numero  2  gennaio 2000 Sommario

Liberismo all'italiana

ANTAGONISTI E RIFORMATORI
Fausto Bertinotti  

Il ragionamento di Rossana Rossanda interroga a fondo la possibilità di realizzare una nuova operazione riformatrice, in Italia e nei tempi prossimi. È la domanda capitale della politica. La risposta è difficile proprio perché i processi che hanno investito il Paese (processi tutt'altro che naturali e oggettivi) ne hanno modificato a fondo gli assetti, i soggetti, le culture ma, soprattutto, la natura stessa delle sinistre. La soluzione di continuità con il caso italiano non poteva essere più drastica. L'analisi di Rossanda indica con severa lucidità un'asse portante di questa gigantesca controriforma: l'alienazione della proprietà pubblica e la demolizione degli strumenti dell'intervento dello Stato, cioè la privatizzazione, il gran ritorno dall'economia mista a quella propriamente di mercato.
Si potrebbe comporre ulteriormente il quadro, guardando verso il basso, alla ristrutturazione dell'organizzazione e del mercato del lavoro e, verso l'esterno, alla collocazione dell'economia del Paese nella divisione internazionale del lavoro e dei mercati, sotto la spinta di quel processo di internazionalizzazione che chiamiamo globalizzazione. Col primo imponente fenomeno, il lavoro viene trasformato da compagine unitaria e tendenzialmente aggregante, in una realtà scomposta e frantumata. Il processo di accumulazione capitalistica, mentre diventa più pervasivo e onnicomprensivo, dilatando ulteriormente i confini della mercificazione, spezza i legami sociali, rompe le relazioni, dilapida ogni forma di socialità. L'altro fenomeno abbatte la sovranità dello stato-nazione, e così rimpicciolisce proprio quella dimensione e quello spazio organizzato entro cui si era venuto costruendo il rapporto tra masse e potere; con esso, aveva preso corpo l'attività sociale e pubblica dello stato.
Dunque è vero che tutti i termini con i quali sono state realizzate le operazioni riformatrici in questo secolo sono drasticamente cambiati. Di conseguenza è vero che, per riprovarci, bisogna provare anche a ridefinire fini, mezzi e soggetti dell'operazione.
Ma, prima domanda, quel che è accaduto e quel che sta accadendo lo consente? C'è una lettura del processo di modernizzazione in corso che sembrerebbe negarlo. Essa si fonda su molti punti di analisi assolutamente condivisibili e spesso assai acuti, coglie per intero la discontinuità radicale rispetto al passato, ma fissa il processo in una oggettivazione che lo rende non solo formidabile, come è, ma ineluttabile, come, a certe condizioni, potrebbe non esserlo. Così, ferma la sua traiettoria di fondo, sarebbero possibili solo due ipotesi estreme. Una è quella di pensare, apologeticamente, possibile un arricchimento dei contenuti del lavoro muovendo dai punti più alti di questo sviluppo, anche a costo di ignorare la loro connessione inestricabile con la crescente precarietà del lavoro e il super-sfruttamento dei più. L'altra è quella opposta, che vede con tutta nitidezza il segno di classe e la devastazione di civiltà di questa modernizzazione, scorge lucidamente l'ordine imperiale e di guerra che l'accompagna, ma non vede più possibile (e neppure forse auspicabile) la realizzazione di un'alternativa attraverso la ricostruzione di un progetto politico e cerca perciò una via di fuga nella sottrazione di individui o di realtà a questo ordine imperiale. Ma l'oggettivizzazione della globalizzazione, l'assolutizzazione di essa come innovazione, perde proprio la lezione migliore dell'ultima grande operazione riformatrice, quella del '68-'69; perde il suo nucleo centrale che, invece, è da recuperare: la denuncia del carattere non neutrale, della scienza e della tecnica, del carattere non oggettivo dell'innovazione, dell'organizzazione capitalistica del lavoro e della società.
Sono proprio il carattere contraddittorio e la natura sociale e politica della globalizzazione, come della modernizzazione capitalistica del Paese, che le rendono mutabili e reversibili a certe condizioni economiche, sociali e politiche, appunto quelle che dovrebbero definire una nuova operazione riformatrice. La mia opinione è però che essa non possa più ripercorrere i canoni classici e neppure quelli pensati solo un anno fa da molti di noi (un'alternativa di tipo neo-keynesiano). In Italia la demolizione dell'intervento pubblico nell'economia, prima e, poi, l'organicità della scelta neoliberista da parte del centro-sinistra in politica e in economia la rendono ora impossibile.
La programmazione e l'intervento pubblico debbono essere completamente riprogettate e perciò devono essere richieste muovendo da obiettivi di ricomposizione sociale dei soggetti e di contestazione degli effetti sociali ed economici delle politiche neoliberiste da obiettivi, di nuova società e di diversa economia. Una nuova operazione riformatrice è oggi un processo socio-politico che nasce nella società civile, nel paese reale (la ricostruzione del vincolo interno). Oggi non può essere pensata, in Italia, come un programma da agire, a breve, da parte di un governo delle sinistre (quali?), quanto piuttosto come un agente della ricostruzione di una aggregazione sociale, culturale e politica che si faccia, nella riproposizione dell'azione collettiva, coalizione riformatrice.
Ma, seconda domanda, questa operazione è possibile senza porsi, parallelamente, il problema della trasformazione, il problema del capitalismo? La questione è assai ardua. A me pare che si possa e debba constatare che il riformismo, inteso come sistematica idea d'evoluzione del sistema operata da parte del movimento operaio, sia stato cancellato da una riorganizzazione del capitale che separa l'innovazione dal progresso sociale, che contrappone la competitività delle merci alla civiltà del lavoro, lo sviluppo al conflitto sociale. Questo non impedisce che in questa o quella realtà nazionale ci possano essere esperienze anche di governo fuori dallo schema neoliberista. Resta la domanda fino a quando e fino a quale punto di diversità esse possano spingersi dentro i grandi cambiamenti a cui abbiamo accennato. Azzardo una risposta. Un'operazione riformatrice va pensata almeno rispetto a un'area, a una regione del mondo, che consenta l'organizzazione di un modello sociale sottratto alla logica della globalizzazione e perciò in grado, anche per realtà economica e massa critica, di agire attivamente e criticamente su di essa.
Un'operazione riformatrice può avere così una sua autonomia, cioè può proporsi come alternativa di società e non ancora come alternativa di sistema, ma i nessi, le connessioni, le interdipendenze si sono fatti tutti più, e non meno, stringenti. La definizione di un programma di alternativa e quella del programma fondamentale, la questione cioè della trasformazione della società capitalistica, sono distinte ma il rinvio dell'una all'altra, almeno nella nostra ricerca, si fa ineludibile. Non fosse altro perché entrambe interpellano la crisi della soggettività del lavoro, soggettività su cui si sono fondate tutte le operazioni riformatrici nell'era del capitalismo (che, per quanto radicalmente innovato, continua la sua storia) e senza la quale mi pare impossibile ne possano rinascere altre nel presente e nel futuro. Questa così profonda crisi della soggettività del lavoro è reversibile? Credo che piuttosto che cercare la risposta (la mia è tendenzialmente positiva) nel cielo dell'ideologia o nell'astrattezza dei modelli, convenga sforzarsi di leggere gli spostamenti di comportamento e di coscienze per come si producono nei movimenti di oggi. A me pare che in Italia stiamo assistendo ai segni di un disgelo. La grande gelata vede incrinare la sua crosta e qualcosa accade. Accade nella società, nella politica, nelle esperienze.
Nessuno di questi fatti o proponimenti prende la maiuscola, eppure ognuno va indagato con attenzione e cura se si crede, come penso, che la fuoriuscita dalla crisi della soggettività del lavoro non avverrà né per via autarchica, né per immissioni dall'alto di una nuova coscienza di classe, ma avverrà per la via complessa di relazioni che si intersecano tra i diversi movimenti critici, tra essi e le sinistre antagoniste, tra tutte queste e le diverse esperienze critiche nei diversi luoghi del mondo, in una sorta di ampio, articolato ed informale laboratorio in cui però è indispensabile che viva la politica, una ricerca e una proposta politica. Se riflettiamo su Seattle finiamo col parlare anche di noi. È vissuto lì forse il primo movimento di contestazione alla globalizzazione capace di proporre al mondo intero una critica generale. Eppure lì si sono incontrati e hanno convissuto istanze diverse, diversi soggetti e culture e diverse esperienze. Il movimento di contestazione è stato forte e visibile perché ha potuto interagire con le contraddizioni interne al campo della globalizzazione capitalistica. Esso ha utilizzato come punto di forza, e persino di supplenza, l'elemento simbolico.
Ma quel nuovo movimento non ci sarebbe stato senza le resistenze opposte ai processi di ristrutturazione capitalistica, senza l'esistenza delle culture critiche di grandi istituzioni (in certi momenti e su certi temi della stessa Chiesa cattolica), come di piccole realtà e dell'azione formazioni politiche anticapitalistiche. Non ci sarebbe stato senza l'esperienza delle donne a Pechino, senza l'Attac, senza i movimenti contadini contrari alla manipolazione genetica, senza il nuovo corso di parti importanti di un sindacato come quello americano e della sua lotta contro il precariato e persino senza chi, come tutti noi, ha testardamente cercato di far vivere una critica al neoliberismo e a un mondo unipolare e senza democrazia. Soprattutto non ci sarebbe stata Seattle senza la critica alla guerra.
Non dico certo che spunti da Seattle la risposta alla crisi della soggettività del lavoro. E non per prudenza rispetto al futuro del movimento. Ma per percezione del presente. Quel movimento è una potenzialità; per crescere deve vedere materializzarsi in movimenti reali i soggetti che lì solo simbolicamente erano presenti e deve per unificarsi, per diventare progetto, incontrare la politica: appunto la ridefinizione del fine, dei mezzi e dei soggetti di un programma alternativo. Solo su queste basi le contraddizioni tra nord e sud, tra regioni del mondo, tra gli stati e tra alcuni di questi e le grandi multinazionali possono disporsi come elementi di crisi dell'ordine imperiale e anche aprire, a un'area come quella europea, una possibilità diversa da quella su cui è oggi avviata, quella dell'importazione del modello sociale nord-americano.
Se non vogliamo restare in attesa qualcosa possiamo e dobbiamo fare anche noi qui in Italia. Una sinistra alternativa e plurale potrebbe assumersi il compito di sviluppare le premesse proposte da Rossanda in una ricerca comune. La proposta del Prc di dar vita ad una consulta con personalità e realtà della sinistra critica, in fondo, muove dalla stessa esigenza, e va nella medesima direzione: misurare fino in fondo le devastazioni intervenute e provare, con chi almeno non ne è corresponsabile, a uscirne.
Vale la pena di discuterne apertamente.






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