La dimostrazione di un fallimento
I BALCANI DUE ANNI DOPO
Giulietto Chiesa
«Durante i brutti, vecchi giorni della guerra aerea della Nato nel 1999, una delle carte che gli Usa e i loro alleati giocarono nella battaglia con il regime di Milosevic, fu l'incentivazione del separatismo del Montenegro». «…altrettanto, forse (sebbene sia difficile da dimostrare) fu l'atteggiamento tollerante, quando non del tutto amichevole, della Nato, una volta conquistato il Kosovo, verso i ribelli albanesi che avevano preso le armi l'anno scorso nel sud della Serbia». Così scriveva l'«Economist» dello scorso 28 aprile. Forse, nel momento in cui il lettore leggerà queste righe in Italia sarà comunemente accettata l'idea che l'«Economist» – avendo attaccato Berlusconi – dev'essere senz'altro definito `comunista'. Tuttavia, nel momento in cui scrivo, leggendo queste righe di uno dei giornali al tempo stesso più informati e più faziosi del mondo, m'è venuto un moto di ammirazione per la sincerità e la franchezza brutale con cui, talvolta, la stampa anglosassone riesce a dire verità che da noi, di regola, richiedono – le rare volte che accade – lunghi giri di parole.
Qui infatti è raffigurata, in estrema sintesi, tutta la lungimiranza di cui gli Stati Uniti e l'intero Occidente diedero prova nell'affrontare il nodo balcanico. E qui è altrettanto efficacemente individuata la causa principale – se non unica – del disastro politico e militare che si sta consumando in questi mesi nel Kosovo e in tutte le aree della ex-Jugoslavia con esso confinanti, nessuna esclusa. Quello che, prima della guerra scatenata dalla Nato, era un nodo sicuramente difficile e drammatico, si è letteralmente moltiplicato per quattro. Ora i punti di tensione, anche militare oltre che politica, investono (in un ordine di gravità che a me pare il seguente): 1) il territorio della Macedonia (unica delle entità della ex-Jugoslavia che realizzò la separazione senza spargimento di sangue); 2) la zona-cuscinetto in territorio serbo, ai confini con il Kosovo, in cui, in seguito alla sconfitta militare del 1999, alle truppe serbe fu vietato di entrare; 3) il Montenegro tutto intero; 4) la Bosnia, dove l'Assemblea nazionale croata di Ante Jelavic ha proclamato l'autonomia dei cantoni croati della zona croato-musulmana della Federazione Bosniaca e si è dotata di una propria forza militare che – secondo autorevoli osservatori – conterebbe su circa 8000 uomini.
Il `Genio' – non si sta parlando di quello dei leader occidentali, ma di quello della Lampada di Aladino – è uscito dalla stessa e, in tutti e quattro i casi, sarà tutt'altro che facile rimettercelo dentro. Si potrebbe, volendo pignoleggiare, aggiungere un altro punto: la situazione che, lentamente e inesorabilmente, sta creandosi nella Vojvodina, in molte parti della quale i Serbi si trovano in minoranza rispetto agli Ungheresi e dove le rivendicazioni culturali nazionali di ambo le etnie sono non meno acute di quelle delle zone meridionali della ex-Jugoslavia. Probabilmente, sempre che i trend visibili non vengano fermati, quest'ultima crisi maturerà più lentamente delle altre, ma sarebbe utile non perdere di vista anche questa componente del quadro generale, poichè anch'essa contribuisce a interpretare i sentimenti e risentimenti che si vivranno, nei prossimi mesi, a Belgrado.
Ma, restando alle quattro crisi principali e immediate, la prima considerazione che s'impone è nella presa d'atto che l'area balcanica è altamente instabile, sicuramente più instabile e potenzialmente esplosiva di quanto non fosse prima dell'intervento della Nato; che una ricomposizione del mosaico balcanico è ancora di là da venire; che il rischio di una ripresa della guerra, sia su larga scala, sia in diversi punti locali, è molto alto. Nel caso della Macedonia non è più soltanto un rischio: la guerra di guerriglia è già cominciata. Altrettanto si può dire delle aree serbe al confine con il Kosovo.
Esiste, per quello che sta accadendo, una spiegazione `unitaria', un minimo denominatore comune? Per certi aspetti sicuramente sì, ed è immediatamente politico, e tattico. Le sue motivazioni furono e sono quelle tipiche del pragmatismo americano e della sua corta, cortissima visione dei processi storici, che induce a cercare soluzioni di breve periodo a questioni che richiedono tempi lunghi. Per altri aspetti la spiegazione – anch'essa derivante dalla incomprensione dei processi storici, ma su una scala molto più vasta – deriva dall'incapacità dell'Occidente nel suo complesso (qui non si tratta solo dei dirigenti di Washington, ma anche di quasi tutti i leader europei, la cui responsabilità è, se possibile, ancora maggiore avendo essi alle spalle un'eredità storica ben più cospicua) di rendersi conto che le sue vittorie non sarebbero comunque state in grado di penetrare con i loro effetti in profondità, in quei densi strati – per usare un'espressione di Ivo Andric - in cui «si celano gli uragani dell'odio, una moltitudine di tifoni ancora non scatenati, ammassati, che maturano e attendono la loro ora».
Ci voleva altro che una pace di Dayton, strappata con minacce e promesse, con una ingegneria confusa e penosamente artificiale, per sistemare la Bosnia. Ci voleva altro che una `guerra celeste', che l'invenzione di una guerra `umanitaria', per chiudere i conti della Jugoslavia. Ma questo è un discorso troppo lungo per questa sede. Basti solo dire qui che tutte le micce che sono state accese continuano a bruciare verso l'esplosivo cui tendevano.
Il nostro ministro degli esteri, Lamberto Dini, ci ha lasciato una testimonianza impressionante, prima di lasciare il suo posto. Una storia davvero straordinaria, un vero scoop, di quelli che molto raramente un ministro in carica concede. Eppure le sue rivelazioni sono passate quasi sotto silenzio. E ben si capisce. L'intero panorama della grande stampa italiana era stato favorevole alla «guerra umanitaria». Sarebbe stato scomodo fare riferimento a una testimonianza che faceva giustizia di molte delle sciocchezze scritte nelle settimane della guerra. Lamberto Dini, nel suo formidabile libro-intervista Tra Casa Bianca e Botteghe Oscure (Guerini & Associati, 2001, L. 25.000) racconta che James Rubin, stretto collaboratore di Madeleine Albright e certamente espressione delle opinioni del Segretario di Stato Usa, voleva l'indipendenza del Kosovo. Dini fa capire molto bene che Hashim Thaqi, rappresentante dell'Uck ai negoziati, venne usato dagli americani come testa di turco (rivelatrice ironia delle parole) per far saltare gli accordi che, nonostante tutto, perfino a Rambouillet sarebbero stati possibili. Racconta che il comportamento della delegazione americana fu di avanzare sistematicamente condizioni che i serbi non avrebbero potuto accettare. Con la variante sempre pronta che, ove i serbi avessero accettato anche l'inaccettabile, l'Uck avrebbe potuto alzare la posta per rendere impossibile ogni accordo. Dini si spinge fino al punto di citare tra virgolette una frase assolutamente rivelatrice di Christopher Hill: «State tranquilli, l'accordo dei kosovari c'è, resta solo da attribuire la colpa ai serbi se non accettano».
S'intuisce anche da questi dettagli quale fosse il grado di autonomia dell'Uck e – anche se non è facile dimostrarlo (come prudentemente direbbe l'«Economist») – s'intuisce da dove vennero le armi, gl'istruttori, i denari che misero in piedi l'Uck nei mesi che precedettero la guerra del Kosovo. Allora a Washington sembrò una buona idea. Gli alleati della Nato erano incerti. Bisognava dunque stimolarli attizzando il fuoco, moltiplicando le pressioni su Milosevic. Occorreva a questo scopo un `esercito di liberazione' sul terreno, ben più combattivo degli `autonomisti' alla Rugova. Ed esso fu creato. Ci voleva una guerra che rappresentasse una lezione per tutti, anche per gli europei. Essendo evidente che, in influenti ambienti europei cominciava a filtrare l'idea che la protezione americana non era poi così importante dopo la caduta del Muro. Il senso di profonda insicurezza che, durante la Guerra Fredda, aveva tenuto l'Europa avvinghiata all'America stava venendo meno. Ci voleva dunque un evento che permettesse di modificare la dottrina della Nato, senza troppe discussioni e sotto l'urgenza di una imperiosa necessità, o di qualcosa che assomigliasse a una necessità. Occorreva che tutto ciò avvenisse non in un momento qualsiasi, ma in una fase alta dell'egemonia americana. Fu pensata per questo una `guerra preventiva'.
Perchè la chiamo `guerra preventiva'? Preventiva rispetto a che cosa? Nel 1999 tutto il mondo occidentale guardava ancora con un'ammirazione senza incrinature la meravigliosa macchina della new economy americana, lanciata verso vette sempre più stratosferiche. Eppure lassù sul ponte di comando, i primi scricchiolii si erano già fatti sentire. È ben vero che nessuno aveva interesse a renderli noti, e che anche coloro che se n'erano accorti fuori dagli Stati Uniti avevano timore a farne uso politico ed economico, ben consapevoli degl'impatti tremendi che avrebbero potuto creare. Ma gli anni 1997-1999 avevano già fornito molti dati inequivocabili e preoccupanti. Visibili, appunto, quasi soltanto da `lassù', da chi conosce, quindi può decidere. I più lungimiranti (ce ne sono anche nel paese nel quale decidere dove fare colazione è considerata una scelta strategica) si erano posti la domanda: come spiegare al resto del mondo – quando la mongolfiera di Wall Street avesse cominciato a sgonfiarsi, quando la crisi si fosse affacciata minacciosa - che si sarebbe dovuto comunque mantenere, anzi accentuare, un sistema di distribuzione ineguale della ricchezza mondiale, a vantaggio di un quinto dell'umanità, contro i quattro quinti restanti, ma non in condizioni di espansione, bensì di contrazione dei ritmi espansivi? Cioè in condizioni non di consenso ma di crescente dissenso? Cioè, ancora, con un'America non più locomotiva dello `sviluppo' mondiale, ma a rimorchio, magari dell'Europa che fino al giorno prima era sprezzantemente dipinta come troppo poco dinamica? Chi avrebbe potuto dire alla `generazione Dow Jones 10 mila' che il livello di consumi cui è abituata non è più sostenibile? Tutte cose già difficili da spiegare nel 1999, quando appunto l'America era sul podio del trionfo. Come sarebbero state accolte quando l'America si fosse trovata essa stessa alle prese con una recessione o anche soltanto con un sensibile rallentamento dei propri ritmi?
Ecco perchè fu necessario impugnare il bastone (*), in quel momento, non dopo. Ecco perchè si può parlare di `guerra preventiva'. E quello che restava della Jugoslavia si prestava perfettamente: paese e popolo adatti anche per l'ultima, sottile, inconfessabile vendetta, contro l'ultimo `comunismo' esistente sul suolo europeo. Adatti per un piccolo esperimento premonitore in attesa di prove maggiori che, inevitabilmente, si affacceranno. Non c'è voluto molto tempo per arrivare esattamente in questo punto: solo due anni scarsi. L'unico, piccolo problema è, appunto, che la guerra non ha risolto proprio niente, neppure su quel terreno `umanitario' che era servito a motivarla. E non poteva che essere così, visto che lo scopo reale, come s'è detto, era un altro, e che al suo interno c'era l'obiettivo prioritario di rafforzare il guinzaglio cui tenere attaccata l'Europa. Questo scopo – il principale tra quelli che erano stati silenziosamente messi all'ordine del giorno – è stato realizzato perfettamente. Ma ve n'erano anche altri, che Lamberto Dini ci aiuta a ricordare con una dichiarazione di eccezionale durezza, insolita per un diplomatico e per un moderato quale egli è: «La conseguenza fu la decisione di un intervento armato contro la Serbia, un Paese sovrano, senza previa autorizzazione dell'Onu. Si trattò di un taglio netto con cinquant'anni di storia e politica della Nato. Un fatto senza precedenti. Avremmo dovuto fare ulteriori sforzi? Viste anche le conseguenze internazionali dell'intervento, continuo a pensare di sì».
La spiegazione unitaria c'era, dunque, ed era cogente. Ciò che sta avvenendo a due anni di distanza nel mercato mondiale dimostra che quelli che stavano sul ponte di comando – guidati dal capitano Alan Greenspan - avevano visto giusto. La scelta fu cinica e brutale, ma l'analisi che ne sorreggeva le basi era esatta. Cosa non è andato per il verso giusto? Verrebbe da citare Mao Tse-Tung: quella sua frase dei reazionari che sollevano i grandi massi sulla propria testa per poi farseli cadere sui piedi. Tutta quella carneficina umanitaria venne realizzata sulla stessa logica di Dayton: che era stata il prodotto finale della incapacità di fare i conti con le caratteristiche del paziente che ci si accingeva a `operare' con la `guerra celeste'. Non molto diversamente dal groviglio bosniaco, in Kosovo si ammassavano diciannove diverse nazionalità, tre lingue principali (serbo, albanese, turco), e tre religioni (cristiano-ortodossa, musulmana, cattolica). Semplificare e schematizzare un problema storico e culturale di questa portata lo si può fare in un reportage di Christiane Amanpur sulla Cnn, ma è difficilissimo metterne in pratica le conseguenze. Si può applicare la regola della forza, sulla base dell'aforisma secondo cui quando la forza è sufficiente si può fare a meno dell'intelligenza. Ma neppure questo basta.
E ora – come ha scritto sarcasticamente William Pfaff – gli Stati Uniti si trovano nella situazione peggiore: quella di chi ha promesso e non può, e non sa, come mantenere. Tutta l'operazione era, infatti, fondata sull'assunzione (rivelatasi poi completamente infondata) che, dopo Bill Clinton, sarebbe arrivato Al Gore. La `variante George W. Bush' non venne neppure presa in considerazione. Circolò l'idea che, comunque, la politica americana, nelle sue linee generali, non sarebbe mutata, poichè l'America ha sempre avuto una politica estera `bipartisan'. Quelli che contano – si disse – sono gl'interessi fondamentali, e questi non cambiano con la casacca del presidente degli Stati Uniti. Resta ora da vedere se Bush considera questo un suo `interesse fondamentale'. I segni fin qui manifestati non permettono ancora di sciogliere questo interrogativo, ma sicuramente la nuova squadra presidenziale non sembra in grado di spegnere le micce accese dalla precedente.
A cominciare dal Kosovo. È del tutto evidente che l'Uck (il suo scioglimento è stato un atto puramente formale. Tutti i collegamenti politici e militari sono rimasti attivi), in tutte le sue metamorfosi, ha usato l'occupazione Nato del Kosovo per allargare la sua sfera d'azione tanto in Serbia che in Macedonia. La `zona cuscinetto' alla frontiera sud della Serbia, priva di controlli da parte Nato (per scelta) e da parte serba (per obbligo), è stata trasformata dall'Uck in una propria base operativa. Senza dubbio questa variante era stata messa in conto dagli strateghi occidentali. Sarebbe stata utile per mantenere Milosevic sulla difensiva, o indurlo ad azioni violente che, a loro volta, avrebbero giustificato durissime punizioni da parte della Nato. Si tratta di illazioni? Niente affatto. Mentre l'Uck si muoveva secondo la logica appena descritta, il contingente Nato in Kosovo non mosse un dito per impedirlo. Si giunse perfino a un aspro scambio di note polemiche tra Londra e Washington. Il pur fedelissimo Blair chiese che la Nato bloccasse i distaccamenti dell'Uck che, dal Kosovo, entravano nella zona cuscinetto. Il Pentagono replicò seccamente che il ruolo delle forze americane era strettamente e formalmente limitato al territorio del Kosovo. E non è un mistero che gli Stati Uniti posero il veto alla proposta di garantire la protezione Nato a 30 osservatori dell'Unione Europea che avrebbero dovuto monitorare i piccoli movimenti (in seguito concessi alle forze di polizia serbe) nella zona cuscinetto.
Purtroppo – è forse il caso di dire - le cose si sono sviluppate addirittura meglio del previsto: a ottobre 2000 Milosevic è caduto. E la pressione dell'Uck, pensata per lavorarlo ai fianchi, si è così riversata sul successore Kostunica. Un `amico', messo nei guai da altri `amici'. Un guaio. Anche in questo Washington si è rivelata di corte vedute. Pensare che l'Uck sarebbe stato al gioco come lo furono i `contras' nicaraguensi non è stato cosa saggia. Anche in questo l'esperienza europea si è rivelata molto più complessa. Qui la storia ha reso tutti più furbi, anche se non meno feroci. E adesso la guerriglia albanese ha acquisito mezzi (armi, informazioni, strumenti di ricatto) tali da poter provocare una crisi tra americani e alleati europei in seno alla Nato. Basterebbero, ad esempio, qualche decina di morti americani per indurre Bush ad accelerare il proprio disimpegno, lasciando gli europei a cavare le castagne dal fuoco. Ma è difficile che gli strateghi della guerriglia albanese commettano questo errore. La loro tattica è di gran lunga più complessa e consiste nel tenere sulla corda tutti gli occidentali, con azioni alterne, moltiplicazione di focolai, azioni di provocazione che facciano apparire gli avversari sui diversi fronti responsabili di azioni militari contro la Nato. Essi sanno fin dove spingersi volta a volta, per non alienarsi del tutto l'amicizia occidentale. Ma sanno anche che la Nato non può permettersi attacchi troppo duri contro di loro nel timore di radicalizzare la situazione. Essi sanno anche perfettamente che le simpatie di francesi, italiani e tedeschi nei loro confronti sono esigue e quindi concentreranno le operazioni di ricatto sul filo del rasoio nei confronti dei loro principali sponsor del passato: americani e inglesi.
Quello che è chiaro ormai l'esistenza di una leadership kosovo-albanese che progetta una `Grande Albania' e ha una visione strategica del proprio disegno. Essa ha già dimostrato di voler giocare a tutto campo in base all'alternativa cruciale: se l'indipendenza del Kosovo non va avanti, noi riapriamo la guerra. In tutte le direzioni, non soltanto e non tanto, per ora, in Kosovo. Il centro ideologico di questo progetto non sta a Tirana ma a Pristina, essendo evidente che nessuno degli albanesi fuori dai confini albanesi può sognare di essere un giorno cittadino di un paese poverissimo e insicuro. È da Pristina – sotto una probabile (seppure difficile da dimostrare, direbbe l'«Economist») ispirazione turca – che questa strategia s'irradia in tre direzioni: Macedonia, Serbia e Montenegro. È da Pristina che si progetta di trascinare, in seguito, anche Tirana nella grande avventura di un grande paese islamico in mezzo ai Balcani. È dal Kosovo che si dirama l'idea di una ulteriore sconfitta serba, poiché è chiaro che il disegno di una Grande Albania non è realizzabile senza un drastico e definitivo ridimensionamento della Serbia.
L'Esercito di Liberazione Nazionale della Macedonia è guidato da parecchi dei più duri veterani dell'Uck, tra cui alcuni luogotenenti di Ramush Haradinaj, ora uno dei padroni del Kosovo occidentale. Tra i distaccamenti che combattono in territorio serbo e quelli che sparano in Macedonia i collegamenti e le osmosi sono continue. La posta è la conquista dei consensi tra la grossa (un terzo, forse di più, della popolazione) minoranza albanese in Macedonia. Una posta che solo una guerra prolungata e le inevitabili repressioni della maggioranza slavo-macedone contro la minoranza albanese può consentire di cogliere.
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Con un occhio (politicamente accorto) a quello che sta per accadere in Montenegro. Milo Djukanovic non è riuscito a ottenere, nelle elezioni parlamentari del 22 aprile, la schiacciante maggioranza su cui contava per procedere velocemente verso l'indipendenza da Belgrado. I suoi 36 seggi (su 77) non sono molti rispetto ai 33 conquistati da Predrag Bulatovic, che vuole restare nella Federazione Jugoslava. Mancano cioè i due terzi necessari per cambiare la Costituzione della Repubblica. Ma anche qui, nonostante ora l'Occidente cerchi di dissuaderlo, Djukanovic potrebbe essere indotto a giocare la carta del referendum nella data fatidica del 13 luglio (123 anni dopo l'instaurazione del Regno di Montenegro). I sei seggi del Partito Liberale, ultra-indipendentista, uniti ai due seggi conquistati dalla minoranza albanese in Montenegro, portano la maggioranza parlamentare di Djukanovic a 44 seggi, cioè a soli sei seggi dai 51 necessari. La partita del Montenegro non è affatto marginale. Ogni mutamento degli assetti istituzionali e di confini nel Montenegro può galvanizzare tutti coloro che puntano a imporre con la forza la rimessa in discussione di altri confini.
Sullo sfondo, per ora sostanzialmente passivi, i nuovi dirigenti serbi, Kostunica e Dijndic sembrano entrambi disposti ad accettare l'indipendenza del Montenegro. Ma anche questa posizione è ad alto rischio. Se se ne vanno i 650 mila di Podgorica, perché mai dovrebbero restare quelli del Kosovo, che sono tre volte tanti? E Belgrado può perdere entrambi senza rimettere in discussione quello che è avvenuto dopo la caduta di Milosevic? E quali ripercussioni avrebbe sulla Serbia il ritorno della belligeranza in Bosnia? Il mosaico balcanico è ancora sparso sui tavoli d'Europa, poiché non è chiaro affatto chi deve ricostruire, nell'interesse di chi, in vista di quale assetto. Non sembra esserci un interesse comune dell'Occidente, né un interesse comune dell'Europa. E non s'intravvede all'orizzonte neppure un interesse che accomuni i popoli della regione. Il fallimento della prima guerra del mondo unipolare sta tutto in questa conclusione.
* Questa parte dell'analisi è contenuta in forma estesa nel capitolo XIV del mio libro Roulette russa, Guerini & Associati, Milano 1999.