numero  19  luglio-agosto 2001 Sommario

Materiali per Genova

LAVORATORI DEL NORD E DEL SUD
Beverly J. Silver Giovanni Arrighi  

Uno degli sviluppi più sconcertanti degli ultimi decenni del ventesimo secolo è stato il declino precipitoso della coscienza di classe e dell'organizzazione dei lavoratori, avvenuto nello stesso periodo in cui il proletariato mondiale attraversava una fase di grande espansione in termini numerici. Quel che rende ancor più sconcertante quest'evoluzione è che essa è avvenuta in concomitanza con una profonda crisi del capitalismo mondiale. Era tutt'altro che irragionevole pensare che la crisi del capitalismo degli anni '70 avrebbe rafforzato, e non indebolito, la coscienza di classe del sempre più vasto proletariato mondiale. Negli anni '80 e '90 la crisi del capitale ha invece innescato una crisi dei movimenti dei lavoratori, che ha portato alla sconfitta o a una pesante ristrutturazione di tutte le organizzazioni dei lavoratori che si erano costituite e consolidate nel corso del secolo precedente.
Quest'articolo si propone di mettere in evidenza il rapporto tra le disuguaglianze dello sviluppo capitalista su scala mondiale e i processi di formazione della classe lavoratrice [d'ora in poi sempre nella versione dell'autore: working class (NdT)] sia prima che durante la crisi attuale. La nostra principale argomentazione è che, contrariamente all'opinione diffusa, il cosiddetto `spartiacque' Nord-Sud continua a costituire (come ha fatto per tutto il ventesimo secolo) l'ostacolo principale alla formazione di rivendicazioni omogenee per il proletariato mondiale. Nonostante la delocalizzazione delle attività industriali dal Nord al Sud, che ha caratterizzato questa congiuntura di crisi, le condizioni generali della composizione della working class sono ancora in larga misura legate all'enorme e crescente divario di ricchezze, status e potere che separa il numero relativamente esiguo di paesi occidentali dai paesi in cui vive la stragrande maggioranza della popolazione mondiale. Qualsiasi tentativo valido di promuovere politiche di ispirazione socialista deve darsi come priorità, sia a livello di elaborazione teorica che di attuazione pratica, la necessità di colmare tale divario.
L'ascesa e il declino del movimento mondiale dei lavoratori Gli eventi essenziali che segnano la storia del movimento mondiale dei lavoratori possono essere condensati in sei punti.
1. Le rivolte dei lavoratori sono un fenomeno costante che ha caratterizzato tutta la storia mondiale. Solo nel ventesimo secolo, tuttavia, il movimento dei lavoratori è diventato una forza capace di influire in modo preciso e significativo sulla politica mondiale. Ciò è avvenuto dopo un lungo e sofferto processo che, cominciato durante la Grande Depressione del 1873-96, si è concretizzato più di mezzo secolo dopo in una completa ridiscussione delle strategie dominanti, della struttura e del modus operandi del capitalismo mondiale. Questa totale ristrutturazione è avvenuta in seguito alla costituzione di quel regime internazionale sotto egemonia americana che Aristide Zolberg (1995) ha definito «labor friendly» [favorevole ai lavoratori]. Per evitare rischi, le riforme «labor friendly» promosse con l'affermarsi dell'egemonia americana – ossia le politiche macro-economiche in favore della piena occupazione – furono accompagnate da una severa repressione di qualsiasi settore del movimento dei lavoratori che avesse voluto mettere in atto una trasformazione sociale più radicale di quella prevista dal contratto sociale del dopoguerra. Ciò nondimeno, le riforme attuate nel periodo dell'egemonia statunitense segnarono una trasformazione significativa rispetto al modello liberista di regolazione globale caratteristico dell'epoca dell'egemonia mondiale britannica (Silver and Slater 1999, 202-207).
2. Il movimento dei lavoratori, che ebbe un peso preponderante in questa metamorfosi che ha investito il capitalismo mondiale, si sviluppò seguendo due percorsi distinti e sempre più marcatamente divergenti. Il primo era di tipo `sociale', incentrato su movimenti che prendevano piede nei settori produttivi e usavano come principale strumento di lotta il potere dirompente che la produzione di massa consegnava ai lavoratori dei settori strategici. Esso è nato in Gran Bretagna alla fine del XIX secolo, ma ha assunto una sua forma quasi ideale negli Stati Uniti. Il secondo è invece di natura prevalentemente `politico', ed è caratterizzato da movimenti che nascono nelle strutture burocratiche dei partiti politici, il cui principale strumento di lotta è l'accesso al potere dello Stato e il controllo sulla rapida industrializzazione/modernizzazione degli apparati statali. Esso è nato nell'Europa continentale, più in particolare in Germania, ma ha assunto la sua forma ideale in Unione Sovietica (Arrighi and Silver 1984).
3. Il rafforzamento dei movimenti dei lavoratori su questi due percorsi distinti è avvenuto nell'ambito di sempre più aspri conflitti inter-imperialisti tra i maggiori Stati capitalisti. Nella prima metà del ventesimo secolo, le due guerre mondiali influirono pesantemente sulle caratteristiche delle agitazioni dei lavoratori nel `cuore' dei paesi capitalistici. Le guerre mondiali erano parte di una serie di `circoli viziosi' di conflitti nazionali e internazionali, che hanno poi innescato una grande ondata di lotte e moti rivoluzionari dei lavoratori. Le due guerre mondiali seguono un modello simile: la mobilitazione dei lavoratori aumentava alla vigilia della guerra, per poi calare temporaneamente durante il conflitto, e riesplodere alla sua conclusione (Silver 1995, 160-1). La Rivoluzione Sovietica ebbe luogo sulla scia dell'ondata di mobilitazione dei lavoratori del primo dopoguerra, mentre è agli strascichi della seconda guerra mondiale che viene associata la diffusione del comunismo in Europa dell'Est, Cina, Corea del Nord e Vietnam. Sarà proprio l'impatto combinato delle lotte dei lavoratori esplose nel secondo dopoguerra nel cuore dei paesi capitalisti e della diffusione della rivoluzione comunista in paesi più periferici a determinare la costituzione del nuovo regime internazionale «labor-friendly» sponsorizzato dagli Stati Uniti. (Silver and Slater 1999, 176-202; Silver 1995, 158-185).
4. I conflitti inter-imperialisti non crearono solo un contesto favorevole all'esplosione delle lotte dei lavoratori nei paesi ricchi e alla diffusione della rivoluzione comunista nei paesi poveri. Essi contribuirono anche in modo altrettanto, se non più importante, a creare un contesto favorevole per una generale «rivolta anti-occidentale» – che Geoffrey Barraclough definisce «il segno più concreto dell'inizio di una nuova era» (1967, 153-54). Le lotte dei lavoratori hanno spesso avuto un ruolo determinante nella rivolta: basti pensare alla richiesta dei lavoratori del Terzo Mondo di estendere alle colonie gli standard di vita e le condizioni lavorative delle metropoli (Cooper, 1996). Era tuttavia evidente sia ai poteri coloniali che ai poteri egemonici dei paesi emergenti che una tale estensione di diritti sarebbe stata decisamente troppo costosa. Infatti, il regime internazionale «labor-friendly», che emerse alla fine della seconda guerra mondiale, non era concepito per includere le nazioni in via di costituzione (o ri-costituzione) del mondo coloniale o semi-coloniale. Gli alti consumi di massa e la piena occupazione – chiavi di volta del Welfare State – non erano considerati alla portata delle loro economie `sottosviluppate'. Gli Stati Uniti promettevano invece a queste nazioni, a differenza di quanto faceva l'Urss, l'`autodeterminazione nazionale' (ossia la sovranità giuridica in un sistema interstatuale molto esteso) e lo `sviluppo' (ossia l'aiuto a raggiungere gli standard di ricchezza stabiliti dal nucleo dei paesi capitalistici) (Silver and Slater 1999, 208-211). Il presidente Truman prometteva loro un «Fair Deal» globale, da raggiungere mediante «l'ampia e vigorosa applicazione delle moderne conoscenze scientifiche e tecnologiche» (citato in Escobar 1995, 3).
5. Il nuovo regime internazionale (`labor-friendly' per i paesi ricchi e `development friendly' per i paesi poveri) stabilito durante l'egemonia statunitense si rivelò piuttosto efficace nello scongiurare le crisi molteplici che avevano destabilizzato il capitalismo mondiale fin dallo scoppio della prima guerra mondiale. Per circa vent'anni – durante la cosiddetta Età dell'Oro del capitalismo degli anni '50 e '60 – le lotte dei lavoratori nei paesi centrali e la rivoluzione comunista nei paesi più periferici furono piuttosto limitate. Secondo Thomas McCormick, si tratta «del più lungo e proficuo periodo di crescita economica della storia del capitalismo» (1989, 89). Che sia vero o meno, l'Età dell'Oro del capitalismo si è conclusa, come altri periodi precedenti di rapida crescita del commercio e della produzione mondiale, con una crisi generale di sovra-accumulazione. Ciò che distingueva queste crisi dalle precedenti è che le lotte condotte dalle classi subalterne (fra cui i lavoratori) per ottenere una maggiore porzione della torta si configurava come forza trainante e non come conseguenza tardiva della crisi. Durante le crisi precedenti, la forza trainante era stata l'aumento della competizione inter-capitalistica, che aveva poi determinato un inasprimento dei conflitti sociali. Alla fine degli anni '60 e nei primi anni '70, invece, l'esplosione di conflitti sociali contribuì ad accelerare la crisi più di quanto abbia fatto l'aumento della competizione (Silver and Slater 1999, 214-16, Arrighi and Silver 1999, 282-86; cfr. Brenner 1998).
6. La profonda crisi del capitalismo degli anni '70 fu soprattutto un riflesso dell'incapacità del capitalismo mondiale, come si era venuto configurando sotto l'egemonia americana, di mantenere la promessa di un New Deal mondiale – ossia, come ha sottolineato Immanuel Wallerstein, di conciliare «le richieste combinate del Terzo Mondo (che reclamava poco per un numero elevato di persone) e delle classi lavoratrici occidentali (che reclamavano molto per un numero esiguo di persone)» (1995, 25). Per tutti gli anni '70, la combinazione di queste due rivendicazioni esercitò una pressione al ribasso sui profitti del capitale. I tentativi degli Stati Uniti di contrastare questa pressione mediante politiche monetarie non restrittive ebbero l'effetto di un boomerang, e determinarono all'interno l'escalation dell'inflazione e nei mercati finanziari mondiali l'indebolimento del dollaro. La crisi sarà parzialmente risolta solo tra il 1979 e il 1982, mediante un radicale mutamento di politica da parte degli Stati Uniti. Questo cambiamento radicale è consistito nella liquidazione del regime internazionale dei trent'anni precedenti (`labor-friendly' e `development-friendly'), in favore di un regime internazionale `capital-friendly', che si rifaceva al liberismo sperimentato alla fine del diciannovesimo e all'inizio del ventesimo secolo (Arrighi and Silver 2000). In questo nuovo regime la crisi del capitalismo si trasformò rapidamente in una crisi delle organizzazioni dei lavoratori e del Welfare State nei paesi ricchi e nella crisi del comunismo e delle economie in vie di sviluppo nei paesi poveri. Il collasso del comunismo sovietico non fu altro che un semplice episodio di questa duplice crisi.
Globalizzazione, diritti dei lavoratori e sviluppo Tre anni prima dello sfaldamento del Secondo Mondo rappresentato dal blocco sovietico, Nigel Harris affermava che l'emergere di un «sistema di produzione globale» stava rendendo la nozione di Terzo Mondo drammaticamente obsoleta.
La concezione di un sistema produttivo globale, interdipendente e interattivo, metteva fuori gioco la vecchia prospettiva di un mondo costituito da Stati-nazione o da gruppi di paesi, più o meno sviluppati e organizzati – cioè per l'appunto il Primo, il Terzo e il Secondo Mondo. Queste nozioni appartengono a un tipo di economia più tradizionale, caratterizzata dallo scambio di materie prime e prodotti finiti. Ma il nuovo mondo che ha soppiantato quest'economia è decisamente più complesso, e non può essere ridotto alla mera identificazione al campo del Primo o Terzo Mondo, degli `haves' [coloro che hanno] e degli `have-nots' [coloro che non hanno], del ricco e del povero, dell'industrializzato e del non industrializzato (Harris 1987 [1986], 200-2).
L'assunto di Harris, secondo cui la ristrutturazione spaziale delle attività industriali costituisce un fondamentale elemento di rottura rispetto alla vera o presunta struttura polarizzata del mondo in «Primo e Terzo, `haves' e `have-nots', ricco e povero, industrializzato e non-industrializzato» ha guadagnato credibilità, in diverse versioni, tra molti dei più attenti analisti della globalizzazione (per esempi recenti, si veda Hoogvelt 1997, xii, 145; Held e altri 1999, 8, 177, 186-7). Secondo questo punto di vista, le tendenze alla polarizzazione sono ancora attive, all'interno delle singole realtà più che tra Nord e Sud, Primo e Terzo Mondo. Quella tra `Nucleo e Periferia' – secondo Ankie Hoogvelt – «sta diventando una relazione di tipo sociale, e non più geografico» (1997, 145).
Non siamo tuttavia sicuri dell'esatto significato di tale affermazione, giacché quella `nucleo-periferia' è sempre stata nella nostra prospettiva una relazione di tipo sociale. È una relazione tra gruppi che teoricamente appartengono alla stessa classe sociale (in particolare, a una borghesia mondiale o a un proletariato mondiale), ma che in realtà sono divisi da un'enorme divergenza rispetto al loro effettivo controllo delle risorse. Il fatto che, storicamente, la geopolitica è stata un fattore determinante della posizione nella gerarchia `nucleo-periferia' non vuol dire che tale gerarchia fosse per questo meno `sociale'. Vuole semplicemente dire che la geografia politica (riassunta in categorie come Primo, Secondo e Terzo Mondo, Nord e Sud, Est e Ovest, e via dicendo) costituiva un fattore essenziale delle politiche di classe su scala mondiale. Da questo punto di vista, si può dire che l'assunto di Hoogvelt (e quello di Harris) voglia affermare che le politiche di classe si sono ormai emancipate da tutti (o quasi) i precedenti vincoli e fattori determinanti di carattere geopolitico.
Il significato politico di tale affermazione è mostrato efficacemente dalle dispute e dai conflitti che sono culminati nella `battaglia di Seattle' e nel fiasco del vertice dell'Organizzazione mondiale del Commercio (Wto). Un editoriale di «The Nation» vedeva in quanto era accaduto a Seattle «una pietra miliare per una politica di tipo nuovo» – quella politica della «famosa alleanza rosso-verde» diventata ormai prevalente in Europa, ma ancora considerata negli Stati Uniti una «fantasia di stampo sinistrorso».
Le divergenze tra socialdemocratici e ambientalisti, vecchi e giovani, non erano affatto state offuscate. Erano invece state attivamente superate. Vecchi ed esperti lupi della politica si sono stupiti dell'intelligenza, della disciplina e della creatività di una generazione che avevano un tempo definito inconcludente. I movimenti dei lavoratori abbandonavano il loro nazionalismo e abbracciavano una nuova retorica basata sull'internazionalismo e la solidarietà («Democracy Bites the Wto», 1999, 3). Da questo punto di vista, il più grande successo di questo nuovo tipo di far politica è stato il suo contributo al fallimento all'ultimo minuto dei colloqui del Wto: molti ministri del commercio dissidenti, vedendo nelle stesse piazze statunitensi scoppiare il malcontento nei confronti dell'agenda di Clinton, si sono sentiti anche nelle sale della riunione meno obbligati a seguire l'unilateralismo statunitense. Altri fattori di insuccesso erano da ricondurre al risentimento nei confronti degli Usa per le leggi anti-dumping e di quei proclami di Clinton (poi rapidamente fatti rientrare) volti a includere nell'accordo i diritti dei lavoratori che avevano alienato agli Usa la simpatia di molti delegati dei paesi del Terzo Mondo, le cui élites dominanti sfruttano regolarmente i lavoratori e distruggono l'ambiente («Democracy Bites the Wto», 1999, 4).
Questa lettura degli eventi di Seattle conferma implicitamente l'idea di Harris e Hoogvelt secondo cui la dimensione Nord-Sud per la lotta di classe su scala mondiale è diventata irrilevante ai fini di tutti gli obiettivi pratici. Da questo punto di vista, le élites dominanti del Terzo Mondo e le corporations multinazionali sono considerate unite in una stretta alleanza nello sfruttamento dei lavoratori e nella distruzione dell'ambiente. Allo stesso tempo, il Wto è considerato uno strumento chiave nelle mani di questa alleanza perché, incrementando la concorrenza mondiale, facilita i sempre più marcati fenomeni di sfruttamento dei lavoratori e di distruzione dell'ambiente. Ne consegue che la lotta della neonata alleanza rosso-verde statunitense contro il Wto è un'azione di solidarietà internazionale con i lavoratori del Terzo Mondo.
Ma questa non è l'unica interpretazione possibile degli eventi di Seattle e del fallimento del Wto. In realtà, diversi elementi corroborano l'idea che il fallimento è stato principalmente il risultato di una sempre più marcata divergenza tra Nord e Sud sulle modalità con cui promuovere una maggiore libertà di commercio. Secondo questo punto di vista, i semi del fallimento erano già stati piantati a Ginevra nelle settimane che hanno preceduto il vertice di Seattle. I paesi in via di sviluppo si sono in generale opposti a questi nuovi negoziati, che mirano ad aprire maggiormente i loro mercati alle grandi compagnie dei paesi ricchi o a fornire a questi Stati ricchi nuovi strumenti protezionistici (Khor, 1999, 4).
Queste frustrazioni si sono accentuate a Seattle, dove i delegati dei paesi del Terzo Mondo sono stati esclusi dalle riunioni più importanti tenute in forma privata dai paesi ricchi. Come afferma William Finnegan (2000, 46): «I leader dei paesi più poveri, sempre considerati mere pedine dei poteri forti, felici di offrire i lavoratori del proprio paese al mercato globale a prezzi stracciati – oltre che di inquinare l'aria e l'acqua e di svendere le loro risorse naturali in cambio della spartizione delle commesse in base a innumerevoli accordi con le corporations –, in realtà devono tener conto, in molti casi, di complessi rapporti di forza interni, e devono dare risposta alla generale inquietudine legata alla ricolonizzazione economica». Per Finnegan, la rivolta dei delegati dei paesi più poveri «riecheggiavano le domande fondamentali sul mandato del Wto che provenivano dalla piazza» (2000, 47).
Ciò nondimeno, Seattle ha anche rivelato una divisione profonda. Dietro la retorica internazionalista dei contestatori, i delegati del Terzo Mondo hanno intravisto un obiettivo di tipo nazionalista-protezionista che i negoziatori Usa erano pronti a strumentalizzare per ottenere maggiori concessioni dai paesi poveri. In effetti, «il presidente Clinton sperava che vigorose proteste a Seattle avrebbero spinto i ministri del commercio a prendere in considerazione i problemi riguardanti l'ambiente, il lavoro e i diritti umani, tanto che aveva incitato la gente ad `usare ogni mezzo necessario'» (Egan, 1999, IV, 5). Il fatto che, esattamente un mese prima della grande manifestazione del 30 novembre, il presidente della Confederazione sindacale Afl-Cio abbia firmato, insieme a un gruppo di grandi industriali, una lettera di appoggio all'agenda commerciale dell'amministrazione Clinton per i negoziati del Wto (Moody, 1999, 1) fornisce un'ulteriore prova a sostegno di tale interpretazione.
Insomma, le forze che hanno provocato il fiasco del Wto hanno due percezioni profondamente distinte dello scontro. Da una parte, l'alleanza un po' incoerente tra ambientalisti e sindacati era scesa in piazza per combattere contro l'alleanza tra aziende multinazionali ed élites del Terzo Mondo, che mirava a usare il Wto per incrementare i profitti attraverso l'aumento globale dello sfruttamento dei lavoratori e della distruzione dell'ambiente. Secondo Jay Mazur, presidente del Comitato affari internazionali dell'Afl-Cio, «la divisione non è tra Nord e Sud, ma tra l'enorme massa dei lavoratori e la grande concentrazione di capitali e governi che li dominano» (200, 92). Dall'altra parte, i delegati del Terzo Mondo che hanno silurato i tentativi degli Stati Uniti di lanciare un nuovo giro di negoziati per liberalizzare il commercio combattevano invece, tra l'altro, l'alleanza tra il governo statunitense e i gruppi sindacali e ambientalisti americani che volevano promuovere, secondo David Sanger (1999, 14), «standard lavorativi e ambientali più alti per mettere fuori gioco i loro prodotti, o almeno per livellare le differenze facendo aumentare i costi di produzione nei paesi in via di sviluppo».
William Greider, apertamente in disaccordo con quest'idea che i paesi poveri si siano opposti strenuamente a più alti standard lavorativi e ambientali, ha criticato i media per aver ignorato il fatto che l'Afl-Cio è stata appoggiata nelle sue richieste da un centinaio di sindacati di tutto il mondo, fra cui anche i combattivi movimenti sindacali indipendenti dei paesi più poveri, dove il movimento dei lavoratori viene spesso represso con la forza. Questi ultimi sono consapevoli che, senza protezione internazionale, hanno ben poche speranze di imporsi, perché i loro salari e le loro condizioni lavorative saranno ulteriormente abbassati nel paese immediatamente più in basso nella classifica della povertà, che sacrificherà i suoi lavoratori per ottenere il trasferimento di settori produttivi sul proprio territorio (1999, 5).
Questa è, ovviamente, un'altra versione del concetto di Harris/Hoogvelt secondo cui il conflitto Nord-Sud è stato soppiantato da una generale unione degli interessi di classe tra lavoratori del Sud e del Nord. Tanto più che, dall'altra parte della barricata, Greider vede una profonda unione di interessi tra i capitali del Nord e le élites dominanti del Sud. In linea con queste convinzioni, continua a criticare i media per aver ignorato anche il fatto che l'India, il Brasile e il Pakistan non potrebbero mai imporsi senza l'appoggio delle maggiori multinazionali. La Boeing appoggia forse l'idea di sindacati indipendenti in Cina, dove i lavoratori sono controllati e irreggimentati da funzionari del Partito comunista? No, certamente no. In Cina, in Messico e in molte altre zone a bassi costi di produzione, i salari delle industrie sono in effetti stabiliti dal governo e non dalla competizione propria al libero mercato o dalla concertazione. Un modo di fare che è gradito tanto alle società quanto, ovviamente, ai governi (1999, 5).
Se ripropone l'interpretazione della `battaglia di Seattle' come lotta di una working class globale unita, a livello potenziale e embrionale, contro l'alleanza tra aziende multinazionali ed élites del Terzo Mondo, questa interpretazione mette anche in luce due aspetti correlati che costituiscono il significato nascosto dello scontro. Il primo riguarda il meccanismo che probabilmente dovrà essere messo in piedi per assicurare una tutela universale dei diritti dei lavoratori. E il secondo riguarda i meccanismi che dovranno essere probabilmente attuati per assicurare una distribuzione minimamente equa dei costi e dei benefici della produzione e del commercio mondiale. Cerchiamo di esaminare brevemente ognuno di questi due aspetti.
Diritti dei lavoratori e `corsa verso il basso': miti e realtà Come sostiene Greider nei brani sopra riportati, le ragioni dell'alleanza rosso-verde negli Stati Uniti nel chiudere negli accordi del Wto migliori condizioni di lavoro per le nazioni povere riposano su due principali presupposti. Il primo è che, senza una protezione internazionale, i lavoratori del Sud del mondo, sono in un «vicolo cieco… perché i loro salari e le loro condizioni di lavoro saranno ulteriormente minate da quelle che sono le nazioni più in basso nella classifica delle nazioni povere, che sacrificheranno i lavoratori per ottenere l'impianto sul proprio territorio di settori produttivi». Il secondo presupposto è che i governi del Sud hanno stabilito salari e condizioni a un livello più basso di quanto avrebbero realizzato la competizione propria al libero mercato o la concertazione collettiva.
C'è sicuramente una parte di verità in entrambi questi assunti. Tuttavia, non si tiene conto delle significative tendenze dei rapporti tra lavoro e capitale su scala mondiale prima e durante la cosiddetta `globalizzazione'. In nanzitutto, la delocalizzazione delle attività industriali dai paesi più ricchi a quelli più poveri ha spesso portato all'emergere di nuovi e forti movimenti di lavoratori nelle aree di investimento dove i salari erano più bassi, piuttosto che a quella che è stata chiamata, in maniera vaga, una `corsa verso il basso'. Anche se le industrie erano inizialmente attratte da alcune particolari aree d'investimento nel Terzo Mondo poiché queste sembravano offrire lavoratori docili e a buon mercato (come il Brasile, il Sudafrica, la Corea del Sud), la successiva espansione delle industrie di produzione di massa a grande intensità di capitale ha creato nuove classi di lavoratori combattivi dotati di notevole forza dirompente (Silver 1995, pag. 182). Questa tendenza è particolarmente evidente se ci concentriamo sulle industrie principali del cosiddetto fordismo, come l'industria automobilistica (Silver 1997), ma è possibile notarla anche in settori meno favorevoli, come quello delle componenti elettroniche (Cowie 1999).
Questi movimenti sindacali non solo sono riusciti a far aumentare i salari, a migliorare le condizioni lavorative e a rafforzare i diritti dei lavoratori, ma spesso hanno anche avuto un ruolo di primo piano nei movimenti di democratizzazione (Collier 1999, Cap. 4; Seidman 1995). E inoltre la militanza sindacale ha fatto avanzare fra gli obiettivi quelle trasformazioni sociali che si collocavano molto oltre quelle previste dalle élites più democratiche. È così visibile un modello ricorrente: mentre i regimi che reprimono i sindacati hanno creato le condizioni per una rapida industrializzazione e proletarizzazione (i `miracoli economici'), l'industrializzazione e la proletarizzazione hanno innescato i processi che hanno alla fine minato questi stessi regimi (vedi anche Silver 1990; 1992). In molti casi la solidarietà internazionale è stata inesistente. La liberazione dai regimi oppressivi è stata portata avanti dalle lotte sul campo dei lavoratori. E anche quando si sono verificati consistenti movimenti di solidarietà (come nel caso del Sudafrica), la base militante locale, molto più che la solidarietà internazionale, ha avuto un ruolo decisivo nella trasformazione.
Questo non vuol dire che la situazione sia ideale per tutti i lavoratori in tutto al mondo. Non diciamo questo. A parte il fatto che il processo di `rafforzamento attraverso l'industrializzazione' ha riguardato solo una piccola percentuale del proletariato dei paesi poveri, la conquista di maggiori libertà da parte dei lavoratori attraverso l'eliminazione dei regimi oppressivi non ha sempre portato a una maggiore diffusione del benessere. La recente diffusione del processo di democratizzazione è infatti andata di pari passo con l'eliminazione dei regimi `development-friendly' e la rinascita di un regime internazionale ostile ai lavoratori. In queste circostanze, i governi democratici sono costretti a prendere decisioni fondamentali di politica economica e sociale, che incidono sugli standard di vita «impegnandosi tanto a compiacere il Fondo monetario internazionale quanto ad attrarre l'elettorato» (Markoff 1996, pag.132-5).
Quanto alla posizione dei lavoratori dei paesi sviluppati, non è chiaro se essi abbiano o meno subito un significativo peggioramento in termini assoluti delle proprie condizioni di vita e lavorative. È tuttavia chiaro che il gap tra ricchi e poveri si è rapidamente allargato, mentre le condizioni di coloro che erano sul gradino più basso della gerarchia di benessere e ricchezza sono rimaste stagnanti o sono peggiorate. Nell'Europa occidentale, la massiccia disoccupazione (soprattutto fra i giovani) è stata la principale (anche se non l'unica) forma in cui tale peggioramento si è manifesto dagli anni '80 in poi. Negli Stati Uniti, la porzione della ricchezza nazionale che ha prodotto profitti (più che occupazione) è cresciuta nel corso degli ultimi vent'anni, cancellando tutti i risultati ottenuti dai lavoratori tra gli anni '60 e '70. E, nonostante il lungo boom economico della fine degli anni '90, la media dei salari reali rimane più bassa che trent'anni fa (Pollin 2000, Tab. 5; Uchitelle 1999).
Se le cose sono ben lungi dall'andare bene per i lavoratori del mondo, non è possibile attribuire ogni peggioramento significativo delle condizioni lavorative e di vita negli ultimi 20-30 anni principalmente (se non del tutto) o ai regimi oligarchici repressivi del Terzo Mondo o alla delocalizzazione delle attività industriali dai paesi più ricchi a quelli più poveri. Da una parte, questo periodo è stato caratterizzato da fasi successive del processo di democratizzazione a livello nazionale nel contesto di un ambiente internazionale ostile ai diritti dei lavoratori. Dall'altra parte, considerato che questa delocalizzazione delle attività industriali è risultata la spinta principale dell'attuale ristrutturazione del capitalismo mondiale, sarebbe stato più logico aspettarsi di assistere a un generale e strutturale rafforzamento dei movimenti dei lavoratori, e sembra perciò inverosimile parlare oggi della crisi dei lavoratori nel mondo (cfr. le conclusioni di Arrighi e Silver 1984). Se parliamo di questa crisi, è perché lo spostamento fisico delle attività industriali verso nazioni più povere – a una velocità resa possibile solo dagli ultimissimi sviluppi tecnologici – non è l'aspetto fondamentale della ristrutturazione del capitalismo degli ultimi 20-30 anni.
Come abbiamo a lungo argomentato altrove (Arrighi 1994, Arrighi e Silver et Al. 1999), l'aspetto primario di questa ristrutturazione è il cambiamento nei processi di accumulazione del capitale su scala mondiale, dall'espansione materiale a quella finanziaria. Questo cambiamento non è un'aberrazione ma il normale sviluppo del processo capitalistico di accumulazione del capitale. Dai suoi inizi, 600 anni fa, fino ad oggi, l'economia capitalistica mondiale si è sempre espansa attraverso due fasi alterne: una fase di espansione materiale – durante la quale una crescente massa di capitale monetario veniva incanalato nel commercio e nella produzione – e una fase di espansione finanziaria, nella quale una grossa massa di capitale veniva ritrasformata in liquidità e finiva per alimentare prestiti, crediti e speculazione. Come ha notato Fernand Braudel nel definire il ripresentarsi di questo modello nel sedicesimo, diciottesimo e diciannovesimo secolo, «ogni sviluppo del capitalismo di questo tipo sembra in qualche modo avere annunciato, con il raggiungimento della fase di espansione finanziaria, la sua maturità: è il segnale del declino» (1984, 246).
Quando Braudel scriveva queste righe, la grande espansione del commercio e della produzione mondiale negli anni '50 e '60 cominciava ad annunciare la sua maturità trasformandosi nell'espansione finanziaria degli anni '70 e '80. Negli anni '70, l'espansione delle attività finanziarie era associata con, e in molti casi contribuiva a, un'espansione dei flussi di capitale dalle nazioni ricche a quelle più povere. Negli anni '80, i prestiti esteri continuarono a crescere esponenzialmente – l'ammontare dei prestiti delle banche internazionali crebbe dal 4% del totale del Pil di tutti i paesi dell'Ocse nel 1980 al 44% nel 1991 («Economist» 1992). Ma i flussi di capitale dalle nazioni ricche verso quelle più povere si contrassero drasticamente negli anni '80, da un afflusso di capitale netto di quasi 40 miliardi di dollari nel 1981 a una fuga di capitali di quasi 40 miliardi di dollari nel 1988 (United Nations Development Program). In altre parole, la prima e privilegiata destinazione del capitale proveniente dal commercio e dalla produzione nelle core location non erano più le nazioni povere; ma piuttosto le reti della speculazione finanziaria che collegavano le nazioni ricche l'una all'altra. Non è stato tanto lo spostamento della produzione quanto questa caduta degli investimenti a far precipitare negli anni '80 le condizioni dei lavoratori in tutto il mondo.
Non ci stancheremo mai di affermare che tanto questa crisi quanto la sottostante tendenza verso la cosiddetta finanziarizzazione del capitale erano in parte da ascrivere a una spontanea reazione del capitalismo alla crisi di sovra-accumulazione determinata dalla rapida espansione del commercio e della produzione mondiale negli anni '50 e '60. Parimenti essenziale è stato il cambiamento nelle politiche governative – una drastica contrazione nella disponibilità di capitali, tassi d'interesse più alti, fiscalità più leggera sulla ricchezza e libertà di azione praticamente illimitata per le imprese capitaliste – attraverso il quale, tra il 1979 e il 1982, gli Stati Uniti cominciarono a competere in maniera aggressiva per il capitale a livello mondiale. La trasformazione avviò e tenne viva quell'intensa competizione fra Stati per il capitale mobile che ha creato le condizioni di richiesta per la grande ricollocazione del capitale, tra gli anni '80 e '90, dal commercio e la produzione verso l'intermediazione e la speculazione finanziaria (Arrighi e Silver 2000).
È stata questa ricollocazione, più che la delocalizzazione delle attività industriali dai paesi più sviluppati a quelli più poveri, la ragione principale di ogni peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro che lavoratori, ricchi e poveri, hanno subìto durante gli ultimi 20 anni. Cosa ancora più importante, lo spostamento del capitale verso le attività finanziarie ha favorito il Nord e il Sud del mondo in maniera assolutamente diseguale. Coloro che basano le proprie analisi sullo spostamento Nord-Sud delle attività industriali ignorano il fatto che la direzione principale dei flussi di capitale negli anni '80 e '90 non è stata da Nord a Sud, ma da Sud a Nord (o quasi completamente interna al Nord). E cruciale in questo senso è stata la trasformazione degli Stati Uniti: dall'essere la più importante fonte mondiale di liquidità e di investimenti all'estero – come era durante gli anni '50 e '60 – gli Usa sono diventati negli anni '80 e '90 il maggior paese debitore e il più grande ricettore di investimenti stranieri.
Questa trasformazione ha cambiato radicalmente il contesto globale non solo dei rapporti tra lavoro e capitale, tra paesi più ricchi e paesi più poveri, ma anche e soprattutto quello dei tentativi dei paesi del Sud del mondo di raggiungere gli standard di benessere del Nord. In opposizione alla tesi di Harris e Hoogvelt, le differenze geografiche delle relazioni tra centro e periferia sono diventate più marcate invece di attenuarsi, conservando pienamente la capacità condizionante di disporre e influenzare i rapporti tra lavoro e capitale su scala mondiale. Questo ci porta alla seconda questione sollevata da Greider nel brano sopra citato, cioè la distribuzione interstatale dei costi e dei benefici del commercio e della produzione mondiale.
La seconda parte di questo saggio sarà pubblicata nel prossimo numero (20) in edicola da martedì 11 a venerdì 14 settembre. Il saggio di Silver e Arrighi è pubblicato, in contemporanea con la «rivista», dal «Socialist Register» e rielabora una versione presentata alla conferenza su «The Global Working Class at the Millennium», tenuta nel gennaio 2000 alla York University di Toronto.
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