numero  2  gennaio 2000 Sommario

Liberismo all'italiana

DISCUTIAMO DI QUESTI VENT'ANNI
Rossana Rossanda  

Questa rivista è nata per proporre contro la deriva liberista una iniziativa riformatrice aggiornata al nostro tempo. Era stata la speranza, anche se non esplicitamente articolata, del voto del 21 aprile del 1996, che non si limitava a bloccare il Polo per reintrodurre un principio di legalità nel paese. E lo stesso animo portava in Francia, nel Regno Unito, in Germania la caduta del blocco conservatore. Ma in nessuno di questi paesi, salvo timidamente nella Francia jospiniana, una linea riformista si è delineata: tutti gli altri governi si orientano a una "regolazione della deregulation" dei mercati, intendendo per "regole" quelle stesse che il mercato conclama, cioè la garanzia della concorrenza fra grandi soggetti nazionali o mondializzati. È caduto dalla parola "riformista" quel che l'aveva connotata in questo secolo - se non si trattava più d'una via graduale o parlamentare per la trasformazione in senso socialista dei rapporti di produzione, era però una correzione del mercato in nome della priorità dell'equilibrio sociale, diritti e bisogni. Considerati come valore in sé e a loro volta garanti d'uno sviluppo della produzione e della redistribuzione.
In nessun paese che ha votato a sinistra negli ultimi anni si è presa questa strada, modificando le politiche liberiste e monetariste - salvo un tentativo di riforme sociali e sul lavoro in Francia. E questo ha accelerato i mutamenti delle costituzioni materiali su cui si presumeva doversi basare una linea riformatrice e delle soggettività (partiti, classi, ceti, gruppi, aspettative, bisogni) che dovrebbero portarla. Qualsiasi politica macroeconomica presuppone una volontà pubblica, in grado di mettere in atto manovre di grandi dimensioni, se non necessariamente dal governo, attraverso la pressione di forze in qualche misura egemoni, condizionanti, e grazie a mezzi operativi di intervento.
Ci si può chiedere se le condizioni sulle quali essa poteva poggiare in Italia nel 1996 ci siano ancora. Anzi, se non fossero già da interrogare allora. Quali modifiche ha comportato da noi l'offensiva liberista? Da quando? Sono reversibili?
La risposta sottende necessariamente le ipotesi di Lunghini, di Bertinotti/Napoleoni sul "vincolo interno", di Bellofiore. E il senso d'una qualsiasi unità o riunificazione delle sinistre.


1.In nessun paese è stata così vasta e veloce la demolizione della proprietà pubblica e degli strumenti di pubblico intervento. Probabilmente nessun altro paese è arrivato agli anni '60 con una così potente mano pubblica, iniziata dal fascismo con l'Iri e allargata dalle nazionalizzazioni nel dopoguerra, dal piano Sinigaglia a Mattei. Esse erano state pensate come strumento della programmazione (Saraceno, Vanoni, Momigliano) e come tali sono state proposte fino alla "lettera di intenti" del primo governo di centro sinistra. Il Pci ne ha, se mai, criticato il limite e la prima nuova sinistra ne ha temuto la capacità di integrazione (Convegno sulle tendenze del capitalismo italiano). Ma non si metteva in dubbio la loro efficacia ai fini d'uno sviluppo fuori o oltre il mercato.
Anche quando cessa di chiedere nuove nazionalizzazioni o municipalizzazioni, la sinistra punta sull'intervento pubblico per lo sviluppo, per la difesa dei diritti del lavoro e per realizzare quelli di cittadinanza. Sullo sviluppo sarà un fallimento, eccezion fatta per l'Eni (cattedrali nel deserto), su lavoro e cittadinanza un'avanzata: non tanto perché la mano pubblica tiene un diverso atteggiamento sui conflitti (accordi separati dell'Intersind), ma perché le scelte dei governi sono indotte, sotto la pressione delle lotte dei decenni sessanta e settanta (e anche per far fronte a nascenti tendenze all'autogoverno) a rafforzare il "lavoro" sia sotto il profilo salariale (1969, 1975), sia sotto quello normativo (statuto dei diritti dei lavoratori, 1970). E poi, anche a compensazione di un arresto della crescita salariale, ad allargare i "diritti di cittadinanza" - alloggi, scuola, sanità.
Perché questo impianto, che ora chiamano "consociativo" e la nuova sinistra degli anni '70 e '80 definiva di "compromesso", viene meno? E quando? Sull'uso della immensa mano pubblica si misura la incapacità delle classi dirigenti politico-manageriali italiane di andare a uno sviluppo qualificato, simile a quello messo in atto negli stessi anni dalla Francia gollista e nella Germania erhardiana prima e socialdemocratica poi. Perfino la produzione fordista resta limitata ad alcune regioni, mancando l'unificazione produttiva del territorio (anche se è dalla fabbrica fordista che deriva il paradigma dei sindacati e la coscienza diffusa del lavoro). E meno sono sorrette da un progetto, più l'industria e le partecipazioni statali si riducono a potentati burocratici, che patteggiano a breve fra governo e privati; col Caf diventeranno terreno elettivo della corruzione.
A quel punto, a petto della debolezza strutturale che stato e privati si rinfacciano, l'intervento pubblico si limita a spendersi e spendere per organizzare il consenso, sia presso i settori forti (rafforzamento dei poteri del sindacato) sia quelli deboli (assistenzialismo). Con molteplici facce avanzano così le sovvenzioni o il calmiere sulla casa, il servizio sanitario nazionale, l'allargamento dell'obbligo e della gratuità dell'istruzione: crescono i diritti ma sono terreno di scambio con i partiti e fungono da compensazione pubblica dei redditi reali.


2.La inversione di tendenza avviene negli anni '70. E da allora non cesserà, sia sul terreno della proprietà sia su quello dei rapporti di lavoro.
In quel decennio la fisionomia sociale del paese sta cambiamdo. Trentin segnala, come il Censis, un primo ingente trasferimento dei redditi, da terra e salario, in direzione della rendita. Anzitutto il mattone. Alla diffusione della proprietà edilizia seguirà la progressiva liberalizzazione del mercato immobiliare, con l'abbattimento dell'equo canone, la liquidazione degli enti pubblici per la casa e del patrimonio edilizio pubblico che era stato concepito come calmiere. L'intero settore passa al privato con un compromesso tra risparmio delle famiglie e concentrazioni immobiliari. È la prima vittoria "popolare" del mercato.
E si accompagna alla costituzione d'una massa di portafogli familiari incentivati dagli alti tassi del debito pubblico, che ammortizza la riduzione dei salari consecutiva alle ristrutturazioni, ai primi grandi licenziamenti, alla sterilizzazione della scala mobile, poi al ridimensionamento delle pensioni. Misure accelerate negli anni '90 dalla necessità di risanamento del bilancio per entrare nella moneta unica; ma non si tratta soltanto di questo. Esse mirano a portare al mercato l'ingente spesa sociale pubblica.
E anche in questo modo estendere la rete proprietaria. Questo è il senso della svalutazione in extremis del 1992, quando il governo sposta con la svalutazione 50.000 miliardi dai redditi delle famiglie, e drogando la ripresa produrrà l'esplosione del Nord est.
Al primo semestre del 1999, praticamente oggi, le imprese in Italia sono 4.745.000 (99 attive su ogni 1000 abitanti al nord); oltre il 23% più del 1997. Due terzi sono individuali (in calo), un terzo sono società di persone o di capitale (in crescita). È il "popolo delle partite Iva" di cui vanno fieri gli anni novanta. Nei quali le privatizzazioni seguono con ritmo precipitoso dopo il 1996. Lo stato proprietario che deteneva il 45% della capitalizzazione in borsa ancora nel 1997, a inizi del 1999 ne detiene il 15,6. Soltanto fra il 1997 e il 1998 lo stato ha venduto e si sono collocati in borsa fra i suoi ex gioelli Telecom Italia, Ina, Banca commerciale, Credito italiano, San Paolo Imi, Banca di Roma, Eni, che a fine 1998 capitalizzavano quasi un terzo delle aziende globali quotate. E sono in atto la privatizzazione dell'Enel, di tutta la comunicazione, Rai e poste incluse, del sistema dei trasporti dalle ferrovie alle autostrade. Alla privatizzazione dei beni/servizio s'è aperto il varco della scuola con il "sistema pubblico integrato". Si difende per ora la sanità, finché il federalismo non liquiderà anche quella.
Si è allargata con questo la base produttiva del paese? No, scrive il Censis. Siamo piuttosto davanti a un "trasferimento di controllo" dal soggetto pubblico a società di capitali, banche, assicurazioni già operanti; per ora a "una riorganizzazione dell'esistente." Alla privatizzazione si accompagna la crescita dell'azionariato. Non si punta più sui Bot, con i quali lo stato si era assicurato contanti e consenso: quel "combinato disposto" è caduto con le necessità di risanare il bilancio, i Bot non sono più appetibili. Il risparmio dovrà puntare sulle azioni delle aziende, e/o sul mercato finanziario. Margaret Thatcher s'era vantata, a metà del suo mandato, che nel Regno Unito i sindacati perdevano iscritti mentre undici milioni di inglesi erano azionisti.


3.La sinistra non ha ostacolato questo processo e dagli anni '90 ne diventa parte attiva. Sarebbe da analizzare - le periodizzazioni contano - il tornante degli anni '60, il Longo "contro i monopoli" e lo spazio dello "statale" nelle proposte delle "riforme di struttura". Secondo Trentin, Pci e sindacato non avrebbero puntato sull'industria di stato. Non ho lo stesso ricordo, almeno fino agli anni sessanta avanzati. Da allora, e nel decennio successivo, è la forza e la natura delle lotte che occupano lo spazio politico, e Pci e Cgil non sono sempre sulla stessa linea d'onda. Il Pci ne teme l'incontrollabilità, non ha amato neppure il breve momento consiliare. Il timore di Berlinguer è che si scateni una reazione di tipo cileno; è un timore errato, l'Europa va in tutt'altra direzione, liquidando in quegli anni i fascismi residui. In ogni caso il "compromesso storico" è un progetto puramente "politico", che riconsegna esplicitamente alla "produzione come bene in sé" il timone dello sviluppo, lasciando cadere i temi della programmazione dei primi anni '60. Né Pci o Cgil li riprenderanno più tardi, quando pur agiteranno la deindustrializzazione. Quando il Pds si troverà all'opposizione di Amato e nel 1996 nella maggioranza, non avrà alle spalle nessuna elaborazione d'un modello non dico alternativo, ma riformatore, costruito finché la sfera politica pareva averne ancora la cultura e i mezzi.
Il tema è del tutto assente negli anni della cosiddetta transizione. E tutte le componenti dell'attuale governo sembrano concordare con il Presidente del Consiglio sul compito della sinistra: "estendere e rafforzare il capitalismo italiano" nel trend della "globalizzazione". Così esso punta, con alterna fortuna, su alcune concentrazioni, su investimenti esteri che non vengono malgrado le scelte di dumping che l'Europa mal digerisce, e infine sui fondi pensione, futuri investitori istituzionali destinati a rinsanguare il mercato finanziario. Di qui l'impazienza sulle pensioni (più che per necessità di bilancio).
Una discussione se la sinistra dovesse puntare sulla proprietà pubblica delle produzioni strategiche, o se questo non sia stato un suo fatale errore - tema che era stato di alcune sinistre e che Trentin riprende nel suo La città del lavoro - non c'è stata. Si è andati di fatto all'esautoramento dello stato a favore del mercato, e non vi si è opposto alcun movimento per il controllo dal basso e nessun tentativo di realizzazione del lavoratore/produttore che sarebbe consentito dalle nuove tecniche di organizzazione del lavoro. Vi si oppone talvolta un sussulto protezionista (pur deprecato come il male dei mali).
Non è stata una scelta improvvisata per l'area dell'ex Pci, né per la Cgil. Non nasce quando Rifondazione rompe con Prodi, se mai al contrario. A euro raggiunto si è visto che cosa il centrosinistra intendesse per "fase due". È forza riconoscere che dal 1992 l'egemonia sulla sinistra è esercitata da Giuliano Amato. Si è perduto tempo credendo il suo governo in continuità con il Caf: Amato e Ciampi sbaraccano il compromesso-ricatto fra ceto politico e capitale, forma degenerativa ultima della ipotesi postsbellica d'uno stato modernamente riformista. Lo smascheramento di Tangentopoli occupa l'intera scena, mentre muta la classe dirigente e sono ribaltati proprietà, rapporti di forza fra lavoratori imprese e governo, e si disgregano le basi storiche della sinistra.


4.Si disgregano come terreno di quello che era stato il discorso del secolo fra riforme e rivoluzione. E nel quale prende senso la questione dello stato e del ruolo del politico nella riconquista di sé del lavoro. Negli anni '70 se ne scorgono i limiti - e vengono bombardati l'economicismo, il produttivismo, il lavorismo e lo statalismo - ma l'esito non sarà correggerne l'univoca centralità: la si perderà. La questione operaia sarà sì e no un dato sociologico.
La vicenda riguarda tutta l'Europa sotto le mutazioni dell'organizzazione del lavoro nella fase finale dell'economia di scala e della produzione fordista. Ma in Italia ha una sua scansione. Il declino della grande fabbrica, pur limitata al Nord, si intreccia con la fine di un ciclo di lotte operaie che nessun altro paese aveva conosciuto per durata e qualità, dai primi anni '60 al '68-'69. Le loro code, ultima quella del '77, producono i "nuovi soggetti" prima di affondare nella coppia estremismo/riflusso.
Sono gli anni di massima crescita e poi declino del sindacato: alla fine dei '70, quando il Pci deve ritirarsi dalla maggioranza, il sindacato è indebolito. Nei primi anni '80 la difficoltà della Cgil cresce, il referendum sulla scala mobile l'avrà più subito che voluto, mentre le spinte estreme sono cadute ma anche la fiducia nel suo ruolo di difesa di fronte alle ristrutturazioni. Quando ne coglierà, tardi, il senso il Pci è sotto sterzo per l'89, inatteso ed eluso, il sindacato è in emorragia, le sconfitte operaie sono state ingenti, non saranno recuperate, e le nuove figure sociali non hanno rappresentanza politica e scarsa rappresentanza sindacale.
La base sociale ed elettorale della sinistra si è frammentata sotto processi incrociati, "materiali" e "ideologici". Da quando gli "operai" non sono più un riferimento per gli altri lavoratori? Lo sono stati fino al 1980, fino al processo dei '61, fino alla marcia dei 40.000 e la sconfitta dei 35 giorni alla Fiat? Non lo sono alla caduta del punto unico di contingenza, e siamo a metà degli anni '80. Berlinguer ci muore.
Da quando le sinistre parlano di "lavori" invece che di "lavoro" o di "nuova fenomenologia del salariato"? Dagli anni ottanta cessa la continuità tra appartenenza politica e condizione operaia: il nord è eloquente. È perché il sindacato difende troppo poco gli operai, o perché operai e sindacato sono investiti da analoghi dubbi su identita, possibilità e fini?
Certo oggi neppure l'occupazione, che pur ne rappresenta la più grossa inquietudine, mobilita le masse. E sono cadute le solidarietà fra occupati e occupati, occupati e disoccupati. Come se nell'ultimo decennio venisse introiettata l'ineluttabilità d'un meccanismo che renderebbe inoperanti le forme consuete della lotta e quindi dell'organizzazione politica e sindacale. E assieme, o di conseguenza, il lavoro diventasse sempre meno sponda di sicurezza, per non dire di autorealizzazione e, come prima del movimento operaio che lo riscattava in politica, tornasse pura "fatica", modo incerto di guadagnarsi la vita, meno appassionante che indebitarsi e lavorare 16 ore al dì per farsi un'impresina di pulizie, di viaggi o di informatica, e meno gratificante di qualsiasi volontariato.
Da allora il Nord tornerà a sentisi contro il Sud come negli Usa di Hubermann e Sweezy, indifferente quando non razzista e xenofobo. I giovani, salvo alcune minoranze, torneranno a essere una forza di stabilizzazione. Mentre i nuovi soggetti, come il femminismo o i movimenti ecologisti, in Italia nati a sinistra, cesseranno di sentirsene una componente, anzi una parte di essi concorrerà a una "antipolitica" che per la prima volta non viene da destra.
Si possono elencare altri sintomi. Perduti questi riferimenti, la sinistra vacilla anche elettoralmente. Il primo segnale sono le elezioni del 1987. L'89 la troverà già in forte perdita di velocità. E negli anni '90 il "popolo di sinistra" cessa di incalzare i partiti e diserta le urne. L'astensionismo non è un incalzare, è un andarsene. Non solo perché si dispera dei partiti, ma perché essi stessi suggeriscono che della politica si può fare a meno. Il politico agisce soltanto sul politico all'interno d'un medesimo progetto di società. Il modo di produrre, dunque il lavoro, è uscito dalla scena politica, e viceversa.


5.Questo quadro può essere discusso. Ma in quanto sia, grosso modo, corretto appare brutalmente cambiato l'orizzonte nel quale sono stati pensati e agiti tutti i riformismi del secolo.
Quale dei soggetti del centrosinistra sarebbe portatore di una correzione del mercato, che reintroduca una primazia della politica nel campo della produzione e della distribuzione delle risorse? Neanche la sinistra Ds. In quale delle loro culture sono rimasti i materiali per opporsi al trend anglosassone dominante? E alle domande che formula l'ultimo rapporto del Pnud e sono esplose in parte a Seattle? E supponendo una palingenesi dei soggetti politici, con quali strumenti essi rimetterebbero in campo una manovra macroeconomica? E quali ne sarebbero gli strumenti? Anche ad assumere - ma sarebbe da discutere - una inoperatività intrinseca della proprietà e dei poteri pubblici, che cosa ne è rimasto? I governi tendono a ridurre il loro intervento sulla produzione e la redistribuzione al solo strumento fiscale, a movimenti di capitali totalmente deregolati.
Non a caso gli spezzoni dell'area comunista che sono fuori dalle maggioranze come in Italia o in Spagna, o dentro come in Francia, non sono in grado di invertire l'asse di governo e neppure di contrattarlo, e subiscono la spinta al margine del sistema politico. E perfino dal terreno sul quale si determinano le opzioni di massa della società.
D'altra parte il sistema in atto, che pur amplia le divaricazioni e spinge a una crudele esclusione, oltre che intere parti del mondo, significativi settori delle zone ad alto sviluppo, sembra scomposto dalle "sue" contraddizioni. È un dominio complesso, creativo, si tiene, organizza il consenso di una maggioranza, ha sfruttato a fondo la crisi dell'est, che fino agli anni sessanta lo aveva costretto a concessioni. Arrighi o Wallerstein lo vedono in crisi di egemonia, in quanto non riesce a unificare il pianeta, incontra in periferia un alto grado di frizioni, mantiene l'economia dei capofila, gli Usa, ancora in dipendenza del complesso industrial-militare, ricorre alla guerra. E tendono a dare un peso significativo all'insorgere di movimenti "antistema".
Questa tesi va esaminata e discussa. Si può infatti ugualmente sostenere che a breve le rivolte antisistema sembrano necessitare di altre mediazioni per non restare che segnali. Almeno in Italia. I "movimenti" dagli anni '60 ad oggi sono sintomatici di figure sociali, soggettività e bisogni che la sinistra storica non ha intercettato perché fuori del suo orizzonte, e sovente - come nel caso del femminismo - dai suoi codici.
Eppure la interpellano la "sinistra diffusa" (i centri sociali, i cantieri sociali, le tesi di Marco Revelli) che punta a spazi di autogestione di servizi, produzione e mercato "equo e solidale",in maggior o minore collegamento con volontariato e terzo settore, e le ideologie del "non lavoro", se così si possono chiamare i poli minoritari ma attivi di raccolta extrasindacati dei "precari" e "atipici" e il "lavoro autonomo di terza generazione". Essi non hanno rappresentanza politica ma non sarebbe difficile provare che mobilitano, almeno in Italia e in Francia, più "militanti" delle sinistre storiche. E più di esse inseguono le pieghe delle modificazioni delle figure del lavoro e del territorio, in un rapporto con la società assai diverso da quello dell'estremismo degli anni '70. Interpretano non antiche radicalità ma nuove reazioni al divenire della produzione rivoluzionata dalla tecnologia e della "società di mercato".
Ma la danno per vincente. Non ha senso spiegargli che non rovesceranno le grandi tendenze del liberismo, e tanto meno il capitalismo: non si propongono né un rovesciamento del capitalismo, che non è all'ordine del giorno - e non è sicuro che, dopo l'esperienza del socialismo reale, lo auspichino - né una sua correzione riformistica.
Certo non le correnti che denunciano lo "statalismo" del movimento operaio e comunista. Bruno Trentin, che non è certo negriano, ha in comune con l'attuale elaborazione di Potop due ipotesi: primo, che è all'interno dei punti alti della organizzazione capitalistica e informatizzata del lavoro che i lavoratori trovano uno spazio di autorealizzazione, perché per la prima volta la produzione ha bisogno di una dose elevata di creatività e autonomia, differentemente dal taylorismo e dal fordismo; secondo, che la gestione di questo spazio ha da essere effettuata dai lavoratori organizzati, direttamente, naturalmente in un'ottica non corporativa, e non già da uno stato amministratore e redistributore. Questa proposta, che ha i suoi terminali sociali nelle figure alte della tecnologia e in quelle "atipiche" starebbe marxianamente nell'onda del movimemto storico, che condanna i lavori ex garantiti e il loro tipo di organizzazione e contrattazione. Per Trentin essa si collega ad alcune correnti minoritarie degli anni venti e a un primo Gramsci, per gli altri al famoso Quaderno 6 dei Grundrisse.
Come la sinistra diffusa questi gruppi puntano sulla primazia d'un fare molecolare "qui e ora", non "domani e altrove" e/o la costruzione d'una fascia di società "altra" rispetto alla serialità del mercato e un soggetto che non punta alla rappresentanza. Che appare dunque messa in questione da processi opposti: dalla tendenziale riduzione dei poteri/possibilità dello stato nazione da parte dei meccanismi della globalizzazione dell'impero, e sull'altro versante dalla riappropriazione sia pur parziale d'un sociale che è andato separandosi dalla sfera politica istituzionale. E va da sé che ne denunciano anche con efficacia le derive moderate, delle quali l'ultimo libro di Revelli è un'implacabile requisitoria.
Insomma, salvo un'analisi più ravvicinata, a voler riformulare una correzione riformatrice all'alba del 2000, ne vanno riattraversati fini, mezzi e portatori. Essi non si identificano in una unione delle sinistre quali sono, la cui opportunità e limite sta nel bloccare la degenerazione liberista rappresentata in Italia dal binomio Berlusconi-Forza Italia e oramai i residui del Caf. Come andare non dico a una maggioranza ma alla costruzione d'un forte gruppo di pressione, senza una rivisitazione dei temi di cui sopra - figure e bisogni e culture - e affrontando alle radici la crisi della politica come crisi della rappresentanza?
Queste note vorrebbero essere un invito a discuterne.






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