Liberismo all'italiana
L'EQUIVOCO
DELLA MODERNITÀ
Aldo Tortorella
Constatata la realtà del prevalere anche a sinistra di una politica economica neoliberistica non finiscono, ma incominciano gli interrogativi più difficili, come prova l'infittirsi delle domande quando Rossanda tira le fila della sua analisi. Tuttavia, anche sulla analisi occorre fermarsi a riflettere, come Rossana chiede, per compierne una verifica attenta da parte di chi è in grado di farlo con una competenza che non è certo la mia. Chiunque, però, può rendersi conto della esattezza del fatto che la dismissione delle imprese e delle proprietà pubbliche (statale o no) ha assunto con il centro-sinistra un ritmo precipitoso, e in parallelo è andato un sistematico logoramento delle garanzie e dei diritti conquistati dal lavoro dipendente.
La politica economica neoliberistica è divenuta egemone, sia pure senza sconquassi sociali: ma anche la signora Thatcher si guardò bene dal distruggere lo Stato sociale. Bisogna aggiungere a queste constatazioni che la parte maggioritaria della sinistra al governo - o, per la esattezza, il suo gruppo dirigente più lucidamente consapevole dei propri obiettivi - non giunse a questa politica trascinatovi quasi a forza, ma per scelta deliberata e non nascosta. Le enunciazioni di D'Alema (il "paese normale", la "rivoluzione liberale") non erano parole d'ordine propagandistiche per accattivarsi la platea centrista dell'elettorato, ma la espressione di un convincimento reale, anche se è esatto dire che il vero iniziatore e protagonista è stato e rimane Amato.
Ma coloro che, come chi scrive, si sono opposti dentro (o fuori) il maggiore partito di sinistra a questa linea, non possono limitarsi a verificare il pieno attuarsi delle loro preoccupazioni. Non possono limitarsi, cioè, a ribadire il fatto che non era esagerazione polemica definire quella linea come neoliberistica e non era erroneo prevederne le gravi conseguenze per le parti meno protette della società e, dunque, il progressivo logoramento, sino alla crisi politica attuale che può essere provvisoriamente occultata ma che non cesserà di esistere. Certo, la constatazione che all'origine della crisi attuale della sinistra e del centro-sinistra sia una politica fortemente neoliberistica è necessaria e va continuamente chiarita e argomentata giacché i più, ancor oggi, rifiutano di vedere quello che ad altri sembra del tutto evidente. Infatti, la parte fino ad oggi più influente del centro-sinistra, e della sinistra al governo, ritiene che gli scacchi dell'azione ministeriale e gli stessi insuccessi elettorali siano dovuti non già alla linea seguita ma, piuttosto, alle remore e agli ostacoli posti alla sua piena attuazione. (Basti pensare al contrasto ricorrente con il sindacato, pur orientato ad una sostanziale comprensione della linea moderata). D'altronde è la maggioranza assoluta della sinistra europea che, come si sa, ha abbracciato questa linea, con la parziale eccezione francese spesso richiamata.
Non fa compiere un grande passo avanti nello sforzo conoscitivo definire tutta questa sinistra come nuovo centro (o, ancor più, come "nuova destra"). Tra l'altro, la stessa socialdemocrazia tedesca si autodefinisce così ("neue mitte", nuovo centro) e pur definendosi in tal modo non cessa di essere considerata da una buona metà della Germania come una forza politica diversa ("di sinistra") dall'altra che ha governato fino a ieri nel nome del centro. L'omologazione tra le forze politiche dei paesi più sviluppati non è mai tale da diventare compiuta identità.
Quale che sia, comunque, la definizione che si voglia dare della sinistra oggi al governo e della sua linea credo sia ormai largamente comune nel campo dell'altra sinistra - quella che definisce se stessa come "critica" o "alternativa" - il rifiuto di spiegare quello che succede con la categoria del tradimento. Non c'è bisogno di ricordare quali disastri abbia generato il modo di pensare (non scomparso tuttavia) che procede per invettive e per anatemi: un modo, tra l'altro, che ha origine nella dogmatica conservatrice e trapassa alla sinistra quando questa abbandona l'analisi critica e si fa, a sua volta, astratto schema senza pensiero. Capire bene i perché è, tra l'altro, essenziale se si vuole cercare soluzioni alternative alle attuali.
Ci fu, indubbiamente, nell'adozione del corso neoliberistico da parte dei maggiori partiti di sinistra europei, l'affannoso tentativo di scrollarsi di dosso il fardello di una delusione insopportabile e una fama che si considerò disdicevole. Ciò accomunò, dopo il crollo delle economie pianificate, non solo molti comunisti o ex comunisti ma la generalità dei partiti socialisti e socialdemocratici.
Anche se nella piena differenza di metodo (la accettazione della democrazia e del mercato) la convergenza di finalità con i comunisti (la proprietà sociale dei mezzi di produzione e di scambio, soppressa solo da Blair nello statuto laburista) indicava in ogni modo un orizzonte e una speranza (che fu anche quella di una riforma democratica del mondo sovietico). Di questa speranza delusa occorreva sbarazzarsi. Ma soprattutto della fama di "statalisti" che fu considerata da respingere, ma non era infondata: la differenza tra demoliberali e socialisti europei non stava solo nelle politiche sociali, ma nella idea della funzione dello Stato come agente dello sviluppo - e non solo del riequilibrio - anche attraverso la proprietà (le nazionalizzazioni dei settori chiave).
È vero che, paradossalmente, i comunisti italiani, i quali avevano seguito almeno dalla metà degli anni sessanta una linea del tutto affine a quella delle socialdemocrazie maggiori, erano più tiepidi verso le nazionalizzazioni, anche per la forza già raggiunta dall'intervento pubblico nella economia per la politica fascista prima e per l'impulso dei primi governi di centro-sinistra, poi. Comunque, anche essi, come i socialdemocratici, furono assillati dal bisogno di liberarsi della loro parte di delusione e della loro parte di cattiva fama "statalistica": anzi, com'è ovvio, più degli altri, per via del nome e delle passate solidarietà con il potere sovietico.
Tuttavia, non fu soltanto il bisogno di saltare sul carro del sistema dimostratosi vincente ad ispirare la frettolosa esaltazione di una economia di mercato fondata su un pieno privatismo. Confluirono in essa, sebbene in forma sovente acritica, anche elementi di una analisi corretta che sarebbe erroneo dimenticare, particolarmente in Italia. Le politiche di sostegno della domanda attraverso l'indebitamento pubblico (sotto la forma dello stato assistenziale e di una spesa fuori controllo) avevano, in Italia, realmente sforato ogni ragionevole misura. E il risultato ben noto fu un pauroso incremento della rendita sovvenzionata dall'erario e il conseguente disincentivo agli investimenti di rischio (e, dunque, alla occupazione). Allo stesso modo, la impresa pubblica - spesso usata per risanare aziende decotte d'ogni genere e tipo - non solo soffriva nel suo insieme di gravissime perdite e di gravi inefficienze (pur avendo gruppi e comparti relativamente sani e ben amministrati), ma si rivelava fonte di generalizzato corrompimento della vita pubblica e di estesi fenomeni corporativi, con gravi compromissioni del sindacato (basti pensare al caso delle ferrovie).
Contemporaneamente, la europeizzazione del mercato delle merci e la internazionalizzazione del mercato dei capitali, veniva aprendo condizioni di difficoltà ad un sistema produttivo non più protetto, in vista dell'euro e in conseguenza di esso, dalle politiche di svalutazione competitiva. Nascevano di qui i dubbi (espressi da Romiti) di una rilevante parte del mondo imprenditoriale italiano sulla reale maturità dell'Italia alla integrazione europea: dubbi certamente non condivisi dall'altra e più consistente ala delle imprese già fortemente legate a diversi paesi europei e soprattutto alla Germania.
D'altra parte, la integrazione economica nella CEE precedente all'euro aveva già determinato la esigenza di un adeguamento della anomalia italiana - innanzitutto per un sistema misto tra pubblico e privato di dimensioni superiori a quello ogni altro paese - alla condizione europea. Una condizione, è bene ricordarlo, in cui vi erano trattamenti per i lavoratori dipendenti diversi da quelli italiani, sia nel sistema pensionistico sia in quello contrattuale e in cui, più che altrove, veniva ereditata una insufficienza grave e una forte dipendenza nella ricerca e nelle nuove tecnologie.
Dunque, vi erano molti motivi che spingevano verso quello che venne chiamato un "recupero di efficienza" del "sistema Paese", il che comportava effettivamente un risanamento dei conti pubblici, uno smantellamento di bardature corporative, uno sforzo di ammodernamento, di riqualificazione e di ristrutturazione del sistema produttivo. Una tale realtà doveva essere riconosciuta e, infatti, fu nei primi due anni del governo di centro-sinistra riconosciuta dall'insieme dei partiti di sinistra.
Se il riconoscimento di questa realtà si trasformò in una rotta e cioè nella adozione di politiche (e ancor più di atteggiamenti) di tipo schiettamente neoliberistico, ciò fu dovuto, a me pare, ad uno sfondamento culturale, conseguente al crollo della prima esperienza di rivolgimento dell'assetto proprietario, che coinvolse tutte le sinistre e che portò ad aggravare le insufficienze o la mancanza di una elaborazione di serie piattaforme riformatrici precedenti la esperienza di governo. Sono del parere (come ho avuto modo di accennare anche nell'ultimo numero di questa rivista) che il fine della assunzione del governo non andrebbe assunto come la prima (o, peggio, l'assoluta finalità) per le forze di sinistra. Tuttavia, quando si concorre alla gara elettorale si chiede di avere consensi per governare e quando si chiede di governare un sistema come quello che c'è attualmente bisognerebbe sapere con idee chiare e distinte come farlo per non farsi puramente e semplicemente sostenitori dell'ordine esistente.
Al contrario, per opposti motivi - ecco lo sfondamento culturale cui accennavo - l'ala moderata della sinistra e quella alternativa, più o meno consapevolmente e dichiaratamente, vennero approdando alla conclusione della immodificabilità della realtà data. La potenza del modello capitalistico nel trasformare il mondo e nel modificare se stesso con il variare dei mezzi e dei metodi della produzione assunta dagli uni come la prova di avere sbagliato tutto nelle proprie antiche speranze e idee di trasformazione sociale e dagli altri come l'avvento di un nuovo assetto tanto in se compiuto da poter comportare un rifiuto o al massimo una resistenza, non una possibilità di riforma. Non è un paradosso, ma la ripetizione di uno scenario antico.
Il mutamento dei dati su cui per tanto tempo si era ragionato (dall'ordine bipolare del mondo alla composizione di classe della società) chiedeva in effetti, un così radicale ripensamento nel mentre, intanto, incalzava il bisogno della assunzione di concrete responsabilità politiche, che era abbastanza naturale sia l'estrema divaricazione a sinistra, sia anche quella non voluta conseguenza sull'inespresso retro-pensiero: "non c'è niente da fare". Il disincanto di tanta parte del popolo di sinistra (i due milioni e seicentomila astenuti dei D.S. e il milione e ottocentomila di Rifondazione comunista) sia verso la linea del cedimento sia vero la linea del rifiuto è la conseguenza e la verifica di questo sostanziale senso di impotenza.
Ma è possibile cercare di unire - come assai raramente, però, avvenne in passato - la concretezza di un agire riformatore al mantenimento di un pensiero critico sulla società presente? Riformulerei così le molte domande di Rossana. E a me pare che si possa rispondere affermativamente, ma solo a qualche condizione: una di esse è che non si isoli nell'analisi il momento economico.
La politica dell'intervento pubblico - che non è finita in nessuna parte del mondo sviluppato - ha conosciuto un così radicale discredito nel suo aspetto della proprietà pubblica per motivi che attengono alla idea della politica e dello Stato che anche la sinistra ha praticato. Per dirla rozzamente, il primato della politica si venne trasformando, non solo all'est, in arbitrio dei politici e la funzione dello Stato come agente collettivo in comando della burocrazia. Senza le politiche dell'intervento pubblico le economie sviluppate non possono vivere e l'idea di uno Stato puramente regolatore è solo una pura ubbia. Il parlamento americano è assediato dalle lobbies non solo per le regole (proibire o no le armi, demonizzare o no il fumo, ecc.), ma per la politica della spesa, da cui dipendono le sorti medesime di tanta parte delle imprese (a partire da quelle che lavorano in ogni settore per la forza militare, in cui si espresse al meglio il keynesismo armato di Reagan).
Ma, dunque, non è in discussione la esigenza dell'intervento pubblico, ma il modo della sua definizione e della sua gestione: il che chiama in causa il sistema della rappresentanza - e, non secondariamente, la sua pressocchè totale maschilizzazione - le forme dell'agire politico, il rapporto tra politica e amministrazione.
In secondo luogo ciò che dovrebbe caratterizzare e impegnare la sinistra a livello europeo e quella nazionale dovrebbe essere piuttosto la qualità dell'intervento pubblico. Se, infatti, tutta la questione dovesse guardare la quantità della spesa per sostenere la domanda, onestamente parlando non si vede perché il centro-sinistra dovrebbe fare meglio di un centro destra ripulito (dalle punte di malaffare oggi effettivamente in esso imperanti qui in Italia). La definizione della quantità della spesa data è fortemente condizionata, sia pure con non irrilevanti oscillazioni possibili.
Contano, però, gli indirizzi da assumere, le priorità e le finalità da stabilire. È qui, mi pare, che va rivolta la più seria critica alle sinistre, a tutte le sinistre, pur diversamente collocate: se una parte ha accettato la idea della modernizzazione senza aggettivi, l'altra si è massimamente impegnata nella difesa di ciò che spesso è da superare e, comunque, non dà l'idea di una prospettiva da assumere. Colpisce l'assenza di un qualche progetto per il Paese in cui si svolge la vita in comune, colpisce un timore che vi è in ogni parte a discutere a fondo la parola d'ordine - assolutamente vetusta - della "modernizzazione" senza aggettivi. La modernizzazione non implica alcuna lotta contro la esclusione, la marginalità, la disumanizzazione della esistenza collettiva. Al contrario, la modernità capitalistica, per esempio quella degli Stati Uniti, ingloba necessariamente, e come strumento benefico per la competizione, gli estremi della povertà e della ricchezza, della rassegnazione e della violenza.
La vera disputa, mi pare, è qui: come assumere un altro obiettivo che possa contendere l'egemonia conquistata dalla parola d'ordine della modernizzazione. Se l'obiettivo fosse l'incivilimento (la civilizzazione) allora tutta l'agenda sarebbe totalmente diversa anche dal punto di vista delle politiche. Un'opera per l'incivilimento fa venire fuori le contraddizioni classiche, quelle nuove, e anche quelle della sinistra. Per esempio, mal si concilia la difesa dell'ambiente, dei centri storici, del patrimonio culturale ereditato con una qualsiasi difesa dello sviluppo così come esso è. Per esempio, il bisogno di garantire lavoro e, al tempo stesso, di riorientare lo sviluppo chiedono non solo intese per la redistribuzione del lavoro che c'è, (o del rapporto tra lavoro esistente e pensioni) ma lo stimolo a nuove attività che implicano esse stesse una priorità assoluta per la quantità e la qualità dell'investimento nella formazione pubblica, senza la quale non ci può essere nuova qualificazione né del lavoro né dei bisogni né della cittadinanza. È, appunto, tutto l'ordine del discorso a sinistra che dovrebbe essere radicalmente mutato.