numero  2  gennaio 2000 Sommario

Editoriale

IL MALE OSCURO
Direttore  

Abbiamo chiuso questo numero della Rivista proprio nel momento in cui si apriva la crisi di governo. Eravamo tentati di non parlarne affatto. Fare previsioni sugli sviluppi di una vicenda della quale il lettore conoscerà la conclusione sarebbe, oltre che un rischio, una perdita di tempo. E sarebbe inutile comunicare soltanto un sentimento di irritazione che è già condiviso quasi da tutti e già è stato largamente espresso da ogni commentatore. Se proprio si vorrà trovare un elemento di interesse in questa crisi, sta nel fatto che essa è e resterà un episodio minore di una partita ben maggiore che ha per posta la direzione del Paese, ma che si giocherà nel corso dell'anno e si deciderà su altri terreni e in altre scadenze.
Qualcosa tuttavia ci sembra di dover dire subito, non su ciò che questa crisi produrrà ma su ciò che ha rivelato, non su ciò che avverrà ma è già avvenuto.
Essa ci dice infatti a qual punto è arrivata la crisi sia del sistema politico-istituzionale, sia della linea politica che è prevalsa negli ultimi anni.
La sostituzione del governo Prodi con quello D'Alema non ha solo rappresentato un cambio di maggioranza, di leadership, di programma. Ha segnato anche il passaggio da una maggioranza politica - certo tormentata da divergenze, ma comunque legittimata da un voto popolare e capace di un reale confronto programmatico - ad una maggioranza di tipo "trasformistico". Questa parola pesante - che ora torna nel senso comune ed entrambi gli schieramenti si rinfacciano - è usata in modo approssimativo e inutilmente ingiurioso. Essa non è affatto un semplice sinonimo di corruzione o di mercanteggiamenti personali. Non a caso risale ad una fase della storia nazionale - i governi della "sinistra storica" - che fu duratura ed incisiva. Descrive semplicemente un modo di funzionamento del sistema parlamentare nel quale i governi si reggono su maggioranze costruite in corso d'opera, attraverso la confluenza variabile di singoli o di gruppi parlamentari, non legati a organizzazioni permanenti attive nel paese, eletti in coalizioni eterogenee, su programmi vaghi, e dunque senza vincoli precisi di mandato. Ciò che le tiene insieme è dunque la volontà di partecipare, per convinzione o per convenienza, all'attività del governo in carica, e la persuasione che esso durerà nel futuro; ciò che le rende instabili può essere la permanente competizione sia per acquisire maggiore spazio nel governo sia per confermare o sostituire la sua guida. Non è stato solo un fenomeno italiano. È stato il vizio della Terza repubblica francese, ed è ancora nei fatti un aspetto del sistema parlamentare americano (maggioranze variabili, peso delle lobbies economiche e degli interessi locali) corretto in quel caso dal potere separato dell'esecutivo.
È esattamente quanto sta accadendo nella "Seconda Repubblica" italiana. L'attuale crisi di governo ne manifesta platealmente i caratteri: trasmigrazione continua di molti parlamentari da un gruppo all'altro o tra la maggioranza e l'opposizione; quando poi il governo vacilla, ciò non avviene più su di uno scontro politico-programmatico rilevante, ma su come si può comporre un nuovo ministero, o su quali garanzie il governo in carica può offrire a ciascuno dei suoi sostenitori per le successive elezioni.
Tutto ciò è sotto gli occhi di tutti, e tutti apertamente lo riconoscono o ne mormorano. Altrettanto evidente a tutti ne è il costo: l'impossibilità strutturale di impostare - quale che essa sia - un' azione d'ampio respiro, di lungo periodo, che non assecondi puramente il corso delle cose, o che comunque tocchi interessi specifici dell'eclettica e precaria maggioranza; la necessità di garantirsi sempre e ad ogni costo ad ogni elezione una vittoria, perché una sconfitta disgrega l'intera forza su cui si può contare.
Niente affatto riconosciute, neppure discusse, sono invece le cause per le quali la "transizione" a un nuovo sistema politico intrapresa in nome del bipolarismo, della priorità dei programmi, di una più diretta partecipazione dei cittadini nella scelta dei governi, sta producendo effetti esattamente opposti.
La prima di queste cause sta nell'introduzione di un sistema elettorale maggioritario uninominale: che già per sua natura produce alcuni presupposti del trasformismo, ma tanto più lo produce se si introduce non solo in un sistema politico per tradizione pluripartitico, ma in un processo politico di disgregazione dei partiti, di omologazione culturale, di frantumazione sociale. Un sistema elettorale maggioritario, innescato su un sistema politico sempre meno bipolare, anzi sempre più indistinguibile per cultura, tradizione, radicamento sociale e allo stesso tempo sempre più frammentato per gli interessi che ciascuno tutela e per le logiche di un ceto politico in cui ciascuno vuole garantirsi il futuro. Un "rappresentante del popolo" può tranquillamente trasmigrare da un gruppo ad un altro senza necessariamente "cambiare bandiera", ma continuando a pensare e a dire ciò che pensava e diceva. Ed ogni piccolo gruppo è spinto a farlo o a minacciarlo per mantenere una fittizia visibilità e avere un potere contrattuale nella futura spartizione delle candidature e nella presente spartizione dei ruoli che contano. Infatti, non a caso, la moltiplicazione patologica di pseudopartiti e l'estensione dei gruppi parlamentari misti sono avvenute all'interno della quota di eletti nel settore uninominale, e i quotidiani conflitti nascono anche e anzitutto tra coloro che ancora pensano di presentarsi insieme alle prossime elezioni.
Di questo problema non si discute. Al contrario si cerca di uscirne con un'ulteriore stretta nella legge elettorale, pur sapendo e anzi accettando il fatto che a questa competizione sempre più maggioritaria arriveranno coalizioni sempre più composite e meno caratterizzate.
Ciò conduce il discorso all'altra causa evidente della degenerazione trasformistica, più direttamente politica. La maggioranza di centro-sinistra uscita dal 21 aprile era fragile e limitata, ed ha poi incontrato difficoltà crescenti, fino ad una rottura. Quale è stata la risposta a tali difficoltà? Anziché tentare di affrontarle e superarle con una convergenza politica e un compromesso programmatico tra le forze che insieme si erano battute e avevano vinto, si è piuttosto cercato di aggirare e compensare una rottura a sinistra con la cooptazione di forze, in Parlamento e nel paese, sempre più marcatamente moderate. Una filosofia generale: si vince, più che conquistando voti e mutando gli orientamenti degli elettori, conquistando pezzi del ceto politico che li porti con sé: Dini, Amato e socialisti vaganti, fino a Cossiga, Buttiglione e a Mastella (eletti dal Polo), e presto, se possibile, frange della Lega o la lista Bonino. La bicamerale, la "Cosa due", la formazione di un "nuovo centro-sinistra" dopo la caduta di Prodi, sono state le tappe di questo itinerario, che ha fallito il suo obiettivo (lo sfondamento al centro), ha prodotto una maggioranza niente affatto organica, anzi balcanizzata, ha comportato uno spostamento sempre più accelerato nelle scelte di governo e ancor più nella sua linea ispiratrice (guerra, politica economica).
La crisi attuale rappresenta appunto la manifestazione più eloquente di questo circolo vizioso, di cui il trasformismo è al tempo stesso causa e conseguenza. La crisi infatti non è nata in questi giorni, o per iniziativa di Cossiga o dei socialisti. È stata scelta e promessa tre mesi fa dal presidente del Consiglio e dai democratici di Prodi. Essi hanno detto: conclusa la finanziaria occorre un nuovo governo e un nuovo programma, per affrontare l'ultima fase della legislatura, innovare per superare le difficoltà evidenti. L'ordine del giorno per questo tentativo di rilancio era già definito dalle cose: nuova politica per l'espansione dell'economia e dell'occupazione, tuttora stagnanti; pensioni e riforma dello stato sociale; scuola (pubblica e privata); leggi di sostegno alla contrattazione sindacale; crisi della giustizia e suo riordino; riorganizzazione politica della coalizione (l'Ulivo due). Su quasi tutti questi punti c'era un dibattito acceso nella maggioranza, occorreva una verifica, D'Alema li assumeva nella sua agenda della crisi.
Ebbene, non a caso, la crisi effettivamente è avvenuta, ma in tutt'altro modo ed ha assunto un carattere del tutto diverso: è nata come conflitto su chi dovrà guidare la coalizione per la prossima legislatura, sugli equilibri di potere per i prossimi mesi, sul se e come chiudere la vicenda di Tangentopoli.
Il presidente del Consiglio, per superarla, ha dovuto presentarsi alla camera solo rivendicando con enfasi vuota il bilancio delle cose fatte, senza dire nulla sulle intenzioni per il futuro (a parte l'enfasi sulla legge elettorale) e archiviando ogni ambizione di "rilancio". Un puro appello alla continuità, un semplice rimpasto ministeriale, sperando solo che un discreto risultato alle regionali, una spontanea ripresina economica, i guai giudiziari di Berlusconi, permettano al suo governo di riacquistare credito e spingano la maggioranza riluttante ad affidarsi a lui anche in futuro.
Il paradosso è che tutto ciò appare favorire, anziché contenere, la voglia di astensione. Mentre ancora devono venire le scadenze e le prove più aspre. Resta da vedere se ci siano modi e tempo per fermare tale deriva: ma su questo occorrerà tornare più meditatamente e occupandosi di tutt'altri temi.






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