numero  18  giugno 2001 Sommario

L'Intifada scuote popoli e governi

RIAFFIORA UNA COSCIENZA ARABA
Stefano Chiarini  

Il ministro degli esteri egiziano Amr Moussa, ha accusato con parole durissime il governo Sharon di essere all'origine dello scoppio della violenza che insanguina la Palestina, mentre il moderatissimo ministro dell'informazione degli emirati arabi uniti, Sheik Abdullah bin Zaid al-Nahayan, ha sostenuto due settimane fa che «gli Stati Uniti nella redazione annuale della lista degli stati che sostengono il terrorismo dovrebbero mettersi al primo posto dell'elenco insieme ad Israele». In Giordania il governo del nuovo re Abdullah, di fronte al crescente sdegno popolare che rischia di travolgerlo, ha vietato tutte le manifestazioni di piazza convocate a sostegno della Intifada. Tutti quegli Stati arabi che avevano aperto uffici per il commercio con Israele, senza avere ancora alcun trattato di pace con lo stato ebraico, li hanno chiusi mentre in paesi solitamente `tranquilli' come il Marocco e gli Emirati si sono avute imponenti manifestazioni a sostegno della Palestina. In Arabia saudita il boicottaggio non ufficiale contro i prodotti americani ha spinto la locale McDonald a devolvere parte degli incassi ai feriti palestinesi.
Il quadro generale della pax americana seguita alla guerra del Golfo presenta crepe sempre più vistose. Se i governi dell'area si muovono con la usuale lentezza, va rilevato che l'Intifada palestinese, l'elezione a primo ministro di Israele di un militare come Ariel Sharon, considerato un criminale di guerra per il massacro di Sabra e Chatila, il veto Usa alle Nazioni Unite sulla proposta di inviare una forza di protezione delle popolazioni palestinesi – mentre parallelamente Usa e Onu continuano ad affamare l'Iraq con l'embargo – la scomparsa dell'Europa dalla scena mediorientale, hanno suscitato in tutta la regione un profondo e nuovo sdegno verso Israele e gli Usa.
Per accorgersene basta passeggiare tra le bancarelle dei suk della regione, o guardare i servizi che via satellite ci giungono dalle nuove Tv arabe, in primo luogo dalla Cnn araba `al Jazira' che trasmette dal Qatar o navigare per i numerosissimi siti on line dedicati all'argomento. A differenza della prima Intifada palestinese della fine degli anni ottanta, quella iniziata lo scorso settembre in seguito alla provocazione di Ariel Sharon sulla spianata delle moschee di Gerusalemme è infatti entrata direttamente nelle case di milioni di arabi non più filtrata dai media ufficiali dei vari regimi, sempre timorosi che la lotta di liberazione palestinese possa finire per travolgere anche loro. Ogni giorno le popolazioni arabe vedono alla Tv le case palestinesi distrutte dai carri armati israeliani, i bambini uccisi, l'arroganza dei coloni, le minacce alla spianata delle moschee, terzo luogo santo dell'Islam, e questo ha di nuovo internazionalizzato la questione palestinese e mobilitato le popolazioni arabe.
Un ruolo importante a questo proposito l'hanno avuto i videoclip dei cantanti più famosi che inneggiano alla resistenza palestinese e ricordano le giovani vittime della repressione israeliana, a cominciare da Mohammed al-Dura, il ragazzino ucciso a Gaza tra le braccia del padre, e sotto gli occhi delle telecamere da un cecchino israeliano. In pochi mesi Mohammed è diventato il simbolo della `Intifada-Al Aqsa' e la sua memoria viene tenuta viva da una miriade di cantanti egiziani, ma anche libanesi, tunisini e dei paesi del Golfo. Si diffondono canzoni che parlano di ragazzi e di rivolta ad altri ragazzi stanchi della inazione dei loro governi, spesso autocratici e quasi sempre non democratici, ma anche di quella degli stessi movimenti di opposizione. Si tratta di giovani alla ricerca di un lavoro che non c'è e di una nuova identità che non sia quella `made in Usa' dominante dalla guerra del Golfo. Basti pensare che solo in Arabia saudita, il paese più chiuso e conservatore dell'area, il 42% dei 16 milioni di abitanti ha ora meno di 14 anni. In un'altra canzone il cantante libanese pop Walid Tawfiq invita le nazioni arabe a riconquistare la Palestina, ricordando l'esempio del Saladino che riprese Gerusalemme ai crociati nel 1100. «Stiamo assistendo – sostiene il poeta palestinese Samih al-Qassim – all'esplosione della coscienza nazionale araba dall'Oceano Indiano al Mediterraneo. Una risposta all'oppressione e alla repressione da parte di Israele della nazione araba». Tutto ciò non sarebbe stato possibile senza le nuove televisioni via satellite e, per quanto riguarda una consistente ma autorevole minoranza, l'uso di Internet e della rete. Fino a pochi anni fa sarebbe stato impossibile pensare ad un collegamento via Internet tra i giovani profughi del campo di Dheishe nella Cisgiordania e i loro cugini cacciati in Libano e residenti nel campo di Burj el Shemali.
A scuotere il contesto mediatico del mondo arabo caratterizzato dal servilismo, dalla censura e dal conformismo derivante dal fatto che la maggior parte dei media è controllata dai poteri politici, ci ha pensato la piccola – ma ormai mitica – tv via satellite `Al jazira' che trasmette 24 ore al giorno da Doha, capitale del Qatar. La grande professionalità dei suoi giornalisti, la libertà dei toni, la sua irriverenza nei confronti dei governi della regione, la denuncia continua dell'embargo all'Iraq, la copertura continua della Intifada palestinese e infine il fatto che tutto ciò possa trovarsi in una Tv araba, ne hanno sancito lo straordinario successo. Un successo che l'ha portata, con soli 300 dipendenti, a surclassare i grandi canali sauditi come la Mbc di Londra e la Orbit e Art con sede a Roma. In questo senso, pur non potendo essere paragonata per forma e per contenuti a `La Voce degli arabi' che trasmetteva dal Cairo all'epoca di Nasser, `al Jazira', secondo alcuni, ne può essere considerata l'erede diretta.
I governi arabi si trovano così stretti tra un'opinione pubblica che chiede con forza una politica di reale difesa dei palestinesi e un'Amministrazione americana sempe più appiattita a difesa della politica del governo di Tel Aviv. Un'Amministrazione che – mentre il mondo arabo è sempre più furioso per quanto sta avvenendo in Palestina – pensa solo a bombardare l'Iraq e a `dare nuova vitalità' alle sanzioni contro Baghdad che hanno già provocato oltre un milione e mezzo di morti. Mentre Sharon spiana i villaggi palestinesi violando il diritto internazionale e la Convenzione di Ginevra, l'Amministrazione Bush chiede ad Arafat di «porre fine alle violenze» e a Saddam Hussein di rispettare le risoluzioni dell'Onu. I governi arabi, anche i più moderati, che pure hanno sostenuto l'elezione di Bush junior, non riescono a capire la cecità americana ed europea per quel che si sta preparando nella regione. La cecità di fronte al fatto che i palestinesi in particolare e gli arabi in generale hanno sempre meno complessi di inferiorità, conoscono sempre meglio l'Occidente, e soprattutto hanno sempre meno paura. Ed è questo il cambiamento forse più di fondo di questi mesi. Certo non hanno i mezzi per farsi valere ma questi prima o poi li potranno sempre trovare. Per questo Israele vuole arrivare ad una `soluzione finale' del problema palestinese e magari ad una nuova guerra defintiva ora e non tra dieci anni.
Intifada in arabo significa `scuotersi', come quando ci si scuote di dosso l'acqua o la polvere, liberarsi di qualcosa che dà fastidio, il brivido della febbre salutare alla vigilia della guarigione. Ed è questo che sta avvenendo in Palestina e in Medio Oriente a livello psicologico e politico.
I governi della regione se da una parte temono tutto ciò, dall'altra devono comunque tener conto dei desideri di popolazioni sempre più esasperate. Ne è un'interessante indicazione il vertice della Lega Araba del marzo scorso nel corso del quale, almeno a livello verbale (ma anche questo conta), i paesi arabi hanno complessivamente ridefinito la loro posizione nei confronti di Israele in termini di contrapposizione alle sue politiche e non più di ripresa di rapporti e di cooperazione. Egitto e Giordania, i due paesi che hanno firmato un trattato di pace con Israele, pur non rompendo le relazioni diplomatiche, hanno deciso di non mandare i loro ambasciatori a Tel Aviv, mentre la Lega ha stabilito che non vi saranno più nuovi contatti o accordi commerciali con Israele fino a quando Tel Aviv non cesserà la repressione contro le popolazioni palestinesi. Non solo. Il vertice ha anche stabilito che i membri della Lega araba romperanno ogni rapporto con qualsiasi paese (ma il riferimento erano ovviamente gli Usa) dovesse decidere di trasferire la propria ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme riconoscendone l'occupazione e l'annessione israeliana. Ma il dato più interessante del vertice di Amman, come del resto di quello del Cairo di ottobre e di quello islamico di novembre in Qatar, sta nel fatto che ha visto il superamento delle divisioni provocate dalla guerra del Golfo con il rientro dell'Iraq nella famiglia araba, dopo dieci anni di assenza, e la ricollocazione della Palestina al centro dei rapporti tra i paesi arabi e le potenze esterne alla regione. Esattamente il contrario degli obiettivi perseguiti dagli Usa negli ultimi dieci anni: abbandono dell'autodeterminazione palestinese (con l'annessione ad Israele di un 50% dei territori occupati e il resto spezzettato in tante piccole riserve indiane autonome), il mantenimento della grande alleanza contro l'Iraq con un rapporto diretto tra arabi moderati pro-occidenatali e Israele, isolamento di Iraq e Iran, pressioni sulla Siria perché accetti una non-restituzione del Golan da parte di Israele e rompa con l'Iran, emarginazione dalla regione delle Nazioni Unite e dell'Europa.
Il quadro che sta emergendo in questi ultimi mesi è sì quello della nascita di un `Nuovo Medio Oriente' di cooperazione e integrazione economica, per usare l'espressione del ministro degli esteri di Tel Aviv, Shimon Peres, ma senza ed in contrasto con Israele. Molto interessante da questo punto di vista è, da una parte, l'abbandono dei proclami sull'unità araba e dall'altra, invece, la decisione di procedere verso la creazione di un'area di libero scambio tra i paesi della regione. Un processo che, andando in direzione opposta a quella dell'embargo, ha già portato alla firma di un trattato di libero scambio tra Iraq ed Egitto, e tra Iraq e Siria. In particolare l'ultimo vertice arabo ha deciso di accelerare tali processi di integrazione economica in vista di una rapida abolizione di tutte le barriere e tariffe che ostacolano la circolazione di merci e servizi attraverso le frontiere mediorentali, la creazione di una Unione doganale araba, lo sviluppo di progetti comuni sulle comunicazioni, sulle telecomunicazioni e sulle tecnologie dell'informazione. E vi sono stati anche dei passi concreti. Tra il marzo e l'aprile di quest'anno Giordania, Siria ed Egitto hanno unito le loro reti elettriche mentre Giordania, Siria e Libano hanno raggiunto un accordo con l'Egitto per dar vita a un progetto comune rivolto a immettere nelle proprie reti il gas egiziano. Cominciano anche a rifunzionare le ferrovie dei tempi del mandato francese e britannico Damasco-Amman, Aleppo-Mossul- Baghdad, Damasco-Tehran, Istanbul-Aleppo-Baghdad. Per quanto riguarda il nuovo accordo di libero scambio tra i paesi delle Lega araba è particolarmente significativo che esso sia stato esteso anche ai servizi che da soli coprono il 20% del Pnl dei paese dell'area. Una decisione che dovrebbe portare a un cospicuo aumento dei commerci inter-arabi che sino ad oggi non sono mai andati oltre un 8-9% del totale, compresi i prodotti petroliferi. Si tratta di progetti che dovrebbero essere tradotti in fatti concreti entro il vertice arabo di Beirut che si dovrebbe tenere nella primavera del 2002, e che verranno realizzati e trasferiti a livello politico da Amr Moussa, il nuovo segretario della Lega araba. Non a caso, l'ultimo vertice arabo, snobbato da gran parte dei commentatori occidentali, è stato preso molto seriamente da Israele che, proprio durante i suoi lavori, ha lanciato i più massicci bombardamenti su obiettivi palestinesi dalla fine di settembre a oggi. Tel Aviv l'ha definito quel vertice «un ostacolo alla pace». Di sicuro alla pace delle fosse comuni sognata da Ariel Sharon a Sabra e Chatila.


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