La scienza economica non è morta
UN'ALTRA RISPOSTA AD HALEVI
Roberto Finelli
Caro Joseph,
visto che sono tra gli amici ai quali hai indirizzato la tua lettera sull'economia, pubblicata sul n. 15 della «rivista del manifesto», provo ad abbozzare una risposta al tuo catastrofismo teorico. Io, come sai, mi occupo fondamentalmente di Marx, di Hegel e di Freud. Dunque il mio è uno sguardo non da economista ma da una prospettiva più generale di pensiero che ritiene di trovare ancora nella critica dell'economia politica elaborata da Marx, diversamente da quanto tu pensi, una linea di senso fondamentale per orientarsi nel mondo attuale.
1.Ciò che di Marx oggi non possiamo più accettare, io credo, non è l'economia, come tu vai dicendo, bensì l'antropologia e la teoria storico-politica. In buona parte dell'opera di Marx c'è infatti un deficit profondissimo di analisi e comprensione della soggettività, che ha avuto conseguenze assai nefaste nella storia del movimento operaio e dell'emancipazione sociale che s'è richiamata al marxismo. Un deficit, la cui presenza è sempre stata espressa, e dissimulata insieme, proprio dal suo opposto, qual è la teoria onnipotente della soggettività che Marx pone a base, io credo, della sua filosofia della storia e della rivoluzione
La tesi fondamentale del materialismo storico è, com'è noto, quella della contraddizione tra forze produttive e rapporti sociali di produzione. La storia passa da una formazione economico-sociale all'altra, ogni qual volta lo sviluppo delle capacità costruttive di homo faber (la cui accumulazione costituisce il filo rosso e il polo positivo di continuità tra le varie epoche) trova impedimenti non ulteriormente compatibili con la sua crescita. Lo sviluppo delle forze produttive, della tecnologia, della scienza costituisce il fondo permanente di valore, la sostanza della storia, il fattore d'unificazione di ciò che più propriamente unifica il genere umano; laddove di tutto ciò le varie forme di società, le varie forme dei rapporti sociali, costituiscono solo un lato, certo ineliminabile, ma variabile e transeunte.
In questa sorta di gigantismo prometeico e di positivismo ante litteram, il soggetto della storia è dunque essenzialmente il lavoro, visto da un lato come capacità di confronto e di affermazione inesauribile del genere umano e della sua superiorità sul mondo naturale e dall'altro come fattore intrinseco di socializzazione e di universalizzazione degli esseri umani. Non c'è bisogno perciò di una teoria della rivoluzione, e di tutti i problemi che essa comporta e apre sul tema della costruzione di una soggettività politica, dato che una soggettività collettiva e comunitaria, senza i vizi dell'egoismo e dell'individualismo, è posta e prodotta nell'atto stesso del lavorare e del produrre e pronta di lì a riappropriarsi di tutte le espropriazioni, fino a quello sviluppo incontenibile delle forze produttive messo in atto dalla modernità che non può non concludersi nel comunismo.
Da tale messa in valore nasce lo schematismo del materialismo storico (con il semplicismo del suo nesso struttura-sovrastruttura) e soprattutto un'antropologia fusionale e gruppale, in cui non v'è spazio alcuno per l'individuo e le sue differenze rispetto alla superiorità e al dominio del collettivo.
Ora il paradosso di fondo dell'opera di Marx è che il medesimo impianto teorico antisoggettivistico, quando viene trasferito dall'antropologia storica e dagli automatismi delle rivoluzioni allo studio analitico della modernità, ossia allo studio del Capitale, produce non più una metafisica antropocentrica e produttivistica, bensì conoscenza e – all'opposto di quel che tu pensi – scienza. E tutto ciò essenzialmente perché con il Capitale Marx scopre che al fondo della società moderna si colloca l'agire di un soggetto non antropomorfo, qual è quello costituito da una ricchezza astratta, di natura solo quantitativa, il cui fine è solo quello di accumulare la propria quantità, asservendo a tale scopo l'intero mondo dell'esistenza concreta e qualitativa. Ha scoperto cioè che l'essenza del capitale consiste in una connessione obbligata di passaggi e di funzioni, la cui intima necessità non dipende dalla scelta e dalla volontà degli esseri umani (quale che sia l'ambito produttivo e mercantile in cui il singolo capitalista sceglie di operare) ma appunto dal carattere astratto e impersonale della ricchezza in questione, la cui natura solo quantitativa non può che imporre all'intero processo, perché abbia un senso, l'obbligo della propria crescita, con l'assimilazione di tutto ciò che di tale processo entra a far parte alla sua logica di crescita della quantità e di estenuazione della qualità. Né è un caso del resto che nel Capitale i soggetti umani compaiano come privi di ogni rilievo e autonomia personale, ossia non come soggetti dotati di libera volontà e capaci con la loro iniziativa di modificare il corso delle cose, bensì solo come personae (in senso latino) o maschere, in quanto mere personificazioni di ruoli economici. E appunto su questo organizzarsi dell'intero universo socio-economico su una quantità in processo, su una quantità nel divenire tendenziale della sua accumulazione si fonda, a mio avviso, la logica quantitativo-scientifica dell'analisi di Marx.
Ma, com'è noto, questa logica, modificando profondamente l'ottica precedente di Marx, non mette più a tema il lavoro nel senso dell'espressione delle virtù nobili e creatrici dell'essere umano, e del genere di cui è membro: bensì intende per lavoro «l'uso della forza-lavoro», aprendo così quel dualismo del mondo moderno tra sfera dell'essenza e sfera dell'apparenza, che disconosciuto o rifiutato da tutta la `scienza' economica borghese, neoclassica, neoricardiana, keynesiana che sia, costituisce invece la rivendicazione di realtà propria e peculiare del solo marxismo.
Infatti – anche questo è noto – che il lavoro sia interpretabile solo come sinonimo di uso della forza-lavoro apre una differenza costituzionale tra i due ambiti fondamentali in cui si articola la sfera dell'economia: ossia tra la sfera del mercato, o sfera della circolazione, e sfera della produzione. La tesi di Marx è che, mentre la prima ha come principio costituzionale quello dell'equivalenza, e dunque quello dello scambio tra liberi ed eguali, la seconda ha come principio costituzionale quello del dominio, dunque il principio della diseguaglianza e dell'oppressione. Mentre l'acquisto e la vendita di forza-lavoro sono compiuti e scanditi secondo libertà ed eguaglianza (ed è infatti mediato da denaro), l'uso capitalistico della forza-lavoro, cioè l'organizzazione del processo di lavoro, è usufruito in modo privato e personale dai rappresentanti del capitale (e infatti non è mediato da denaro). Da questa compresenza di piani della realtà retti da principi costituzionali profondamente diversi, anzi opposti, Marx ricava la natura dialettica della società contemporanea: dialettica appunto nel senso specifico che l'essenza della società moderna, ossia il rapporto sociale nella produzione, che è un rapporto tra diseguali, appare alla superficie della medesima società, e dunque al senso comune generalizzato, secondo l'apparenza di un rapporto sociale tra eguali.
2.È essenziale quindi per una scienza economica autenticamente tale risalire dalle espressioni in denaro al tempo di lavoro, dato che questa è la variabile esogena decisiva nella considerazione dei processi economici. In termini macroeconomici quanto e che cosa viene prodotto dipende essenzialmente dal tempo sociale di lavoro a disposizione. Per cui se l'analisi economica deve chiarire certe grandezze a partire da altre, è la grandezza del tempo di lavoro realmente utilizzabile in una determinata società che può chiarire le altre variabili economiche e non viceversa, dato che a muovere da queste ultime non si può dedurre nulla sulla lunghezza della giornata lavorativa sociale complessiva. Non si può asserire che bisogna produrre una data quantità x di beni e di conseguenza affermare che v'è necessità della quantità di tempo di lavoro y. Ma viceversa, solo a partire dalla lunghezza data della giornata lavorativa si può indicare quanto si può produrre rispetto a una tecnologia data. La quantità x di beni è una variabile dipendente dalla variabile y, che è indipendente ed esogena. E propriamente è qui che si compie per Marx l'unica e vera politica economica che egli possa ammettere nell'economia capitalistica: cioè nella determinazione, da parte della lotta di classe, della lunghezza e dell'intensità della giornata lavorativa media sociale.
In questo senso io credo vada interpretata e utilizzata l'analisi dialettica che ci consegna Marx. Non tanto nel senso di un marxismo della contraddizione, disposto a vedere ovunque l'oggettivo acuirsi e confliggere dei contrasti e delle opposizioni all'interno del capitalismo contemporaneo. Quanto invece nel senso di un marxismo del feticismo e della dissimulazione, che torna a porre al centro dei suoi interessi l'effetto di deformazione che strutturalmente lega produzione e circolazione.
Del resto nella teoria economica non marxista la produzione non è il punto decisivo dell'analisi. Anche nei grandi sistemi dell'equilibrio economico generale, da Walras a von Neumann a Keynes, la teoria dell'ottimizzazione delle risorse e del benessere guarda a un equilibrio che si dà nella sfera della circolazione, e che dà appunto al mercato, come luogo dello scambio di equivalenti, una priorità decisiva rispetto alla produzione.
Per tutto ciò ritengo che affermare il carattere scientifico dell'analisi di Marx del Capitale significa riproporre la gerarchia di senso che si dà tra produzione e circolazione e riaffermare con ciò la centralità del problema della trasformazione dei valori in prezzi: cioè proprio quella vexata quaestio, che non solo i neoclassici ma anche i neoricardiani – e tu con loro – dichiarano come un problema apparente e superfluo. Laddove, per quanto ho detto, proprio la struttura dialettica dell'economia capitalistica impone che si legga la connessione di produzione e circolazione alla luce della capacità d'identificare le connessioni di valore nascoste nei prezzi di mercato.
3.Naturalmente riproporre tale questione significa compiere delle assunzioni di fondo, che si possono riassumere nelle seguenti tesi: 1. la società, considerata come un tutto, può impiegare per la sua permanente riproduzione complessiva – dei singoli, dei mezzi di produzione, del sapere e delle istituzioni – solo la forza-lavoro fisica e intellettuale dei suoi membri; 2. non esiste né un'eredità del passato (il capitale come fattore di produzione), né un dono gratuito della natura (la terra come fattore di produzione); 3. dai rapporti capitalistici di produzione risulta un'apparenza necessariamente contraria, consistente nel nesso valore-prezzo; 4. i prezzi di tutte le merci sono solo forma modificata del valore; 5. il valore non è altro che lavoro, misurato mediante il tempo; 6. tutti i redditi da proprietà, che sono parte del prezzo delle merci, sono anch'essi lavoro, e precisamente lavoro non pagato: plusvalore.
Senza entrare nel problema tecnico-matematico della trasformazione dei valori in prezzi, vorrei solo ricordare che in una società capitalistica hanno prezzo anche molte cose che non hanno valore, in quanto non sono prodotto del lavoro umano – come per esempio la terra. E che l'attribuzione di prezzo (e dunque di reddito) a quelle `cose' assai peculiari come la terra nel caso della rendita fondiaria e il tempo nel caso del capitale finanziario dipende dal fatto che c'è trasferimento di plusvalore: ossia che produzione, realizzazione e appropriazione di plusvalore non coincidono, dato che una quota di esso viene trasferita ai monopolisti di cose che, non avendo valore ma avendo un prezzo, producono reddito. Com'è noto, per Marx, nella sua ipotesi di trasformazione dei valori in prezzi, il capitale sfrutta tutti i lavoratori allo stesso modo, ossia li costringe a fornire la stessa quantità di lavoro non pagato; ma non ogni capitale può realizzare per sé tutto il plusvalore che ha fatto produrre ai suoi lavoratori. Parte di questo plusvalore viene appropriato infatti da altri capitali, mediante il processo di trasformazione dei prezzi. Ma appunto la formazione dei prezzi deve spiegare anche la genesi dei prezzi delle cose che non hanno valore e che pure producono reddito per i loro proprietari.
La trasformazione dei valori in prezzi deve dunque dare simultaneamente conto, oltre che dei prezzi delle merci, della formazione di un saggio di profitto medio, di un saggio medio di rendita e di un saggio medio d'interesse, nel senso che essa deve spiegare come nella formazione dei prezzi di mercato entrino, oltre al reddito delle classi produttive, i puri redditi da proprietà pagati dal plusvalore ai possessori di `cose' che non hanno valore ma hanno prezzo, ai proprietari cioè di capitale fittizio, e dunque non produttivo.
Questo, io credo, debba essere il compito di una economia che non rinunci a essere scienza: scienza della formazione dei prezzi e della distribuzione del reddito, in quanto contemporaneamente teoria della classi sociali. Scopo invece disatteso – questo della fondazione dell'economia in una teoria articolata della classi sociali – anche dalla teoria neoricardiana, nella quale esiste, a mio avviso, solo un nesso tecnologico tra i settori produttivi e la produzione è solo produzione di beni per mezzo di beni. Naturalmente – e forse questo è l'unico punto su cui io e te possiamo essere d'accordo – senza considerare, per altro, come scienza l'economia pura, o neoclassica, nella misura in cui presume di elaborare teorie economiche indipendentemente dalle forme storiche dell'organizzazione sociale e definire leggi il cui fondamento è una categoria naturale come quella di `scarsità'.
Un'economia come scienza dovrebbe completare il percorso che Marx ha iniziato ma non completato con il problema della trasformazione. E muovere dunque dal convincimento che quel problema non significa cercare di trasformare alcuni numeri, collegati tra loro e chiamati valori, in una serie di altri numeri, collegati in altro modo e chiamati prezzi, ma significa appunto elaborare una teoria della ri-produzione delle classi sociali. Muovendo dall'assunto che la condizione d'obbligo, da cui è impossibile prescindere per tale ri-produzione, è che la lunghezza e l'intensità della giornata lavorativa media sociale non debba mai scendere al di sotto di quella lunghezza e intensità necessaria a pagare la rendita fondiaria, l'interesse del capitale finanziario, le imposte dello Stato, oltreché ovviamente il saggio di profitto medio sul capitale complessivo impiegato.
note:
1 Rimando al mio saggio Contro la metafisica del soggetto del «Manifesto» del `48, in Il Manifesto del Partito Comunista, a cura di R. Rossanda, manifestolibri, Roma 2000, pp. 295-314.
2 Per queste mie considerazioni cfr. due testi di A. Gianquinto, rispettivamente Gerhard Huber: Marx e la centralità della teoria della trasformazione, la goliardica editrice, Roma 1975, e Marx e la critica interna alla economia neoclassica, la goliardica editrice, Roma 1976.