numero  19  luglio-agosto 2001 Sommario

Berlusconi in Parlamento

EVERSIVO CON JUICIO
Giancarlo Aresta  

Una reticenza illuminante Il fatto politicamente e simbolicamente più rilevante dell'esordio del governo Berlusconi in Parlamento, al Senato, è av venuto subito prima del suo intervento programmatico. Con un reciso colpo di spugna, ricordando Taviani, scomparso nella notte del 17 giugno, il presidente del Senato, Pera, e Silvio Berlusconi ne hanno cancellato dalla biografia la sua sto ria partigiana: di comandante del Gruppo dei volontari del la libertà e di componente di quel Cln della Liguria 1, che – caso unico in Europa – ricevette il 25 aprile del 1945, da un alto ufficiale tedesco, il generale Meinhold, le chiavi della città di Genova, consegnate nelle mani dell'operaio comunista Remo Scappini in un atto di resa incondizionata. Questa `pic cola omissione' è assai significativa. Una reticenza ci illustra cosa è cambiato, in profondità, nella vita politica italiana.
Il governo che si è presentato per la prima volta in Par mento ha una caratteristica di fondo. È costituito, nella sua grande maggioranza, da forze estranee o avverse alla cultura della Repubblica, a quei valori faticosamente e conflittualmente condivisi, scritti nella prima parte della Costituzione, che hanno dato il fondamento di un patrimonio culturale comune a quasi cinquant'anni della nostra storia.
Di questo, a sinistra, bisogna ancora prendere atto. La sconfitta alle elezioni del 13 maggio fa tappa, perché chiude una fase della vicenda repubblicana.
È solo in questo contesto che possono essere valutate le dichiarazioni programmatiche di Berlusconi. Non persuade perciò chi ha giudicato – almeno nei primi commenti – quel discorso `deludente', non impegnativo, un ultimo `comizio elettorale' fuori stagione (Rutelli), né chi vi legge una metamorfosi democristiana di Berlusconi, come «Repubblica».
Le priorità di Berlusconi Si tratta di un programma moderato, di un presidente del Consiglio che non vuole rifare gli errori compiuti sette anni prima; che è ritornato al governo a seguito di una lunga e tormentata fase di opposizione – come ha rivendicato con orgoglio («Dopo cinque anni la coalizione delle opposizioni è diventata maggioranza. Non era mai successo nei lunghi decenni dal 1948 al 1994 […]») –; che ritiene di marciare sulla cresta dell'onda di un cambio di fase sulla scena mondiale – l'elezione di Bush in America, un paese a cui «siamo legati da un'amicizia indistruttibile» –; che è circondato da potenze amiche, che lo aiutano, consigliano, condizionano e sostengono (dalla Chiesa alle vecchie famiglie industriali e alla nuova Confindustria, alla funzione di `neutralità', a volte assai attiva, assunta dalla stessa presidenza della Repubblica).
Nello stesso tempo, è un programma eversivo:
1. Un federalismo più aggressivo di quello promosso superficialmente dal centro-sinistra a fine legislatura con un colpo di mano, nella insostenibile tendenza a inseguire la destra leghista a fini elettorali, bilanciato da «un moderno presidenzialismo per garantire l'unità della nazione» (e qui si sollecita un contributo delle opposizioni: e torna l'indimenticabile fantasma della Bicamerale, che a un tale esito aveva già predisposto).
2. Una riorganizzazione del sistema sanitario, che demolisca le `incompatibilità', definite nella Riforma Bindi (occorre ridurre «in maniera significativa i vincoli attuali, che demotivano fortemente una categoria, che oggi si sente poco considerata e soggiogata alle regole burocratiche dell'amministrazione pubblica. Il medico non è soltanto un impiegato dello Stato, ma è un professionista a cui è affidata la missione di tutelare il bene costituzionalmente garantito alla salute»), trasferisca tutti i poteri alle Regioni «per avvicinarli ai bisogni dei cittadini, abbandonando la strada della centralizzazione e della burocratizzazione», e accresca «il grado di efficacia e di personalizzazione delle prestazioni, per riorganizzare un sistema pubblico-privato, che parta dalla centralità del cittadino e dalle sue necessità».
3. Una scuola, in cui si superi rapidamente e radicalmente il concetto repubblicano di scuola di tutte e di tutti, luogo interclassista condiviso di formazione comune – e comunitaria – delle nuove generazioni, strumento elettivo di un'azione tesa a «rimuovere gli ostacoli […] alla libera espressione della personalità di ciascuno» (Art. 3 Cost.). Questo, in nome del principio di sussidiarietà, verso cui «procederemo, perché siamo convinti che dove c'è più autonomia della società civile, delle istituzioni, dei privati non c'è solo più democrazia, ma c'è anche maggiore qualità ed efficienza». È a quest'unico scopo che la sospensione della riforma dei cicli assume il valore emblematico di un deciso mutamento di rotta in una realtà istituzionale, la cui radicale trasformazione è indicata tra le priorità dell'azione di governo: «Quanto ai finanziamenti, per garantire la libertà scolastica e il diritto alle famiglie ad avere una scelta più ricca e una scuola migliorata dal meccanismo della concorrenza e dell'emulazione, non accetteremo una concezione dirigista e statalista di quel bene pur fondamentale che è la scuola pubblica».
4. Viene riaffermata la determinazione di procedere nei cinque anni a una riduzione delle imposte sulle persone fisiche e sulle imprese, portando l'aliquota massima al 33% (l'Ulivo proponeva in campagna elettorale la stessa filosofia, attestandosi al 40%); ma la si lascia nel regno delle intenzioni. Intanto si comunica un regalo da fare subito alle imprese, con una Tremonti bis, che defiscalizzi gli utili reinvestiti, anche quando gli utili vengano ripartiti tra i soci e agli investimenti si proceda col ricorso al credito: e questa volta – pare – l'iniziativa dovrebbe essere estesa a beneficio delle piccole imprese e delle attività commerciali.
5. Si propone, inoltre, un piano di grandi opere pubbliche («ponti, strade, autostrade, nuove linee ferroviarie, nuove tipologie nel campo dell'alta velocità»), respingendo «con forza la filosofia integralista secondo la quale la tutela dell'ambiente è incompatibile con la realizzazione di grandi opere pubbliche».
Bossi è risultato `deluso' – come Rutelli – dal discorso programmatico di Berlusconi («ha presentato il programma minimo, anziché quello massimo, come si fa in questi casi»). Ma la sostanza dell'intervento pare chiara.
Berlusconi sposta l'asse della politica italiana – e, verrebbe da dire, della sua cultura politica – verso l'America di Bush; ma senza rotture traumatiche con l'Europa: bisogna aspettare che le successive vicende elettorali consolidino un asse conservatore anche qui. Mette in discussione l'assetto istituzionale del paese; ma si propone di farlo, correggendo le timidezze della sinistra, che lo ha anticipato su tutti i terreni: federalismo, presidenzialismo, superamento della centralità del Parlamento, riforma della magistratura (ancora il fantasma della Bicamerale). Sposta il baricentro dell'azione di governo verso l'impresa, ma non intende ingaggiare nel breve periodo un conflitto con la Cgil, a meno che D'Amato e la Federmeccanica non ve lo sospingano su una delle tante delicatissime partite aperte: e per questo, diversamente dal D'Alema di due anni fa, non si affretta a dichiarare l'esigenza di un rapido e radicale mutamento del sistema previdenziale. Riconosce le prerogative dell'opposizione in Parlamento, che però vorrebbe quasi deprivata di una funzione legislativa e confinata ad un ruolo di «controllo dell'azione di governo».
Sceglie poi le sue priorità, i terreni su cui considera opportuno sferrare un affondo; e tra questi ci sono un'interruzione dei processi di riforma e una pesante privatizzazione di scuola e sanità.
Per la sanità, sicuramente pesa l'idea di poter mettere in campo la forza di una tenace resistenza corporativa alla riforma Bindi, e alle incompatibilità da questa definite, e – insieme – le persistenti e diffuse riserve verso un sistema ancora incapace di avere cura, di essere vicino ai bisogni dei malati e delle loro famiglie. Da qui nasce l'ipotesi che, a partire da questa miscela, sia possibile muovere un deciso attacco al carattere universalistico del diritto alla salute.
Per la scuola, si vuole trarre vantaggio dal fatto che la rottura di legalità costituzionale – con la definizione di prime forme di finanziamento anomalo alle scuole private – sia avvenuta per opera del centro-sinistra, con la `Legge di parità', voluta dal ministro Luigi Berlinguer, un capolavoro di insipienza politica, perché rompeva un argine su una questione di principio e costituzionale rilevante, senza peraltro che ci fosse stato un vero compromesso né con la Chiesa, né con la Confindustria, né con l'opposizione del Polo; né un vero accordo con i cattolici della maggioranza. Berlusconi ritiene inoltre che un sostegno senza riserve della Chiesa e della Confindustria possa permettergli di aprire su questo terreno una vera sfida, che probabilmente crede di poter vincere anche sul piano sociale.
Cauto ma eversivo Pare evidente che selezione di obiettivi e gradualità del programma di Berlusconi trovino cattive chiavi interpretative in vecchie categorie politiche come quella del `doroteismo', o persino del `moderatismo'. Prudenza nella iniziativa politica, attenzione alla individuazione dei terreni di iniziativa, secondo il principio della minore resistenza o della impreparazione dell'avversario, dialogo con le opposizioni possono oggi convivere con una radicalità di scelte sociali e istituzionali. Qualcosa è, infatti, radicalmente cambiato nel modello di convivenza, proprio dei vincitori del 13 maggio. E mette in discussione istituzioni e rapporti sociali, che toccano le relazioni democratiche elementari di cui vive la nostra società: non soltanto diritti sociali e un'idea di eguaglianza.
Un errore di giudizio politico può avere perciò implicazioni altissime.
Il senso di una scelta Ma perché Berlusconi, il presidente che porta al governo l'ideologia dell'impresa, assume queste priorità? Forse perché sceglie di portare un secco taglio ai diritti e al Welfare, prima di mettere mano a una riforma fiscale che dia grandi privilegi ai più forti? O, principalmente, per fare un favore alla Chiesa, che chiede con sempre più forza finanziamenti alle scuole cattoliche, da tempo in crisi economica e di iscrizioni? Probabilmente non si tratta soltanto di questo.
Una spia di un'altra possibile motivazione forte di questa scelta viene dalla lettura della relazione di D'Amato, presidente di Confindustria, a Cernobbio, Idee per la competitività.
L'eccessiva presenza dello Stato nell'economia [malgrado, ci sarebbe da aggiungere, lo Stato, negli anni del centro-sinistra, abbia «ceduto quote di imprese per oltre 200.000 miliardi», NdA] trova la sua sintesi significativa in un bilancio pubblico che, sia come spese che come entrate, ancora assorbe e intermedia quasi la metà del reddito nazionale. Vuole dire che metà delle risorse e metà delle decisioni sono sottratte alla libera scelta dei cittadini e delle imprese. Ciò riflette non soltanto il peso delle burocrazie centrali, ma anche e soprattutto il fatto che lo Stato controlla in monopolio, o comunque in posizione largamente dominante, il sistema pensionistico, il sistema della scuola e dell'università, il sistema sanitario.
Forse, un punto di analisi è anche qui. Il padronato italiano, che aveva fondato la sua strategia agli inizi degli anni '90 sulla competitività di prezzo resa possibile dall'inflazione, su una innovazione solo di processo e sul risparmio sul costo e sull'impiego della manodopera, esce con le ossa rotte dalla competizione globale nel ciclo degli anni '90: mentre divideva profitti altissimi ha perso colpi e quote di mercato.
Nei processi di internazionalizzazione delle imprese non c'è nessun esempio di successo di una iniziativa italiana. D'altra parte il paese è ultimo in Europa negli investimenti esteri: 5,1 miliardi di dollari, contro i 9 della Spagna, i 18 dell'Irlanda, i 39 della Francia, gli 82 dell'Inghilterra. Le quote di esportazione sono seccamente calate: dal 4,2% dell'interscambio mondiale del 1996 al 3,4% del 2000. Il sommerso mantiene un peso del 28% del prodotto nazionale: ed è il doppio della media europea. Insomma, come dice lo stesso D'Amato, «il paese è in mezzo a un guado», tra la pressione competitiva dei paesi leader dei processi di innovazione e l'attacco, nelle produzioni mature, dei paesi emergenti dall'area del terzo mondo.
Viene così il dubbio che la riduzione a mercato di istituzioni sociali, come la sanità e la scuola, che attengono a diritti democratici essenziali, rappresenti anche il miraggio di un terreno di espansione dell'iniziativa privata in un'area protetta, e garantita da risorse pubbliche.
Una innovazione senza progetto Queste considerazioni richiamano un altro tema. Nella sconfitta elettorale ha pesato un difetto di autonomia culturale, una debolezza di progetto, una subalternità alle culture neo-liberiste della sinistra di governo. Ma insieme ha avuto un peso l'insuccesso pratico di una `modernizzazione', che ha balbettato non appena varcata la soglia del `risanamento'. Insomma, una innovazione priva di qualità:
– di qualità economica, come è illustrato dai dati prima segnalati; – di qualità culturale, se si pensa che in Italia la spesa per l'istruzione è del 4,8% rispetto al 6,1% della media Ocse, o che gli investimenti della ricerca sono dell'1,05%, a fronte del 2,18 della Francia, del 2,29 della Germania e del 2,84 degli Usa; – di qualità sociale, come testimoniano una popolazione attiva bloccata al 53%, per contrasto con una media europea del 62%, o un Mezzogiorno che ha visto crescere la sua condizione di emarginazione nel decennio e vede concentrarsi drammaticamente tutte le contraddizioni e gli squilibri sociali prodotti dalla modernizzazione capitalistica.
Per questo la sconfitta è più pesante. Priva di un progetto sociale, che sorreggesse una idea di sviluppo, la sinistra al governo si è destreggiata tra le sollecitazioni dei gruppi dominanti, restando prigioniera della loro debolezza e perifericità rispetto ai processi di ristrutturazione capitalistica in atto.
Così, un decennio si è chiuso nel segno di un declino della sinistra.
Nel mistero di Forza Italia In un tale contesto sono maturati gli umori sociali, che hanno portato il centro-destra al governo.
Resta da approfondire un problema, essenziale per comprendere la partita che si è aperta. Indubbiamente, la vittoria del centro-destra ha preso corpo non solo su una politica di alleanze, costruita nel tempo. Ma con l'affermarsi di Forza Italia, ben oltre l'evanescenza delle origini, come un originale partito di massa, saldamente attestato attorno al 30% dei consensi, omogeneamente diffuso al Nord, al Centro e al Sud del paese, capace di offrire una spina dorsale alla destra italiana, e di sostituire la Dc, mentre gli analoghi tentativi sperimentati nevroticamente a sinistra dai Ds si traducevano in visibili insuccessi, svuotavano quel partito di ogni patrimonio ideale comune, ne sfibravano la qualità e il radicamento sociale.
Eppure, è ancora assai difficile definire e comprendere questa nuova realtà politica. Non risulta infatti persuasiva una lettura, che vede in Forza Italia in modo prevalente un `partito–impresa'. Perché questa non è più riducibile alla Fininvest o a Publitalia e ai suoi quadri, come nel '94; ha ormai metabolizzato e assorbito pezzi interi delle vecchie classi dirigenti – a partire dalla Dc e dalle sue costellazioni sociali di riferimento –; eppure le ha riplasmate in un impasto culturale e politico nuovo. Non è solo un `partito del video', perché Berlusconi, malgrado le sue Tv, venne sconfitto e cacciato dal governo. Così come la ripresa delle sue fortune politiche e persino imprenditoriali ha trovato il suo atto di origine in un fatto eminentemente politico, nella rilegittimazione politica della Bicamerale prima o più che nella propaganda televisiva.
Forse, è più corretto definirlo un `partito di massa dell'individualismo competitivo', perché ha saputo dare capacità di aggregazione e insediamento sociale a una `ideologia del nostro tempo'. Saldando su di essa un nuovo rapporto con i poteri forti, assai più fondato di quanto i velleitari tentativi di alcuni apprendisti stregoni del centro-sinistra avevano cercato di realizzare, con una capacità forte e aggressiva di attraversare le nuove costellazioni sociali in cui si frantuma la realtà popolare e del lavoro, trasmettendole e assorbendone umori.
Questa è una ragione della sua forza. E qui anche c'è una motivazione della sua pericolosità e della sua capacità di disgregazione di un modello democratico di convivenza, che occorre saper riconoscere nella sua portata eversiva anche sotto la prudenza degli atti del governo all'avvio di legislatura.


note:
1  Paolo Emilio Taviani, come presidente dell'Associazione Volontari della libertà, insieme ad Arrigo Boldrini e Aldo Aniasi, intervenne in Piazza Duomo il 25 aprile 1994, a conclusione di quella straordinaria manifestazione antifascista, promossa dal «manifesto», che rappresentò il primo importante atto di opposizione politica al governo Berlusconi del 1994.


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