ricchezza e la crescita salariale, ci si rende conto di quanto sia desolante la situazione. Nel corso degli ultimi 25 anni la produttività è cresciuta meno della metà del suo tasso medio registrato nell'intero secolo precedente. E solo un po' sopra l'1% l'anno, in confronto con il 2 % tra il 1990 e il 1973. Il che significa che il prodotto disponibile da distribuire tra i lavoratori è cresciuto la metà meno velocemente che in passato.
Se si osservano i salari, il quadro è molto peggiore. La distribuzione di reddito tra ricchi e poveri si è fortemente deteriorata. Dal 1973 c'è stata una totale stagnazione dei salari. Il loro andamento nel corso dell'ultimo quarto di secolo è stato piatto. Oggi i salari sono più o meno allo stesso livello del 1968. Il che dimostra che i salari sono cresciuti a un tasso medio annuo di almeno il 2 % (spesso più rapidamente) nel corso di ogni singolo decennio tra il 1890 e il 1970, senza eccezioni, e compreso il decennio della depressione, gli anni Trenta.
Non è cambiato nulla sotto Clinton. Nel 1998 i salari ai livelli più bassi (l'80 % della forza lavoro) erano più bassi di quanto fossero nel 1989 e considerevolmente più bassi che nel 1979. Al tempo stesso gli Stati Uniti sono stati l'unico paese capitalista in cui i lavoratori hanno in realtà dovuto aumentare il numero medio di ore di lavoro per anno, e quella cifra va oltre le 2000 ore per anno. Questo significa che i lavoratori statunitensi ogni anno lavorano più che i lavoratori di qualsiasi altro paese occidentale. Lavorano il 10-20% di più che i loro colleghi dell'Europa occidentale. Persino i giapponesi, di solito al culmine della classifica in termini di ore di lavoro, hanno fortemente ridotto la loro posizione negli anni '90 e oggi lavorano meno dei loro colleghi nordamericani.
Anche l'ineguaglianza è andata aumentando, e sempre di più nel corso degli anni '90. La media degli stipendi per i dirigenti, rispetto ai salari operai era di 42 a 1 nel 1980; nel 1990 raddoppia fino all' 85 a 1; nel 1997 quadruplica: 326 a 1. Nel 1980, l'1% della popolazione più ricca possedeva il 20,5 della ricchezza. La cifra raggiunge il 31,9% nel 1989 e il 4,1% nel 1997. Il valore delle azioni, tra il 1990 e il 1998, triplica in termini reali. Di questo balzo straordinario beneficiano quelli che erano già ricchi. L'1 per cento ottiene il 42,5% di questo arricchimento e il 10% l'85,8 %, mentre all' 80 % vanno le briciole. Quando ci viene detto che l'economia americana funzione bene, è vero, ma solo per i benestanti. Il 25% dei bambini americani vive in povertà. Una cifra doppia rispetto a qualsiasi altra economia avanzata, tranne una... la Gran Bretagna. Per quanto riguarda gli anziani poveri, gli Stati Uniti raggiungono il 20%, ma almeno in questo campo sono superati dai loro seguaci britannici con il 24% della popolazione anziana che vive in povertà.

Addio alla ridistribuzione
In queste condizioni la decisione a sangue freddo presa dai leader e dai pensatori del New Labour di scartare il concetto stesso di eguaglianza e di giustizia sociale e di voltare le spalle alle politiche ridistribuitive, segna la rottura con la tradizione socialdemocratica. Harold Wilson, Richard Crossman, Antony Crosland, Barbara Castle, per non dire Clement Attlee, Herbert Morrison, sembrano dei pazzi estremisti per la loro insistenza sull'importanza del ruolo dello stato come regolatore del capitalismo.
Le prime tre decisioni prese dal New Labour sono altamente simboliche. Con l'occhio alla City di Londra i blairiani vogliono far capire che non è il regime del Labour vecchio stile. Segnano innanzitutto la pace con i valori di libero mercato. Il messaggio è: le "insensatezze riformiste" non saranno tollerate. Viene così deciso il distacco della Banca d'Inghilterra dal controllo del governo e le viene conferita piena autorità nel decidere la politica monetaria. Il secondo atto determinante è il taglio di 11 sterline alla settimana ai contributi per le ragazze madri. Il risparmio per lo stato è minimo. Lo scopo è ideologico: è il disprezzo per le "debolezze" del vecchio sistema assistenziale e una forte affermazione dei "valori della famiglia". Diversamente da Clinton, il suo seguace britannico è un fervente cristiano! La terza misura è far pagare le tasse universitarie a tutti gli studenti. E una proposta già rifiutata più di una volta dai precedenti governi conservatori perché considerata iniqua e discriminatoria nei confronti degli studenti disagiati. Gli apologeti del New Labour reagiscono dicendo che gli studenti davvero bisognosi non saranno tartassati, ma l'effetto complessivo è quello di scoraggiare i figli della classe operaia dall'accedere a un'istruzione più alta.
La cultura del New Labour non è, semplicemente, il mantenimento dello status quo, ma anzi la sua difesa come risultato del libero mercato con la sottolineatura che non c'è conflitto d'interesse tra grande impresa e lavoratori. Da un giorno all'altro esponenti del Partito laburista come l'ex numero due Roy Hattersley, un socialdemocratico di destra, ha cominciato ad avere toni molto estremisti nella sua rubrica su The Guardian, ma in realtà non ha fatto altro che reiterare gli impegni tradizionali laburisti a favore di un modesto grado di giustizia sociale.
Una della ultime importanti misure del precedente governo conservatore fu quello di privatizzare le ferrovie nonostante il fatto che solo il 15% degli inglesi sostenesse una misura del genere. Alla conferenza annuale del Partito laburista del 1993, John Prescott, attualmente vice primo ministro e ministro dei trasporti, disse ai delegati: "Voglio dire con chiarezza cristallina che qualsiasi privatizzazione del sistema ferroviario sarà, all'arrivo del governo laburista, immediatamente ed efficacemente affrontata ... con l'intento di restituirlo alla proprietà pubblica".
Un anno dopo, alla conferenza laburista del 1994, anche Frank Dobson s'impegnava, a nome della leadership del partito, con queste parole: " Consentitemi di assumere quest'impegno, non solo di fronte a voi delegati, ma di fronte a tutto il popolo della Gran Bretagna. Il prossimo governo laburista restituirà il sistema ferroviario alla proprietà pubblica". Nel 1996, con Blair saldamente potere, "la chiarezza cristallina" è completamente svanita. Il Labour ora s'impegna a creare "un moderno sistema integrato di trasporti, basato su una partnership finanziaria pubblico-privata".
Il 23 luglio 1999, The Economist, che non è certo un giornale di sinistra, pubblicava un articolo dal titolo "I miliardari delle ferrovie", sottotitolato "La privatizzazione delle ferrovie britanniche si è rivelata un fallimento disastroso. Senza grossi cambiamenti le cose andranno pure peggio".
Lo scorso ottobre ci fu un incidente ferroviario alla stazione di Paddington, in cui persero la vita decine di persone. John Prescott si precipitò davanti alle tv per dire che lo scontro nulla aveva a che fare con la privatizzazione. Appariva chiaramente falso e sulle spine mentre si sciacquava la bocca con le bontà del New Labour. Il fatto è che il gruppo dirigente delle ferovie, dall'alto delle loro laute prebende, aveva deciso che 700 milioni di sterline fossero troppi per investirli nell'Atp, il sistema di sicurezza che avrebbe scongiurato l'incidente di Paddington. L'opinione pubblica era indignata. Tutti i sondaggi indicavano una grande maggioranza (65-85%) a favore della ri-nazionalizzazione delle ferrovie. Il New Labour, così attento agli umori registrati nei focus group e in altre diavolerie del genere, non era preparato ad ascoltare la gente. Nel marzo '98, un anno e mezzo prima dell'incidente, Prescott aveva dichiarato: "La privatizzazione delle ferrovie sta producendo profitti a pioggia per una minoranza in virtù dei contratti concessi dal precedente governo. E io non ci posso far nulla".
Nulla? Raramente un alto esponente del governo ha ammesso la sua impotenza così esplicitamente. Il fatto è che, forte del massiccio sostegno dell'opinione pubblica, il governo avrebbe potuto emettere buoni per raccogliere i fondi sufficienti per riprendersi le ferrovie. Una mossa del genere, però, avrebbe incrinato il contratto del New Labour con la grande impresa: siamo noi che creiamo le condizioni perché voi facciate i soldi. Ed è il metodo che ora viene seguito nei campi dell'istruzione e del servizio sanitario, dove la cosiddetta "Iniziativa finanziaria privata" porterà, di fatto, gli ospedali nelle braccia dei privati. E già un certo numero di scuole sono state prescelte per essere cedute a istituzioni private.
L'unico campo in cui il New Labour ha trovato qualche difficoltà a rinnegare gli impegni assunti quando era all'opposizione è la devolution. Era un tema che avrebbe rischiato di portare a galla tensioni e odi sotto traccia dentro il Partito laburista. I referendum in Scozia e in Galles si sono così svolti nei tempi stabiliti; i cittadini di queste due regioni hanno votato per mettere in piedi il loro parlamento (in Scozia) e la loro assemblea (in Galles). Il Partito nazionalista scozzese e il Plaid Cymru costituivano la principale opposizione al New Labour e si collocavano alla sua sinistra su questioni di politica sia interna sia estera. In entrambe le elezioni il New Labour ha vinto, ma di stretta misura. In Scozia molti elettori laburisti sono passati con i nazionalisti. Lo stesso in Galles. Nessuno dei due partiti nazionalisti ha condotto una campagna anti-inglese. Entrambi sottolineavano l'importanza dell'Europa e di una politica sociale progressista.
La loro presenza ha in parte colmato il vuoto di una opposizione socialdemocratica alla politica economica del New Labour. Perché una simile alternativa non esiste in Inghilterra. Solo un cambiamento del sistema elettorale, in direzione di una qualche forma di rappresentanza proporzionale potrebbe costringere le sparse e frammentate forze della sinistra dentro e fuori il Labour a unire le loro risorse per scatenare una offensiva elettorale. Ma anche su questo fronte il New Labour è in ritirata. I mutamenti promessi sono nati morti come nel caso della Camera dei Lord oppure sono stati rinviati all'infinito. Il New Labour si sta già preparando alle prossime elezioni. E con un partito conservatore ridotto allo stremo è molto probabile che il New Labour venga confermato al potere seppure con una maggioranza ridotta. Forse allora potrebbe sorgere perfino in Inghilterra un'opposizione da sinistra.

Europa
Sull'Europa, anche molto recentemente, il governo Blair ha mostrato segni di una vera confusione, dando un'impressione di paralisi. Per un certo periodo ha sventolato con ostentazione il "modello britannico" al resto dell'Europa ma poi il governo si è chiuso in un curioso silenzio. Pubblicamente solo Gordon Brown, il cancelliere dello scacchiere, si è esposto, dichiarandosi preoccupato della bassa produttività britannica, del 20% inferiore a quella della spendacciona Francia, per non parlare della Germania.
La Gran Bretagna, nell'Unione europea, ha la più bassa percentuale di giovani tra i 16 e i 18 anni inseriti nei cicli di istruzione a tempo pieno, si pone ai livelli più bassi in quanto all'istruzione universitaria ed è al decimo posto per quanto riguarda i livelli di istruzione della sua forza lavoro. La Gran Bretagna ha il più alto tasso di criminalità in Europa e, con l'eccezione del Portogallo, la più alta percentuale di popolazione carceraria.
L'unica volta in questi mesi in cui Blair è sembrato felice in Europa, è stato quando ha firmato l'accordo con il governo Aznar in Spagna per una politica comune per la flessibilità dei mercati del lavoro... la terza via della destra spagnola. Non stupisce che Tony Giddens fosse nei paraggi per concionare i quadri del partito di Aznar. Il quotidiano spagnolo El Mundo salutò l'accordo Blair-Aznar con un titolo di prima, a tutta pagina: "Aznar dichiara guerra al socialismo francese e tedesco". Il fatto è che il tanto decantato "modello britannico" del New Labour non potrebbe sopravvivere senza le agevolazioni fiscali per gli investitori stranieri, senza il degrado dei servizi pubblici e senza una forza lavoro docile e a buon mercato. Il 20%, al più, della popolazione, ha beneficiato di queste condizioni. La paura che si nasconde dietro il rifiuto del modello continentale di socialdemocrazia, anche nella sua versione più blanda, non è tanto Murdoch ma questo cruciale 20%, che ovviamente comprende la Confindustria britannica. Le dimissioni di Oskar Lafontaine sono state salutate con grida di gioia a Downing Street. Forse il modello britannico potrà essere rivitalizzato.
La confusione potrebbe anche aumentare via via che si avvicina il referendum sulla moneta unica. Se non cambia nulla, l'elettorato potrebbe aver ragione a dispiacersi che la Gran Bretagna sia guidata da Blair con lo spirito di Thatcher e non sia governata da qualcuno nel solco di John Smith e della socialdemocrazia scozzese.

Politica estera
Per quanto riguarda la politica estera, c'è da registrare la scomparsa dell'impegno del New Labour e di Robin Cook per una "politica internazionale etica". Nella guerra del Kosovo la Gran Bretagna del Labour ha di nuovo suonato nella seconda fila dell'orchestra americana, perfino con meno dignità dei suoi predecessori conservatori. La scena di Tony Blair che si pavoneggia in maniche di camicia mentre il suo curatore d'immagine Alastair Campbell organizza il coro dei kosovari che intonano "Tony, Tony", è stata tra le più grottesche note a piè di pagina di questa inutile tragedia.
In realtà, la Gran Bretagna gode di una ridotta indipendenza. La sua principale funzione è quella di provvedere mercenari a sostegno dell'egemonia degli Usa. Non è semplicemente un punto di vista di sinistra. In un libro notevole per sincerità, "Il grande scacchiere", Zbigniew Brzezinski, l'inspiratore dell'aggressiva politica estera di Madeleine Albright, sottolinea la necessità di incoraggiare il processo d'unione dell'Europa anche se "il fatto nudo e crudo è che l'Europa occidentale, e in particolare sempre più l'Europa centrale, resta in buona misura un protettorato americano, con i suoi stati alleati che ricordano i vecchi vassalli e valvassori". Di questi la Gran Bretagna è il meno importante ed è priva di rilevanza continentale: "La Gran Bretagna non è un attore geostrategico. È un sostenitore cruciale dell'America, un alleato molto leale, una base militare vitale e uno stretto partner per attività d'intelligence di estrema importanza. La sua amicizia non ha bisogno di essere coltivata, né le sue politiche meritano grande attenzione". In breve, eccola la triste realtà della Gran Bretagna contemporanea. Se l'isola dovrà mai scomparire sotto il mare, gli Stati Uniti non dovranno fare altro che sostituirla con una grande portaerei.
Il New Labour si è legato mani e piedi alle priorità del capitalismo nazionale e a quelle globali del complesso militare diplomatico statunitense. Prima o poi ne pagherà il prezzo.






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